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Emanuele Atturo
Il teatro dell'assurdo di Roma-Spezia
20 Jan 2021
20 Jan 2021
Una partita in cui sono successe molte cose, quasi tutte strane.
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Emanuele Atturo
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Il 16 dicembre del 2015 la Roma affronta lo Spezia in Coppa Italia. È il terzo anno della Roma di Rudi Garcia, dopo l’entusiasmo della prima e il realismo della seconda è arrivata la decadenza della terza stagione. Nel mercato estivo la squadra aveva provato a rilanciare le proprie ambizioni comprando Edin Dzeko e Mohamed Salah, ma a dicembre il clima è già da fine impero. Dzeko non segna, Salah sembra un giocatore limitato, la squadra gioca male, segna poco e Rudi Garcia sta spingendo ai limiti la

. Quando arriva lo Spezia, la Roma è un corpo psichico fragile: non vince da più di un mese, curiosamente dal derby, che ribaltando le proprie leggi pareva aver tolto energie alla squadra. È un pomeriggio di sole e freddo dolce dicembrino, in campo si vede

o il suo fantasma, Emerson Palmieri esordisce dal primo minuto. Lo Spezia di “Mimmo” Di Carlo gioca in Serie B, e non è neanche tra le migliori squadre della categoria, ma basta per mettere la Roma di fronte alla propria incapacità di segnare. Ai calci di rigore i giallorossi vengono eliminati con gli errori di Dzeko - che quell’anno gioca contro se stesso - e Pjanic, che due mesi dopo

da un tifoso che non si spiega come abbiano fatto a non perdere “apposta” con la Sampdoria, secondo lui “una massa di calcinacci”.

 

Rudi Garcia rimarrà al suo posto e dopo la partita dichiarerà di voler “spingere la squadra fino alla morte”. Seguiranno altri mesi di agonia, dichiarazioni sopra le righe e gioco malconcio. Appena prima della morte clinica della squadra arriverà Luciano Spalletti, che darà inizio a una rimonta impossibile, continuando a far girare l’eterno ciclo di vita e morte della Roma.

 

https://www.youtube.com/watch?v=dzbdjH05r3c

Come nelle sconfitte storiche della storia della Roma, l’inquadratura ironica finale al tabellone a immortalarla.


 

Quella partita con lo Spezia manterrà sempre un posto speciale nel cuore dei tifosi della Roma  davanti al televisore quel pomeriggio di dicembre: uno degli esempi più dolorosi di cosa è capace di fare in negativo. Poche squadre danno la stessa sensazione di potersi dimenticare, in qualsiasi momento, di tutte le proprie qualità. Di essere in un momento una squadra d’alto livello, e un momento dopo risvegliarsi come dopo un’amnesia nel corpo di una squadra di alto livello senza sapere che fare. I tifosi della Roma amano pensarsi dentro un grande piano persecutorio nei loro confronti, e per questo il sorteggio di quest’anno - che ha messo di nuovo la Roma di fronte allo Spezia - è stato accolto con ansia e sarcasmo. Un’occasione per riequilibrare i flussi del destino, o un modo che questo ha trovato per accanirsi attraverso la negromanzia e l’evocazione di vecchi fantasmi.

 

Proprio come nel 2015, la Roma arrivava alla partita tremante. La sconfitta di venerdì nel derby per alcuni è stata “la peggiore degli ultimi vent’anni”, per i meno catastrofisti comunque una delle peggiori. La Roma non ha semplicemente perso il derby, ha lasciato che la Lazio le mangiasse il cuore. La partita è stata persa in fretta, in appena 25 minuti. Due gol arrivati dopo una concatenazione di errori e dettagli sfortunati così lunga e fitta che fanno pensare all’assurdità del mondo. Poi un tempo lunghissimo che la Lazio ha riempito di grandi giocate, azioni perfette e un altro gol. Nel mezzo la Roma è sembrata un topo di laboratorio infilato dentro un esperimento troppo difficile, costretta a provare a uscire in eterno da un labirinto troppo intricato. Non trovo un modo migliore per descrivere il modo in cui il possesso palla della Roma ha continuato per novanta minuti a infrangersi con ostinazione sulla difesa della Lazio. Come ha scritto Daniele Manusia

