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Tommaso Giagni

Joe Cole, compiuto a metà

Dopo una carriera tra alti e bassi, Joe Cole ha deciso di andare a giocare…

 

Cosa prova un tifoso del Coventry City, andando alla Ricoh Arena per assistere a una partita di League One, la nostra Lega Pro, e vedere in campo Joe Cole con i suoi colori? Uno che ha giocato sempre e solo nelle massime serie, uno che ha vestito il blu del Chelsea e il rosso del Liverpool, uno che ha collezionato quasi sessanta partite con la Nazionale inglese?

 

Joseph John Cole, detto “Joe”. Un carismatico, un traditore, un vincente, un frustrato. Uno che ha iniziato fortissimo e si è fermato troppo presto. Un brillante centrocampista offensivo, spesso tormentato dagli infortuni, con il mito di Zidane. Più tricker individualista prima, più duttile e concreto poi. Uno che d’altra parte ha iniziato a giocare a dieci anni in una squadra, tardi per gli standard del calcio moderno.

 

Un uomo ossessionato dall’etichetta della giovane promessa. Nel 2011, ventinovenne, al termine della sua prima brutta stagione, dice di essersi sentito «di nuovo un giovane calciatore, col bisogno continuo di fare qualcosa di speciale per guadagnarmi un’altra chance». Questa è la sua prima preoccupazione. Arrivato a Lille, in un altro Paese, un altro campionato, il suo shock è scoprire che dopo dieci anni da professionista deve pulirsi da solo gli scarpini.

 

«I can only play for teams that I’m passionate about» ha detto nel 2013. In effetti, quando ha dovuto forzare, Joe ha sempre optato per soluzioni romantiche. Come quando tornò al West Ham, cioè da dov’era partito, per risolvere un momento di crisi. È così che la scorsa estate, a trentatré anni, accetta la proposta del Coventry e va nella terza divisione del calcio inglese. I soldi non c’entrano, spiega: «Voglio solo giocare a calcio, indipendentemente della categoria. Calcio corretto, calcio competitivo».

 

Lo stesso club si rende conto di dare una notizia sbalorditiva, quando lo annuncia su Twitter: «Welcome to #CCFC Joe Cole, yes actual Joe Cole. Seriously, Joe Cole. The real Joe Cole». Sì, è proprio lui.

 

 

Abbandonato dal padre, a quattro anni viene adottato legalmente dal nuovo compagno della madre, George Cole, e riceve il suo cognome. Un commerciante, un uomo che non c’entra col lavoro di Joe («Non ho mai calciato un pallone»), a differenza del padre naturale, che ha fatto qualche provino in club professionistici.

 

È un londinese puro, Joe Cole: nato l’8 novembre 1981 a Paddington, cresciuto dai sei anni a Somers Town. Una zona legata alla letteratura, dove ha vissuto Charles Dickens, dov’è nata Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein. Qui Joe sta con la madre, con George, col fratello Nicky e la sorella Charly. Alle elementari frequenta una scuola anglicana, la St. Mary’s Bryanstone Square, che sul proprio sito si presenta così: «Un uomo di chiesa con un forte ethos Cristiano». Londinese è anche quella che diventerà sua moglie e la madre dei suoi due figli, Carly Zucker, che in Inghilterra è una celebre istruttrice di fitness e modella.

 

 

Cresciuto nelle giovanili del West Ham (1994-1998), ha esordito con gli Hammers il 2 gennaio 1999, a diciassette anni. In quella stagione vincerà da protagonista la FA Youth Cup, insieme tra gli altri al coetaneo Michael Carrick. L’aura di giovane promessa lo seguirà a lungo. Un’ombra lusinghiera, dapprima, poi stucchevole e invadente. Dalla stagione seguente a quella dell’esordio Joe diventa titolare. È il talento su cui tutti mettono gli occhi. Il giovane estroso che può colorarsi una virgola rosso fiammante lungo il cranio rasato.

 

Nel 2002/03 diventa il capitano del West Ham. Ha ventun anni. Porterà la fascia solo per pochi mesi: nell’estate 2003, dopo aver rifiutato il rinnovo di contratto, passa la barricata e firma con i rivali del Chelsea. L’attraversamento di questo confine, fra club separati da derby feroci, è un tema che lo accompagnerà per tutta la carriera.

