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→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
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(di)
Tommaso Giagni
Valdanito
26 Mar 2020
26 Mar 2020
Ritratto di Hernan Crespo.
(di)
Tommaso Giagni
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Nel ritorno degli ottavi di Copa Libertadores 1996, il River Plate ospita i peruviani dello Sporting Cristal. All'andata ha perso a sorpresa, ma quella sera si impone senza grosse difficoltà. Alla mezz'ora Hernán Crespo, vent'anni, sulle spalle il numero 11, si solleva e colpisce la palla in rovesciata. È un gol bellissimo, memorabile. Lui esulta ma continua a non capacitarsi – si porta le mani alla testa, la scuote incredulo.

 

Increduli sono tutti, per come pare inarrestabile questo giovane attaccante che sintetizza caratteristiche consuetamente slegate nei giocatori di punta: massiccio e insieme agile, potente ma svelto, fisico ma mobilissimo. Di una modernità a cui gli anni Novanta, il Novecento, non sono abituati.

 

Nell'immaginario sono pochi gli attaccanti degli ultimi anni che vengono collegati al gol con questa inesorabilità. Crespo

di lavorare tutta la settimana, e tutta la partita, per arrivare pronto al momento di segnare – alla «situazione determinante», così la chiamava. Spiegava pure che di occasioni non ce ne sono tante, perciò raggiungere l'obiettivo è straordinario, gratificante.

 

D'altronde, in un'altra occasione,

come il gol non fosse tutto, che vedere i tifosi felici lo facesse sentire meglio del gol. Non dev'essere casuale la difficoltà, in qualunque piazza sia stato, di trovare un tifoso che non lo ricordi con stima, o almeno con rispetto.

 

Nel 2012 a Rovinari, nel sud della Romania, diecimila abitanti e un'economia che ruota intorno a una centrale elettrica, Crespo

una fabbrica di videocamere di sorveglianza. Figurava come investitore, convinto dalla suocera – rumena ma in Italia da trent'anni. Lui ha tagliato il nastro, ha ricevuto le chiavi della città in dono. Sembra un bel contrappasso: un uomo che per lavoro doveva sfuggire al controllo, adesso, per lavoro, si occupava di dispositivi di controllo.

 







Il 29 ottobre 1986 il River Plate ospita i colombiani dell'América de Cali nel ritorno della finale di Copa Libertadores. Il gol del “Búfalo” Funes decide la gara. El Monumental impazzisce, nella folla c'è un ragazzino delle giovanili che si chiama Hernán Crespo e quella sera

a dar forma a un sogno: vincere la coppa più importante del Sudamerica da giocatore. Il 26 giugno 1996, dieci anni dopo, il River Plate ospita i colombiani dell'América de Cali nel ritorno della finale di Copa Libertadores. A decidere la gara è una doppietta di Hernán Crespo.

 

Ha studiato in un istituto privato cattolico del suo

, Florida, un sobborgo della classe media nei bordi settentrionali della megalopoli di Buenos Aires. Resterà credente, pur senza praticare, e quando incontrerà il papa, negli anni della Lazio,

il giorno più bello della sua vita – confidando di non essere tipo da emozionarsi spesso.

 

A pochi isolati da casa gioca il Platense, dove si forma e arriva in prima squadra un ragazzo che ha due anni meno di lui, figlio di argentini ma con un nome e un futuro decisamente francesi: David Trezeguet. Crespo non passa per il Platense. Il suo debutto in Primera, negli stessi mesi di Trezeguet, arriva con la maglia del River, la squadra più titolata del Paese, che l'ha accolto nel settore giovanile quando aveva

.

 

Ai

era arrivato in prima squadra senza passare per l'equivalente della nostra Primavera.

un collaboratore del tecnico Passarella a chiamare a casa per comunicargli che lo aspettavano in ritiro, ma aveva risposto la madre e aveva buttato giù il telefono ridendo – pensando a uno scherzo. L'uomo aveva richiamato. Crespo aveva diciott'anni e non sapeva come bisognasse vestirsi per andare in ritiro.

 

Tra il 1993 e il 1996 polverizza i tempi che intervallano un ordinario cursus honorum. Da promessa a talento, da talento a stella. Vince due campionati, a diciannove anni si laurea capocannoniere del torneo di Clausura. Al suo primo derby col Boca, segna: il River vince il Superclásico dopo quasi cinque anni, sugli spalti c'è suo padre – che è entrato alla Bombonera per la

. La doppietta in finale di Libertadores nel 1996 è una consacrazione. E sono anche gli ultimi due gol da calciatore del River, quindici anni dopo, e l'addio precoce ma definitivo al calcio argentino. Neanche

del presidente della Repubblica, Carlos Menem, tifosissimo dei

, riesce a bloccare la trattativa.

