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Dario Saltari
Breve storia della promozione del Venezia
03 Jun 2024
03 Jun 2024
La squadra veneta torna in Serie A dopo due anni difficili.
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Dario Saltari
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IMAGO / Gribaudi/ImagePhoto
(foto) IMAGO / Gribaudi/ImagePhoto
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Alla fine del 2021 il Venezia ha sei punti di vantaggio sulla zona retrocessione e la sottile convinzione di potercela fare. La prima parte di stagione è stata costellata da prestazioni sorprendenti. La vittoria corsara al Castellani contro l’Empoli, il pareggio contro il Cagliari in Sardegna, lo 0-1 al Dall’Ara contro il Bologna. Soprattutto, il Penzo si è trasformato quasi letteralmente in un fortino. Una struttura fatta di tubi innocenti, a bordo laguna, da poco più di diecimila posti. Talmente ai limiti dello spazio fisico in cui sarebbe possibile ospitare uno stadio che il campo è più stretto di quello che teoricamente sarebbe permesso dai regolamenti. Per giocarci c'è bisogno di una deroga. Il Penzo sembra completamente inadeguato per la Serie A e però, proprio per la sua minutezza, si è trasformato in un punto di forza. Lì hanno perso la Fiorentina e la Roma, mentre la Juventus non è riuscita ad andare oltre l’1-1. Massimiliano Allegri, ancora prima di quel risultato deludente, si era detto preoccupato di giocare in uno stadio simile. «Venezia è un campo che nessuno conosce, solo Chiellini ci ha giocato di questa squadra. È tutto strano, arrivi in traghetto, il campo è più piccolo. Se non vai lì e ti metti al pari degli altri rischi di farti male. Ci sono quei campi dove sembra che tutto sia più piccolo, dove la palla è sempre in gioco e la partite sono più veloci». Il Penzo come le architetture impossibili di Manlio Amodeo, ti ci puoi perdere dentro, trovare i mostri.

Il Penzo è anche una metafora di ciò che rappresenta il Venezia: uno stadio troppo piccolo per una squadra che si sente più grande. Il Venezia dal 2020 è di proprietà di un miliardario americano, Duncan Niederauer. Ex socio di Goldman Sachs, Niederauer ha rilevato la squadra da Joe Tacopina, e insieme a essa la strategia di puntare quasi tutto sull’identità turistica della città. Una squadra il cui 95% delle entrate da merchandising proviene dall’estero, i cui completi sono curati in ogni minimo dettaglio estetico e girano tra gli account Instagram delle stelle del cinema più inaspettate, ma che allo stesso tempo è incastonata in una città che ogni anno si fa più piccola, la cui natura popolare è sempre più a rischio.

Anche sul campo il Venezia sogna in grande. Per il salto di categoria già il calciomercato estivo era stato lisergico, molto lontano dalla prudenza che ci si aspetta da una neopromossa. Un calciomercato apparentemente guidato da ragioni di marketing, o dalle statistiche, dal famigerato algoritmo, o almeno è così che lo percepiscono i tifosi duri e puri. “Quasi ogni acquisto estivo del Venezia ci fa chiedere da dove sia nata quell’idea, come siano arrivati i dirigenti a scegliere certi giocatori”, scrive Emanuele Atturo qui su Ultimo Uomo, in un pezzo intitolato "Guida galattica al calciomercato del Venezia". L’artefice, nonostante sia soltanto il “Director of Analitycs”, si dice sia Alex Menta, dirigente di Philadelphia uscito fuori un po’ dal nulla con la nuova proprietà. Arrivano nomi da DJ che si esibiscono solo su Fortnite, giovani talenti scandinavi, ben tre giocatori statunitensi: Gianluca Busio, Tanner Tessman e Damiano Pecile.

