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Dario Saltari
La tripletta che presentò Shevchenko al mondo
20 Oct 2021
20 Oct 2021
Ricordo del momento di rivelazione di Sheva.
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Dario Saltari
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Cosa cerchiamo quando rivediamo delle vecchie partite? Scusate la domanda retorica da monologo di American Beauty, giuro che non è un modo per mistificare il fatto che questo sarà uno di quei pezzi pensati per stuzzicare la vostra nostalgia. Purtroppo o per fortuna questo è proprio uno di quei pezzi: stasera c’è Barcellona-Dinamo Kiev, ieri il Milan ha giocato in Champions League e quindi eccovi la famosa tripletta di Shevchenko al Camp Nou. Sì, quella tripletta. Quella che ha segnato quando aveva ancora 21 anni. E che è rimasta nella storia come l’incipit della sua carriera nel calcio ad alti livelli. O anche perché è rimasta a lungo come appena la seconda ad essere segnata da un avversario al Camp Nou dopo quella di qualche settimana prima di Faustino Asprilla con la maglia del Newcastle (solo anni dopo Kylian Mbappé con il PSG riuscirà ad infilarsi in questo piccolo pantheon). Magari ve la ricordavate solo vagamente, l’avevate letto in un tweet una volta, forse l’avevate vista nelle stories di Sheva su Instagram. Il titolo ti avrà evocato le notti europee, i gol al Derby con la maglia del Milan, il rigore a Buffon in finale di Champions. Lo sapevate che Shevchenko ne aveva segnato uno quasi identico in questa partita? Non potevate far altro che cliccare.


 

Dal mio punto di vista, però, questo tipo di pezzi (ne avevo scritto un altro qualche tempo fa sulla tripletta che Bale segnò all’Inter) sono l’occasione per vedermi partite che per forza di cose non ho potuto vivere in prima persona. E per chiedermi, per l’appunto: cosa cerchiamo quando rivediamo queste vecchie partite? A volte penso che sia solo un modo per rendersi conto di quanto siano cambiate o rimaste uguali le cose a 24 anni di distanza. Il calcio è ossessionato dal tema del ritorno e dalla ricerca delle ricorrenze, come se avessimo continuamente bisogno di un pretesto per tornare indietro nel tempo. Eppure quando lo si fa davvero - si fa per dire: stiamo pur sempre parlando di rivedersi vecchie immagini di repertorio - è molto più facile che si finisca in un mondo alieno.


 

Per esempio: perché negli anni ’90 il verde dell’erba era così radioattivo? Quella del Camp Nou è talmente acido da sembrare accecante - da lontano sembra riflettersi sulle maglie bianchissime della Dinamo Kiev, ovviamente troppo larghe per qualsiasi corpo come ogni maglia anni ’90 che si rispetti. Forse è proprio la maglia larga della squadra ucraina che mi fa intravedere in Shevchenko ancora qualcosa di adolescenziale. Le braccia e la gambe troppo lunghe per il busto, i capelli ancora corti in maniera militare, la faccia magra senza essere scavata. Infilato dentro quella che pare una tunica sembra pronto per rappresentare una qualche tragedia tra le rovine di un teatro greco. E se non fosse per il brusio costante che faceva da sottofondo alle partite a quel tempo, come se un'ape gigante avesse iniziato a stazionare sopra allo stadio, il Camp Nou potrebbe davvero esserlo, un vecchio teatro in rovina.


 

Ma l’apparenza, come si dice, inganna: anche se questa tripletta viene spesso venduta come il momento con cui Shevchenko si presentò al mondo in realtà le cose non stavano esattamente così. Shevchenko aveva esordito nella Dinamo a 18 anni ed era già abbastanza noto come l’astro nascente della squadra ucraina. Tanto più al Barcellona, che già all’andata, a Kiev, aveva perso 3-0, anche se senza gol del numero 10 avversario (fa strano pensare a Shevchenko con il numero 10, non è vero?). Diciamo che più che altro questa fu la tripletta che convinse i grandi club europei a fare di tutto per comprarlo. È noto che per questa partita sugli spalti c’era anche uno dei collaboratori di Fabio Capello, Italo Galbiati, che dopo il triplice fischio scrisse una lettera da inviare a Milano che si chiudeva con la frase inequivocabile e maiuscola: È DA MILAN. Ma più che questa piccola profezia la cosa più sorprendente mi sembra che fosse lì proprio per lui e non per uno dei molti giocatori del Barcellona, che rimaneva una squadra di tutto rispetto nonostante il momento non felicissimo.


