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→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
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Redazione
Chi ha vinto il 2016?
24 Dec 2016
24 Dec 2016
Arrivati alla fine, chi è stato il migliore dell'anno sportivo?
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Redazione
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Nel 2016 Maran ha fatto 53 punti, quanto il Genoa dell’accoppiata Gasperini-Juric, due in meno della Fiorentina Sousa e due in più del Sassuolo di Di Francesco. Il Chievo ha superato lo stato primordiale della semplice sopravvivenza (nessuno può ragionevolmente pensare che il Chievo lotti davvero per non retrocedere, e già questo dice tanto) e ha iniziato a trovare le proprie motivazioni nella vittoria pura e semplice, cioè nel fare più punti possibile nell’arco di una stagione. In questo senso abbiamo deciso di inserirlo qui perché rappresenta un buon esempio dell’ammodernamento tattico del campionato di cui abbiamo parlato nel nostro

.

 

Il Chievo non è composto da ragazzini ansiosi di mettersi in mostra e non ha nemmeno l’ambizione di diventare un club diverso, più vincente. I giocatori sono vecchi, considerati “finiti” ormai da anni, non hanno nulla da dimostrare a nessuno, e ogni domenica devono giocare in uno stadio avversario o in uno semivuoto, col campo spesso ghiacciato. Nel Chievo ogni sovrastruttura è assente: la squadra gioca ogni partita solo per dimostrare (forse anche a se stessa) di essere migliore dell’avversario. È lo sport, puro e semplice.

 

In un mondo che si basa sull’obsolescenza programmata, il Chievo brilla di luce propria.

 

(DS)

 

 


 

https://www.youtube.com/watch?v=1dBua8WwxWY

 

Fin da quando incantava i ragazzini di Valjevo nel campetto vicino al fiume, Milos Teodosic ha incarnato il ruolo del fenomeno destinato a vincere tutto. Ma le vestigia del predestinato possono essere talvolta molto pesanti da portare, specie quando le fisiologiche difficoltà dei massimi livelli ti costringono a bere dall’amaro calice della sconfitta. Quando queste sconfitte iniziano ad essere seriali in maniera preoccupante, allora il rischio che si corre è quello di essere definiti dei “perdenti di successo”, etichetta che per Teodosic ha iniziato ad essere usata in maniera insistente dopo le Final Four del 2012. Era il primo anno di Teodosic in maglia CSKA dopo il periodo con l’Olympiacos, che vinse una delle finali più incredibili della storia cestistica europea proprio contro i russi. Da lì un filotto di tre anni a bocca asciutta per il CSKA, fino alla splendida partita di Berlino di questo maggio. Una finale epica, quella con il Fener di Obradovic, che finalmente ha permesso al miglior playmaker europeo dell’ultimo decennio di togliersi un vero e proprio gorilla dalla spalla. Per non farsi mancare niente poi il percorso trionfale al pre-olimpico casalingo con la nazionale, culminato poi con l’argento a Rio contro gli alieni. Il 2016 è stato sicuramente l’anno della consacrazione di Teodosic.

 

(DB)

 

 


 

Belotti è una macchina agricola che percorre campi. Va dritto e segna, incapace di distrarsi per rumori che non sente o elementi fuori dal suo campo visivo. Va dritto e segna

. Lo ha sempre fatto, segnare: in tutte le squadre, a tutti i livelli. Eppure il 2016, l'anno dei suoi ventitré anni, ha segnato un'evoluzione. Perché l'ha consacrato in serie A e l'ha portato in nazionale maggiore, con la promessa di un futuro da centravanti importante. E perché, è vero, un attaccante non è soltanto i gol che segna, ma i

del “Gallo” sono spaventosi: 27 reti nell'anno solare, con 44 presenze, tra club e nazionale. Spaventosi, specie per uno che come dote principale

l'altruismo.

 

Forse però è uno sfasamento di percezione. Forse a evolvere, più che Andrea Belotti, è stato il contesto in cui lo hanno inserito. Più minuti, più fiducia, in squadre più attrezzate. Come se il 2016 fosse un appezzamento più spazioso dei precedenti, e la macchina agricola si sia limitata a percorrere questo terreno per intero.