, è stato il derby da sogno della Lazio e il derby da incubo della Roma: «Controllare un derby è già una cosa eccezionale, quindi, ma dominarlo è ancora meglio. Far durare il più possibile quei novanta minuti, riempirli di occasioni da gol che facciano tremare giocatori e tifosi avversari, metterli metaforicamente in ginocchio, farli implorare che la partita finisca al più presto. Non capita quasi mai un derby del genere, ma è il derby che ha vissuto la Lazio lo scorso venerdì notte - e che ha fatto vivere alla Roma».

 

E insomma, quando i tifosi giallorossi ieri sera alle 21.15 si sono messi di fronte al televisore avevano il sospetto che potesse succedere qualcosa, che potesse essere una di quelle serate. O la Roma si sarebbe rialzata dando l’idea di una squadra normale, oppure avrebbe continuato a crollare in modo spettacolare. Perché in fondo quando si precipita è difficile fermarsi. È andata in modo, beh, diciamo più complicato di così.

 



Al quarto minuto lo Spezia fa una grande azione. Il portiere trova un lancio notevole verso Saponara tutto largo a sinistra; quello, con i piedi sulla riga laterale, verticalizza di prima di piatto verso Maggiore, che si è inserito dietro la difesa della Roma, che però sembra avere recuperato. Ci sono due giocatori su Maggiore, che prova a superarli entrambi passandoci in mezzo. C’è un falletto, un rigore un po’ burocratico, ma comunque non scandaloso. Galabinov segna, e la Roma entra, come si dice in gergo, “in the zone”. Si usa questa espressione per dire quando un’atleta entra in una specie di stato psico-fisico alterato per cui riesce a eseguire la propria gestualità tecnica con una particolare esattezza.

 

Quando un tennista gioca particolarmente bene e il campo gli sembra più grande, le righe più ampie; quando un cestista ha la “mano calda”, il canestro gli pare più grande, la palla più leggera. È un fenomeno ricorrente negli sport individuali, e che la Roma ha portato nel calcio in negativo: il campo sembra più scivoloso, gli avversari inarrestabili. I piedi dei propri giocatori si trasformano in fettine di pollo, i difensori si dimenticano come si marca, oppure scivolano, cadono dentro buche immaginarie.

 

Spesso quest’anno la Roma è andata in tilt in questo modo: contro la Lazio ha subito due gol in nove minuti; contro l’Inter ne ha subiti altri due in sette minuti; contro il Napoli altri due in cinque minuti; contro l’Atalanta addirittura tre in appena dodici minuti. Insomma, avete capito: un primo gol subito se ne porta dietro per forza almeno un altro.

 

Come da protocollo, tutto nasce da un difensore della Roma che passa la palla a un attaccante avversario. Marash Kumbulla ieri sera sostituiva Roger Ibanez, che a sua volta aveva regalato due gol nel derby, e per non essere da meno l'ex difensore del Verona ne ha regalato uno allo Spezia. Kumbulla sbaglia un lancio col destro mentre lo Spezia pressa in alto con molti uomini. Maggiore intercetta con la testa, la passa a Galabinov che scarica su Saponara. Quello arriva contando i passi, inarcando il corpo un po’ a sinistra e tirando col destro sul palo lontano. Dopo un quarto d’ora la Roma sta già perdendo due a zero. Una febbre ininterrotta dal derby di venerdì alla partita di ieri.

 



Dopo il 2-0, va detto, la Roma si è svegliata dal suo incubo e ha iniziato a giocare, e a farlo molto bene, con carattere e buone idee. Ha costruito un numero veramente ridicolo di occasioni senza riuscire a sfruttarle, e dietro questa mole di errori il colpevole trovato è principalmente uno.

 

Nell’interpretazione della catastrofe a posteriori, i più sofisti si concentrano sulla partita di Borja Mayoral. Se non avesse sbagliato tutti quei gol, dicono, la Roma semplicemente non sarebbe andata ai supplementari. In ogni caso un bel problema di logica. Ma di quanti e quali errori stiamo parlando? Ve li metto in ordine cronologico tutti e sette. Sette come i re di Roma, sette come i peccati capitali.