 

Negli anni in prima squadra guadagna abbastanza da permettere al padre, ammalato, di girare per i migliori ospedali del Paese. Per questo, Hernán Crespo

che secondo lui i soldi fanno la felicità. E articolando il concetto farà una sovrapposizione interessante: «I soldi, oppure il calcio, mi hanno dato indietro mio padre».

 



Crespo ed Enzo Francescoli brindano alla vittoria della Libertadores 1996.


 

In una puntata che “I signori del calcio” di Sky gli ha dedicato nel 2008, Crespo sceglie per autodefinirsi l'aggettivo «perseverante».

 

Dai nove ai sedici anni

panchina nelle giovanili del River. Passava parte della serata con gli amici, poi tornava a casa perché il giorno dopo aveva la partita, e gli amici gli chiedevano cosa gliene importasse – visto che avrebbe fatto panchina. Può essere significativa allora quella volta,

, di quando era appena arrivato in prima squadra e i compagni più grandi l'avevano fatto ubriacare, e Crespo inseguì il tecnico Ramón Díaz urlando: «Devi farmi giocare, figlio di puttana».

 

La prima vera delusione da professionista arriva al Sanford Stadium di Athens, durante le Olimpiadi statunitensi del 1996. Crespo aveva condotto alla finale un'Argentina fortissima, e quel pomeriggio è il più giovane tra i giovani talenti dell'Albiceleste (tra gli altri Zanetti e Almeyda, Claudio López e Ortega). La

viene sconfitta dall'inattesa, sbalorditiva Nigeria di Kanu, Babayaro e Okocha.

 

La seconda delusione, due anni dopo: un infortunio in campionato contro il Lecce che gli impedisce d'arrivare bene alla Coppa del Mondo 1998.

il titolare del CT, Passarella, l'uomo che l'ha lanciato al River e che ha guidato la selezione giovanile alle Olimpiadi '96. Dovrà accontentarsi di 52 minuti in campo, e di una brutta

: «Mi ero preparato per quattro anni, e mi sentivo un estraneo pur stando lì».

 

Si rifarà poi con altri due Mondiali, benché siano una

nel girone, dopo un dominio nella fase di qualificazione (2002) e una bruciante uscita ai calci di rigore nei quarti (2006). In totale, con la nazionale maggiore realizzerà 35 reti in 64 presenze – quarto marcatore nella storia dell'Albiceleste.

 

C'è una zona d'ombra nella sua carriera. Un'irresolutezza. Forse è per questo che non lo si considera fino in fondo al livello dei migliori, pur essendo un fuoriclasse e pur avendo vinto molto. «Provo a fare tutto il possibile per essere considerato il migliore al mondo»

nell'estate 2001. E certo, è stato un idolo, in Argentina la gente

il numero civico di casa come souvenir. Eppure non ha brillato quanto altri attaccanti con cui ha diviso lo spogliatoio – da Shevchenko a Batistuta, da Vieri a Drogba a Ibrahimović. Proprio con Ibra

per la beffa di trovarsi a giocare nel tempo di Messi e Cristiano Ronaldo: «È quasi un'ingiustizia dover competere con due extraterrestri...» disse Crespo.

 

Spesso il suo colore è stato l'argento. Quello delle Olimpiadi 1996, della Copa América 2007, della Scarpa che lo premiò ai Mondiali 2006 come secondo marcatore del torneo. Quando chiuse da capocannoniere della Serie A 2000/01, poi, giocava nella Lazio e il campionato lo vinse la Roma. A lungo in Italia lo Scudetto, lui, l'ha solo sfiorato: stava per compiere trentadue anni quando finalmente ci riuscì, con l'Inter di Mancini. E poi quella notte di maggio nel 2005 a Istanbul, ovviamente: nove anni dopo la finale di Libertadores da protagonista, una finale di Champions League. E una doppietta, inutile.

 

In Nazionale si è trovato a competere con Batistuta, ha dovuto più volte sedersi in panchina. Quando domandano a Crespo come si faccia a tenersi pronti per subentrare, a livello psicologico, lui

: «Non dimentichiamo il bambino che abbiamo dentro di noi. Da bambino sognavo di giocare in Nazionale, è difficile dimenticare quel sogno». E poi c'è il soprannome, così prezioso

: il suo,

, piccolo Valdano, non è che la riduzione di un'altra individualità.

 

Nell'ultimo tratto della carriera da calciatore,

la sua filosofia: «Do tutto per arrivare al massimo. Non sempre ci si arriva. Però ho la tranquillità di aver dato tutto, questo sì». Si direbbe una saggezza che porta i segni delle delusioni, e del loro superamento.

