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Marco Barzizza
Nonostante quel tiro
18 Jun 2016
18 Jun 2016
Evoluzione e storia di Davide Pascolo, nuovo acquisto dell’Olimpia Milano.
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Marco Barzizza
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Fin dal primissimo corso per diventare allenatore, i formatori insistono giustamente sui fondamentali, sulle basi della pallacanestro: palleggio, passaggio, tiro. Se pensiamo a Davide Pascolo, sembra che non abbia voluto apprendere completamente le istruzioni trasmesse dai tanti istruttori che ha avuto. Sì, perché a guardare Davide, le sue movenze e soprattutto lo stile del tiro fa specie pensare come un giocatore con quel rilascio a due mani sopra la testa, quel gomito destro (della mano forte con cui tira) così largo e quel braccio sinistro (con cui guida il pallone fino al momento del rilascio) ancora più lontano dal corpo, possa giocare in Serie A, essere decisivo per la propria squadra, diventare desiderio di mercato del top team italiano e far parte con giustificate ambizioni di presente e futuro della Nazionale.


 


“Il mio tiro è un po' strano, inconsueto e brutto da vedere. Anche io quando lo guardo non me lo immagino così. Molti hanno provato a renderlo più funzionale ma non mi sono mai sentito naturale e quindi non ho mai voluto cambiarlo” ha raccontato in un video girato dalla sua stessa squadra chiamato “I grandi misteri del basket: il tiro di Davide Pascolo”


 

Il tiro per un giocatore di basket è un po' come il taglio per un cuoco: velocità e tecnica sono importanti, ma ancor di più efficacia e comodità. Se inizi in un modo, difficilmente cambi nel tempo se i risultati sono soddisfacenti. Per Pascolo è andata proprio così: da piccolo la magrezza del suo corpo e la conseguente poca forza negli arti superiori non gli permettevano di spingere caricando il tiro dal petto come fanno pressappoco tutti a quell’età; il modo più naturale era con due mani dietro la testa. Per lui, 2 metri e 2 centimetri dalla muscolarità non strabordante — “Sto lavorando anche su quello, ma la struttura è quella che è” dice lui — migliorare il tiro è stato e sarà fondamentale in un gioco che tende sempre più ad allargarsi verso la linea dei tre punti. “Dada” è un numero 4, un'ala grande 2.0: bravo nell'uso del piede perno quando è in area pitturata, dove non ama fare a sportellate e preferisce alzare la parabola in gancio allontanandosi dal difensore piuttosto che cercare la soluzione di potenza, ma efficace anche col tiro dalla media e a volte da dietro l’arco, nel quale ha preso fiducia col passare degli anni aumentando la produzione.


 

Pascolo però non è un giocatore monodimensionale, ma è anche un insospettabile difensore: le lunghe leve e il non eccessivo peso lo rendono molto agile, tanto da poter reggere tranquillamente l'1vs1 con avversari più piccoli e rapidi, cambiando sui blocchi. Un lungo dinamico, moderno, con braccia lunghissime che sugli aiuti danno sempre fastidio a penetratori e passatori. Se proprio vogliamo trovare un difetto, questo è legato sempre alla conformazione fisica, che difficilmente potrà cambiare sensibilmente: se il dinamismo gli consente di stare in difesa coi piccoli, bisogna dire che per forza di cose fatica un po' con giocatori più grossi e pesanti di lui. Ma sul fisico si può lavorare, senza snaturarsi. “Sono più a mio agio in area ma mi piace molto giocare esterno e sto lavorando molto sul tiro da fuori”, spiega in quelle poche frasi che gli si riesce a strappare in un colloquio di un'ora. Da quando alle giovanili tendeva a giocare solo vicino a canestro per via di una statura sopra le media, ha perfezionato i fondamentali adattandosi all'evoluzione del ruolo, diventandone un esempio, tanto che Milano ha deciso di puntare su di lui con fiducia anche in chiave europea. Potete star certi che il suo stile di tiro non cambierà mai e, piaccia o no, rimarrà più efficace se tenuto così com'è.