 

(TG)

 

 


 

Il volto nuovo del mezzofondo etiope è quello di una venticinquenne, Almaz Ayana. Rivale giurata di Genzebe Dibaba, l’anno scorso l’aveva battuta a sorpresa nei 5.000 ai Mondiali di Pechino. Sembrava un’impresa sporadica in un contesto che, già quest’anno, doveva vedere Dibaba riuscire a conquistare la doppietta 1.500-5.000. Non è andata così: da quella gara Ayana ha spiccato il volo. Ha iniziato puntando il primato mondiale dei 5.000, che è ancora in mano alla sorella maggiore di Dibaba, Tirunesh. Il 2 giugno, al Golden Gala di Roma, l’ha mancato di 1’’44: con 14’12’’59 ha fatto segnare la seconda miglior prestazione mondiale di tutti i tempi. L’impresa vera l’ha fatta a Rio. Gli organizzatori hanno piazzato la finale dei 10.000 donne in mattinata, in uno stadio semivuoto. Un’immagine che stride con lo spettacolo visto in pista. A impensierirla maggiormente dovevano essere la kenyana Vivian Cheruiyot e Tirunesh Dibaba, campionessa olimpica 2008 e 2012 su questa distanza (nel 2008 vinse anche i 5.000). Ayana non le ha neanche considerate. Il passaggio ai 5.000, in 14’46’’81, era un tempo in linea col primato mondiale, considerato inarrivabile, siglato nel 1993 dalla cinese Wang Junxia. Ad Ayana non bastava: ha accelerato ancora, seminando il vuoto. Mossa obbligata, per lei che è estremamente vulnerabile in volata. Uno strappo fortissimo nel sesto chilometro, poi la lotta per non cedere. Ha fermato il cronometro in 29’17’’45, 14 secondi meglio di Wang Junxia. Un balzo di 50 secondi rispetto al vecchio personale per lei, un salto in avanti di vent’anni per il mezzofondo femminile. Le altre non sono state a guardare: Cheruiyot ha chiuso seconda, a 75 centesimi dal vecchio primato. Dibaba, terza, ha demolito il suo vecchio personale. Pochi giorni dopo, Ayana ha provato a bissare, di nuovo partendo da lontano. Stavolta, complice la stanchezza, due avversarie l’hanno raggiunta e superata. Prima è arrivata Cheruiyot, al primo oro olimpico in carriera. In un anno che ha visto Kenya ed Etiopia tutt’altro che estranee alla bufera doping, Ayana dice che il suo doping è Gesù. Più che da crederci, c’è da sperarlo.

 

(RR)

 


 

https://www.youtube.com/watch?v=Hr3--rfisNo

 

La parola “consacrazione” va un po’ stretta al 2016 di Donnarumma, anno in cui è passato da essere il giovane portiere della Primavera rischiato da Mihajlovic a l’erede designato di Buffon. Pochi giorni fa

ha messo una sua foto come

della lista dei cento giovani più promettenti che compila ogni anno, mentre il

l’ha piazzato 80esimo nella

dei cento migliori giocatori in assoluto del 2016 davanti a gente come Juan Mata, Gündogan e Robben.

 

Il 2016, oltre alla titolarità indiscussa in una delle più importanti squadre di Serie A, gli ha portato la prima convocazione in Nazionale maggiore e le attenzioni della Juventus. Donnarumma, insomma, non è più una prospettiva ma già una realtà.

 

 


 

Di Gasperini si diceva che non fosse adatto ad allenare altre squadre diverse dal Genoa. In effetti, fino a quando lo scorso giugno “Gasp” non ha accettato la panchina dell’Atalanta, era difficile provare a smentire i detrattori. Le esperienze fallimentari prima all’Inter e poi al Palermo avevano dato l’impressione di un tecnico troppo rigido per poter lavorare in ambienti con cui non entra in totale simbiosi.

