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Stefano Piri
L'estate di Cassano e Balotelli
21 Jun 2024
21 Jun 2024
Quelli del 2012 sono stati Europei speciali per l'Italia, per tanti motivi diversi.
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Stefano Piri
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IMAGO / PanoramiC
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La Nazionale italiana atterra a Cracovia, sede del ritiro per Euro 2012, sabato 5 maggio alle 17.20. In Polonia piove, il cielo è del colore della lana di vetro. Il pullman è venuto a prenderli fin sulla pista di atterraggio, ma come tutti gli italiani all’estero gli azzurri teatralizzano istintivamente il fastidio per il clima. Sprofondano nei cappucci, rabbrividiscono, insaccano le mani per proteggerle dal gelo come sopravvissuti al Polo ne La tenda rossa. Ci saranno 15 gradi.

Tra i giocatori ci sono campioni del mondo come Pirlo e De Rossi, una leggenda vivente come Gigi Buffon, eppure ad accoglierli trovano “un centinaio di bambini” (difficile tra l’altro che cento bambini si trovassero semplicemente su una pista di atterraggio in Polonia, qualcuno ce li avrà messi, ma sono quei dettagli che la cronaca sportiva non chiarisce mai) che scandiscono un solo nome: «Mario! Mario!». Balotelli sorride, l’affetto dei tifosi gli è sempre piaciuto. Cammina un po’ strano come spesso gli sportivi a riposo, impacciati come fuoriserie in seconda. Lui però ha anche un affaticamento all’adduttore, niente di grave a patto di non rischiare.

Ci sono anche degli adulti. Uno finalmente grida: «Viva Buffon!» (io me lo immagino un po’ baritono, tipo “Viva Verdi!” in una fiction RAI sul Risorgimento). Un altro, polacco originario di Chiavari, 37 anni, regge un bandierone del Genoa. Dice ai cronisti che gli dispiace non ci sia Criscito.

Sembra, e invece né l’una né l’altra sono invocazioni innocenti.

Buffon e Criscito sono tra i molti calciatori italiani coinvolti nell’inchiesta “Last Bet” emersa un anno prima ma appena deflagrata in arresti clamorosi e titoloni di giornale. Oggi sappiamo che verrà poi molto ridimensionata, lasciando ai posteri per lo più suggestive o tragicomiche vicende di contorno, come l’assurda odissea giudiziaria di Beppe Signori, il brutto finale di carriera di Cristiano Doni e il grottesco autogol volontario di Masiello in un derby Bari-Lecce. In quel momento, però, si pensa che possa davvero scuotere il calcio italiano alle fondamenta.

Scherzo, in Italia nessuno ha mai pensato che alcuno scandalo possa cambiare alcunché, ma si conviene educatamente di fingere che sia così, in questo caso anche per ragioni scaramantiche. La spedizione a Euro 2012 parte in un coro di reprimende ambivalenti sul calcio italiano che vergogna, e che poi però proprio nelle difficoltà dà il meglio di sé come nel 1982 e nel 2006, un pentolone retorico in cui si mestano zampe di ragno e code di pipistrello aspettandosi che ne venga fuori la pozione magica, come nelle favole.

Qualcuno ha fatto finta di chiedere che Buffon, su cui gravano dei sospetti, fosse lasciato a casa, ma in linea di massima lo ha fatto con lo spirito di chi alle elezioni vota un partitino da 0,2% che propone l’abolizione della proprietà privata o il Papa re: per sfogarsi, nella certezza che quella posizione non avrà alcuna conseguenza pratica. L’unico che alla fine è rimasto a casa è Criscito, perché la sua posizione nell’inchiesta pare la più delicata (invece verrà archiviata a settembre), e forse anche un po’ perché è Criscito e non Buffon.

In tutto l’anno solare fino a quel momento, cioè in 6 mesi, l’Italia ha giocato soltanto due amichevoli, perdendole entrambe male, in casa, con gli Stati Uniti a febbraio e con la Russia qualche giorno prima.