 



 

Anna e Andrea, allenatori in casa e in campo


Il basket è un affare di famiglia in casa Pascolo, e a vedere la tenacia – peculiarità che dice di aver preso dalla madre al contrario del sorriso, che spesso risparmia — con cui Davide ha insistito nel voler diventare un giocatore, è evidente che ci sia qualcosa nel sangue. La prima allenatrice è stata proprio mamma Anna, istruttrice di minibasket e ex pallavolista di Serie A con due presenze in Nazionale scomparsa prematuramente nel 2008, “portata via da un brutto male”. Lei, che di corsi base per allenare ne ha fatti, sapeva quanto sono importanti i fondamentali e come agli altri bambini insegnava il Gioco al figlio seguendo i dogmi basilari. La forza del piccolo Dada però era poca e spingere la palla verso il canestro era decisamente faticoso: “Non riuscivo a caricare dal petto e poi vedevo i grandi tirare da sopra la testa. Volevo imitarli”, afferma in uno slancio emotivo.


 

Davide cresce e si ritrova in panchina un'altra figura familiare, papà Andrea (buon centro di serie C tra gli anni '80 e '90), che prova a raddrizzargli il tiro ma coscienziosamente sa di non poterlo cambiare perché Davide ha braccia ancora deboli e quel pallone finisce sempre dietro la testa, come i calciatori che fanno le rimesse laterali. A chiudere il cerchio di una famiglia con i globuli rossi a spicchi il fratello Marco, ala piccola di 2 metri che tira normalmente: settore giovanile alla Virtus Siena, volato negli Stati Uniti nell'agosto 2013. Classe '93, dopo un biennio a North Platte in Njcaa si è guadagnato una borsa di studio triennale alla South Dakota School of Mines & Technology e partecipa alla Division II NCAA. Il basket era quindi nel destino di Pascolo, ma c'è voluta tanta testardaggine, forza di volontà e la spinta anche ultraterrena di chi gli sta vicino per arrivare dove è arrivato — ma sempre in silenzio e con l'umiltà che gli amici più cari ancora oggi gli riconoscono come una delle sue migliori doti, anche oggi che è considerato uno dei migliori giocatori italiani.


 


Foto vintage di Pascolo a 16 anni con la squadra giovanile del Fagagna, con la quale partecipò al campionato regionale vincendolo. È già il più alto di tutti (n°14), ma un pochino meno di papà Andrea, l'allenatore


 

Quei primi e unici 36 punti


A maggiore età raggiunta e dopo l'esplosione fisica — dall'1.75 dei 14 anni ai 2.02 dei 18 con conseguenti problemi alla schiena — i giochi sono fatti per la tecnica di tiro e non c'è stato verso di cambiare quello stile. Eppure l'efficacia diventa evidente. Davide ha doppio tesseramento in Serie D all'Ellegrafiche Fagagna e nell'Under 19 della Snaidero Udine. Nel 2008, in una trasferta a Gemona con i senior, tutti i presenti si rendono conto che per quanto lo stile non sia impeccabile la concretezza del magrolino nato a Udine il 14 dicembre 1990 è palese. Realizza 36 punti – mai ne ha fatti tanti in vita sua — e trascina la squadra al successo, aiutandola non poco a diventare la rivelazione del campionato e poi a guadagnarsi una meritata promozione in C regionale.


 

Qualcosa di simile accade a giugno della stessa stagione alle finali nazionali Under 19 in maglia Snaidero, dove era tornato per “mea culpa” della società che due anni prima l'aveva scartato forse proprio perché sgraziato: porta i suoi al 4° posto in Italia realizzando 22 punti con 10/14 da due, non solo in area, nella finalina per il podio ed entra con pieno merito nel miglior quintetto della manifestazione in compagnia di Alessandro Gentile (campione d'Italia con la Benetton Treviso), che ritroverà qualche anno dopo da avversario in Serie A e da compagno in Nazionale. Premi e riconoscimenti diventano una bella abitudine ma il ragazzo è riservato, schivo, quasi si vergogna a parlare di sé e del suo tiro, figuriamoci se deve esaltare i successi personali. Come quello del primo canestro in A a Siena, sul campo della squadra mito di quell'era cestistica, nell'ultima stagione in massima serie della Snaidero Udine. “Un giorno indimenticabile, ma in quel momento il basket vero per me era ancora un sogno”, dice timido ringraziando Meo Sacchetti, che ebbe il merito di portarlo in prima squadra ancora 17enne. Intanto studia, si diploma al liceo scientifico Marinelli di Udine e lavora tantissimo su di sé e sul suo tiro, tanto da dire “Non avevo tempo per le ragazze” — il grande slancio in materia, dicono gli amici di vecchia data, avverrà a Trento grazie al nuovo ambiente.