 

Per questo quando si è sparsa la voce della sua nomina ad allenatore dell’Atalanta in molti lo aspettavano al varco. Quando sembrava sull’orlo dell’esonero, con soli 4 punti raccolti in cinque partite, la “Dea” ha cominciato ad ingranare, giocando un calcio basato sull’intensità e le marcature a uomo, indipendentemente dalla formazione. In stagione l’Atalanta ha già steso il Napoli, l’Inter e la Roma ed attualmente è sesta a soli tre punti dal secondo posto occupato dai giallorossi. Una serie di risultati impronosticabile per una squadra che partiva per non retrocedere e a Natale ha già ipotecato la salvezza, impreziosita dalla valorizzazione delle tante giovani gemme che con Gasperini si stanno consacrando. Da Kessié a Caldara, da Conti a Gagliardini: giovani sulla bocca di tutti soprattutto grazie a Gasperini, uno dei pochi veri maestri del calcio italiano.

 

(FF)

 

 


 

Del progetto Red Bull nel calcio si è ormai tanto parlato, ma dal rumore di fondo si sta elevando sempre più forte quello del campo, dove il RB Lipsia, al di là dell’ultima sconfitta nello scontro diretto contro il Bayern Monaco, sta facendo meraviglie. Il 2016 del Red Bull Lipsia rappresenta il punto di arrivo di una filosofia di gioco impiantata e sviluppata nella galassia Red Bull da Roger Schimdt a Salisburgo, proseguita la scorsa stagione in Zweite Bundesliga a Lipsia dal direttore sportivo Ralf Rangnick, momentaneamente sceso dalla tribuna alla panchina, e completata quest'anno da Ralph Hasenhüttl.

 

Il Red Bull Lipsia gioca sempre meglio, i calciatori hanno acquisito sempre maggiore sicurezza tecnica senza perdere in intensità, le manovre sono diventate più ricercate e raffinate pur mantenendo lo stesso grado di dinamicità. Giocatori come Forsberg, Werner, Naby Keita stanno crescendo a diventando qualcosa in più che calciatori “da sistema” e l’estremismo tattico del RB Lipsia sta fornendo parecchi spunti di riflessione per l’evoluzione strategica del gioco. Che rimane uno sport bellissimo grazie soprattutto alle sue tantissime diversità.

 

(FB)

 

 


 

https://www.youtube.com/watch?v=ZxQJ4A3cyhY

 

Il 2015 di Angelique Kerber è stato il suo solito anno: delusioni (molte) e soddisfazioni (poche), chiuso con quell’incredibile beffa delle Finals di Singapore, dove le bastava vincere un set contro la già eliminata Safarova per arrivare in semifinale e dove invece perse senza mai entrare in partita. La carriera di Angelique sembra segnata: un’onesta top 10 che magari prima o poi si prenderà una bella soddisfazione. Kerber ha iniziato il 2016 esattamente come sempre: a Brisbane perde un set contro Camila Giorgi, poi la travolge e arriva in finale, dove perde contro Azarenka vincendo a malapena quattro game. Quando cominciano gli Australian Open nessuno bada alla tedesca. Del resto ha superato il primo turno annullando un match point a Misaki Doi. Poi c’è il match contro Vika Azarenka, la classica partita della svolta. Angelique si inventa una partita in cui non solo non sbaglia praticamente mai, resistendo al solito pressing della bielorussa, ma riesce a contrattaccare come mai si era visto fare. La bielorussa cede e la Kerber può superare la Konta, raggiungere la sua prima finale Slam e presentarsi al cospetto della solita Serena Williams. Ad Angelique riesce la stessa perfetta partita dei quarti di finale, Serena si arrende e sembra che si realizzi la profezia: prima o poi la soddisfazione per Kerber sarebbe arrivata. Il cemento statunitense mette le cose di nuovo al loro posto. Angelique torna a perdere abbastanza presto. Però Angelique non si fa travolgere più.