 

 

È la prima fase di Abramovich: quella del basso profilo, quella dell’espansione cauta, quella di Ranieri. Il tecnico romano lo considera il miglior sostituto dopo l’addio di Gianfranco Zola. Quando penso a Joe Cole, indossa la maglia del Chelsea. Ci è rimasto sette anni gloriosi (2003-2010), ha collezionato 274 presenze, vincendo tre campionati e cinque coppe nazionali. Nell’ultima fase ha sofferto una catena di infortuni, su tutti la rottura del crociato nel 2009, che probabilmente hanno interrotto i suoi progressi. L’addio ai Blues è comunque l’addio ai successi in bacheca: non vincerà più niente.

 

Una buona selezione di gol con la maglia del Chelsea.

 

Va al Liverpool, accolto con la maglia numero 10 e quattro anni di contratto. Ha ventotto anni. Va al Liverpool e rifiuta l’offerta del Tottenham, perché non si sente di vestire un’altra maglia a Londra, considerate le rivalità fra Hammers, Blues e Spurs. «Sarebbe un po’ da mercenario» spiega. L’esperienza nel Merseyside è deludente, un errore, dirà lui stesso. Comincia con un’espulsione per fallo da ultimo uomo nella prima di campionato. Prosegue con un paio di infortuni e molta frustrazione.

 

L’anno seguente va in prestito a Lille. «Voglio dimostrare a me stesso che sono ancora un top player» dice. Sarà l’unica esperienza all’estero e anche da questo punto di vista la prenderà molto seriamente. Lui stesso in quel periodo racconta: «Mi siedo nei café, sfoglio L’Equipe. Sto provando a immergermi nella cultura francese. Sto provando a mescolarmi meglio che posso. A volte bisogna ampliare i propri orizzonti». Sulla trequarti della squadra campione di Francia, trova una futura stella del suo West Ham, Dimitri Payet, e una futura stella del suo Chelsea, Eden Hazard. Cole metterà insieme più presenze nella stagione a Lille, che nelle due stagioni complessive con i Reds. Il tecnico dei francesi, Rudi Garcia, vorrebbe trattenerlo anche per il 2012/13, ma Brendan Rodgers lo richiama a Liverpool. Per un amaro paradosso, in quella stagione Joe troverà ancora meno spazio che nella prima. In quello stesso 2012, suo cognato Mitchell, marito della sorella e calciatore anche lui, muore ad appena ventisette anni per un problema cardiaco.

 

Nell’estate 2013, così, Joe torna dagli Hammers. Sono trascorsi dieci anni dall’ultima volta. È un gesto tipicamente suo: c’è l’attraversamento del confine, c’è il ritorno. Segna alla prima di campionato, poi gioca col contagocce. Sam Allardyce non lo vede. Ma c’è di più: a trentadue anni, la giovane promessa sembra essere già vecchia. Il ritorno nella squadra che l’ha lanciato non ha dato uno scossone alla sua strada. Che, ora è evidente: ha la forma curva del declino. Lo conferma la stagione successiva, all’Aston Villa: 599 minuti giocati, un paio di infortuni, una finale di FA Cup persa e guardata dalla panchina.

 

E siamo all’estate 2015, pochi mesi fa. Siamo alla scelta fatidica, coraggiosa, di scendere di due livelli e avventurarsi in League One. I Villans lo cedono in prestito, da ottobre a gennaio, al Coventry. Un altro passaggio di grande significato, dopo quella dagli Hammers ai Blues di molti anni prima: la rivalità fra Aston Villa e Coventry City è antica e sentitissima. Pochi giorni fa, poi, Joe si svincola e si lega agli Sky Blues delle West Midlands fino al termine della stagione.

 

 

Mi sono innamorato di Joe Cole durante un Inghilterra-Svezia ai Mondiali del 2006. Per il gol con cui spezza la partita, intanto: un tiro difficile da pensare, un violento pallonetto dopo un controllo di petto, un colpo da venticinque metri che alza il pallone e lo fa piombare sotto l’incrocio al secondo palo. Per quel gol, ma soprattutto per l’esultanza che segue: il corpo tozzo di Joe sembra scaricare a terra la gioia, la corsa è un vibrare impacciato, le braccia corte si sollevano al cielo ma l’energia resta addosso a lui.

 

Il fatto è che i suoi 176 centimetri si accompagnano a una struttura compatta, poco agile, in controtendenza rispetto all’evoluzione fisica del centrocampista offensivo. Ecco: mi sono innamorato di Joe Cole perché nel 2006 aveva il corpo di un trequartista di fine Novecento.

 

“Joe Cole, why not?!”. Il gol alla Svezia, la corsa per esultare.