Eppure, nonostante il combinato disposto tecnico-giudiziario, non si può dire che intorno agli azzurri ci sia un clima pesante. Se l’atteggiamento dei media, e quindi dei tifosi, è invece di cauta benevolenza, lo si deve probabilmente alla specifica qualità oltremondana del carisma di Cesare Prandelli.

È diventato CT due anni fa, dopo l’incubo di Sudafrica 2010 ma senza veleni, dato che il suo arrivo era stato addirittura ufficializzato con la benedizione di Lippi prima dell’inizio della competizione, indipendentemente da come fosse andata. Ha una carriera atipica, è in giro da molti anni e ha fatto bene ovunque, ma non ha mai allenato una grande squadra. Un po’ forse per alcuni tratti caratteriali e perfino somatici che in Italia sono associati al calcio di provincia, molto per la vicenda drammatica della malattia fatale che ha colpito la moglie Manuela nel 2004, costringendolo a lasciare la Roma, da cui era stato scelto come erede di Fabio Capello, prima ancora di poterla allenare in una partita ufficiale.

Il suo approdo in Nazionale 6 anni dopo, al termine di un lustro alla Fiorentina trascorso comunque in alta classifica, è sembrato a molti un piccolo risarcimento per quello che gli è capitato. Come un telegramma di condoglianze, non meno opportuno perché sproporzionato alla tragedia.

Sudafrica 2010 è stata una Waterloo, non solo per la portata della sconfitta ma soprattutto nel senso del definitivo tramonto dei sogni imperiali. Come Napoleone fuggito dall’Elba, Lippi aveva radunato in fretta e furia i vecchi generali, alcuni un po’ invecchiati o imbolsiti, altri zoppi, contando sul terrore e il rispetto che i loro nomi erano ancora in grado di incutere ai nemici. Dopo l’umiliazione di essere usciti con due punti in 3 partite contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia, è chiaro che l’Italia non fa più paura a nessuno, e dopo due decenni e tre generazioni di fenomeni il nuovo CT dovrà superare prima di tutto un ostacolo propriocettivo: Euro 2012 sarà il primo torneo che l’Italia affronterà da una nuova dimensione, quella di una Nazionale che deve vivere di espedienti, superare le proprie paure invece di incuterne agli altri, arrangiarsi per colmare il gap con avversari che sono semplicemente più forti.

A giugno 2010, quindi, il permanentemente sobrio Prandelli è una novità che si intona perfettamente alla momentanea sobrietà che in Italia fa sempre seguito alle sconfitte. La prima novità che porta a Coverciano non riguarda le convocazioni, un metodo di allenamento o un’idea tattica, ma un “codice etico”, accolto con severa approvazione e occasionali ironie: qualcuno ad esempio fa notare che il nuovo capitano degli azzurri, Buffon, nella prima intervista nel nuovo ruolo lascia intendere di non aver bene inteso, lui stesso, in cosa il codice consista. Poi si capisce: i giocatori squalificati in campionato per comportamenti violenti o antisportivi non saranno convocati nemmeno in Nazionale.

Bello, anche se non risulta che i calciatori dell’Italia abbiano una particolare propensione alla violenza gratuita o alla frode. Qualcuno potrebbe dire che le soluzioni più efficaci sono sempre quelle date ai problemi che non esistono, ma non lo dice nessuno.

Naturalmente quelli che danno più corda a Prandelli su questo terreno sono gli stessi che poi tentano di usarla per impiccarlo. Sarà una costante dei quattro anni di Prandelli sulla panchina azzurra, e tra due anni contribuirà non poco al clima pesante e al conseguente fiasco della spedizione a Brasile 2014. Ogni volta che un giocatore della Nazionale sarà coinvolto in qualche episodio antipatico in campionato, qualcuno tirerà fuori il codice etico di Prandelli, sempre troppo blando o troppo severo, costringendo a un certo punto perfino un personaggio dai tratti gesuitici come il CT a sbottare che decide lui, punto e basta. E quindi a riconoscere che il codice etico in un certo senso non esiste, o insomma esiste come le “regole” che talvolta i genitori danno ai bambini, improvvisando un po’ e contando sul fatto che non ti chiederanno mai una copia scritta da controfirmare, dato che non sanno leggere.

