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Dario Saltari
Arthur Cabral deve stupire di nuovo
28 Jan 2022
28 Jan 2022
L'attaccante brasiliano ha una pesante eredità da raccogliere.
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Dario Saltari
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Lo sguardo assente ma intenso, la maglia bianconera del Cearà (uno dei più importanti club di Fortaleza), le braccia aperte da Cristo Redentore, la corona di cartone con le gemme disegnate simile a quella che ti davano al Burger King. In una delle sue prime foto da professionista Arthur Cabral non sembra un calciatore professionista. Un trapper con una maglia da calcio, al massimo, ma un calciatore professionista proprio no.


 



 

Eppure, nonostante le apparenze, quell’anno (il 2018) aveva terminato la stagione come il terzo attaccante brasiliano più prolifico di tutto il Paese, dietro Gustavo (detto "Gustagol", del Fortaleza) e Gabriel Barbosa (detto "Gabigol", del Santos) (forse anche Arthur avrebbe dovuto pensare di farsi chiamare "Cabragol" o qualcosa del genere). Aveva segnato 24 gol in tutta la stagione e stava per tornare al club che lo aveva cresciuto ma che non aveva creduto fino in fondo in lui da profeta finalmente in patria, il Palmeiras. Non aveva nemmeno 20 anni e le cose non potevano che migliorare. Il suo sguardo truce sembrava proprio parlare a chi non aveva creduto in lui al Palmeiras, come a dire: ve l’avevo detto.


 

Quella di Arthur Cabral, però, non è una storia di affermazione ma di sorpresa. La sua esperienza al Palmeiras, che avrebbe dovuto portarlo agli occhi dei migliori club in Europa come ogni giovane attaccante brasiliano che si rispetti, va malissimo. Un po’ per alcuni problemi fisici, un po’ perché Felipe Scolari lo vede poco. “Felipão” dice che è troppo lento, gli preferisce Borja o Deyverson, suggerisce addirittura che debba lavorare su alcuni fondamentali. «Deve essere un po’ più esplosivo in allenamento», dice «Stiamo continuando a lavorare su di lui per far sì che si muova di più, che abbia migliori smarcamenti. Parlo di un lavoro non solo fisico, ma anche tecnico». Gioca pochissimo (appena sei partite), segna ancora meno (un gol). Il Basilea, con un evidente fiuto per gli affari, dopo appena sei mesi si può permettere il lusso di prenderlo in prestito e, non pago, si tutela con un obbligo di riscatto piuttosto basso (6 milioni di euro) e che scatterà solo al dodicesimo gol segnato in maglia rossoblù. A raggiungere quella quota ci mette un anno, ma solo perché nel frattempo il campionato svizzero viene interrotto per la pandemia. A fine febbraio è già arrivato a nove gol in tutte le competizioni.


 

In breve tempo si capisce che di fronte alla sua capacità di trasformare le occasioni in gol 6 milioni di euro sono pochi. Finisce la sua stagione d’esordio con 18 gol in tutte le competizioni, che porterà a 20 in quella successiva (la 2020/21) e a 27 in quella dopo ancora, cioè quella corrente, con metà stagione ancora da giocare. Il 22 settembre dello scorso anno, dopo una vittoria per 2-0 del Basilea sul San Gallo decisa da una sua doppietta, diventa il giocatore ad aver segnato di più nella storia del campionato svizzero dopo sette partite (record strano, va detto). Arthur Cabral con quella doppietta arriva a quota 10, battendo il precedente record fissato dall’argentino Christian Gimenez, che nella stagione 2003/04 era arrivato a 8.



Un altro grande gol segnato in questa stagione, contro l'Hammarby nei playoff di Conference League, con un interno destro duro come il marmo.


 

