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Dario Saltari
La caduta degli dei
15 feb 2017
15 feb 2017
Proviamo a capire come il PSG di Emery ha ribaltato il pronostico, distruggendo il Barcellona.
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Dario Saltari
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Quello che è successo ieri tra PSG e Barcellona era praticamente impronosticabile. Per quanto ci fossero

del cattivo stato di forma del Barcellona e del fatto che il PSG potesse metterlo in difficoltà, un risultato e una prestazione schiacciante come quella di ieri non rientrava nemmeno nei sogni più spinti del presidente qatariota Al-Khelaifi. Alla fine, nel 2017 la squadra di Luis Enrique aveva perso solo una volta, ad inizio anno, in un innocuo 2-1 contro l’Athletic Bilbao in Coppa del Re, che non aveva nemmeno precluso la qualificazione al turno successivo. Il PSG invece, sebbene venisse da una consistente striscia positiva in patria, sembrava ancora avere troppi problemi al suo interno per poter mettere in crisi una squadra della consistenza tecnica del Barça. E invece fin dai primi secondi si è notata la differenza tra le due squadre, sotto tutti i punti di vista.

 

 



 

La prima sorpresa era arrivata già dalla lavagnetta tattica. Luis Enrique ha deciso di schierare la squadra con un poco usuale 4-4-2 la cui forma dipendeva, in sostanza, dagli umori di Messi. Se il campione argentino cercava di ricevere palla centralmente, André Gomes si allargava sulla destra agendo di fatto da ala. Se invece veniva a prendere palla direttamente sull’esterno destro come fa abitualmente, il centrocampista portoghese si stringeva accanto ad Iniesta e Busquets tornando nel suo ruolo “naturale” di mezzala.

 

 

È difficile capire perché il tecnico asturiano abbia scelto questo tipo di schieramento. Forse voleva avvicinare i tre vertici della MSN centralmente, nella speranza di un maggiore spazio tra le linee che però il PSG non ha praticamente mai concesso. Solo una volta, al 71esimo del secondo tempo e con il risultato già compromesso, Messi è riuscito a girarsi con la palla tra i piedi nella trequarti avversaria, mentre Neymar tagliava dall’esterno all’interno e Suarez attaccava la profondità.

 

Il resto della partita, però, ha detto altro. Messi, ieri di una passività sconcertante sia con il pallone che senza, è stato costretto a un gioco spalle alle porta di cui non è certo il miglior interprete, tra l’altro nella zona di maggiore densità avversaria. Per giocare palloni puliti il 10 argentino era costretto ad andare a prenderseli direttamente nella propria trequarti e anche in questo caso ha fatto non pochi danni, se pensiamo che il gol del 2-0 nasce proprio da una palla persa da lui vicino al cerchio di centrocampo.

 

Ma quello di Messi era solo uno dei problemi del 4-4-2 di Luis Enrique. Innanzitutto, il tecnico asturiano aveva programmato una pressione alta sul primo possesso avversario del tutto inefficace. Il rombo di prima costruzione del PSG, quello formato da Kimpembe, Marquinhos, Verratti/Rabiot e Trapp, era sempre sempre in superiorità numerica rispetto alle due punte blaugrana, a cui si aggiungeva (in maniera molto pigra, a dire la verità) un Iniesta in profonda difficoltà fisica.

 

Il 4-4-2, tra le altre cose, faceva perdere a Luis Enrique un uomo a centrocampo rispetto al 4-3-3 di Emery. Se Iniesta saliva sul vertice basso del centrocampo parigino, il Barcellona concedeva sistematicamente un centrocampista libero tra le linee, che aveva la completa libertà di girarsi palla al piede e di puntare l’area grazie alla totale passività della linea difensiva blaugrana. La squadra di Luis Enrique era talmente molle, tanto nell’aggressione del primo possesso quanto nella schermatura del centro del campo, che già intorno al decimo del primo tempo il PSG poteva avere due, tre uomini liberi da servire tra le linee. Oltre a una delle due mezzali, Emery chiedeva a Di Maria di ricevere molto centralmente (al contrario di Draxler, che invece rimaneva largo), probabilmente confidando nel fatto che Neymar non avrebbe seguito Meunier, che saliva occupando lo spazio liberato dal suo taglio.