 

Le LegaDue e Meo Sacchetti


Nei due anni successivi alla Snaidero si ritaglia il suo posto in prima squadra. Prova anche a cominciare l'Università alla Facoltà di Ingegneria, ma non fa per lui e se ne accorge subito (“Avrò fatto quattro lezioni, forse anche meno”). Sul campo però le cose funzionano: trova in Brkic, Zacchetti e negli altri giocatori esperti i padrini della sua comunione con la pallacanestro, che colgono umiltà e timidezza, trovando i tasti giusti per spronarlo. Lui immagazzina come faceva con mamma, papà e tutti gli allenatori che ha avuto (da Marco Bon a Teddy Devetak, suo vero mentore, passando per Goran Biedov e Lorenzo Bettarini fino a Buscaglia e Pianigiani). Sempre in silenzio, mai una parola fuori posto, con la voglia ben celata di rivincita verso una vita che a 17 anni l'ha lasciato senza uno dei due principali punti di riferimento. I due anni di LegaDue — tristi per la società, che dopo questi chiuderà definitivamente — sono per Dada il jolly di una crescita ad alto livello e senza pressioni: 13 presenze il primo anno, 18 il secondo (2.4 punti di media in 7.7 minuti di gioco e nei playoff 5.7 punti in 16'): giocava poco ma imparava tanto e sapeva farlo senza sprecare nessuna delle informazioni che gli venivano fornite. Nel mezzo la partecipazione agli Europei Under 20 2010 con la maglia azzurra, la prima, dove colleziona 7 presenze e 29 punti. Raddrizza il tiro migliorando la posizione delle mani sulla palla ma lo stile resta quello, inconfondibile.


 

In volo con l'Aquila


Giugno 2011. Udine smette l'attività e non si iscrive all'A2, Pascolo passa all'Aquila Trento in Divisione Nazionale A (3° serie) e da qui inizia la grande ascesa. La società è ambiziosa e costruisce per fare subito il salto di categoria, riuscendoci al primo anno. I minuti aumentano e gioca 34 partite, ma il meglio deve ancora venire: coach Buscaglia impara ad apprezzarne pregi (tanti) e difetti (caratterialmente pochi) e valorizza il suo diamante grezzo, che già al secondo anno acquista valore. 21 minuti di media in campo, 8.4 punti & 5.5 rimbalzi e a gennaio è chiamato a rappresentare l'Est come uno dei migliori Under 24 del campionato all’All-Star Game di LegaDue, senza crederci ancora molto...


 


Davide Pascolo, intimidito dalla solitudine davanti alla camera, si presenta al pubblico dell'All Star Game 2013


 

È solo un breve capitolo di una straordinaria stagione, culminata con la vittoria della Coppa Italia di Lega e il titolo di MVP della manifestazione. Capelli un po' più a posto rispetto al passato, consapevolezza maggiore e una pagina di Wikipedia che nasce per lui lasciandolo naturalmente basito (quando glielo si fa notare si abbandona a uno stringato “Figo!”). Resta la timidezza davanti alle telecamere come dimostra la fuga immediata a intervista (forse?) finita con i cronisti Rai al termine della stessa finale di Coppa. Ma l'autostima è cresciuta: “Quell'anno ho capito che potevo realmente diventare un giocatore”.


 


Viene eletto MVP delle Final 4 di Coppa Italia di LegaDue dopo aver totalizzato 35 punti in due gare


 

In tre stagioni l'aquilotto Dada spicca il volo con “mamma” Trento e si ritrova in Serie A. Nella primavera 2014 l'Aquila vince i playoff di LegaDue battendo 3-0 Capo D'Orlando in finale e conquista la storica promozione. Davide è MVP della regular season con 16 punti di media (45% da tre, alla faccia dello stile), 9.9 rimbalzi, 1.2 stoppate e 2.2 assist. Dal canestro di Siena sono passati 5 anni e mezzo, sono cambiate storia e geografia della pallacanestro italiana e Davide ne ha osservato gli sviluppi stando in disparte, crescendo come giocatore e uomo, mantenendo però fede al suo modo di tirare.