 

(CG)

 

 


 



 

La stagione 2016 nel baseball americano ha segnato la vittoria dell’approccio data-driven e dei suoi sostenitori. Secondo

il successo dei Cubs nelle World Series ha posto fine alla Great Analitycs War, sancendo per sempre il trionfo dell’uso di dati e algoritmi nella costruzione e nella gestione di una squadra. Un fatto simile è successo anche nella corsa al titolo di Most Valuable Player dell’American League, nella quale ha trionfato Mike Trout, esterno centro degli Anheim Angels. Il perché è facile: Trout ha vinto il titolo di miglior giocatore nonostante la sua squadra sia miseramente naufragata, chiudendo la stagione regolare al quarto posto della AL West con un record di 74 vittorie e 88 sconfitte, distante ben 21 partite dalla capolista Texas che si è messa in tasca il biglietto per disputare i playoff.

 

Un successo inaspettato che lo stesso Trout ha

“surreal”. Per Trout hanno pesato i numeri: .315 di media battuta, 29 fuoricampo, 30 basi rubate. Trout è stato il numero uno dell’Mlb per punti segnati (123), basi ball (116) e percentuale di arrivo in base (.441). Ma le cifre che fanno più impressione sono quelle riguardo la

: 10,6 vittorie in più per la sua squadra quando lui è in campo secondo la formula di

(9,6 secondo la formula usata da

).

 

Negli ultimi cinque anni, che peraltro coincidono con la sua intera carriera, Trout non è mai sceso dal secondo gradino del podio nella corsa al titolo di Mvp (2012, 2013, 2015), vincendo nel 2014 quando però era impossibile non dargli il titolo: gli Angels quell’anno centrarono i playoff. Trout è un fenomeno vivente del baseball nonostante la sua squadra non vinca. Un dato di fatto ormai accettato anche da chi storceva il naso di fronte a tali

. Non può che continuare a migliorare anche nelle stagioni a venire.

 

(NP)

 

 


 

Se non fossimo così abituati al dominio bianconero sul calcio italiano forse la loro posizione sarebbe stata un tantino più alta. Soprattutto se la grande doppia prestazione contro il Bayern in Champions si fosse concretizzata nel passaggio del turno.

 

Fa quasi impressione ricordare che ad inizio 2016 la Juventus ha dovuto cedere al Napoli il titolo di campione d’inverno, soprattutto per l’irrisoria facilità con cui poi la squadra ha vinto il campionato con più di 90 punti, registrando

. La Juventus è la squadra con la miglior media punti in Europa nell’anno solare 2016, in estate ha realizzato un capolavoro finanziario con l’operazione Pogba e tolto a Roma e Napoli, le due principali inseguitrici, i loro due migliori giocatori. Il sole sull’impero sembra poter non tramontare mai.

 

(EA)

 



 

L’hype su Max Verstappen nel 2016 è stato uno dei più grandi punti di interesse della Formula 1 che si ricordino negli anni. La promozione in Red Bull dopo 4 gare, la

, una quantità infinita di sorpassi che hanno alzato nettamente l’asticella ma anche di scorrettezze raramente combinate tutte insieme in così poche gare e che

.

 

Il suo più grande successo non è stato tanto quello di uscire vincitore in modo spettacolare da tante situazioni delicate, quanto soprattutto quello di aver costretto il suo compagno Daniel Ricciardo a spingere per alzare il proprio limite. A fine stagione Ricciardo ha comunque fatto più punti di Verstappen da quando hanno battagliato con lo stesso mezzo (220 contro 191), ma la questione da tenere d’occhio sulla promozione di Verstappen (per giunta in corsa a Mondiale già iniziato) riguardava non tanto se avrebbe battuto Ricciardo, ma se sarebbe riuscito a battagliarci e a essere subito pronto per un top team dopo esserne stato catapultato dentro di fretta. Ricciardo nel frattempo ha avuto delle belle sveglie e ha pian piano alzato di nuovo il rendimento sui livelli del 2014. Verstappen ha invece progressivamente migliorato le sue abilità in qualifica battendo sempre più spesso il compagno di squadra (che della qualifica è forse il miglior interprete della Formula 1) e asfaltandolo in entrambi i Gran Premi sul bagnato (Silverstone e Interlagos), dimostrando di essere forse già un punto di riferimento della guida su pioggia dopo

contro le Ferrari ad Austin 2015, quando lui era ancora alla Toro Rosso con il lento motore Renault. Un episodio che evidentemente avevamo tutti un po’ sottovalutato all’epoca.