 




 

Un bambino argentino di sette anni

a guardare alla TV Paolo Rossi e gli azzurri che vincono il Mondiale 1982. Ha radici nell'infanzia di Crespo il rapporto con l'Italia, questa affinità elettiva che

parlare di «seconda patria».

obiettivo da sogno. E se il suo sogno era giocare nel River, i club italiani

addirittura un'utopia. La cittadinanza l'avrebbe presa nell'estate 2006, di ritorno dal primo segmento dell'unica esperienza fuori dall'Italia e dall'Argentina – nel Chelsea. Quando i

, dopo il secondo segmento, gli proporranno il rinnovo del contratto con l'idea di finire la carriera lì, lui

di no: «La vita non è solo pallone. Io ho bisogno del mio posto».

 

Arriva a Parma nell'estate 1996 e gli dànno la casa

abitava Hristo Stoichkov, ancora coi suoi mobili. Durante un'intervista a “La Nación”, Crespo

di fotografare il letto non rifatto, in modo che la madre si rassicuri che dorme effettivamente in casa. Gianfranco Zola

una grigliata di carne per farlo sentire a casa, ma Crespo è un ragazzo lontano da tutto quello in cui è cresciuto. E la separazione ha lasciato un'impronta.

lui stesso, oggi: «Non mi piacciono gli addii. Quando vado via dalle feste, lo faccio con discrezione, salutando da lontano. Gli addii sono difficili per me. È come se mi fosse rimasto dentro qualcosa che ha sofferto il ragazzo venuto in Europa, da solo, a ventun anni».

 

Fatica ad ambientarsi, nel Parma e nel calcio italiano. Ma l'allenatore, Carlo Ancelotti, insiste: lo schiera ogni domenica, anche se lui non segna (da agosto a febbraio, un solo gol). E dalla coda di quella stagione si sblocca.

 

Con l'arrivo di Malesani, poi, l'esplosione. Tutti gli allenatori nelle interviste gli riconoscono, insieme alla serietà e alla determinazione, una grande disponibilità. Crespo

che in quel periodo gli bastava mettere la testa sul cuscino per addormentarsi, talmente era consapevole di aver dato il massimo. Per il Parma, si mette in porta in Coppa Italia, finiti i cambi, nei quarti del 1998/99. E vince quella coppa, segnando in entrambe le finali, e la settimana seguente vince la coppa UEFA, ancora segnando.

di Thuram e Verón, di Chiesa e Buffon, di Cannavaro e Boghossian.

 

Il ragazzo che si emoziona di rado, una volta sola piange per un gol. È la sua ultima stagione a Parma, nella tribuna del Tardini ci sono i suoi genitori. I ducali sono ridotti in nove e stanno perdendo con la Juventus che pare destinata a vincere lo scudetto 1999/2000. Si gioca oltre il novantesimo, Crespo si avventa su una palla in profondità, dribbla Ferrara, infila sul palo opposto tirando in un angolo strettissimo. È solo un pareggio, solo un punto, eppure – dopo la corsa sfrenata per esultare – crolla dalla commozione.

 





 

Ci sono giocatori che dopo un gol restano freddi. Aprono le braccia in un gesto che inibisce qualunque sorpresa, come se meravigliarsi di quelle capacità fosse offensivo. Oppure fanno un'esultanza che li rappresenta, sempre la stessa, guadagnando in iconicità ma perdendo nel carattere spontaneo della gioia.

 

Crespo appartiene all'altro tipo di giocatori. Ne è un rappresentante esemplare, anzi. Perché è naturale, febbrile, fuori controllo. C'è una sensualità, nelle sue esultanze gioiose e brutali – in quella combinazione di riso e violenza. Dopo ogni gol si direbbe costretto a liberarsi di una sorta di carica elettrica: con un salto verso l'alto, o con le braccia che strattonano l'aria e non riescono a star ferme.

 

Quando gioca alla Lazio, segna un gol straordinario alla Fiorentina: arriva in corsa su una ribattuta del portiere e si coordina svelto, con una mezza rovesciata impatta il pallone di sinistro e gonfia la rete. Dopo, non mantiene l'equilibrio: cade e rotola su sé stesso, pare dover scaricare a terra la potenza accumulata per compiere quel gesto.

 

Alla Lazio ci era arrivato nell'ambito del trasferimento più costoso del calcio mondiale fino a quel momento: si parla complessivamente di 110 miliardi di lire. A 25 anni, arrivava nella squadra campione d'Italia, in una metropoli, e

era un po' come tornare al River. Come

, la difficoltà era trovarsi col suo carattere tranquillo in un ambiente di grande intensità, pressione, attesa. Avrebbe vinto la classifica cannonieri. Avrebbe conosciuto Alessia, la donna italo-romena che sarebbe diventata sua moglie.

l'incontro, convinto d'aver messo radici, d'improvviso viene acquistato dall'Inter e deve lasciare Roma.

