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Dario Saltari
L'avversaria migliore per l'Italia
16 ott 2017
16 ott 2017
Irlanda del Nord, Grecia, Svezia e Repubblica d'Irlanda: squadra molto diverse, con insidie peculiari.
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Dario Saltari
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La fine del girone di qualificazione dell’Italia per Russia 2018 ha lasciato una sensazione

che, a guardare solo le classifiche e i risultati, non sembrerebbe giustificata. In fondo era lecito aspettarsi di arrivare dietro ad una Spagna del genere e l’Italia di Ventura è risultata la migliore tra le seconde, se si esclude la Svizzera - che ha raggiunto l’incredibile e poco invidiabile record di essere la prima Nazionale a non riuscire a qualificarsi direttamente per un Mondiale dopo aver conquistato 27 punti nelle qualificazioni, tutte vittorie e una sola sconfitta, nell’ultima partita oltretutto.

 

Il problema, più che altro, è come sono arrivati questi risultati, con un senso di inferiorità insormontabile nei confronti della Spagna e prestazioni al limite contro squadre decisamente inferiori come Macedonia e Albania. Insomma l’opinione pubblica ha perso certezze.

 

Nonostante ciò, una buona notizia: l’Italia arriva al sorteggio da testa di serie, evitando quindi le squadre più insidiose: Svizzera, Danimarca e Croazia.

 

Nell’urna l’Italia potrà pescare una tra Irlanda del Nord, Svezia, Grecia e la Repubblica d’Irlanda. Sono squadre molto diverse tra loro, ognuna con insidie peculiari e specifiche, ma accomunate da un livello tecnico piuttosto basso.

 



L’Irlanda del Nord sta vivendo una parentesi magica della sua storia, arrivando a queste qualificazioni sulla scia della prima, storica, presenza alla fasi finali di un Europeo, quello francese. In quel caso si era qualificata addirittura da prima del girone e si poteva pensare ad un exploit temporaneo, o a uno scherzo del destino, invece la storia si è ripetuta, con le dovute proporzioni. L’Irlanda del Nord si è qualificata ai playoff di Russia 2018 con una giornata in anticipo, in un girone che includeva oltre alla Germania anche Repubblica Ceca, Norvegia, Azerbaijan e San Marino.

 




 

Lo scarto tra la qualità tecnica della rosa a disposizione di Micheal O’Neill e i risultati raggiunti in questi ultimi anni è davvero impressionante se si pensa che l’Irlanda del Nord ha solo tre giocatori titolari in Premier League inglese (Steven Davis al Southampton; Chris Brunt e Jonny Evans al WBA) e per il resto è composta principalmente da giocatori provenienti dalle serie minori inglesi e dal campionato scozzese.

 

I successi dell’Irlanda del Nord non derivano però da una programmazione statale, com’è avvenuto per altre sorprese europee (come Belgio

) e quando O’Neill ha iniziato il suo incarico faceva addirittura fatica a mettere insieme una rosa in grado di competere a questi livelli. Quello che inizialmente sembrava un limite, però, si sta sorprendentemente trasformando in un vantaggio: l’Irlanda del Nord è una delle Nazionali europee che è cambiata di meno negli ultimi anni e oggi funziona così bene sul campo anche perché può puntare su un gruppo che si conosce alla perfezione.

 

L’idea di O’Neill è stata quella di ottimizzare il più possibile il gioco senza il pallone. Sul campo questo si è tradotto in un 4-5-1 molto compatto e aggressivo sul possesso avversario, con scalate molto attente e puntuali sia in verticale che in orizzontale. L’Irlanda del Nord difensivamente è talmente solida che in queste qualificazioni, se si escludono le due partite con la Germania, ha subito solo un gol, tra l’altro un autogol, all’ultima giornata contro la Norvegia, quando la squadra di O’Neill ormai si era già qualificata (contro la Germania invece ha subito cinque gol in due partite).