 

Max Verstappen per questo motivo esce a testa altissima dal Mondiale 2016. Perché nonostante la gavetta molto breve, il fatto di essere teenager ancora per diversi mesi, un compagno di squadra fortissimo e una vettura rivale ancora più forte, Verstappen nel 2017 avrà tutte le carte in regola per puntare al titolo mondiale. Senza il rischio che si ritiri dalla Formula 1 cinque giorni dopo, eventualmente.

 

(FP)

 

 


 

Poco più di una settimana prima che

contro la Roma, dimostrando ancora una volta quanto in termini di

per la porta e capacità di calcolare

abbia pochi rivali, mi sono trovato a parlare con alcuni amici argentini di Gonzalo Higuaín: giuro che non credevo ancora possibile, nel 2016, sentirmelo chiamare ancora



 

Probabilmente se fossi

argentino anche io troverei molto coerente non sforzarmi di cambiare opinione su un calciatore che in tre finali consecutive ha saputo dilapidare

per trofei così tanto agognati, ma che poi hanno vinto gli altri.

 

L’anno di Gonzalo è stato oggettivamente stratosferico, e l’inserimento nella shortlist dei 30 candidati al Ballon d’Or, se non è una certificazione, è la riprova di un’intuizione che ha le fattezze dell’elefante nella stanza: oggi Higuaín è tra i 5 attaccanti più forti al mondo.

Quanto sarebbe cambiata la nostra percezione di Gonzalo se avesse segnato questo gol in finale di Copa América Centenario, alzato il trofeo, asciugato le lacrime (però di gioia) di Messi?

 

https://www.youtube.com/watch?v=Bm4ks3vAVL8

 

Non credo più di tanto. Non la mia, almeno.

 

I

con i quali ha sfracellato il record di Nordhal, i 182 tiri in porta della stagione che nel 2016 si è conclusa, il fatto che da solo abbia segnato più reti di quante ne siano riuscite a segnare intere squadre (Verona, Frosinone, Bologna e Udinese per la precisione), addirittura le quattro reti in sei incontri di Copa América: cosa ci serve, di più, per

Higuaín agli occhi degli argentini?

 

I dieci gol e un assist in questa quasi-metà di campionato con la Juventus e le tre reti in cinque partite di Champions? Non sono ancora sufficienti?

 

L’incisività in

e scontri al vertice e l’incombenza rassegnata di doversi erigere a protagonista

, neppure questo?

 

Gonzalo Higuaín ha dimostrato di non esserlo per nulla, un

, semmai ce ne fosse seriamente bisogno, quando ha demitizzato il sentimentalismo retro di chi ti vorrebbe per sempre in un castello di cristallo, seppure principessa infelice, e si è scrollato dalle pesanti catene del cliché per inseguire la logica magari poco romantica ma ragionevolissima che dovrebbe dettare le linee della carriera dei campioni, o forse soltanto dei calciatori professionisti: trasferirsi dove si guadagna di più e dove l’ambizione è palpabile.

 

Credo che il 2016 sia l’anno in cui Higuaín merita tutto tranne le macchie infamanti dell’epiteto

sul vestito.

 

Ma è un’opinione, la mia, legata al fatto che non sono

argentino. E, forse, che non tifo per il Napoli.

 

(FG)

 

 


 

Avevamo lasciato Marc Márquez a fine 2015 tra le polemiche per il suo decisivo ruolo nella rimonta finale di Jorge Lorenzo su Valentino Rossi, la vendetta sul pesarese che lo aveva ferito nell’orgoglio dopo i corpo a corpo vinti in Argentina e in Olanda e ne aveva contestato anche l’eccessiva aggressività.

 

Márquez aveva disputato un 2014 irreale nella prima metà, con 10 vittorie consecutive nelle prime 10 gare e 11 nelle prime 12. Ma aveva concluso con 3 cadute nelle ultime 6, ininfluenti sulle sorti di quel Mondiale stravinto già da tempo ma condizionanti in realtà per tutto il 2015. Márquez infatti è nuovamente andato a terra 5 volte più quella provocata da Rossi in Malesia nel 2015, dopo che però lo spagnolo aveva compiuto una scorrettezza molto più grave nell’economia della lotta Rossi-Lorenzo al Mondiale.