A gennaio, dopo la buona prima parte di stagione, la società decide di fare all-in sulla sua strategia e il suo calciomercato è talmente assurdo da dare le vertigini. Qui su Ultimo Uomo non ci siamo fatti scappare l’occasione e abbiamo pubblicato un altro pezzo: "Altri 33 acquisti assurdi che potrebbe fare il Venezia". La squadra veneta compra il talento maledetto di Michael Cuisance dal Bayern Monaco per oltre cinque milioni di euro, riesce a convincere il simulacro di Nani a svincolarsi dagli Orlando City. È una girandola che sembra debba per forza accelerare per non cadere. Tra le due sessioni ha speso oltre venti milioni di euro e per forza di cose devono essere fatti dei sacrifici. Sull’altare, tra gli altri, viene messo anche Pasquale Mazzocchi, che dopo una prima parte di stagione da titolare finisce in prestito alla Salernitana, in quel momento ultima in classifica e dead man walking della Serie A.

La seconda parte di quella stagione, forse, non c’è bisogno che ve la ricordi. Nel 2022 il Venezia vince solo due partite (di cui una alla terzultima giornata di campionato), entra in una spirale di depressione e panico che fa quasi letteralmente impazzire Paolo Zanetti, l’allenatore veneto idolo dei tifosi che aveva portato la squadra in Serie A. Contro la Sampdoria, in quel Penzo diventato troppo piccolo, il Venezia perde 0-2 contro una Sampdoria mesta, Henry si fa espellere a pochi minuti dalla fine, e sussurra qualcosa davanti alla panchina. Zanetti lo prende per il bavero della maglietta, gli urla di stare zitto, bestemmia. Poco più di un mese dopo viene esonerato. Nel frattempo la Salernitana, che nel frattempo ha ingaggiato Davide Nicola, rimonta. Uno dei protagonisti di una cavalcata che finirà in miracolo è Pasquale Mazzocchi, il memento mori di una strategia talmente accelerazionista da essere diventata autodistruttiva. A fine stagione, quando sarà la Salernitana a salvarsi e il Venezia a retrocedere, il terzino campano si tatua addosso “7%”, come le probabilità che davano alla squadra granata di salvarsi quando lui si è trasferito là. Per la dirigenza del Venezia è un ammonimento a non perdere di vista la realtà.

Il Venezia torna in Serie B con un carico di fallimenti forse troppo pesante, ricostruire sembra difficilissimo per una squadra che è fin troppo abituata alla bancarotta. La società lagunare ha speso tantissimo per una neopromossa e non solo non si è salvata ma molti dei giocatori acquistati non sembrano nemmeno all’altezza del contesto. Sono impossibili da vendere senza perderci e non sembrano utili per gettare delle nuove basi. In particolare Gianluca Busio, la punta di diamante della sessione di mercato della scorsa estate, è parso spaesato, alla fine di un salto decisamente troppo lungo.

La società non intende mollare la sua strategia, ma è costretta a perseguirla entro limiti che si fanno sempre più stretti. In estate arriva un’altra carrellata di nomi che potrebbe animare una saga mitologica norrena. Andrija Novakovich, Jesse Joronen, Magnus Kofod Andersen. Buona parte del budget viene spesa per Joel Pohjanpalo, attaccante finlandese di ventotto anni con una carriera passata quasi completamente nei bassifondi del calcio tedesco e con un’unica stagione convincente, in Turchia, al Caykur Rizespor. Anche in panchina la scommessa è notevole. Si chiama Ivan Javorcic, che la stagione precedente ha guidato il Sudtirol (la stessa squadra in cui si era affermato anche Paolo Zanetti) alla sua prima promozione in Serie B con un campionato da sogno. Javorcic è un allenatore giovane, emergente, con idee ambiziose ma poca esperienza. Il tipo di tecnico secondo cui «per far fronte a qualsiasi problema bisogna avere un approccio globale, olistico».

L’impatto con il labirinto rappresentato dalla rosa del Venezia è terribile. La squadra lagunare perde subito i due esordi, in Coppa Italia, contro l’Ascoli, subendo il gol del 2-3 al 91esimo, e in Serie B, contro il Genoa, che teoricamente dovrebbe essere una delle avversarie per la promozione. Il prosieguo della stagione, però, fa capire che tira un’aria molto diversa. Delle successive undici partite il Venezia ne vince appena due, raccogliendo nel frattempo sei sconfitte. Javorcic viene esonerato in fretta e furia, ma è già passato un terzo di campionato e il Venezia è penultimo con appena 9 punti in classifica e la prospettiva che questa stagione possa addirittura diventare peggio di così. Qualcuno sussurra che la proprietà americana stia cercando di disimpegnarsi da quelle sabbie mobili su cui la città, d’altra parte, è letteralmente fondata. Dalla cartolina che pensavano di aver comprato gli americani iniziano a risuonare le celebri parole di De Gregori: “Venezia sta sull'acqua, manda cattivo odore / La radio e i giornalisti dicono sempre: Venezia muore”.