 

Lasciare a Di Maria la libertà di ricevere tra le linee e di girarsi verso la porta è stata ovviamente una pessima idea, che ha portato alla migliore partita del “Fideo” in una stagione fin qui piuttosto grigia. D’altra parte, non c’è stata una cosa che il 4-4-2 di Luis Enrique ha fatto bene: era molto stretto orizzontalmente senza proteggere il centro, era molto lungo verticalmente senza nemmeno agevolare le transizioni. Gli unici spunti del Barcellona sono venuti dalle invenzioni da fermo di Iniesta e dalle risalite palla al piede di Neymar, forse l’unico positivo ieri sera. Proprio da una sua progressione in diagonale è nata l’unica occasione su azione per il Barcellona, con André Gomes liberato dalla marcatura centrale di Kurzawa, che Emery aveva cucito su misura di Messi.

 



 

Al di là delle inefficienze tattiche, su cui comunque Luis Enrique si è astenuto dall’intervenire, lasciando intatta la configurazione della propria squadra dal primo all’ultimo minuto, la differenza tra PSG e Barcellona ieri è stata anche, e forse soprattutto, nei duelli individuali, ed è paradossale se pensiamo ai nomi che compongono la squadra catalana.

 

Il piano di Emery, per quanto ben congegnato, era infatti piuttosto semplice. Il PSG pressava alto solo le situazioni statiche, come i rinvii dal fondo, e per il resto si limitava ad aspettare il Barcellona nella propria metà campo. Il centro del campo veniva schermato anche da Cavani, per evitare che la palla passasse verticalmente per i piedi di Iniesta o Busquets. Il Barcellona era quindi costretto a stagnare in quella che Guardiola definisce “l’odiosa circolazione a U”, con la palla che passava orizzontalmente per i piedi dei difensori intorno al blocco centrale parigino senza riuscire a bucarlo. Non basta avere il possesso per fare una partita proattiva.

 



 

Messi, l’uomo chiamato a fare la differenza, ha sfoderato una delle sue peggiori prestazioni di sempre,

avversaria. Molto spesso lo si vedeva

passeggiare per il campo, come un golfista che passa da una buca ad un’altra. Allo stesso modo, un centrocampo a due composto da Iniesta e Busquets non poteva né recuperare il pallone né gestirlo in maniera pericolosa ed ha subito sia la fisicità straripante di Matuidi che l’abilità nel gestire il possesso corto di Verratti e Rabiot.

 

Quest’ultimi due, nello specifico, hanno dimostrato ieri di poter brillare anche ai più alti livelli del calcio europeo. Il primo ha messo in mostra una visione di gioco d’élite nell’ultima trequarti: il secondo gol di Draxler è soprattutto merito del suo assist in scivolata, con cui è riuscito a servire l’ala tedesca anticipando il movimento a chiudere di Umtiti (comunque uno dei peggiori in assoluto). Il secondo, non esattamente un giocatore rinomato per l’interdizione, ieri ha vinto tre contrasti e intercettato quattro palloni, dominando fisicamente e tecnicamente il centrocampo avversario.

 

Le difficoltà del centrocampo del Barcellona si sono palesate in tutta la loro evidenza soprattutto nell’ultimo gol del PSG. Meunier ha superato Neymar in dribbling nella propria trequarti, e ha poi corso per 40 metri indisturbato fino al limite dell’area avversaria con Iniesta che gli arrancava dietro.

 

Sul piano dell’intensità, il PSG di ieri era semplicemente su un altro piano. I parigini sono riusciti a vincere anche i duelli più impensabili: Kimpembe, giovane centrale francese chiamato a sostituire Thiago Silva e al suo esordio assoluto in Champions League, ha divorato con la sua aggressività Luis Suarez, uno che è solito far impazzire i suoi diretti avversari, con e senza il pallone.

 

Un fuoco sacro la cui origine è probabilmente da ricercare in panchina. Emery aveva preparato bene la partita, cuocendo evidentemente a puntino le motivazioni dei suoi giocatori. Ma è stato anche molto presente a bordo campo, con uno spettacolo fisico che ha toccato vette di misticismo impensabili, quando alla fine ha provato a mandare alta una punizione di Neymar

.

 

Ma il successo del PSG ha poco a che fare con il caso. Al contrario, la squadra di Emery ha messo in campo una volontà feroce di passare il turno e una lucidità che ha annichilito la superiorità tecnica del Barcellona. La squadra catalana, dal canto suo, è sembrata in profonda crisi identitaria. Anche se la partita di ieri è probabilmente irripetibile, sia in positivo per il PSG che in negativo per il Barça, la rivoluzione verticale di Luis Enrique sembra aver iniziato a perdere di senso.

 

 

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