 

Dopo la tormentata esperienza con Bobby Robson, il club blaugrana aveva tentato uno dei tanti ritorni di questa storia. In questo caso, quello di un allenatore olandese sulla sua panchina ad appena un anno dalla fine dell’era Cruyff. E non un allenatore olandese qualunque, sia chiaro, ma quello che ne doveva raccogliere l’eredità, e cioè Louis Van Gaal. Per lui era la prima esperienza fuori dall’Olanda dopo il lungo periodo all’Ajax. Aveva 46 anni e con la faccia distesa e priva di rughe aveva ancora un’espressione rassicurante: sarebbe stata una faccia perfetta su un manifesto di propaganda di un qualche regime sovietico mentre guardava il sol dell’avvenire sorgere un campo di grano o sulla marcia di un manipolo di operai. E questo nonostante in quel momento se la stesse passando tutt’altro che bene. Il Barcellona aveva perso malamente la Supercoppa di Spagna con il Real Madrid (4-1) e in Champions League era ancora fermo a un punto dopo aver perso anche con il Newcastle (vi ricordate la tripletta di Asprilla?) e aver pareggiato in casa con il PSV. Dopo quella terribile sconfitta con la Dinamo Kiev, i blaugrana persero tre delle successive quattro partite in campionato (contro Valladolid, Athletic Bilbao e Oviedo).


 


 

Lo sguardo tetro e gli occhi vitrei che oggi associamo a van Gaal in quel momento appartenevano a Valeri Lobanovski. Ex commissario tecnico della defunta Unione Sovietica, “il colonnello” era al suo terzo e ultimo ritorno alla Dinamo Kiev, che allenerà fino alla sua morte, avvenuta nel 2002 per un’emorragia cerebrale mentre era in panchina per una partita di campionato. Cinque anni prima, comunque, sembrava già la statua di marmo di se stesso o di un antico generale romano che scruta severo il campo di battaglia da una collina. O meglio: sembrava già un uomo intrappolato dentro la statua di se stesso, con la possibilità di muovere solo gli occhi.


 


 

Nonostante la sua espressione sembrasse estranea alla partita che si svolgeva davanti ai suoi occhi, la sua Dinamo Kiev aveva già molti tratti di una modernità impressionante. Non solo per il blocco medio-basso con cui si difendeva, e il pressing con cui cercava di indirizzare il possesso avversario al centro schermando determinate linee di passaggio, ma anche per l’incredibile densità in zona palla che faceva, c’è da dire soprattutto in fase di non possesso. Angels Piñol su El Paìs il giorno dopo la partita scrisse: «Il Barça è stato un labirinto» - un’immagine che descrive alla perfezione l’ostinazione, quasi l’ossessione, con cui la squadra di van Gaal cercava di passare per vie centrali finendo per ritrovarsi spaesata tra i muri altissimi dei centrocampisti e dei difensori ucraini, che uscivano in maniera super aggressiva per impedire le ricezioni tra le linee. In mezzo a questi biondi minotauri, Rivaldo, Figo e Giovanni sembravano fuori luogo, intenti in un altro sport sport rispetto al tridente ucraino, composto da Rebrov, Kosovskiy e ovviamente Shevchenko. I tre si scambiavano sempre di posizione tra di loro e soprattutto erano invitati a lanciarsi da soli in verticale contro la linea altissima del Barça, che sembrava disposta apposta per mettere in imbarazzo i propri difensori. La squadra di van Gaal costruiva con una difesa a tre larghissima e composta di fatto da un unico difensore (Fernando Couto) e da due terzini (Reizeger e Sergi), che costringeva il centrale portoghese a difendere tutto il campo in orizzontale (ed era stato anche ammonito dopo pochi secondi).


 

Era il contesto perfetto per l’epifania Shevchenko, a cui assisteranno oltre al pubblico - non numerosissimo per la verità - anche alcuni spettatori d’eccezione. Sugli spalti, infortunato, spunta chiuso in una giacca di pelle marrone Pep Guardiola, ancora nella sua versione Arsenio Lupin non del tutto calva. In panchina, in una delle sue prime apparizioni al Camp Nou, c’è invece un diciannovenne Carles Puyol, con i riccioli al massimo della tensione elastica e in bocca una gomma da masticare che ciancica senza pudore. Lontanissimi da entrambi, in piccionaia, i più post-sovietici dei tifosi della Dinamo, tra jeans a vita alta e giacche di pelle - sembrano emozionati come se stessero seguendo una piccola Nazionale al suo primo Mondiale della storia. La loro presenza è la cosa più anni ’90 di tutta la partita insieme alle magliette delle due squadre e alla surreale pubblicità del Big Mac sui cartelloni pubblicitari a bordo campo - primo ariete occidentale a sfondare oltre la cortina di ferro.