Sulla panchina arriva Paolo Vanoli, che da giocatore ha vestito la maglia arancioneroverde per due anni, e che da allenatore ha avuto un percorso indecifrabile. Cresciuto tra i seminari della FIGC e gli allenamenti di Antonio Conte, di cui è stato collaboratore al Chelsea e all'Inter, ha firmato il suo primo contratto da capo allenatore con una squadra russa poche settimane prima che iniziasse l’invasione dell’Ucraina. Per mesi rimane in Russia ad allenare lo Spartak Mosca nonostante il pressing dell’ambasciata italiana, alla fine vince la Coppa nazionale e decide finalmente di andarsene. Da fuori è difficile capire: ha voluto portare a termine il suo incarico nonostante tutto? A Venezia la situazione è solo leggermente meno complicata: i playoff a cui teoricamente la squadra ambisce sono lontani nove punti, e in campo il Venezia non ha ancora una forma. Sembra impossibile cavare il ragno dal buco da questa rosa male assortita.

Vanoli tiene il 3-5-2, il modulo di chi sta provando a salvare il salvabile, ma inizia fin da subito a modellare quella che diventerà la sua squadra. Allontana dai titolari Cherishev, dando più peso al centro dell’attacco a Pohjanpalo; promuove Tessman in mezzo al campo dopo un inizio di stagione difficile; fa entrare nell'undici titolare Svoboda, nonostante qualche incomprensione iniziale. Nella seconda parte di stagione il Venezia comincia a ingranare, facendo i punti decisivi quando più gli servono, cioè tra aprile e maggio. Nelle ultime dieci partite infila una striscia di sei vittorie e due pareggi, risultati pesanti soprattutto contro le squadre che si giocano l’ultimo posto disponibile ai playoff: 0-1 all’Ascoli (con gol al 91'), 3-2 al Como, 3-2 al Palermo. Il primo maggio arriva la vittoria che consacra la stagione e fa fare l’ultimo salto alla squadra di Vanoli: 5-0 al Modena con poker di gol di Pohjanpalo, che si trasforma definitivamente nel “doge”.

Pohjanpalo segna in anticipo sul difensore mettendo la palla di piatto sul palo più lontano; appoggiando facilmente il pallone in rete; superando il portiere in uscita con uno scavetto, girandosi su se stesso con una leggerezza che non dovrebbe appartenergli; su rigore, sparando la palla al centro della porta. Sembra semplicemente un attaccante troppo grande per la Serie B, da tutti i punti di vista. A fine partita, a torso nudo dopo aver lanciato la maglietta ai tifosi, va nel piccolo chioschetto del Penzo per farsi dare una birra. La sua foto con il pallone sotto braccio e la pinta in mano diventa virale, si trasforma nel facile simbolo di un calcio che torna alle sue radici popolari. Chi se lo sarebbe immaginato, in una squadra i cui detrattori dicono esistere solo su Instagram?

Pohjanpalo, per di più, ha deciso di abitare al centro di Venezia, dove nemmeno i veneziani vogliono o possono vivere più. È una scelta controintuitiva: dal cuore di Venezia arrivare al centro d'allenamento non è facile, bisogna attraversare tutta la città a piedi. Non è l’unico in realtà, a optare per una scelta simile (a Venezia abitano anche Joronen, suo grande amico, e Gytkjær), ma lui è diverso, e non solo per la caratura tecnica. Pohjanpalo si fa le foto tra i canali, i tifosi lo scoprono seduto ai bar della città a bersi un’ombra de vin, a mangiarsi un cicchetto. È uno di noi, insomma, se anche io fossi un tifoso del Venezia, o per lo meno un figlio di questa città. L'emblema di un progetto tecnico nato sui fogli Excel di un dirigente statunitense troppo appassionato di statistica, che sembrava non avesse alcun radicamento con Venezia, e che pure, in maniera quasi magica, ha iniziato a funzionare. “Pohjanpalo dice di non essere mai stato a Venezia prima del suo passaggio in arancioneroverde, ma appena l’ha vista si è innamorato”, ha scritto qui su Ultimo Uomo Tommaso Guaita, che da tifoso ha provato disperatamente a incontrarlo.

