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Dario Saltari
Un'Olanda diversa
10 Jul 2024
10 Jul 2024
La Nazionale di Koeman torna a giocarsi una semifinale di un Europeo a vent'anni dall'ultima volta.
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Dario Saltari
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IMAGO / Matthias Koch
(foto) IMAGO / Matthias Koch
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Nei primi giorni del ritiro, l’Olanda ha dovuto subito rinunciare a uno dei suoi giocatori migliori. Frenkie de Jong si era infortunato alla caviglia all’inizio di marzo, ma il Barcellona aveva deciso di forzare il suo recupero in vista del Clasico del 21 aprile (che comunque ha perso per 3-2 e in cui de Jong ha giocato solo i primi 45 minuti) compromettendo definitivamente il suo recupero in vista degli Europei. Ronald Koeman -che è stato un ex giocatore ed allenatore del Barcellona, e che è uno dei capostipiti del rapporto decennale che lega la Catalogna all’Olanda - ci puntava così tanto che aveva deciso di convocarlo comunque per provarle tutte. Quando è stato costretto ad arrendersi, non l’ha presa bene: «De Jong ha dei precedenti con questo infortunio e il suo club con lui ha corso un rischio. Questo ci lascia in una brutta situazione».

Per Koeman l’assenza di de Jong era un bel cruccio. Quando aveva preso in mano la Nazionale il primo gennaio del 2023, ereditandola da Louis van Gaal, l’ex allenatore del Barcellona aveva dichiarato di voler tornare a un «sistema» basato sul gioco di posizione, dopo un Mondiale in cui, nonostante i buoni risultati, l’Olanda aveva giocato con l’eretico 3-5-2, e in maniera reattiva e difensivista. In altre parole: con un gioco poco olandese.

Frenkie de Jong - il regista dell’utopico Ajax di Erik ten Hag semifinalista di Champions League nel 2018, di fatto l’unico giocatore cardine di quella squadra sopravvissuto nel calcio d’élite - doveva teoricamente essere la chiave di volta che reggeva questo ritorno alle origini. Un tipo di centrocampista che può nascere solo in Olanda - un Paese nato letteralmente attraverso la conquista dello spazio, e la cui scuola tattica privilegia proprio la capacità razionale dei suoi giocatori di leggere e manipolare lo spazio di gioco sul campo - e che però nel calcio contemporaneo - ossessionato dall’atletismo e dalle transizioni - fa sempre più fatica ad esprimersi. Non è un caso che di giocatori come de Jong, a parte de Jong, persino in Olanda non ne esistano più. Un bel problema per Koeman che, dopo aver raggiunto risultati discreti (un quarto posto in Nations League, un secondo posto nel girone di qualificazione che condivideva con la Francia), appena arrivato in Germania si è ritrovato senza il giocatore su cui fondare il suo sistema.

Il CT olandese, in assenza di soluzioni dalla panchina, ha provato a invertire il triangolo di centrocampo, contravvenendo a uno dei principi della scuola olandese che teoricamente vorrebbe un centrocampo a tre con un vertice basso e due mezzali. L’Olanda gioca invece con due mediani (tra Schouten, Veerman e Reijnders) e un trequartista (uno tra Reijnders e Xavi Simons), ed è solo uno dei segni che l’ambizione di Koeman è stata superata dalla storia - non solo quella piccola di questo Europeo, ma anche quella più grande dell’Olanda all’interno del calcio contemporaneo.

La Nazionale che nella sua versione ideale, utopica sublimava l’avanguardia portata avanti a livello di club dall’Ajax oggi deve convivere con uno dei momenti peggiori nella storia della squadra di Amsterdam, e con il fatto che il gioco di posizione non sia più avanguardia ma istituzione. Sui 25 totali, oggi, i giocatori di scuola Ajax della Nazionale sono appena 6, in netta minoranza rispetto alle altre due grandi scuole del Paese (PSV e Feyenoord, che insieme invece ne portano 17), e tra questi ci sono giocatori che difficilmente assoceremmo istintivamente all’Accademia della scuola olandese, come Brian Brobbey, centravanti che è giusto definire di sfondamento.

Forse è questo che ha portato l’Olanda a fare dell’eresia la regola. La difesa a tre uscita dalla porta e rientrata dalla finestra, con l’utilizzo a sinistra di un centrale come Nathan Aké (nato all’Aia e di scuola Feyenoord) e a destra di un esterno a tutta fascia come Denzel Dumfries (nato a Rotterdam e cresciuto addirittura fuori dal sistema delle academy, nella squadra non professionistica Spartaan ’20). Le chiavi del centrocampo affidate a un regista atipico come Tijjani Reijnders (scuola Twente), a cui piace condurre palla, dribblare addirittura, più che organizzare lo spazio. L’attacco guidato da un falso nove ipertrofico come Memphis Depay (cresciuto al PSV), il terzo giocatore di questo Europeo per tiri tentati (3.65 per 90 minuti, dietro solo a Mbappé e Cristiano Ronaldo), o in alternativa al totem Wout Weghorst, un attaccante più a suo agio quando la palla è in aria rispetto a quando scorre sull’erba. Nell’ultima partita contro la Turchia nel tentativo di recuperare lo svantaggio è caduto anche l’ultimo tabù della chiesa olandese: il doppio centravanti.