 

La coppia avrebbe retto a quel colpo di scena, poi avrebbe avuto tre figlie, sarebbe rimasta unita per oltre quindici anni – lo scorso dicembre Crespo

la separazione.

 





 

Il suo pragmatismo lo invitava a essere bello solo quando strettamente necessario, efficace sempre. Lui

che il tempo gli ha insegnato il cinismo, insieme a guadagnargli esperienza.

 

Centravanti da battaglia, forte e tignoso, ma di una correttezza esemplare. Non è un caso che non abbia mai ricevuto un cartellino rosso nella sua carriera. La maturità, i suoi genitori gliel'hanno

fin dall'infanzia. Un bambino responsabile, tifoso del San Lorenzo, appassionato di calcio,

a quattro anni d'alzarsi di notte e svegliare il padre per guardare insieme il FIFA World Youth Championship che si disputava in Giappone. A vincere il torneo fu l'Argentina di Maradona e di quel Ramón Díaz che quindici anni dopo – nella prima squadra del River – Crespo avrebbe inseguito da ubriaco.

 

«Non potevo essere Maradona»

una volta. Il genio, come

il padre inginocchiandosi dopo il secondo gol all'Inghilterra nel 1986 – lui, uomo misuratissimo, sobrio. Non poteva essere Maradona: così, da ragazzino, Hernán Crespo si è innamorato di Gary Lineker, uno che «amava l'area di rigore».

 

Per

il suo ritorno in Italia, al Milan di Carlo Ancelotti, dopo un anno di flessione al Chelsea, Crespo offre due chiavi. La prima è che alle grandi squadre non si può dire di no. Lo dicesse in inglese, userebbe il verbo

. Di nuovo arriva in una squadra che si è appena laureata campione d'Italia.

 

La seconda chiave è più affascinante e riguarda la sua idea di allenatore, in tempi non sospetti da che quello diventasse il suo mestiere: «Quando uno è in difficoltà, la prima cosa che fa è andare dai suoi genitori, no? E il mio genitore, come allenatore, è Ancelotti».

 

All'arrivo, chi si occupa della preparazione

che dal 15 novembre volerà. Non prima. Crespo non ci crede. Ma in effetti le sue prestazioni nei primi mesi saranno mediocri, non trova neanche un gol. Nelle tre gare che seguono quella data promessa, realizza 4 reti. E arriverà a 18 complessive, di lì a maggio.

 

Al Milan rimane una sola stagione, ma lui è pieno di gratitudine quando ne parla. Lo ha rimesso in sesto, gli ha dato una nuova carriera,

. Nonostante ci sia stata di mezzo la finale di Istanbul. Alla quale dà una lettura a posteriori che dice molto della sua psicologia, e di quel senso d'ombra che lo accompagna: «Era troppo bello per essere vero. Era il sogno, era il massimo che potevo avere».

 



Al cospetto della medaglia per la vittoria della Premier 2005/06, il suo primo titolo nazionale in Europa.


 

Il ritorno all'Inter è una soddisfazione: a richiamarlo sono gli stessi dirigenti

gli avevano detto di andar via. Ne parlerà come di una scelta umana, da parte sua, prima che professionale. Viene da una stagione più che positiva, il Chelsea bis, con Mourinho e la conquista della Premier 2005/06 – il suo primo campionato vinto in Europa. Anche la seconda esperienza all'Inter è un'esperienza migliore della prima. Di parecchio. Non solo vince lo Scudetto, ma ci riesce da miglior marcatore della rosa.

 

Poi inizia il tramonto. All'Inter viene accantonato già nella stagione successiva, e nella terza (2008/09) avrà a disposizione la miseria di 611 minuti. A marzo segna contro la Roma, Crespo nell'intervista che segue si commuove, dedica il gol alle figlie, di quel gol

: «È frutto dello sforzo di mantenermi sempre vivo».

 

Un passaggio al Genoa, per sei mesi, e il romantico ritorno a Parma, quasi dieci anni dopo. Durante la conferenza stampa di presentazione, con la sciarpa al collo, la voce gli si rompe dall'emozione. Farà una stagione e mezza di buon calcio, poi sei mesi per tirare il sipario e rescindere. Lascerà i ducali con 201 presenze totali e 94 reti.

 

firmare col River, a quel punto, un altro ritorno romantico, ma non se la sente di correre il rischio d'offuscare il ricordo («Non ho avuto le palle per accettare» dirà). Sembra poi destinato a qualche mese in India, nel Bengala Occidentale, con i Barasat Euro Musketeers, ma non se ne fa più niente. A trentasette anni Hernán Crespo si ritira.

 

E appena smette col calcio giocato, diventa allenatore. A Coverciano, in

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