 


 

La cosa più ironica, però, è che la tripletta di Shevchenko non sarà la cosa più impressionante che vedranno tutti questi spettatori, paganti o meno. I suoi gol avranno infatti tutti qualcosa che non torna al loro interno, proprio come succede in quelle serate in cui per una squadra tutto sembra imboccare il verso giusto (o sbagliato, dipende da che punto di vista lo si guarda) - poco più che tre segni di punteggiatura tra i paragrafi della sua partita, che farà uscire pazzi almeno due dei tre difensori del Barcellona (incredibilmente il più efficiente nel controllarlo sarà Reizeger, che lo costringerà a spostarsi dopo i primi minuti sul centro-destra).


 

Il primo gol arriverà già al nono minuto, segnando l’ingresso in scena del grande attore non protagonista di questa rappresentazione, Vitor Bahia. Su una punizione battuta appena fuori dall’area di rigore, nella parte destra della trequarti, il portiere portoghese uscirà fino al limite dell’area piccola come se Shevchenko, che aveva tagliato sul primo palo senza essere seguito da nessuno, non fosse mai esistito. Il numero 10 ucraino potrà saltare indisturbato a pochi passi dalla porta vuota, dove metterà il pallone con coordinazione perfetta, colpendolo di fronte piena. Shevchenko esulta nel modo in cui conosceremo negli anni successivi, correndo verso un punto imprecisato, facendo mulinare le braccia intorno a sé. Se non fosse per la maglia da gioco potrebbe essere benissimo un invasore di campo, e in un certo senso lo è. Nonostante il risultato dell’andata, dentro al Camp Nou sembra che in pochi si potessero aspettare che questo ragazzino cresciuto nei sobborghi di Kiev potesse arrivare fino a qui a devastare il salotto di casa. I tifosi del Barça me li immagino tutti con la faccia di Vitor Bahia, che con lo sguardo assente pare stia assistendo alla sua vita da fuori. Il portiere portoghese forse non ha ancora preso coscienza che sta per vivere una delle serate più assurde della sua carriera.


 

Poco più di 20 minuti dopo, Gousin scende sulla fascia destra e alza un campanile in mezzo all’area, dove tra l’altro Shevchenko è in ritardo. Sembra la più facile delle palle per il portiere e infatti Vitor Bahia ci va con tutta la tranquillità del mondo alzando le braccia. Il 10 ucraino però non si dà per vinto e salta lo stesso, dandosi una forza tale sulle gambe che con la testa arriva qualche centimetro più in alto delle dita del suo avversario. È uno strano remake della Mano de Dios, ma fatto con la testa, senza infrangere regole: non può esserci malizia o affronto al potere per questo figlio dell’apparato militare comunista. È la seconda volta che Vitor Bahia esce dai pali per fare qualcosa che avrà fatto centinaia di volte in vita sua senza nemmeno pensarci e prima che la palla gli arrivi tra le mani succede qualcosa che non riesce a spiegarsi. Questa volta anche Shevchenko sembra incredulo - forse pensa: è fallo? Per fargli togliere quell’espressione imbambolata un compagno deve prendergli la testa tra le mani e urlargli qualcosa a pochi centimetri dalla faccia. Nella mia testa gli dice: guarda che stai scrivendo la storia, tra 24 anni ancora scriveranno di questo gol.


 


 

 

 

Credo che la presa di coscienza definitiva di quello che sta realmente accadendo arrivi solo alla fine del primo tempo. Il Barcellona aveva perso l’ennesima palla tentata di far passare per la cruna dell’ago della densità centrale avversaria e la Dinamo ci aveva messo poco ad innescare Shevchenko sulla fascia destra. Il numero 10 ucraino conduce palla con l’interno destro, arriva al limite dell’area e finta una prima volta di andare lungo linea, facendo inchinare Fernando Couto. Invece di andare sulla destra, però, rientra sul sinistro, dove si ritrova di fronte il raddoppio di Sergi. Shevchenko allora sterza di nuovo verso l’interno, vince fortunosamente il rimpallo con l’avversario e sembra andare diretto verso l’area piccola ma prima che riesca a farlo viene toccato da dietro da Sergi e poi atterrato definitivamente in scivolata da Fernando Couto, che voleva essere sicuro che non si rialzasse immediatamente da terra. È inevitabilmente calcio di rigore.