 

La tenuta difensiva nordirlandese diventa una vera e propria ossessione contro le Nazionali di primissima fascia (quindi potenzialmente anche contro l’Italia): in quei casi O’Neill dispone l’Irlanda del Nord con un 5-3-2 ancora più coperto, con le due punte che rientrano fin dentro la propria trequarti. Una mossa che distrugge qualunque velleità offensiva della propria squadra senza peraltro produrre benefici così evidenti: l’Irlanda del Nord non possiede dei grandissimi marcatori in area (i tre titolari, Evans, McAuley e McLaughlin sono tutti molto lenti e macchinosi) e soffre quando deve difendersi bassa contro attaccanti tecnicamente o fisicamente sopra la media.

 

Non possiede neanche grandi armi offensive, se si escludono i cross su palla inattiva e i calci di punizione dal limite (il terzino sinistro, Chris Brunt, ha un gran tiro dalla distanza). Kyle Lafferty, che

garantiva un’ulteriore fonte di pericolosità con le sue corse in conduzione, fisicamente non sembra adeguato ad alto livello, forse anche perché nella fase calante della sua carriera ha giocato sempre meno a livello di club. Anche il suo compagno di reparto, Conor Washington (no,

), non sembra all’altezza.

 

In definitiva, il pericolo principale per l’Italia è quello scontrarsi con un muro e non riuscire a segnare. Se di per se sarebbe una situazione frustrante, con il passare dei minuti rischieremmo di perdere le poche certezze rimaste e la lucidità necessaria per non compiere errori.

 



La Grecia, invece, si ritrova in una situazione diametralmente opposta, trovandosi in

della sua storia calcistica recente. Il campionato greco sembra non riuscire a risolvere i problemi ormai cronici con scandali scommesse e violenza negli stadi, e la federazione è di fatto

dalla FIFA. Una situazione di caos che ha finito inevitabilmente per riflettersi sulla Nazionale, che, dopo il clamoroso fallimento alle qualificazioni agli Europei del 2016, è riuscita a qualificarsi a questi playoff con grande fatica.

 

Il gruppo era piuttosto complesso, con il Belgio e la Bosnia a contenderle i primi due posti, ma la Grecia non ha comunque mai dato l’impressione di poter imprimere neanche un minimo controllo sulle proprie partite, tanto che ha rischiato di compromettere un cammino discreto andando momentaneamente in svantaggio contro Cipro alla penultima giornata.

 

La squadra, che è probabilmente quella di più alto livello tecnico tra le quattro non teste di serie, è allenata da Micheal Skibbe, che si è seduto sulla panchina greca dopo la follia delle qualificazioni agli Europei durante le quali la Grecia ha cambiato tre allenatori (Ranieri, Tsanas, Markarian). Skibbe, che viene da una lunga storia di esoneri tra Germania e Turchia (Bayer Leverkusen, Galatasaray, Eintracht Francoforte, Hertha Berlino), ha avuto il merito di prendere una squadra allo sbando e darle un minimo di solidità e continuità di risultati.

 

La Grecia si schiera quasi sempre con un 4-4-2 abbastanza scolastico e rimane una squadra senza particolari idee di come attaccare, né difendersi, basandosi quasi totalmente sulle qualità fisiche e tecniche dei propri giocatori.

 

Il che significa innanzitutto avere una difesa fisica e reattiva, come da tradizione quasi ingiocabile sia nel gioco aereo ma anche abile nella copertura della profondità, ma che dall’altra parte va in imbarazzo quando c’è da far uscire il pallone da dietro. Stafylidis è l’unica eccezione di un reparto tecnicamente non eccellente. Con Manolas e Papastathoupoulos al centro, e Torosidis a destra, la Grecia deve spesso lanciare per la testa di Mitroglu se vuole far arrivare la palla sulla trequarti.

 





 

Anche i due mediani (di solito Tsiolis e Zeca) in fase di impostazione non aiutano molto e spesso contribuiscono ad errori che mettono in difficoltà la retroguardia. Il centrocampo è anche pigro nell’assorbire gli inserimenti in area e questo porta la Grecia a soffrire molto se deve difendersi bassa, quando le squadre avversarie cercano di sovraccaricare l’area.