Pohjanpalo segna 19 gol e 7 assist alla sua prima stagione in Serie B ma non basta per battere il Cagliari al primo turno dei playoff. La sua permanenza in laguna è uno dei segnali che lasciano ben sperare, in una situazione che comunque rimane difficile. Con l’inizio della nuova stagione si materializzano infatti le voci che volevano Duncan Niederauer in cerca di una via d’uscita. Lo dice esplicitamente al sito Off The Pitch: «Stiamo cercando investimenti esterni per una quota di maggioranza nel club. Il nostro obiettivo è raggiungere un accordo entro la fine dell’anno. L’obiettivo è avere il nuovo socio, chiunque esso sia, entro l’inizio del mercato di gennaio». Per convincere gli investitori mette sul piatto tutto: la popolarità del club tra i turisti stranieri, l’efficacia delle strategie di marketing, un brand «molto apprezzato nel mondo della moda». Tutto ciò che il cuore più duro della tifoseria mal sopporta. C’è aria di dismissione e la sessione estiva di calciomercato sembra confermarlo. Per i cartellini vengono spesi in tutto 250mila euro, l’acquisto più importante è Marin Sverko dal Groningen per cui viene speso la totalità di questo magrissimo budget. Per alcuni il Venezia sta ancora pagando quel maledetto mercato di gennaio del 2022, anche se a pesare nell'immediato sono soprattutto i problemi con la FIFA che le ha comminato ben due ban sul mercato per i mancati pagamenti relativi agli affari Henry con il Leuven e Cuisance con il Bayern Monaco.

In questa situazione un po' mesta, passa sotto traccia il lavoro del nuovo DS, Filippo Antonelli, arrivato poche settimane dopo Vanoli e che ha già portato il Monza dalla Serie D alla Serie A. Il nuovo dirigente è costretto ad agire per sottrazione, aiutando l’allenatore a definire il suo gruppo. Se ne vanno Haps, Crnigoj (già dal mercato invernale), e poi Aramu e il demone Cuisance, che suo malgrado ha caricato su di sé tutto ciò che non andava nel Venezia. A titolo gratuito, nel silenzio generale, arrivano anche giocatori che si riveleranno inaspettatamente importanti nel corso della stagione. Giorgio Altare dal Cagliari, l'indonesiano Jay Idzes dal campionato olandese, e soprattutto Christian Gytkjaer - Robin perfetto del Batman Pohjanpalo.

Già dalle prime giornate della nuova stagione si capisce che sarà un’annata diversa. All’esordio il Venezia batte per 3-0 il Como, che finirà la stagione al secondo posto in Serie B, poi una decina di giorni dopo si impone sulla Sampdoria di Pirlo, che è appena retrocessa dalla Serie A. Il 7 ottobre, esattamente undici mesi dopo l’arrivo di Paolo Vanoli, il Venezia batte con autorità il Parma che dominerà il campionato nel piccolo, grande Penzo, mentre gli alberi delle barche ancorate nella laguna esultano sullo sfondo. Due dei tre gol che comporranno il 3-2 portano la firma di Gianluca Busio e Tanner Tessman, due dei giocatori americani arrivati nell’estate del 2022 e di cui ancora non era chiaro il valore. Da mezzali nel 3-5-2 contiano di Vanoli sembrano giocatori nuovi, leader tecnici con una ricchezza di repertorio che non sembrava potergli appartenere, oltre a un atletismo che in Serie B fa la differenza.