 



 





 

Dopo venti secondi la Roma ha già un’occasione a porta vuota. Borja Mayoral sfrutta un retropassaggio corto della difesa, anticipa con la testa il portiere dello Spezia - Titas Krapikas, una specie di Karius geneticamente modificato - e può concludere. Quest’azione dà il via alla sua serata difficile ma non è di certo un grande errore. Ha la palla che rimbalza vicina al sinistro, è fuori equilibrio, con poco specchio della porta, e in più coperto da due difensori avversari. Poi certo c’è modo e modo di sbagliare. Diciamo che Mayoral non avrebbe sbagliato questo gol solo se nel calcio si segnasse calciando in alto come nel rugby e non verso una porta fissata a terra.

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Non sembra mancare un nesso tra la prima immagine e la seconda?


 



 





 

Appena dopo il vantaggio dello Spezia, la Roma, che gioca in modo volitivo, trova una bella traccia per Pellegrini (il migliore ieri) tra le linee. C’è un passaggio verso Mayoral che si era staccato bene dal marcatore, a quel punto deve stoppare a seguire verso il sinistro per continuare a guadagnare angolo rispetto al difensore.

 



 

Per qualche ragione però decide di stopparla a rientrare. Anche tecnicamente è uno stop sbagliato, che gli rimane sotto, e dopo il quale deve provare uno strano sombrero su Ismajli che lo ferma di testa (?!). Meno eclatante di un errore a porta vuota, ma comunque grave per un numero nove che dovrebbe fare questo tipo di movimenti - almeno sul piano concettuale - come fossero un’abitudine involontaria. Ma insomma, un errore capita a tutti.

 



 





 



 

Intendiamoci, Borja Mayoral è un attaccante con delle qualità. Anche contando la partita di ieri, la sua media gol - circa uno ogni 120 minuti - è di tutto rispetto. Finora aveva mostrato dei limiti, ma anche dei pregi chiari: i movimenti in area di rigore, una tecnica discreta, una certa freddezza sotto porta. Contro il Crotone aveva segnato con un tiro da trenta metri che sembra il sogno di qualsiasi attaccante. Un tiro violento dritto per dritto sotto l’incrocio dei pali. Se ieri non è stata la sua serata non è certo per questo errore, un mezzo errore. Un taglio sul primo palo con la pressione dell’uomo addosso, poi la conclusione che arriva con lo specchio della porta ormai compromesso. Non è da questi errori che si giudica un giocatore.

 



 





 



 

Però magari da questi sì, scusa Mayoral. Qui non è chiarissimo se calcola male il cross di Mkhitaryan, se lo aspettasse un po’ più indietro. Se è quindi una di quelle azioni invitanti vanificate per dettagli microscopici. Più lo vedo e più mi sembra che è lui a scoordinarsi all’improvviso e a provare il colpo di tacco. Diciamo però che anche se la vediamo come “è stato costretto al colpo di tacco”, il cross era abbastanza comodo e lui con zero pressione: un colpo di tacco di certo non impossibile.

 



 





 



 

A un certo punto diventa anche una questione di quantità: quanti errori gravi sotto porta può commettere un attaccante nella stessa partita finché quella stessa partita non diventa semplicemente non-vincibile dalla sua squadra?

 

Questo errore è difficile da commentare. Provo a trovare due scuse per difendere Mayoral, che a questo punto comincia a farmi pena. Il cross è forte e veloce, e la palla rimbalza per terra prima di cadere sul suo piede debole. Per il resto non so cosa dire.

 



 





 

Mi dispiace accollare anche questo a Borja, un gol difficile da segnare. Ma possono essere tutti difficili? A un certo punto gli attaccanti possono segnare anche per caso, anche solo frapponendo il proprio corpo in un certo modo verso la palla. Qui Karsdorp gli tira addosso una bomba. Mi piace pensare sia un gesto di frustrazione di un terzino che di fronte a un attaccante che non segna prova l’estremo tentativo di fargli rimbalzare la palla addosso per lasciarla carambolare in porta. Il corpo dell’attaccante qui è molto vicino alla porta. Una di quelle posizioni in cui per non segnare bisogna quasi scacciare la palla dallo specchio. Cosa che in effetti succede.