Iniziano ad arrivare sondaggi da ogni parte d’Europa - dalla Bundesliga, dalla Serie A, persino dal Barcellona, il cui interesse fa tremare tutta la sua famiglia, compreso Arthur Cabral stesso che a un certo punto si fa scappare: «Il Barcellona è il Barcellona». Ne parla emozionato anche il padre, Hélio, che rivela l’idolatria del figlio per Ronaldo “il fenomeno”, a sua volta passato da Barcellona nella sua ascesa all’Olimpo. Ma la carriera di Arthur Cabral non ha nulla a che fare con quasi tutte le altre storie di calciatori brasiliani arrivati in Europa, l’abbiamo visto, e la stessa figura del padre in un certo senso ne è una conferma. Un padre né del tutto assente, come succede spesso in Brasile, né demiurgo, come quello di Neymar e di molti altri giovani più o meno predestinati, ma un padre con una sua carriera indipendente nel mondo del calcio, da secondo allenatore del Campinense, piccolo club di Campina Grande, nello stato di Paraíba, dove Arthur è nato. A ottobre la sua fama riesce a oltrepassare l’Atlantico, ma al contrario rispetto a quanto avviene di solito, e Tite lo convoca per la prima volta per sostituire l’infortunato Matheus Cunha (un altro giovane brasiliano esploso in Svizzera). In conferenza stampa, a un altro punto d’arrivo della sua carriera, ci tiene a sostenere il padre, impegnato con la sua squadra nei playoff per la promozione alla Serie C brasiliana, e si dice pronto a fare qualsiasi ruolo pur di giocare con la maglia verdeoro. «Sono del Paraíba, di Campina Grande, terra del calcio e di persone molto umili».


 

Su YouTube trovate diversi video di gol e skills che sembrano contraddire queste parole e l’idea di un calciatore che ha dovuto costruirsi una carriera senza un talento autoevidente. All’interno di questo che gli dà il benvenuto alla Fiorentina trovate quasi tutti i suoi gol più belli. Uno di tacco sul palo più lontano mentre il difensore avversario in scivolata cercava di coprire il primo; un altro sempre di tacco ma questa volta spalle alla porta, su un tiro sporco di un compagno che dopo il suo tocco passa tra una selva di gambe avversarie; un colpo di testa a incrociare quasi dal limite dell’area in avvitamento, con una forza che non sembra possibile dare con il collo; un piccolo pallonetto a superare il portiere piegato sulle gambe, arrivato all’altezza del dischetto per provare a fermare la sua corsa verso la porta; un altro simile con ancora meno spazio a disposizione, in cui si trova costretto ad alzare il pallone con la punta usando il piede come una vanga; uno in cui controlla il pallone in area in mezzo a quattro difensori avversari, gli impedisce di toccare il pallone attirandolo a sé con la suola, come uno yo-yo, prima di piazzarlo vicino al palo con la punta; ben due rovesciate, di cui la seconda dopo aver controllato un difficile cross che gli arrivava direttamente da centrocampo con il petto, essersi alzato il pallone con il ginocchio e averlo schiacciato sul primo palo come in una specie di smash; e infine un tiro di una violenza impressionante della trequarti, con un collo esterno talmente arrotato che se non ci fosse stata la rete probabilmente dopo essersi infilato sotto il sette sarebbe tornato indietro come un boomerang.


 


Alcuni dei gol più belli della scorsa stagione.


 

È un video che ha il pregio di parlarci subito dei suoi molti punti di forza. Innanzitutto un grande tiro di destro, soprattutto quando può utilizzare il collo (anche se non mancano tiri a giro più raffinati con l’interno), con cui può sprigionare una potenza impressionante anche a seguito di coordinazioni molto brevi o molto veloci. Poi, nonostante sia tutt’altro che dominante nei duelli aerei, una grande tecnica nel colpo di testa, che lo fa assomigliare a quegli attaccanti da area di rigore dei primi anni ’90 che sembravano avere uno scarpino vero e proprio poggiato sul cranio. Infine un’incredibile capacità di coordinarsi in acrobazia anche in un istante - incredibile perché il suo fisico è tutt’altro che elastico o slanciato, e anzi sembra una di quelle persone che, ricadendo dopo una rovesciata, rimangono a terra per qualche istante come ad assaporare il dolore, come se rialzandosi subito sentirebbero la caduta tutta insieme.


 

Allargando lo sguardo oltre YouTube, però, ci si rende conto che il gioco di Arthur Cabral non è costruito intorno ai suoi punti di forza, che invece arrivano all’improvviso come gradite sorprese, ma intorno ai suoi limiti, che sono innanzitutto limiti atletici. Questa è la prima e principale differenza con Vlahovic, che tanto lo so che siete venuti qui per questo. Se l’attaccante serbo ha lavorato sul suo corpo come uno scultore e oggi in progressione assomiglia sia al cavaliere medievale che ti disarciona con la sua lancia - con armatura, elmo e tutto - che al suo cavallo, Arthur Cabral, volendo rimanere nella metafora medievale, può assomigliare al massimo al ladro, o all’assassino - comunque a qualcuno che deve agire nell’ombra, o d’astuzia, perché in un duello faccia a faccia verrebbe sopraffatto.