 

Le cose migliorano, e di molto, dalla trequarti in su. A partire da Mitroglu, che oltre ad essere il capocannoniere indiscusso della squadra (6 gol durante queste qualificazioni, solo Lukaku ha fatto meglio nel gruppo H) è abile a far salire la propria squadra venendo a giocare tra le linee, con un utilizzo del corpo davvero di alto livello e una tecnica raffinata.

 

Dietro di lui ci sono i due giocatori tecnicamente più interessanti dell’intera rosa, e cioè Mantalos (a destra) e soprattutto Fortounis, che gioca da “pesce pilota” dietro la prima punta. Fortounis, al momento all’Olympiakos, ha una grande capacità di controllo del pallone in spazi stretti e un estro di molto al di sopra della media della rosa, che di fatto lo rende il fulcro creativo dell’intera squadra.

 

Nonostante la qualità nella trequarti offensiva, comunque, la Grecia rimane un avversario più che alla portata dell’Italia, soprattutto per la sua incapacità di controllare la gara. La squadra di Ventura dovrà comunque alzare il livello della propria organizzazione difensiva senza il pallone, se non vuole correre rischi.

 



Prima dell’inizio delle qualificazioni ci si chiedeva come avrebbe reagito una Nazionale piccola come la Svezia all’addio di uno dei più grandi talenti della sua storia, e cioè, ovviamente, Zlatan Ibrahimovic.

 

La risposta della squadra allenata da Janne Andersson, in questo senso, è stata autorevole, con una qualificazione guadagnata di fatto con una giornata d’anticipo (l’Olanda avrebbe dovuto batterla con almeno 7 gol di scarto all’ultima giornata…).

 

Quello che stupisce della Svezia è che, nonostante la perdita della sua fonte di pericolosità maggiore, ha una capacità quasi unica per una Nazionale, davvero “da grande squadra”, di sentire i momenti decisivi e di farli girare a proprio favore. Fattore che la rende molto temibile negli scontri secchi, come può testimoniare la Francia, battuta dalla Svezia 2-1 lo scorso giugno.

 



 

La Svezia ha un gioco vintage dal gusto anglosassone, con un 4-4-2 che predilige il lancio lungo per due punte molto forti fisicamente (di solito Berg e Toivonen) e le verticalizzazioni immediate dopo la riconquista delle seconde palle e l’accentramento delle due ali (di solito Forsberg e Durmaz). Se la Svezia non riesce a passare per vie centrali attraverso il lancio lungo, cerca di dare ampiezza con i due terzini, che vengono mandati in avanti alla ricerca del cross.

 

È un gioco non particolarmente brillante ma comunque efficace, soprattutto grazie al dominio nei duelli aerei di Berg (capocannoniere del girone con 8 gol, la metà di testa) e al grande contributo creativo di Forsberg, uno dei principali assist-man d’Europa, che venendo al centro riesce spesso a garantire la superiorità numerica tra le linee.

 

I problemi per la Svezia iniziano quando non è più in controllo del pallone. La squadra di Andersson non ha meccanismi di riconquista ed è quindi piuttosto fragile in transizione negativa, un problema non di poco conto per una squadra che per rendersi pericolosa deve per forza di cose allungarsi sul campo.

 

Anche in fase di difesa posizionale, quando cerca di difendere il centro stringendo le linee di centrocampo e difesa sia verticalmente che orizzontalmente, la Svezia ha spesso dei problemi, per via di una coppia di centrali (Lindelöf e Granqvist) molto lenta e restia ad uscire dalla linea per difendere lo spazio tra le linee. Stringendosi molto orizzontalmente, inoltre, la Svezia fa molta fatica a coprire il lato debole sui cambi di gioco.

 

La Svezia, in definitiva, ha un gioco semplice e consapevole dei propri limiti, che cerca di limitare al minimo i rischi derivanti da un tasso tecnico in media piuttosto basso. Se alcuni elementi vengono penalizzati da un gioco così poco associativo (Forsberg su tutti), per il resto la squadra fonda la propria sicurezza su compiti semplici e chiari. Nonostante abbia meno talento della Grecia, quindi, la Svezia rappresenterebbe un ostacolo più difficile per l’Italia, che in questo momento vive invece in un momento di totale confusione tattica.