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Qui Bizzotto è perplesso, subito dopo il tiro gli scappa: «E stavolta Mayoral…» ma deve subito correggersi «E anche questa volta». Un telecronista inglese definirà quella di Mayoral «una performance criminale».

 



La prima espulsione di Gianluca Mancini arriva al minuto 90.50 di gioco; quella di Pau Lopez a 91.30: se 40 secondi per due espulsioni in due azioni distinte non sono un record nella storia del calcio è perché nessuno ha mai pensato che questa statistica fosse degna di essere registrata. Ma eccoci qui: Mancini è troppo aggressivo in anticipo e si guadagna il secondo giallo. Un po’ di proteste, braccia larghe, sorrisi sarcastici. Poi lo Spezia batte la punizione a sorpresa verso Piccoli, la difesa della Roma sta pensando ad altro. L’unico sveglio è Pau Lopez, che fa qualche metro in avanti. Il problema poi nel calcio è che tendenzialmente bisogna calciare la palla, e Pau Lopez non riesce a calciare la palla, la liscia. Colpisce l’aria, certo quella vicina alla palla di qualche centimetro, ma non la palla. Poi sullo slancio colpisce anche l’attaccante dello Spezia. Negli ultimi anni dal regolamento è stata tolta l’espulsione per il fallo del portiere da ultimo uomo in area di rigore, ma qui viene punito l’intervento che ferma una chiara occasione da gol. Così la Roma si ritrova all’improvviso 9 contro 11. Arrivati a questo punto riconoscerete che ci troviamo di fronte a una partita eccezionale, curiosa, strana. E pensate che la cosa più assurda deve ancora succedere.

 



https://twitter.com/OfficialASRoma/status/1351656463807225858?s=20

 

Con l’idea di risistemare faticosamente la squadra in nove, Fonseca e il suo staff pensano a due cambi. Il primo è il portiere ed è obbligato, Daniel Fuzato quindi (che Bruno Giordano in telecronaca chiama “Fusaro”); il secondo che pensa è di inserire Ibanez al posto di Pedro, un difensore al posto di un trequartista. A quel punto si accende un dubbio potente in Pellegrini: ma quello non sarebbe il sesto cambio? Ma sicuri che possiamo fare il sesto cambio? Pellegrini è a bordocampo che parla con Fonseca. Il tecnico fissa il vuoto, una mano regge l’altra, è già un meme. Pellegrini indica Ibanez, chiama “Gianlu” (Gianluca Gombar, il team manager della Roma) e ripete «è il sesto, questo è il sesto». Lo ripete sei volte. Poi lo rassicurano dicendogli che sì: si può fare. A rivederlo ora è un momento surreale.

 

https://twitter.com/MarcoJuric/status/1351676722975023107

 

Il bordocampista RAI racconta: «Pellegrini voleva accertarsi che la Roma potesse fare un altro cambio» ma non segnala niente. Lì per lì però nessuno se ne accorge, a parte un calciatore in campo da più di novanta minuti e che dovrebbe essere legittimamente il meno lucido. Nessuno pensa che sta violando il regolamento. Un regolamento, va detto, buffo. L’IFAB ha proposto l’inserimento di un sesto cambio aggiuntivo e di uno slot per effettuarlo durante i tempi supplementari. Le varie competizioni nazionali dovevano però decidere se assorbirlo o meno. La Coppa Italia ha fatto una cosa ambigua: ha aggiunto uno slot per effettuare cambi, ma nessun cambio aggiuntivo. Un’idea così controintuitiva che viene il dubbio,

, che alla sua base c’è forse un semplice errore di trascrizione.