 

Arthur Cabral, insomma, non può trascinare da solo una squadra, caricarsela sulle spalle, proprio come fa Vlahovic, perché non è abbastanza veloce, né con la palla né senza, e perché nel duello corpo a corpo con i difensori spesso ha la peggio. È per aggirare questi limiti che Arthur Cabral è costretto a usare il cervello e i piedi, ovvero quello che di solito chiamiamo tecnica, per emergere tra calciatori più veloci e più prestanti di lui. Penso all’utilizzo della suola da calciatore di futsal per non perdere il pallone nello stretto - qualcosa che ha mutuato dal calcio di strada che lo ha cresciuto e che oggi utilizza in area e fuori. O alla capacità di adeguarsi all’istante ai rimbalzi del pallone o alle mosse degli avversari per trarne vantaggio, anche lontano dall’area, magari per superare l’avversario. Infine, alla varietà di soluzioni e alla velocità di pensiero quando c’è da finalizzare in area, in cui ha un repertorio quasi infinito per ingannare il portiere. A volte tutte queste abilità, sviluppate cercando di compensare le proprie imperfezioni o quelle della realtà, si combinano in gol talmente inusuali che non sembrano nemmeno gol. Come quando in Europa League, contro il Qarabag, ha segnato scivolando a terra nella zona del primo palo e deviando il pallone in rete con la schiena.


 




 

Come scrivevamo in maniera un po’ cattivella su un Bello dell’Europa League di qualche giornata prima: «Nel primo controllo è pulito, nella finalizzazione fantasioso. Si muove in area sempre con passo felpato e pesante e ogni gol sembra un piccolo miracolo. Ma quando i gol diventano così tanti evidentemente non lo è. Dopo aver segnato si batte una mano sul petto, bacia lo stemma, mostra muscoli più da lavoratore manuale che da atleta».


 

Siamo quindi al rovesciamento di quello che avevamo chiamato paradosso Vlahovic: quello cioè di avere una punta talmente autosufficiente e con un tasso di finalizzazione tale da avere più gol di quanto la qualità delle occasioni create non faccia pensare, ma con dei limiti (nel caso di Vlahovic soprattutto il gioco spalle alla porta) che impediscono alla squadra di alzare ulteriormente il livello del gioco. Con un attaccante meno dirompente ma più associativo come Arthur Cabral la Fiorentina sarà costretta a migliorare come squadra: ad alzare ulteriormente il baricentro, a fare sempre densità nella zona della palla, a costruire in definitiva un sistema che permetta all’attaccante brasiliano di non lottare da solo contro il mondo. Perché quella è la prima grande incognita del suo arrivo in Italia: quanto peseranno i suoi limiti atletici in un campionato per forza di cose più competitivo come quello italiano. La squadra di Vincenzo Italiano in fase offensiva ha già alzato sensibilmente il livello rispetto a quando venne scritto quel pezzo: oggi è ottava per xG prodotti in open-play e quarta per xG per tiro prodotto. Nonostante uno dei migliori tassi di conversione (solo Lazio, Verona, Atalanta e Inter fanno meglio) e il capocannoniere del campionato, però, la Fiorentina rimane comunque il settimo attacco della Serie A. Peggio della Lazio, che ha i suoi stessi punti ma che con l’altro capocannoniere del campionato ha segnato cinque gol in più, e del Verona, che nonostante i tre punti in meno ha segnato due gol in più. Quanto dovrà migliorare ancora (anche difensivamente) per non accusare troppo il colpo?


 

Ad Arthur Cabral i gol non sono mai mancati, ma certo raccogliere l’eredità di Vlahovic è di sicuro la sfida più difficile di una carriera che a 23 anni lo ha già abituato a rovesciare diverse volte le aspettative che erano state riposte su di lui. Dopo Salah non sarebbe il primo attaccante emerso dalla periferia del calcio mondiale e passato per Basilea ad affermarsi a Firenze. Oggi, però, l’asticella è stata spostata più in alto di quando fu venduto senza troppe remore dal Palmeiras, e molto più in alto di quando dalle giovanili della squadra di San Paolo fu fatto tornare senza rimpianti al Cearà. Di sicuro se dovesse riuscirci avrebbe il diritto di farsi un’altra foto, tronfia come allora - con le braccia aperte davanti la Curva Fiesole, magari questa volta con una vera corona, uno scettro e un mantello. D’altra parte è così che lo vedrebbero a Firenze se dovesse riuscire a ricucire la ferita aperta da Vlahovic.


 

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