Non voglio fare l’antipatico su Prandelli, né fare sociologia d’accatto sulla tradizionale confusione italiana tra giustizia e morale, su quanto velocemente il nostro clima faccia irrancidire la legalità in paternalismo, le regole in arbitrio. Avrete a questo punto intuito, invece, che secondo me la storia di Euro 2012 è interessante soprattutto in quanto racconto morale, che come tutti i racconti morali non insegna nulla se non sulla morale stessa che lo ha generato, cioè la nostra. Per dirla in maniera un po’ altisonante, Euro 2012 è stato uno dei pochi tentativi italiani che mi vengono in mente - e non parlo solo di calcio - di trovare una sintesi tra discorso trasgressivo (Cassano e Balotelli) e discorso terapeutico (Prandelli) e, pur con tutte le sue goffaggini e contraddizioni, ha prodotto dei risultati interessanti.

Da soli sulla luna

«Si dice che dovrei fare il tutor di Balotelli, pensa come stiamo messi... E a me chi mi segue?», ride Cassano in sala stampa. I giornali avevano scritto che era “nervoso”, dopo un paio di giorni a Cracovia aveva riempito di insulti un cameraman di Sky per motivi che nessuno aveva ben capito, ma l’esordio coi campioni di mondo spagnoli è andato bene, e l’ha sciolto. Abbiamo pareggiato 1-1, forse meritando anche qualcosa di più, contro una squadra di alieni, campioni del mondo e campioni d’Europa in carica, che sulla carta doveva farci a pezzi. Il gol del vantaggio l’ha segnato Di Natale, ma Cassano ha tessuto quasi tutta la bellezza della nostra partita. La maglia numero 10, trovata a trent’anni in Nazionale dopo essere stato per tutta la carriera uno dei pochi grandi talenti del nostro calcio a non amarla e non volerla, nemmeno alla Sampdoria dove se avesse chiesto gli avrebbero fatto decidere pure i numeri degli altri, lo fa sembrare finalmente adulto, come un principe svogliato che finalmente va in battaglia con l’armatura scomoda ma imponente del re. Si dice che i giocatori davvero baciati dal talento si vedono meglio in prossimità dei loro simili, non so se sia sempre vero ma Cassano è sembrato ispirato, invece che intimidito, dal trovarsi di fronte Xavi, Iniesta, Fabregas e Xabi Alonso, insieme a Pirlo è stato l’unico degli azzurri a inghiottire la palla col corpo come e meglio degli spagnoli, l’unico che invece di staccargli la spina si è messo a giocare a campo minato con loro trovando sempre la zolla giusta: clic, e la palla è ancora sua.

«Non sono credente, ma ho ricevuto una grazia», dice poi, e vabbè ora non mettiamoci a fare i tomisti. Otto mesi fa ha avuto un malore a Malpensa, di ritorno da una trasferta a Roma. In ospedale gli hanno diagnosticato una malformazione cardiaca non rara, ma grave per uno sportivo. Lo hanno operato, c’è stata una lunga riabilitazione, si dubitava che potesse arrivare in buona condizione all’Europeo e invece è qui.

Sta per compiere trent’anni, il momento dei primi bilanci nella carriera di un calciatore, e se è vero che non è arrivato a giocare «da solo sulla Luna» come piace dire a lui («coi danni che ho fatto sono arrivato al Real Madrid, se avessi avuto la testa dove andavo a giocare? Da solo sulla Luna?») ma non è neanche vero che abbia «buttato via» il suo talento, come gli ripetono da un decennio. Gioca nel Milan con gente come Pato, Robinho, Maxi Lòpez, Boateng, ma anche Ibrahimovic: un po’ Harlem Globetrotters, un po’ cimitero degli elefanti, un po’ privé al Tropicana, ma anche l’ultimo Milan competitivo di Berlusconi, capace di giocarsi lo scudetto fino all’ultimo con la Juve e in corsa per la Champions fino ai quarti, quando gli infortuni di Thiago Silva e Pato rovinano un po’ tutto.

