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Emanuele Atturo
Il Classificone 4/4: I migliori acquisti di gennaio
11 Jun 2015
11 Jun 2015
I 5 acquisti del mercato di riparazione che si sono rivelati importanti. Ritorna il Classificone, la rubrica più amata de l'Ultimo Uomo. Sempre più incerta, penetrante e stocastica.
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Emanuele Atturo
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Dei 10 acquisti interessanti che avevamo segnalato nella

ne sono sopravvissuti solo due. In parte per gusto personale (Eto’o ha dato un buon contributo al girone di ritorno della Samp), in parte perché alcuni acquisti invernali hanno davvero le sembianze di mosse della disperazione, con poca progettazione tecnica dietro. Mi pare significativo che nessuno dei tanti acquisti di gennaio di Milan e Inter sia finito in questa classifica: le squadre milanesi hanno fatto un mercato di riparazione focalizzato sulle occasioni e i giocatori da rilanciare, senza visione a lungo termine. Chi invece ha pensato ad acquisti che potessero funzionare anche per la prossima stagione quasi sempre è stato ripagato.

 



Victor Ibarbo è uno di quei giocatori che vorresti sempre avere dalla tua parte. Il suo misto di scarsa intelligenza tattica, tecnica non ortodossa e potenzialità fisiche sconfinate lo rendono uno dei giocatori più imprevedibili mai apparsi su un campo da calcio. A gennaio Rudi Garcia deve aver fatto un ragionamento semplice: in una squadra senza alcuna organizzazione tattica tanto vale inserire giocatori che possano vincere le partite da soli in qualsiasi momento. Del resto un ulteriore elemento di caos non avrebbe potuto peggiorare le cose. Non mi stupirei se a un certo punto a Trigoria fosse circolato il pensiero: «Okay, Ibarbo è la nostra ultima possibilità per vincere ‘sto campionato», una mossa disperata da duello di

.

 

https://www.youtube.com/watch?v=Dvx5sBzCUJ4

DOUMBARDINHO! L’idea pazza che ha accarezzato la mente di Sabatini a gennaio è stata la stessa di questo giocatore di FIFA.



 

Ibarbo è arrivato nel momento più incasinato della stagione della Roma e Garcia lo ha schierato semi-infortunato, provocandone uno stop prolungato di quasi un altro mese. Una fotografia abbastanza significativa del delirio che è stato l’anno giallorosso. Poi Ibarbo è rientrato e ha cominciato a fare le

: generosi recuperi in difesa, passeggiate in zone morte del gioco, piccoli trattati sull’inutilità del dribbling, controlli di palla osceni e numeri funambolici. Il suo acquisto ha avuto un significato sciapo, al limite estetico, fino alla penultima partita, la più importante della stagione. Lì Ibarbo si è esercitato in un’azione alla Ibarbo: entra a mezz'ora dalla fine al posto di Totti, prende una palla sulla trequarti destra, punta la difesa, si perde il pallone, si guarda intorno, lo riprende, mette in mezzo e fa l’assist per il gol che sposta gli equilibri della capitale.


 

Un assist, pure così brutto, può valere un prestito da due milioni e mezzo di euro? In fondo Ibarbo ha fatto esattamente quello che gli era stato chiesto: un arnese più che un calciatore.

 



A gennaio la Sampdoria si è esercitata in una sorta di gioco al rialzo, con il rischio di perdere tutto. L’attacco che era stato protagonista della prima parte di stagione è stato smantellato—fuori Gabbiadini, messo ai margini Stefano Okaka—ed è stato sostituito con uno poco interpretabile. All’acquisto patinato di Samuel Eto’o si è affiancato quello enigmatico di Luis Muriel, il Ronaldo dei poveri. Muriel alla fine ha segnato più gol del camerunese (4 a 2) e fatto più assist (3 a 2), pur giocando meno minuti.


 

La combinazione tra tecnica e potenza, la sensazione di non poter essere fermato una volta lanciato in corsa, lo hanno reso paragonabile al Fenomeno a inizio carriera. Udine è stato un passaggio estremamente negativo, ma Muriel ha ancora il talento potenziale per segnare 25 gol in Serie A ogni anno. Se questi sei mesi avessero il significato di un lento rientro in carreggiata? Se il talento del colombiano, a 24 anni, fosse finalmente pronto a esplodere? A quel punto ripenseremmo ai 10 milioni e mezzo spesi dalla Samp per comprarlo in questo strano mercato invernale come a una cifra ridicola.

 



Sei mesi di Milan erano bastati a risucchiare il talento di Riccardo Saponara, sei mesi di Empoli sono bastati a restituirglielo. Alla squadra toscana mancava qualità negli ultimi venti metri, un giocatore che raffinasse, nell'ultimo passaggio o nella finalizzazione, la mole di gioco costruita dalla squadra di Sarri. Saponara da gennaio a giugno ha collezionato 7 gol, 3 assist, e una media di due dribbling e un passaggio e mezzo chiave a partita. Numeri che lo rendono il giocatore più incisivo dei toscani, dietro solo Maccarone, che però ha avuto a disposizione anche il girone d’andata.