 

Prima ancora di rialzarsi, Shevchenko si indica il petto ripetutamente per ottenere la sua battuta. E allora va in scena un altro remake, quello del decisivo rigore della finale di Champions League del 2003 contro la Juventus. La rincorsa è perfettamente in diagonale rispetto al pallone e soprattutto lunghissima - talmente lunga che, in attesa che l’arbitro fischi, Shevchenko finisce a pochi centimetri da Giovanni. Il numero 10 del Barcellona sembra aver abbandonato le armi sportive e aver abbracciato quelle mistico-esoteriche per fermare il suo avversario. In attesa che l’arbitro fischi prima lo guarda intensamente, poi gli dice qualcosa sottovoce, forse una maledizione. Infine, poco prima che parta per la rincorsa, gli tiene leggermente la maglia tra indice e pollice, come se volesse fermare il corso della storia con il minimo sforzo. Ma non c’è niente da fare: la rincorsa di Shevchenko è dritta e inesorabile come il futuro. Vitor Bahia, ovviamente, si butta dal lato opposto a dove andrà la palla.


 


 

Il primo tempo si chiude sullo 0-3 e se ciò non bastasse il risultato è solo una piccola parte del dominio tecnico e atletico messo in mostra da Shevchenko. Per tutti i primi 45 minuti il numero 10 ucraino aveva messo in mostra una capacità unica di abbinare movimenti senza palla a una serie infinita di numeri nello stretto, tutti però interrotti sul più bello come se la realtà volesse tenersi il meglio per gli anni successivi. Intorno al 15', per esempio, Shevchenko aveva puntato da solo l’intera linea difensiva blaugrana conducendo il pallone con l’esterno nel modo in cui impareremo a conoscere al Milan. Rivaldo, disperato, prova a rimanere aggrappato a quel treno, tenta addirittura una scivolata da dietro che però lo fa sbalzare via dalla corsa sui binari. L’arbitro, incomprensibilmente, fischia fallo per il Barcellona. Una decina di minuti dopo è Sergi a fare la figura dell’inadatto. Shevchenko viene lanciato di nuovo sulla fascia destra con una palla un po’ lunga. Il numero 10 la tiene in campo con uno scatto prodigioso, poi come un equilibrista la tiene per un attimo sulla linea del fallo laterale per attirare l’intervento di Sergi, che quando affonda il tackle si vede superare dalla palla alla sua sinistra e dall’avversario alla sua destra. Solo un intervento disperato di Couto fermerà la corsa di Shevchenko in calcio d’angolo.


 

Intorno al 30', poi, il capolavoro. Shevchenko sul centrodestra si appropria di una palla persa poco prima da Giovanni, che prova a recuperare solo per ritrovarsi alle spalle del suo avversario. Sheva aveva toccato il pallone con l’interno destro un attimo prima che arrivasse il suo piede allungandoselo abbastanza per invitare anche Sergi ad uscire dalla linea per tentare di recuperare il possesso. Niente da fare: Shevchenko salta anche lui, con appena un po’ di fatica, e si appresta a puntare Fernando Couto. Poco prima di parargli davanti, però, la palla ha uno strano rimbalzo in verticale che sembra mandarlo definitivamente fuori giri. Proprio mentre il commentatore di TVE in estasi mistica si lascia andare a un liberatorio Que bien Shevchenko, quest’ultimo sfrutta il rimbalzo sbilenco della palla per passargli sopra con la gamba in doppio passo, facendo inchinare un’altra volta Fernando Couto - suddito inconsapevole del re dell'est. Shevchenko ha attraversato tutta la trequarti da destra a sinistra, saltando tra gli avversari come ostacoli su una pista. Ne rimangono solo due davanti: il primo lo sposta fintando di portarsi la palla in area con l’esterno destro, il secondo lo evita rientrando con la punta del sinistro. Non c’è modo per fermarlo.