Con il senno di poi, nel 2024, è interessante chiedersi perché le carriere di quelli che sono spesso accomunati come i due talenti sprecati del calcio italiano contemporaneo, Cassano e Balotelli, abbiano avuto, alla fine, traiettorie così diverse. Una volta chiarito che non sarebbe stato il salvatore di un movimento in crisi, che non sarebbe mai diventato Totti o Del Piero, Cassano è stato comunque reintegrato dal calcio italiano, persino ai livelli più alti. I suoi eccessi sono diventati parte del paesaggio, un po’ tipo Morgan. Balotelli invece è stato messo ai margini intorno ai 25 anni, l’età in cui Cassano ha iniziato la sua seconda vita alla Sampdoria, e da allora non è più stato preso in considerazione se non dalle “bombe” di mercato di qualche sito clickbait (ne trovate di incredibili anche adesso che ha 34 anni, a dimostrazione del fatto che accanto al vero Mario Balotelli continua a esistere un MARIO BALOTELLI!!!! immaginario che collochiamo negli scenari più suggestivi, come l’eroe di un fumetto: a salvare la Salernitana smezzandosi le sigarette con Sabatini, a Empoli a minare le certezze da guru motivazionale di Didi Nicola, al Boca Juniors perché nel caso sarebbe d’obbligo comprarsi la maglia e sfoggiarla a calciotto).

Cassano a modo suo è ancora un prodotto tradizionale dell’artigianato calcistico italiano: piccolo, scarsamente aerodinamico, connesso con il pallone tramite misteriose energie sensuali. Fa ancora parte, come Baggio e Del Piero (che infatti nei primi ISS PRO facevano pena rispetto a Babangida o Robbie Keane), di un’aristocrazia del talento difficilmente traducibile in un videogioco. Balotelli sembra creato da un adolescente che smanetta con l’editor di FIFA. Altezza: 1,90. Velocità: 99, Dribbling: 99, Potenza: 99, Punizioni: 99, Colpo di testa: 99. Scarpini: fluo. Taglio di capelli: il più assurdo che si riesce a trovare, e glielo cambiamo ogni due partite. Il suo talento non contiene nessun mistero, in campo nemmeno per un secondo puoi scambiarlo per un outsider.

Ma c’è anche una differenza più profonda: per assurdi che siano i suoi comportamenti fuori dal campo, per sguaiate che siano le sue sceneggiate, per tetri che siano gli aneddoti morbosi che i giornali scovano o inventano sulla sua infanzia a Bari Vecchia, quando il pallone rotola la presenza in campo di Cassano è sempre una fonte di luce, e soprattutto lui sembra felice. Difficile scovare una sua entrata dura, difficile che incorra in atteggiamenti furbetti o sleali, è innamorato del pallone ma non nel senso in cui lo si dice dei dribblomani, il suo è un amore più bello e libero e creativo, che lo porta semmai a essere fin troppo altruista. È come se Cassano in campo avesse tutta la grazia, la serenità e la maturità che sembrano a volte venirgli meno al di fuori.

Balotelli in campo è cupo. Ogni suo gesto, persino quelli in apparenza svogliati, è caricato di un’intensità insopportabile, esistenziale. Mentre Cassano sull’erba esiste solo al di fuori di sé stesso, nelle relazioni con i compagni, con gli avversari e con la palla, Balotelli sembra avere un’acuta e morbosa consapevolezza del fatto che tutti gli occhi sono su di lui, consapevolezza che in un certo senso porta il suo gioco ad assomigliare alle smorfiette metaconsapevoli che fanno i timidi quando devono essere fotografati: leziosità, broncetto, linguaccia, seriosità, sonnolenza, paura, fastidio, dissimulazione.