L’idea di Koeman di ripartire da un «sistema», cioè dal gioco di posizione, è fin da subito rimasto solo sulla carta. E se questa non è una particolare novità per la Nazionale olandese, che già con van Gaal aveva infranto tutti i tabù e da anni fa fatica ad assomigliare alla sua versione ideale, lo è invece l’accettazione di questa nuova identità senza identità. L’idea, in teoria molto poco olandese, che si possa trovare una strada anche nel pragmatismo. Mentre il difensivismo estremo di van Gaal aveva irritato alcuni dei senatori dello spogliatoio, come van Dijk, oggi la Nazionale olandese sembra in pace con se stessa, nonostante motivi per andare in burnout ce ne siano stati diversi. L’Olanda ha accettato una partita di sofferenza e passività contro la Francia, in cui ha subito 15 tiri e un possesso avversario del 62%; la lezione di calcio impartita dall’Austria, che ha reso visibile lo spostamento dell’avanguardia del calcio europeo anche a livello di Nazionali; e infine gli ultimi, contro-culturali, minuti di difesa strenua contro la Turchia, in cui l’Olanda è sembrata esaltarsi nella sofferenza. Dal decisivo autogol di Müldür, quindi nell’ultimo quarto d’ora di partita, la Nazionale di Koeman ha subito 7 dei 15 tiri totali, molti dei quali respinti affastellando sempre più corpi tra i giocatori turchi e la porta.

«Avevamo circa sei portieri oggi», ha detto dopo la partita il vero portiere, Bart Verbruggen, ridendo. «Tutti volevano buttarsi sulla palla con tutto ciò che avevano. Negli ultimi cinque, dieci minuti ogni tiro bloccato, ogni duello vinto è stato festeggiato come un gol». Il riferimento è soprattutto a quanto successo all’85', quando in una manciata di secondi i centrali olandesi hanno salvato per due volte gol che parevano fatti. Prima Micky van de Ven con il piatto sul tiro di Celik a porta vuota; poi Jerdy Schouten addirittura con la schiena, gettandosi su un tentativo di Arturkoglu insieme a de Vrij, mentre Dumfries si era già messo sulla linea di porta nel caso in cui il pallone fosse malauguratamente riuscito a oltrepassare questa coltre di uomini. «Abbiamo dovuto dar fondo alle nostre energie», ha dichiarato a caldo il capitano, Virgil van Dijk, «guarda come hanno reagito tutti a una parata, a un intercetto o a un contrasto». Sono passati 24 anni da uno dei traumi più grandi della storia del calcio olandese, quando l’Italia gli riservò un trattamento simile agli Europei del 2000, ma leggendo queste dichiarazioni sembrano 240.

L’Olanda rimane Olanda nello spirito propositivo, seppur in questo modo completamente nuovo. La Nazionale di Koeman è quinta per xG creati per 90 minuti in questo torneo (dietro a Portogallo, Spagna, Repubblica Ceca e Germania) e, se è vero che ha dei momenti in cui farebbe sparire il pallone se potesse, è anche vero che ne ha molti altri di una brillantezza che poche altre Nazionali hanno. La sua forza sembra risiedere proprio nella consapevolezza con cui adesso riesce ad alternare anime diverse a seconda dell’avversario o dei momenti della partita.

L'Olanda sa utilizzare la circolazione del pallone in funzione difensiva, per prendere il controllo del ritmo, come si è visto nei primi difficili minuti contro la Romania, ma anche accelerare improvvisamente per risalire in velocità il campo, grazie ai tanti giocatori estrosi in conduzione. Il lato forte, da questo punto di vista, è il sinistro, in cui il triangolo Aké-Reijnders-Gakpo ha sia il controllo tecnico per attirare la pressione avversaria che lo spunto sui primi passi e la velocità di piedi per superare l’uomo e risalire il campo (e da questo punto di vista un altro dato contro-culturale per l’Olanda è il secondo posto per tiri da contropiede, 1.80 per 90 minuti). L’idea è attaccare il lato debole a destra, dove la fisicità di Dumfries è sempre un fattore, ma le armi a disposizione dell’Olanda sono diverse. La forza sui calci piazzati, a cui a un certo punto bisogna sempre aggiungere la variabile impazzita Weghorst. L’isolamento delle ali, con Malen o Bergwijn a destra e soprattutto Gakpo a sinistra, dove sta costruendo il suo Europeo eccezionale. La possibilità di aggiungere Xavi Simons al centro della trequarti, che aggiunge ancora più imprevedibilità soprattutto contro squadre che concedono molto campo da attaccare. Una squadra che forse definire spettacolare è troppo, ma che resta difficile da contenere.

Stasera, comunque, torna a giocarsi una semifinale di un Europeo a vent’anni dall’ultima volta, e a dieci dall’ultima volta che l’aveva raggiunta in un torneo internazionale. Lo fa con gran parte del talento concentrato in difesa, senza i giocatori iconici dei Mondiali brasiliani e senza la generazione d’oro degli Europei portoghesi, senza più dogmi e senza più identità. Quest’aura di normalità che sembrava il preludio della depressione, oggi viene percepita come una piacevole, nuova sensazione.

Prima dell’inizio di questo Europeo avevano chiesto a Koeman che risultato servisse per considerarlo un successo. «Se lo vinciamo, altrimenti non lo sarà», aveva risposto l’allenatore olandese con una dichiarazione che ricordava le più cupe tra quelle di Boskov. Dopo la vittoria con la Turchia i toni sono radicalmente cambiati. «Siamo in semifinale di un Europeo e nessuno se lo aspettava».

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