 


 

 

Di fronte a questo spettacolo, più che di fronte al risultato, il secondo tempo si trasforma in poco più di una formalità burocratica, tanto più che due minuti dopo la ripresa del gioco Sergi ha la grande idea di farsi espellere. Non rimane molto da vedere, e sugli spalti già si vede qualcuno che si avvia all’uscita. Un clamoroso incrocio dei pali di Amor, l’entrata in campo di Miguel Angel Nadal, zio di Rafa. Anche Shevchenko sonnecchia, si sposta definitivamente prima punta, senza nemmeno impegnarsi troppo, mentre la squadra fa poca fatica a difendersi. Solo sul finale di partita concede il bis, nonostante nessuno dal pubblico lo stesse chiedendo (o chissà, magari i pochi che erano rimasti non aspettavano altro).


 

Al 79' gli arriva una palla strana, alta e lenta appena dentro il cerchio di centrocampo mentre la difesa del Barcellona, nonostante l’uomo in meno, è ancora larghissima e lascia di fatto da solo Couto a fermare quell’ira di Dio. Letta in un istante la situazione, Shevchenko ha un’idea geniale: invece di mettersi spalle alla porta e stoppare la palla con il petto, decide di scoprirla, girandosi su un lato facendo perno sulla gamba sinistra. A Couto sarà sembrato il più semplice degli interventi e infatti scatta in avanti per intervenire, ma nel momento in cui la palla tocca terra Shevchenko scopre il trucco: tutto quel movimento apparentemente senza senso non serviva a controllare la palla, ma a lanciarsela di controbalzo in profondità. Nel momento in cui Couto se ne accorge, Shevchenko sta già correndo in maniera selvaggia verso Vitor Bahia, in un modo che assomiglia vagamente a quello che fece Pato su quello stesso campo qualche anno dopo e che fa perfettamente giustizia a quello che scrisse Italo Galbiati in quella lettera di avvertimento: “sa chiamare la profondità come pochi giocatori”. La palla è solo leggermente troppo lunga, e per Vitor Bahia è fin troppo facile uscire per anticipare il suo avversario. Il portiere portoghese, per non fare troppi danni, la lascia a Ferrer che però, girandosi dentro al campo, non si accorge di avere Rebrov alle sue spalle. Il numero 11 della Dinamo a quel punto ha la palla sul destro da calciare nella porta vuota. Vitor Bahia, da fuori area, non può far altro che guardarla entrare beffardamente in porta facendo per la quarta volta su quattro la figura dello scemo.


 


 

 

Si compie in questo modo quella che è ancora oggi la più pesante sconfitta europea al Camp Nou della storia del Barcellona. Il gol di Rebrov è l’innesco definitivo allo svuotamento del teatro blaugrana. Sugli spalti iniziano ad apparire dei fazzoletti bianchi che si agitano come meduse, a volte partono addirittura degli applausi sarcastici alle giocate degli avversari. Al fischio finale i giocatori di Lobanovski sono incredibilmente increduli, nonostante tra andata e ritorno abbiano inflitto sette pugnalate ai propri avversari senza subirne nemmeno una. Si abbracciano come vecchi amici sopravvissuti a una sventura. Poi quando l’eccitazione si calma e sembra arrivato il momento di tornare negli spogliatoi qualcuno si ricorda di quella sparuta presenza di tifosi ucraini in cima al Camp Nou. La Dinamo Kiev allora si raccoglie, va sotto a quello spicchio di stadio e fa qualcosa che la fa assomigliare davvero a una compagnia teatrale dopo uno spettacolo andato particolarmente bene. Si mette in fila orizzontale mano nella mano e si inchina tutta insieme verso i suoi tifosi, concludendo l’arco con le braccia alzate. Poi, però, fa una cosa strana, che forse oggi sarebbe vista come un affronto. La Dinamo Kiev si gira verso il campo, come a rivolgersi al resto dello stadio, e ripete il gesto altre tre volte. Nel Camp Nou, o comunque nel poco che ne è rimasto, stranamente però c’è un aria di festa, e ad ogni inchino partono olé e applausi. Non so se erano i tifosi ucraini ad aver ormai preso il controllo dell’atmosfera, ma non mi sembrerebbe nemmeno così strano se anche i tifosi del Barcellona stessero applaudendo la squadra di Lobanovski.


 

D’altra parte, non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta che un pubblico omaggiasse la prestazione leggendaria di un avversario nonostante il risultato, come se fosse un onore essere stati sconfitti da un giocatore come Shevchenko. Tra le tante cose che possono cambiare in un quarto di secolo, questa sì è una delle poche che accomuna tutte le epoche. E che accompagna come un animale guida la classe eterna di alcuni calciatori.


 

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