Cassano non ha il benché minimo desiderio di essere preso sul serio, per Balotelli non sembra esserci cosa più importante al mondo. Entrambi fanno fatica a restare seri per 10 secondi di fila, ma Balotelli fa del suo meglio, piuttosto irrigidisce i lineamenti come un chierichetto a cui durante la messa è venuta in mente una storiella sconcia, Cassano non penso ci abbia mai provato in vita sua. In una delle sue più celebri e se vogliamo disturbanti trovate extra-campo, Balotelli paga un tizio per buttarsi in mare col motorino, cioè paga un tizio per poterne ridere. Non c’è dubbio che in una circostanza del genere, se mai ne avesse avuto voglia, Cassano avrebbe inforcato il motorino lui stesso per intrattenere gli amici. Anche nelle dichiarazioni di oggi, dopo aver smesso di giocare, Cassano si prende la colpa di tutto, pure per eccesso, a volte forse anche in modo furbo. Balotelli si sente una vittima e questo lo allontana irrimediabilmente dagli altri, forse anche perché a un certo livello ha ragione. Cassano non è mai solo, “da solo sulla luna” sembra invece spesso esserlo Balotelli, per questo è sempre sulla difensiva. In questo senso secondo me ha sempre preso un granchio chi ha interpretato il suo modo da gattone di stare in campo come “pigrizia”. Non è vero che Balotelli non voglia sudare, Balotelli non vuole essere visto sudato, che è tutta un’altra cosa.

«Perché sono ricco»

Comunque, forse oggi fatichiamo a ricordarci che film è stato il 2011/2012 di Mario Balotelli. Il 22 ottobre 2011 scatena un incendio accendendo un fuoco d’artificio in bagno durante una festa nella sua villa nell’enclave plutocratica Mottram St Andrew, una trentina di chilometri a sud di Manchester. Le autorità constatano che la proprietà è pesantemente danneggiata, ma anche che Balotelli è riuscito a trarre in salvo una valigia Louis Vuitton piena di contanti. Una sua passione: poco tempo prima ha sfasciato una Bentley, e la polizia ha trovato all’interno una borsa piena di banconote. «Per quale motivo ha così tanti contanti in macchina?», gli ha chiesto l’agente. «Perché sono ricco», ha risposto lui.

Il giorno dopo segna una doppietta a Old Trafford nell’1-6 che è il crocevia tra due epoche del calcio inglese o come minimo del calcio a Manchester, e dopo il primo gol espone la celebre maglietta “WHY ALWAYS ME?”, che secondo me va interpretata in senso biblico, tipo l’Eletto talmente riluttante alla chiamata che prova a rifiutarla dando fuoco al cesso coi petardi, ma quando il fumo si dissipa la maledetta luce divina è ancora lì che lo abbaglia e lo tiene sveglio di notte. A marzo 2012 rilascia un’incredibile intervista sui canali ufficiali del club al tifoso vip Noel Gallagher, nella quale Noel Gallagher (ripeto: Noel Gallagher) sembra Fabio Fazio, si fa le battutine e ridacchia da solo come un nerd emozionato mentre Balotelli gli risponde a monosillabi con uno swag incredibile e un berrettino calato praticamente sugli occhi. A aprile, in una partita con l’Arsenal in cui il City sembra giocarsi le ultime chance di restare in corsa per il campionato, prima rischia di spaccare una gamba ad Alex Song, poi siccome l’arbitro lo ha graziato va a prendersicomunque due cartellini gialli e lascia la squadra in 10. Il City perde, va a -8 dallo United, Mancini dice che si è stufato di Balotelli, che non lo farà più giocare e forse lo venderà. Siamo a meno di due mesi dall’Europeo. Invece poi lo perdona, Balotelli rientra ed è co-protagonista del finale più incredibile della storia della Premier, è lui che chiama l’uno-due ad Aguero al minuto 90+3, si prende un calcio nel tallone ma da terra riesce a restituire palla all’argentino, e il resto è storia.

È ormai l’eroe dei tifosi del City, che inneggiano perfino a quella volta che ha tirato le freccette dalla finestra ai giovani del vivaio «perché si annoiava». Sembra davvero che abbia trovato il suo posto in una cultura sportiva, anzi una cultura in generale - non a caso gli inglesi hanno inventato il capitalismo, e ne restano ad oggi infatuati in modo meno ambivalente di noi mediterranei - che non mette in contrapposizione vizi privati e successo, e che tutto sommato tende a pensare che il talento è tuo e puoi farne quello che ti pare, compreso sprecarlo. In Italia tutto questo genera sentimenti contrastanti, anche perché a soli 22 anni Balotelli ha già tantissima backstory.