 

Nella massima serie è protagonista da subito, più di quanto non lo sia stato all'esordio nelle categorie inferiori: nella prima stagione, la scorsa, colleziona numeri di un certo peso — 29 partite disputate con 11.7 punti di media (57.5% da due e 78.1% ai liberi), 7.2 rimbalzi, 1.1 stoppate e 1.6 assist. Dominante in certi casi, più che utile in tutti gli altri, è presenza fissa anche in Nazionale: dopo aver partecipato alla tournée con la sperimentale in Cina nell'estate 2013 e aver esordito con la maggiore nella Trentino Cup 2014 vincendo l'ennesimo titolo di miglior giocatore, si guadagna il raduno 2015 pre-Europeo con Pianigiani che gli fa assaggiare l'aria della grande competizione per poi puntare sui suoi pretoriani, non convocandolo per la trasferta a Berlino e Lille. Altra esperienza di cui fare tesoro senza batter ciglio, per puntare a qualcosa di ancora più grande negli anni a venire, tipo il preolimpico che sta per arrivare: “Già il fatto di essere stato chiamato mi rende felicissimo” dice ora. “Spero di andare a Torino, ma so che è difficile: Gallinari, Datome, Melli e Polonara sono i '4' della Nazionale, se ci sono loro sono contento di stare a casa”.


 

Olimpia, lo spartiacque della carriera


Il resto è storia recente. La fresca eliminazione dai quarti di finale playoff ad opera dell'Olimpia Milano (18 punti in gara 1, 22 in gara 2) è l'ultimo atto di una stagione individualmente ancora migliore della precedente, dove Pascolo ha chiuso 2° nella classifica dei migliori giocatori della regular season alle spalle di James Nunnally, guadagnandosi la convocazione all’All-Star Game. 30 partite giocate, 13.4 punti di media (57.5% da due e 80% dalla lunetta, pur con solo il 14/52 da tre in stagione) con 6.4 rimbalzi e 1.5 assist. In più l'esplosione in Eurocup, con la finale sfiorata dopo aver eliminato l'Olimpia ai quarti e l'inserimento nel primo quintetto della competizione con 15 punti a serata e il career high di 25 punti nella sfida con Reggio Emilia alle Last 32. Exploit che l'hanno reso anche un personaggio del videogioco di basket più celebre del pianeta: tributo che i tifosi di Trento gli hanno riservato come ringraziamento per la superlativa stagione.


 


“È figo vedersi nel gioco, come potersi prendere al Fantabasket. L'NBA è il sogno di tutti, ma ora non riesco nemmeno a immaginarlo”


 

Le lunghe ali di Dada sono ormai spiegate e forse non ha più bisogno che mamma Aquila gli indichi la via: il futuro a 25 anni lo decide lui e dopo un iniziale tentennamento ha detto sì a Milano, che dopo averlo ammirato in ben sette occasioni (due in stagione regolare, tre in Eurocup e tre ai playoff), apprezzandone i continui miglioramenti, ha deciso di metterlo sotto contratto. Cresciuto fisicamente — spalle più larghe e più massa attorno alle ossa — Pascolo è oggi un giocatore più completo rispetto agli inizi in Serie A. Oltre ad affinare i movimenti in post basso — dove continua a non amare troppo i contatti, cui riesce a fare a meno perché spesso meglio posizionato rispetto al difensore (anche a rimbalzo) — ha aumentato la quantità di tentativi da media e lunga distanza, prendendo maggior confidenza con conclusioni aperte che solo negli ultimi anni sono diventate parte del suo bagaglio tecnico.


 

In biancorosso avrebbe potuto ritrovare Alessandro Gentile — in uscita forse verso l'NBA – avversario e “compagno” nel miglior quintetto delle finali nazionali U19 2009 dove Pascolo si fece conoscere al grande pubblico per la prima volta. Trento ha fatto di tutto per trattenerlo, ma quel giro di campo a testa bassa alla fine di Gara-3 (contro Milano), quasi a non voler incrociare gli occhi di chi l'ha osannato per cinque anni per non offenderli con uno sguardo d'addio, è stato l'ultimo battito della storia con l'Aquila, chiusa con una lettera che ha poco del taciturno Dada, ma sa tanto di “obbligo morale” verso chi l'ha sempre sostenuto. Un cammino che ha fatto crescere il dinoccolato giovanotto di Udine (anzi, di Coseano, altrimenti si offende), silenzioso e timido, fino a farlo sbocciare ai massimi livelli in Italia ed Europa. E a chi importa se il tiro è brutto da vedere. Come dicono negli States: se non è rotto, non cercare di aggiustarlo.


 

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