 

Le rovinose cadute hanno forgiato un nuovo Márquez, più calcolatore e meno staccatore, capace di gestire meglio del 2016 i rischi da prendere con una Honda ancora non imbattibile come nel 2014. Il calo di motivazioni di Lorenzo ha sicuramente agevolato la conquista del suo terzo Mondiale in MotoGP in 4 anni, ma lo stesso Márquez ha più volte sottolineato quanto quella del 2016 sia stata la migliore versione di Valentino Rossi contro cui abbia corso. Lo ha battuto con il talento, ma stavolta anche con la testa.

 

(FP)

 

 


 

Se il 2016 è stato un anno oscuro, in cui l’uomo ha spesso assecondato una parte dei propri istinti peggiori, ecco un riassunto delle cose islandesi che ci hanno in qualche modo riconciliato con l’essere umano:

 


 

https://www.youtube.com/watch?v=X_cwcTNGp3U

 

Una cosa che dovremmo ammirare dell’Islanda è che non attira mai l’attenzione per i motivi sbagliati. L’Islanda non ha un esercito ed è

senza inasprire le diseguaglianze sociali. Pur avendo una popolazione che supera di poco i 300 mila abitanti, gli islandesi vanno forti nella

, nella

e hanno dei passaggi con un’altissima percentuale del concetto di “

”. Eppure nessuna di queste cose fa impressione quanto il fatto che da quest’anno l’Islanda è entrata nella mappa calcistica. Un’isola con un numero d’abitanti inferiore al VII municipio a Roma si è spinta fino ai quarti di finale dell’Europeo, riuscendo a battere l’Inghilterra.

 

Più che il risultato è però il modo in cui questo è arrivato. Un percorso che non ha niente di casuale, e che è passato per investimenti strutturali e una

. Ora l’Islanda ha un movimento calcistico competitivo e mentre scrivo è terza nel proprio girone di qualificazione a Russia 2018: a un punto dall’Ucraina e a 3 dalla Croazia, sopra la Turchia.

 

(EA)

 

 


 

Andy Murray è diventato il numero uno del mondo in classifica semplicemente perché era arrivato il suo momento. Ha vissuto la gran parte della sua carriera tennistica - compirà 30 anni nel 2017 - nell’ombra di Federer e Nadal prima, e di Djokovic poi. Durante questa oligarchia, Murray ha provato più volte a ribellarsi ai soliti vincitori di Slam, ma questi gli lasciavano solo le briciole: due titoli, gli US Open del 2012 e il Wimbledon del 2013, e tante finali perse, specie in Australia, dove non ha mai vinto e dove sarà il favorito numero uno nel prossimo gennaio. In tutti questi anni Murray ha cambiato allenatori (Lendl, che lo ha fatto vincere, e Mauresmo, che non ha praticamente inciso sulla carriera dello scozzese), e ha atteso pazientemente il suo momento. Che è arrivato quando Novak Djokovic ha smesso di essere imbattibile, a Wimbledon, torneo che Murray ha poi vinto in scioltezza. Con Federer e Nadal alle prese con malanni fisici e Djokovic in pausa mentale, Murray si è fatto trovare pronto: dopo quel Wimbledon ha vinto anche le Olimpiadi, ha perso gli US Open per puro caso e poi non ha perso più, vincendo le ATP Finals e la partita più importante degli ultimi anni, la finale di Londra contro Djokovic che valeva il n.1 ATP di fine anno.

 

https://www.youtube.com/watch?v=7di6a1cU2z8

 

Nonostante fosse stato già numero 2 al mondo nel 2009, un anno particolare per il tennis (Djokovic in crisi di risultati, Nadal che perde per la prima volta al Roland Garros, dove vince Federer, e che poi salta Wimbledon dove doveva difendere il titolo del 2008), Murray ha dovuto aspettare che tutti quelli migliori di lui si togliessero di mezzo per diventare il migliore. Quando è arrivato il suo momento, lui si è fatto trovare pronto. La pazienza di Murray alla fine ha pagato: ora è lui il numero 1 del tennis.