Ha fatto la sua comparsa a soli 17 anni, facendo fin da subito quello che gli pareva in un Inter che faceva quello che gli pareva in ogni partita. Quasi come se avesse sentito il bisogno di complicare una consacrazione così pigra, si è rovinato prima il rapporto con Mancini, poi con Mourinho e poi con gli interisti, finendo in esilio al Manchester City che è appena diventata la squadra più ricca e ambiziosa del mondo. Una parabola difficile da leggere attraverso la morale sportiva dominante in Italia, nella quale i bravi ragazzi si impegnano e vengono premiati, mentre i tipi sballati o tristi finiscono a ridere dentro un bar. Balotelli ha litigato col miglior allenatore del mondo, ha profanato la maglia dell'Inter gettandola platealmente a terra, ne ha combinate cento altre, e come conseguenza è andato fondamentalmente a star meglio. E poi: Balotelli in Italia è stato vittima di indecenti cori razzisti, per i quali la parte decente della società si è fortunatamente e doverosamente indignata. Ma anche la parte decente della società a un certo punto ha convenuto che Balotelli - tutta la solidarietà del mondo per il razzismo, ci mancherebbe - però obiettivamente è insopportabile. Un narcisista presuntuoso e immaturo che manca di rispetto agli allenatori che tentano di salvarlo da se stesso, che si fa espellere per capriccio tradendo i compagni di squadra, che non ha un minimo di decenza nemmeno nei confronti di quei tifosi a cui sarebbe bene si ricordasse di dovere tutto. Il problema e che a Manchester si comporta esattamente nella stessa maniera, ritrova perfino lo stesso allenatore delle prime intemperanze, sfascia supercar che differiscono da quelle sfasciate a Milano solo per la guida a destra, eppure lo trovano adorabile. Come mai?

Balotelli è un filo scoperto perché solleva una serie di domande che strisciano nella nostra psicologia collettiva da tempo, me le cui risposte per diversi motivi nel 2012 non sembrano più eludibili: l’Italia è un paese di razzisti? L’Italia sa riconoscere e nutrire il talento? Siamo un paese in crisi per colpa della sfortuna o per colpa nostra? Tendiamo davvero a sottovalutarci, come talvolta ci piace pensare, o piuttosto a sopravvalutarci?

L’esordio a Euro 2012 contro i campioni del mondo della Spagna sembra infittire il mistero, offrire nuovi spunti agli italiani per fraintendere Balotelli. A dispetto di chi lo accusa di pigrizia, Balotelli si abbassa a combattere su ogni pallone con tale impeto che dopo una ventina di minuti anticipando imperiosamente i difensori spagnoli lancia per sbaglio verso la nostra porta David Silva, e per poco non ci scappa il gol. A dispetto invece di chi lo accusa di fregarsene, dopo un'occasione mancata prima da Cassano e poi da lui, nemmeno troppo clamorosa, cade in ginocchio come un soldato pazzo in un film di guerra e inizia a prendere a pugni il terreno con una forza spaventosa, che deve fare veramente male. E poi c’è un'azione che è veramente il manifesto di quel groviglio tecnico ed emotivo che è Mario Balotelli a 22 anni, il corrispettivo calcistico di una conversazione tra adolescenti in una mattinata passata a bere vodka alla pesca in cameretta dopo aver marinato la scuola.