 

In Nazionale maggiore aveva esordito nel maggio 2001, a diciannove anni, sotto la guida di Sven-Göran Eriksson. Per uno strano caso, non ha giocato nemmeno un minuto ai campionati Europei: non impiegato nel 2004, infortunato nel 2008, nel 2012 avrebbe potuto fare comodo ma si era già ritirato. Parteciperà invece a tre Mondiali: mascotte nel 2002, protagonista appunto nel 2006 (dove l’Inghilterra viene eliminata ai quarti dal Portogallo, ai rigori), deludente come tutta la squadra nel 2010. Quella pesante sconfitta agli ottavi contro la Germania segna il suo addio alla Nazionale.

 

 

Un brevilineo abilissimo nel dribbling, tanto che sua Maestà Pelé decretò avere “le skills di un brasiliano”, che suona come il migliore dei complimenti da parte sua. Un nuovo Gascoigne, com’è stato a lungo definito. Lo stesso Gazza gli diede la sua benedizione nel 2002: «Ha un talento spaventoso». Un Gascoigne meno problematico, che al massimo è stato fermato per eccesso di velocità. Un Gascoigne meno geniale, ma dotato dello stesso mix di forza, rapidità, visione di gioco. E tecnica: Steven Gerrard, il suo capitano a Liverpool, disse che tecnicamente è come, se non più forte di Messi.

 

Joe ha sempre voluto accentrarsi, non essere limitato a occupare una fascia. La sua auto-rappresentazione, forse la sua ammirazione per Zidane, lo volevano libero di svariare. Eppure è largo come lo voleva Mou, a sinistra col piede invertito: è in quella posizione che ha conosciuto i successi. Tom Mason sul Guardian ha ragionato appunto sul ruolo di Mourinho nell’evoluzione di Joe. Lo ha disciplinato, l’ha trasformato in un giocatore che contribuisce anche alla fase difensiva, uno che non cerca di vincere le partite da solo ma fa parte della squadra, un ingranaggio nella “Mourinho machine”. Questo patto Faustiano lo ha fatto vincere, scrive Mason, ma forse non l’ha reso un calciatore migliore. Dal canto suo, Joe Cole ancora nel 2014 diceva: «Sono ben consapevole che ha tirato fuori il meglio di me».

 

La sua visione di gioco l’ha portato a fare da testimonial a una marca di lenti a contatto, che usa dai tempi del Chelsea. In questo video va a farsi controllare la vista in un negozio di ottica, si presta a tutta una serie di esercizi. L’ottico ha una camicia assurda e viene intervistato anche lui.

 

Verrà il momento di smettere. Pochi mesi fa, Joe ha preso il tesserino Uefa B per allenare e il suo sogno è lavorare con le nazionali giovanili inglesi, seguendo l’esempio di Craig Bellamy. Il futuro prossimo, però, si chiama Coventry City. Al momento è tra le squadre al vertice della League One, in generale è un club che gli somiglia. Un nobile decaduto, presenza costante nella massima serie dell’ultimo trentennio del Novecento, vincitore di una FA Cup nel 1987. L’ultima stagione del club in Championship, il 2011/12, è stata anche l’ultima stagione da protagonista per Joe Cole, quella a Lille.

 

Oggi la promozione in Championship è alla portata. Per Joe, che ha giocato quasi quattrocento gare in Premier e neanche un minuto nella serie cadetta, dev’essere un obiettivo strano. Il capitano, Sam Ricketts, è un veterano delle serie inferiori, ed è nato un mese prima di lui. In prestito dal Newcastle c’è Adam Armstrong, che è il capocannoniere del campionato ed è nato nel febbraio ’97. Doveva quindi compiere due anni, il giorno che Joe esordiva in Premier.

 

Lui, che oggi ne ha trentaquattro, sarà di grande aiuto. Dal suo arrivo, a ottobre, il Coventry ha perso una sola partita. Joe ha fatto un assist decisivo, ha segnato un gol su una bellissima punizione. Vede le cose in modo diverso, rispetto al passato, e non sembra ipocrisia. Dice frasi come: «Nessuno può restare in cima all’Everest e viverci». E in una recente conferenza stampa ha spiegato senza imbarazzo, senza più sorpresa né sdegno, che gli scarpini se li pulisce da solo.

 

 

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Tommaso Giagni è nato a Roma, nel 1985, e tifa per la Lazio. Ha pubblicato due romanzi per Einaudi Stile libero: "L'Estraneo" (2012) e "Prima di perderti" (2016).