 

(CG)

 

 


 

Alla fine di questo 2016 dobbiamo scendere a patti col fatto che Pepe sia stato probabilmente il

di quella che è stata la competizione più importante dell’anno, i campionati Europei. Ma questo non basta: Pepe ha vinto anche una Champions League dimostrandosi fondamentale nel progetto tecnico di Zidane, con la sua abilità a difendere in maniera aggressiva, e un mondiale per Club, proprio nel momento in cui Varane sembra averlo definitivamente sorpassato nelle gerarchie di squadra.

 

Questo lo inserisce nello stesso discorso in cui può inserirsi solo Cristiano Ronaldo, quello di giocatore più vincente del 2016, e poco importa se i titoli sono tutti per quello che fa gol. Perché c’è più gusto nell’anno di Pepe, l’anno che lo definisce e lo consacra, che gli consente definitivamente di appendere al chiodo gli scarpini della necessità pura, quelli che il compagno di club e nazionale non potrà appendere mai.

 

Arrivato nono al Pallone d’oro, Pepe non sarà il centrale perfetto nella vostra idea di calcio, ma lo è stato in quella del 2016 e chiamalo scemo.

 

(MDO)

 

 


 

Oltre al Leicester, l’altra grande Favola™ calcistica del 2016 è stata l’Indipendiente del Valle. La piccola squadra ecuadoriana è finita in finale di Copa Libertadores dopo aver battuto River Plate, Pumas e Boca Juniors. Dell’Indipendiente

Fabrizio Gabrielli, in un pezzo di presentazione alle semifinali di Libertadores: “L’estate calcistica del 2016 ci sta confermando che quest’anno i pianeti sono allineati secondo una luna del tutto particolare: anche se la retorica del Leicester di X si è un po’ affievolita di fronte alla proliferazione di sorprese, il geyser sound ci sembra esistere da sempre e non ci pare poi così straordinario che l’Europeo l’abbia vinto un Portogallo incapace di andare oltre il risultato di pareggio nei tempi regolamentari in cinque partite su sei. Confesso che a questo punto non saprei più bene in quale segmento narrativo dovrei posizionare la favola dell’Independiente del Valle. La Copa Libertadores è una competizione nella quale i dark horses, più che altrove, non sono poi così dark: è una malia che la Copa porta connaturata in sé quella della drammaticità degli eventi, e del realismo magico”.

 

 


 

Nonostante una squadra con una leggenda vivente, e con molte altre stelle, è difficile trovare un giocatore davvero decisivo nella vittoria degli Europei del Portogallo: l’artefice del successo, infatti, è in panchina. Fernando Santos è un allenatore che si è costruito nel tempo, passando per le panchine della provincia alle grandi portoghesi e greche, fino alla Nazionale greca. Il suo arrivo sulla panchina della Nazionale portoghese è stato il coronamento di una carriera, ma anche una scelta inevitabile: la squadra era sfaldata, aveva appena perso in casa la prima partita delle qualificazioni agli Europei, serviva un uomo saggio, in grado di aggiustare. Il lavoro di “MacGyver” Santos è andato oltre qualunque immaginazione: non ha solo sistemato la squadra, ma ha aggiustato la storia e la narrazione del calcio portoghese, sempre troppo imprigionato in facili stereotipi e nell’impossibilità di ottenere la vittoria nonostante tanto talento. Per riuscirci, Santos ha impersonato più maschere possibili (da leader a fantoccio di Ronaldo, da esaltatore di folle a pompiere) ed ha modellato la sua Nazionale come fosse una casa: cambiando continuamente e incessantemente la disposizione dei mobili (rotazione continua di giocatori e moduli lungo tutto il torneo), ma poggiandosi su solide fondamenta: difesa perfetta della zona centrale del campo, attenzione estrema alle caratteristiche degli avversari. Santos ha interpretato il torneo ne

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