Alla fine del girone d’andata il Venezia è secondo in classifica, sei punti dal Parma dominatore. Alle porte un’altra sessione di mercato difficile, in cui la società lagunare dovrà ancora pagare qualcosa degli errori fatti tra il 2021 e il 2022. Almeno è quello che pensano i tifosi quando vedono il Venezia cedere Denis Johnsen a una diretta concorrente, quella Cremonese che gli aveva appena inflitto una brutta sconfitta e che alla fine del girone d’andata è a soli tre punti di distanza. Johnsen è arrivato nell’estate del 2020, all’inizio della stagione della promozione con Paolo Zanetti, dalle giovanili dell’Ajax. È un talento leggero, elettrico, di quelli che sembrano promettere sempre di più di quello che dimostrano. Con la maglia del Venezia ha giocato 124 partite, segnando 14 gol. Con la sua cessione riappare il fantasma di Pasquale Mazzocchi.

Si vive la seconda parte di stagione come in Final Destination, con l’impressione che ogni minimo dettaglio stia annunciando lo scoppio di questa bolla in cui il Venezia continua a volare, nonostante tutto. E invece la squadra di Paolo Vanoli va avanti sicura nella sua stagione, che a un certo punto sembra addirittura portarla alla promozione diretta. Il Penzo rimane il teatro di alcune delle partite più belle di questa seconda parte di stagione. Il 5-3 rifilato di nuovo alla povera Sampdoria, con un’altra tripletta di Pohjanpalo; il 3-1 al Bari; soprattutto la vittoria di misura con la Cremonese, che poteva tranquillizzare o annunciare disgrazie in vista della finale playoff.

Ieri, dopo aver ottenuto la promozione, mentre si sentivano ancora i tifosi chiedergli di rimanere a Venezia cantando, hanno chiesto a Vanoli «quando ha iniziato a credere nel sogno», e lui stranamente ha citato le due sconfitte che probabilmente hanno condannato il Venezia alla tortura dei playoff, che se le cose fossero andate storte avrebbero gettato una luce molto diversa su questa stagione. Per tutta la stagione l’ombra del disimpegno da parte della proprietà americana ha gravato sulla squadra, dando a questa corsa verso la promozione un’aura da ora o mai più. E il mai più è sembrato concretizzarsi in due occasioni, che sono le due partite citate da Vanoli: a Catanzaro, dove il Venezia perdeva mentre il Como, con un gol di Cutrone al 90' contro il Cittadella, difatti si guadagnava la promozione in Serie A; e a La Spezia, dove il Venezia avrebbe potuto approfittare del pareggio del Como col Cosenza per sorpassarlo in classifica, e invece è andato incomprensibilmente in cortocircuito contro una squadra, lo Spezia appunto, che già vedeva il baratro della Serie C aprirsi sotto di sé.

«La gara con lo Spezia ero convinto di portarla a casa. Credevo che a Como qualcosa sarebbe potuto succedere, ma quel momento ci ha fatto capire che potevamo riuscirci comunque», ha detto Vanoli. Non so se di fronte allo spettro dei playoff il Venezia abbia acquisito una nuova sicurezza, come i condannati a morte che capiscono il senso dell’esistenza poco prima dell’ultimo momento, ma di certo è vero che li ha affrontati «in maniera stratosferica», come ha detto Vanoli. Siamo abituati alla natura randomica e folle dei playoff, solo un anno fa abbiamo visto il Cagliari salire in Serie A dopo una finale di ritorno con il Bari in cui è successo di tutto. Il Venezia, invece, ci è passato in mezzo con la placidità di una nave rompighiaccio, subendo un solo gol in quattro partite contro due delle migliori squadre di questa Serie B - squadre contro cui tra l’altro nel girone di andata il Venezia aveva perso.

Solo dopo il fischio finale abbiamo finalmente visto la panchina perdere il controllo, l’emotività invadere il campo da spalti sempre più pieni per gli usuali festeggiamenti. Fa impressione pensare che siano passati solo due anni da quando il Venezia è retrocesso, attorcigliandosi in una spirale depressiva che sembrava dovesse farlo sparire dai nostri occhi per un po’ di tempo. Nel calcio non si può davvero mai sapere, se si pensa alla serie di incastri e casualità imponderabili che ci hanno portato fino a questo punto. Eppure qualcuno che se l'aspettava c'era e la fortuna del Venezia è esserselo ritrovato in panchina. Arrivato in conferenza stampa subito dopo aver festeggiato in campo, Paolo Vanoli l'ha detto: «È da quando sono arrivato che penso a questo momento».

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