Siamo all’inizio del secondo tempo, nel momento di massima tensione della partita. Su un rilancio malaticcio di De Rossi, Balotelli va a pressare Piqué, che è in vantaggio assoluto, dalle parti della linea laterale. Piqué fatica a leggere la traiettoria, perde l’appoggio, Balotelli gli passa avanti e si porta via il pallone con la testa, con l’eleganza di un rapace che cattura una preda in volo. Certo, l’errore di Piqué è marchiano, ma è un’azione a suo modo impressionante, nella quale Balotelli surclassa uno dei migliori difensori del mondo sui piani della personalità, del fisico, della conoscenza della fisica del gioco, della leggerezza, e lo fa senza sudare. È ancora relativamente lontano dalla porta di Casillas ma è davvero tutto solo, è la classica circostanza in cui è come essere sott’acqua, basta ricordarsi da che parte è la superficie e non agitarsi e arriverai a galla - cioè farai gol - senza nessuno sforzo. Balotelli avanza, è al limite dell’area di rigore, avanza ancora, è dentro. Casillas non riesce nemmeno ad assumere una di quelle pose da tigre di carta con cui a volte i portieri tentano di sembrare enormi nelle situazioni disperate, copre il suo palo più che altro per due diligence, pensa che gli toccherà prendere gol e vuole evitare scocciature a posteriori. Ma Balotelli esita, non tira. E non è l’esitazione di un calciatore giovane sopraffatto dall’emozione in una partita importante, è l’esitazione di uno che sta cercando un modo da stronzo per fare gol. In questo modo perde uno, due, tre tempi di gioco e alla fine Piqué risorge dall’inferno dei difensori fessi in cui era precipitato in tutto il suo metro e novantaquattro restando aggrappato al bordo con la punta del piede destro, con cui toglie la palla a Balotelli ormai al limite dell’area piccola. Balotelli finisce seduto per terra con le gambe incrociate e la faccia di uno che non sa che faccia fare. Pochi minuti dopo viene sostituito da Di Natale, che appena entrato segna.

Quattro giorni dopo contro la Croazia gli capita una serie di quelle occasioni che sono come le offerte di lavoro su LinkedIn: teoricamente perfette, ma solo provarci richiede un sacco di lavoro e per un motivo o per l’altro alla fine non portano a niente. Lui dal canto suo sembra appesantito da un eccesso di riflessione, stoppa talmente bene che poi la palla è troppo ferma per darle forza, sceglie con cura di calciare con la parte del piede che ti farebbe fare un gol bellissimo in un mondo giusto, ma il mondo non è bello né giusto, è un posto pieno di grossi stinchi di difensori croati.

E infatti per l’ultima partita del girone, quella decisiva con l’Irlanda, Balotelli va in panchina. Entra, livido, a un quarto d’ora dalla fine, con l’Italia già in vantaggio, e all’ultimo minuto fa gol su un corner di Diamanti con un colpo molto suo: sul cross sembra nascosto dietro al difensore dell’Irlanda ma riesce a mettergli un piede davanti in modo fulmineo, la gamba come la lingua di una lucertola che cattura un insetto. Poi però rovina tutto incazzandosi invece di esultare, non si capisce bene se con Prandelli che lo ha tenuto fuori o col pubblico che lo ha fischiato, perché Bonucci corre subito a tappargli la bocca. «Non so cosa stesse dicendo, parlava in inglese», spiega poi il difensore della Juve, e la cosa assurda è che è possibile dica la verità, che non ci fosse bisogno di capire cosa stesse dicendo Balotelli per decidere che era meglio non farglielo dire.

Ai quarti contro l’Inghilterra però siamo da capo. A Balotelli capitano almeno tre grandi occasioni e davvero lui sembra non potere fare di meglio, è come se la palla fosse un po’ sgonfia o cosparsa di una sostanza vischiosa. In una partita che passerà alla storia per il cucchiaio di Pirlo a Hart anche Balotelli segna il suo rigore, il primo, col brivido a dire il vero, ma questo e la vittoria finale bastano tutt’al più a evitargli la stroncatura. Alla vigilia di Italia-Germania, semifinale che pare proibitiva, l’Europeo di Balotelli è una promessa non mantenuta.

"cassanoebalotelli"

Pirlo si abbassa sulla linea dei difensori che, siccome l’Italia è in attacco, è molto alta, e viene lasciato completamente libero di ragionare dall’interno del cerchio di centrocampo. Da parte della Germania è uno di quegli errori di cui ti accorgi in ritardo ma che ti raggelano, come lasciare il gas acceso o nuotare troppo al largo. Il lancio infatti non ha nulla della genialità dei colpi migliori di Pirlo, non è nemmeno particolarmente bello da vedere, è solo molto veloce e molto intelligente perché va a pescare Chiellini sulla sinistra, in posizione non immediatamente pericolosa. Ora nell’inquadratura, oltre alla palla, ci sono due maglie azzurre e solo una bianca.