 

Fatto sta che la Roma gioca a uno sport di cui non conosce le regole ed effettua il sesto cambio. Nessuno, ripeto, se ne accorge, nessuno fa notare niente - va detto che nessun ufficiale di gara poteva fermare la sostituzione. La Roma effettua i cambi e tecnicamente perde la partita. Quelli che seguono sono minuti senza alcun senso con cui Sartre avrebbe potuto confermare la sua filosofia. Diciamo che il mondo prende coscienza del fatto all’inizio del secondo tempo supplementare, quando interviene il bordocampista per annunciare che la Roma ha comunque perso la partita. Quindi cosa è successo in quel momento, un ufficiale di gara ha confidato al giornalista la notizia che la Roma avrebbe comunque perso a tavolino? E quello è il momento in cui la tragedia si trasforma in farsa. I calciatori stanno giocando, ma per cosa? I telecronisti stanno commentando, ma per cosa? Giordano prende coscienza dell’assurdo e dice una cosa tipo «Mi ha tolto la motivazione di commentare quello che stiamo vedendo». E noi, davanti al televisore, cosa stiamo vedendo?

 



La cosa che non vi ho detto fin qui, ma che tanto già conoscete, è che la Roma ha già perso una partita a tavolino quest’anno. Il che, capirete, è incredibile. Quante squadre professionistiche di calcio hanno perso due partite a tavolino nella stessa stagione? Non so neanche se questa cosa possa essere controllata.  La prima volta era stata alla prima di campionato contro il Verona. La Roma non aveva infatti inserito Amadou Diawara nella distinta dei 25 giocatori, forse perché lo considerava ancora nella “lista b”, quella riservata agli Under-22. Da qualche mese, però, Diawara non era under-22 e la Roma, dopo aver pareggiato 1-1 sul campo, perse 3-0 a tavolino. Un errore da dilettanti, difficile da considerare possibile in una squadra professionistica di alto livello come la Roma. Una brutta figura per cui pagò il segretario generale del club, Pantaleo Longo, che diede le dimissioni. Questa storia ha avuto anche un suo risvolto spy, visto che pochi giorni dopo Longo venne assunto dall’Hellas Verona, la squadra contro cui la Roma ha perso a tavolino (

).

 

Anche in quella vicenda però aveva avuto forse qualche responsabilità Gianluca Gombar, il team manager della squadra, che poche ore fa è stato costretto a chiudere i suoi account social per gli insulti dei tifosi. Gombar è il team manager della Roma dal 2019 ed era entrato nel club nel 2013 grazie al padre Guido. Guido Gombar è un ex agente segreto della CIA entrato nel club nel 2012 con la nuova dirigenza statunitense come responsabile della sicurezza. Secondo

, Gombar era un fedelissimo di Pallotta, uno che faceva parte del suo cerchio magico, onnipresente nelle relazioni esterne. Secondo

si conoscevano addirittura dai tempi del college. I problemi col figlio Gianluca non sono nuovi. Nel 2017, quando era assistente di Morgan De Sanctis, la Roma era rimasta

per tre ore durante una tournée statunitense. In quei minuti Juan Jesus aveva scritto sui social al vecchio dirigente Manolo Zubiria chiedendogli di tornare.

 

Quest’anno la Roma ha vissuto un altro momento caotico dal punto di vista organizzativo. Nella trasferta a Napoli aveva lasciato che i calciatori si sedessero tutti vicini a Fonseca sulla panchina e non sulle tribune per far rispettare il distanziamento previsto dal protocollo anti-Covid. Ne era nata una lite tra Giuntoli e Gombar finita in sanzioni e patteggiamenti (inibizioni al CEO Guido Fienga e ai medici della Roma). Episodio simile a quello successo a luglio all’Olimpico in Roma-Fiorentina, quando il procedimento era stato archiviato. Come riportato

, c’è anche un altro episodio curioso. Il 22 giugno, prima della ripresa del campionato, la Roma decide di fare una seduta d’allenamento all’Olimpico. Quel giorno però erano previsti dei tamponi per la prima squadra, che non sono stati effettuati perché i medici non erano tra le persone autorizzate a entrare nell’impianto. Anche in quel caso la procura ha aperto un fascicolo e la Roma ha dovuto patteggiare una sanzione pecuniaria.