 

Cosa ci dice, su Riccardo Saponara, questa stagione dalla doppia faccia? Che ha bisogno di giocare ancora in una squadra dalle ambizioni modeste per maturare calcisticamente? O che ha semplicemente bisogno di squadre un filino più organizzate rispetto alla caporetto rossonera della gestione Inzaghi?

 

Probabilmente la soluzione di medio termine potrebbe essere un compromesso: seguire il maestro Sarri al Napoli (nel caso fosse tutto confermato), fare un passo in avanti senza essere catapultato in un ambiente traumatico.

 



Qualcuno poteva davvero credere, dopo il suo acquisto a gennaio, che Alessandro Matri fosse qualcosa in più di una mera scelta aziendalistica? Un’operazione che rappresenta bene il tipo di forza che i bianconeri esprimono in questo momento storico.

 

Matri è arrivato alla Juve a fine gennaio grazie a un prestito gratuito dal Genoa. La Juve non si è accollata neanche tutto lo stipendio (2,5 milioni), che per metà è stato pagato dal Milan (!). L’idea che il Milan abbia pagato 1 milione e 250 mila euro per un tale sfoggio di juventinità mi rompe il cervello.

 

Dalla prima presenza in poi è apparso chiaro che i due anni di Alessandro Matri a girare l’Italia erano stati una cosa a metà tra un erasmus e una vera vacanza: carino, lo rifarei, ma poco produttivo. Matri è un drone bianconero, che nel momento in cui ritrova l’allenatore che lo ha lanciato, raggiunge uno stadio mistico. Quello segnato alla Lazio in finale di Coppa Italia non è un gol, è una metafora. È la dimostrazione plastica di come la Juventus vinca i trofei con le terze o quarte linee, con l’inclusione nel gruppo di giocatori (tipo Padoin, tipo Birindelli) che sembrano poco più di mascotte aziendali.


 



Manolo Gabbiadini ha chiuso la stagione a 20 gol. 7 nel girone d’andata con la Samp; 8 in quello di ritorno con il Napoli; 3 in Coppa Italia e 2 in Europa League. Questo equilibrio nella distribuzione viene replicata anche nelle posizioni in cui Gabbiadini ha giocato e segnato con il Napoli: da esterno destro del tridente; dalla linea dei trequartisti; da una posizione centrale alle spalle di Higuaín; da punta centrale. Questo intendeva Rafa Benítez quando a gennaio aveva dichiarato: «Ci dà più soluzioni».

 

L’affiatamento con Higuaín, con cui va a formare una coppia in cui entrambi sanno tanto finalizzare quanto costruire un ultimo passaggio di qualità, è stata tra le migliori cose della seconda parte di stagione del Napoli. Eppure Benítez non l’ha usato forse con la continuità che meritava: Gabbiadini è partito titolare in campionato solo 8 volte, subentrando invece in 12 occasioni dalla panchina (da dove ha portato in dote 3 gol). A Napoli è stato considerato quasi un “sesto uomo”, forse sottovalutandolo. Nella prossima stagione sarà legittimo aspettarsi qualcosa di diverso.

 



Se la Fiorentina, diciamo da gennaio a marzo, dava l’impressione di poter raggiungere traguardi importanti, è soprattutto grazie all’innesto di Mohamed Salah. Sarebbe stupido dire che Salah è più forte di Cuadrado. Ma è di certo un giocatore più giovane, meno accentratore dal punto di vista tecnico, più costante e, soprattutto, più adatto al calcio di Montella.

 

Con il leggero declino dell’incisività di Borja Valero, negli ultimi mesi Montella si era aggrappato a Cuadrado per provocare qualche strappo sulla trequarti che velocizzasse il palleggio viola. Il risultato era una Fiorentina meno fluida, meno costante nella produzione offensiva. Salah non si limita a strappare e accelerare sulla trequarti, spesso infilandosi tra le difese con facilità imbarazzante, riesce anche ad alimentare la qualità della manovra collettiva in attacco: dialoga bene con i compagni, ama giocarci vicino, evita quella specie di isolamenti cestistici che amava giocare Cuadrado.

 

Per una squadra che ama controllare il pallone e che spesso ha difficoltà nel trovare gli spazi, sempre ridotti, tra le difese intense della Serie A, un giocatore come Salah, capace di dribblare nello stretto e creare superiorità numerica in qualsiasi momento, rappresenta un appiglio miracoloso.


 

Salah potrebbe essere l’ennesimo giocatore che si rivela di prima fascia dopo essere stato scartato dagli altri campionati ancora in giovane età. Come Thiago Motta, Esteban Cambiasso, Wesley Sneijder, Álvaro Morata. Molti interpretano questo tipo di operazioni come una certificazione di subalternità del calcio italiano: perché, per una volta, non leggerle come un limite all’entropia del talento che impazza nei campionati con più risorse economiche?

 
 

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