Chiellini in fase offensiva sembra un pugile a teatro, per un attimo si lancia verso l’area di rigore con gli occhi sbarrati del kamikaze, poi invece appoggia il pallone a un compagno. Cassano la stoppa spalle alla porta, con l’aria del calciatore in ciabatte o all’aeroporto in uno spot della Nike. Ha Mats Hummels, che gli dà 20 centimetri in altezza, praticamente sulla schiena, ma non si lascia spostare. Questo è uno di quei superpoteri quasi inspiegabili che distinguono i giocatori veramente inzuppati nello Stige del talento come lui: è spesso il più piccolo in campo, e non ha certo la cosiddetta muscolatura da torello, eppure come in una gag da cartone animato quando ha la palla tra i piedi sembra fatto di cemento, gli avversari fanno SBAM. Qui fa una cosa che il commentatore della RAI descrive con «Cassano. Cassano!! Cassano!!!», e che in effetti bisogna rivedere due o tre volte per capirla bene. Usa come perno la propria gamba sinistra intrecciata alla destra di Hummels per girarsi di novanta gradi. Si trova davanti Jerome Boateng che ritorna e sposta la palla anche a lui, così Boateng e Hummels, forse la coppia di centrali più forte al mondo, si trovano a guardarsi in faccia come due cattivi scemi in un film di Bud Spencer e Terence Hill. Cassano ha l’area di rigore davanti ma fa ancora un quarto di giro su se stesso, alla fine si è girato di 270 gradi in un attimo, e poi la palla si stacca da lui con una frazione di secondo di anticipo rispetto alle consuete leggi dell’universo. Il suo piede sinistro, ora divincolato da Hummels, dev’essersi mosso verso il pallone come la lancetta dei secondi di un orologio. Proprio come Cassano, anche senza guardare in mezzo all’area sappiamo tutti cosa sta per succedere, perché sono settimane che ripetiamo “cassanoebalotelli” e ogni volta che lo abbiamo detto ci siamo modellati nella mente questo momento, con una tale forza collettiva che alla fine è arrivato sul campo per telecinesi.

In quei giorni Balotelli diventa fenomeno di costume, diventa fatto politico, e su Repubblica esce un articolo di Concita De Gregorio su di lui che resterà famoso. L’articolo non è altro che un collage, tipo La breve estate dell’anarchia di Enzensberger: ritagli, dichiarazioni su Balotelli di compagni, avversari, conoscenti, vecchi allenatori. È un bell’articolo, composto con intelligenza e sensibilità, eppure all’epoca trovai difficilissimo arrivare in fondo, e ho ritrovato la stessa sensazione di repulsione quasi fisica andando a ripescarlo 12 anni dopo. Eccolo qui, se vi va, se capisco bene poi è finito in un libro e Repubblica lo ha ripubblicato in forma di estratto.

Dicevo, comunque, ci ho messo un po’ di tempo a capire perché questo articolo risulti così disturbante. Da un certo punto di vista, al di là delle intenzioni certamente positive dell’autrice, illustra bene certi problemi di soggettività e punto di vista che dopo il #metoo abbiamo tutti imparato ad afferrare meglio. Probabilmente il modo giusto per raccontare la vita di un giovane segnata dal razzismo sistemico non è un articolo in cui hanno diritto di parola tutti tranne il diretto interessato. L’articolo infantilizza Balotelli, qualcuno direbbe che lo rivittimizza. La forma dell’articolo, purtroppo, finisce per riprodurre il sistema che dal punto di vista del contenuto intende condannare.

C’è però una frase attribuita a Sergio Viotti, portiere di riserva nell'Under 21, suo amico da quando avevano 6 anni, che vale la pena inserire nel nostro racconto: "Diceva sempre che sarebbe stato il primo ne*ro a giocare in Nazionale e che non festeggiava i gol perché lo avrebbe fatto solo il g

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