 



L’Irlanda non si qualifica a un Mondiale dai tempi di quello nippo-coreano del 2002 e quindi guarda giustamente ai prossimi playoff come un’occasione storica, anche per il modo in cui la squadra è riuscita a ritagliarsela. Il gruppo D era infatti uno dei più equilibrati di tutte queste qualificazioni, con quattro squadre più o meno dello stesso livello (oltre all’Irlanda: Serbia, Galles e Austria) a contendersi due posti.

 

La squadra di Martin O’Neill, nordirlandese e quasi omonimo del Michael O’Neill allenatore dell’Irlanda del Nord, ha avuto un percorso accidentato ed è riuscita ad entrare nell’urna dei playoff solo all’ultima giornata, battendo fuori casa un Galles che veniva da tre vittorie di fila e che tutti davano per favorito dopo il sorprendente Europeo francese.

 

L’Irlanda è la squadra tatticamente più varia delle quattro, con O’Neill che durante le qualificazioni ha tenuto come unico riferimento fisso la difesa a quattro variando tra 4-3-3, 4-2-3-1 e addirittura 4-3-1-2 a rombo. Anche al di là della varietà dei moduli utilizzati, comunque, l’Irlanda sembra essere una squadra estremamente organizzata per essere una Nazionale, soprattutto senza il pallone.

 

Quella di O’Neill non è ovviamente una squadra di possesso ma sa difendersi bassa senza essere passiva, con una pressione sul portatore continua e una grande compattezza verticale tra difesa e centrocampo. L’Irlanda sa difendere il centro molto bene, insomma, costringendo gli avversari sugli esterni per facilitare il recupero del pallone con l’aiuto della linea del fallo laterale.

 

Ma è l’intensità, oltre all’organizzazione difensiva, a renderla veramente competitiva. L’Irlanda gioca a ritmi che, applicati a una squadra già molto fisica, diventano insostenibili per qualsiasi altra Nazionale, soprattutto nei meccanismi di riconquista immediata del possesso.

 

Forse consapevole di questa superiorità nella contesa delle seconde palle, l’Irlanda fa un grandissimo affidamento al gioco lungo, sia direttamente verso gli attaccanti che, con i cambi di gioco, diagonalmente verso gli esterni. È una scelta con un senso vista la batteria di attaccanti a disposizione, tutti molto forti fisicamente sia nei duelli aerei che in conduzione, a partire da Murphy e Long.

 

La squadra di O’Neill passa rarissimamente con il pallone per il centrocampo, che viene sistematicamente svuotato con tagli continui dall’interno verso l’esterno oppure direttamente in area. Proprio per via del tempismo negli inserimenti, James McClean, che ha regalato la qualificazione all’Irlanda con il gol contro il Galles (nato proprio da un taglio in area alle spalle degli attaccanti), è probabilmente l’uomo più importante del centrocampo di O’Neill.

 



 

Con il pallone, quello dell’Irlanda sembra un gioco di stampoquasi rugbistico in cui gli attaccanti sono usati più come testa di ponte per gli inserimenti dei centrocampisti, persino dalle rimesse laterali, che come fonti di pericolo a sé stanti. E questo, unito a un attacco dal tasso tecnico tutt’altro che eccelso, porta la squadra di O’Neill ad avere grossi problemi realizzativi. Tra tutte le seconde qualificate a questi playoff, l’Irlanda è quella che ha avuto l’attacco peggiore (appena 12 gol in 10 partite). Il capocannoniere della squadra è stato proprio McClean, un centrocampista, con 4 gol.

 

L’Italia ha già assaggiato le difficoltà di affrontare una squadra come l’Irlanda di O’Neill poco più di un anno fa, durante i gironi dell’Europeo di Francia. Allora andò male, con una partita faticosa e frustrante, che l’Italia finì per perdere a causa di un gol nel finale di partita di Brady, inseritosi in area alle spalle degli attaccanti su un cross dalla trequarti.

 

Oggi la squadra di Ventura ha meno certezze, ma più motivazioni (allora l’Italia era già qualificata matematicamente agli ottavi): speriamo possano bastare contro una squadra che rappresenterebbe il test più probante per capire le nostre ambizioni in vista del Mondiale dell’anno prossimo.

 

 

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