 

Oggi, nel dopo-sbronza, tra i colpevoli si indica anche Fonseca. I tifosi sono furiosi di una rabbia cieca e comprensibile e in molti chiedono anche la sua testa, ma un allenatore può essere responsabile anche di una svista del genere? È forse il sintomo di uno scarso polso della situazione? O di una mancanza di carattere e d’attenzione che dal tecnico si trasmette alla squadra? Ora i giocatori giocheranno con meno convinzione e fiducia nei confronti delle idee di Fonseca? Tutte domande che faccio seriamente e non in modo retorico, e a cui non credo sia facile trovare risposta.


 



Passata giustamente sottotraccia, siamo qui per ricordarvi che ieri ha giocato la sua seconda partita con la Roma anche Daniel Fuzato. Il contesto apocalittico è degno della sua storia. Era stato acquistato da Monchi nel 2018 come terzo portiere al posto del ritirato Lobont. Fuzato - uno di quegli uomini che sembrano nati con baffi e pizzetto - aveva una presenza col Brasile Under-20 e nessuna con la prima squadra del Palmeiras. Alla Roma gli ironici o gli ottimisti lo aspettano come il nuovo Alisson, ma lui non gioca mai, è un mistero. Un mistero che si infittisce quando più o meno un anno fa riceve la sua prima convocazione con la Nazionale brasiliana. Quanto deve essere forte in allenamento per farsi convocare dalla Seleçao senza neanche scendere in campo? All’inizio di questa stagione è andato in prestito al Gil Vicente, ma neanche lì riuscirà a esordire, e così si è deciso di anticipare la fine del prestito e Fuzato è tornato in giallorosso a gennaio, giusto in tempo per prendere due gol nei tempi supplementari contro lo Spezia.

 



Nel dubbio, però, la Roma ha perso anche la partita in campo, e lo ha fatto in modo spettacolare. In 9 contro 11 ha opposto una degna resistenza, e per cedere ha dovuto subire il più classico dei gol dell’ex. Quello di Daniele Verde che, alto un metro e 68, ha avuto il senso dell’umorismo di segnare di testa un bellissimo gol. Verde era considerato un prodigio delle giovanili della Roma e aveva esordito ai tempi di Rudi Garcia, in un momento particolarmente disperato della stagione, giocando anche piuttosto bene. Poi era diventato un globetrotter, finendo a giocare in Grecia e Spagna, prima di tornare in Italia allo Spezia. Dopo il gol ha alzato le mani e abbassato la testa.

 

Al minuto 118, quando la partita che si stava giocando era solo virtuale, poteva essere o non essere, Saponara ha ricevuto palla sulla trequarti. Ha controllato col sinistro, poi ha passeggiato. È arrivato allo Spezia a gennaio, negli ultimi tempi (diciamo negli ultimi anni) ha giocato poco ed è strano che sia ancora in campo dopo 120 minuti. Con la testa rasata fino alla lucidatura e la barba curatissima sembra semplicemente un’altra persona rispetto al giovane pieno di speranze di Empoli. Comunque Saponara non sa bene cosa fare, bisogna riempire il tempo, lui è stanco, ma in fondo nessun giocatore della Roma gli va incontro. Così è quasi costretto a guadare la porta e a fare qualcosa. I difensori della Roma indietreggiano, Fuzato capisce che l’attaccante può tirare e fa due passi in avanti, ma Saponara è più furbo e se ne accorge, così al tiro basso preferisce il cucchiaio alto che passa sopra la testa del portiere. Una citazione del cucchiaio di Totti, e in particolare del

. A quel punto forse anche il tifoso della Roma meno paranoico e mistico si è dato un pizzicotto per vedere se non stava, forse, vivendo un incubo.

 

Un po’ di tempo fa circolava una wave di meme finita sotto il cappello “Evil Totti”: l’idea era che il capitano della Roma avesse un doppio che compiva azione malvagie a sua insaputa contro la Roma e i suoi tifosi. Metteva like agli insulti a Florenzi, stringeva la mano a Salvini, commentava gli auguri di Vieri alla Lazio. Forse nel corpo di Saponara di ieri abbiamo visto l’ultima manifestazione di Evil Totti, sceso in campo per punire la Roma con il suo gesto simbolo nel momento più difficile, al termine di una delle sconfitte più assurde e meno comprensibili.

 

 

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