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Michele Serra
Anthony Edwards vuole diventare la faccia della NBA
15 Dec 2023
15 Dec 2023
Se Minnesota è prima a Ovest è anche per il grande inizio della sua superstar.
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Michele Serra
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IMAGO / Icon Sportswire
(foto) IMAGO / Icon Sportswire
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Nell’ultimo decennio l’arrivo di una pletora di superstar europee ha costretto la NBA a una ricerca che inizialmente si dava per scontata: quella di volti americani da mettere in copertina per vendere il proprio prodotto, specialmente alle nuove generazioni. Se le “vecchie” superstar (LeBron, Curry, Durant giusto per dirne tre) hanno sempre un enorme peso specifico all’interno della lega, le nuove leve stanno ancora cercando di imporsi. Ma se parliamo di giocatori statunitensi prossimi a prendersi la scena, non c’è dubbio che Anthony Edwards sia in prima fila. Dopo gli ottimi Mondiali giocati da protagonista in una selezione americana molto giovane e inesperta per certi livelli (o nel basket FIBA in generale), Edwards ha iniziato la stagione in maniera strepitosa e, non a caso, l’avvio della squadra è stato altrettanto brillante. In attesa che Ja Morant risolva una volta per tutte i propri guai extra campo e che Zion Williamson provi a mettersi alle spalle i perenni problemi fisici, “AntMan” sembra essere l’uomo giusto per prendersi le attenzioni dei fan della NBA già da quest’anno: divertente e spontaneo nei gesti e nelle dichiarazioni, grande agonista e, soprattutto, davvero appassionante da veder giocare. Aggiungeteci pure le vittorie di squadre e avrete un cocktail perfetto per provare a riportare il premio di MVP negli USA, dopo cinque anni in cui è finito solamente in mani “internazionali” tra Giannis Antetokounmpo, Nikola Jokic e Joel Embiid. Studiare da leader Per Anthony Edwards l’impatto con il mondo NBA è stato tosto ancor prima di mettere piede sul parquet: come lui stesso ha raccontato, durante un allenamento pre-Draft con i Golden State Warriors – che nel 2020 erano titolari della seconda scelta assoluta – Steve Kerr gli disse: «Tutto qui?». «Come ‘tutto qui’?» rispose Edwards. «Sto lavorando come mi hai chiesto, sono sudato fradicio, cos’altro devo fare?». La replica spiazzò il giovane prospetto di Georgia: «Dovresti vedere come si allenano Curry e Thompson: se avessimo la prima scelta, non ti chiameremmo». Solamente tre anni più tardi Kerr è diventato coach di AntMan in una versione di Team USA decisamente acerba, ma non per questo priva di talento. Edwards è arrivato alla rassegna iridata a seguito di un’ottima stagione in NBA che lo ha visto partecipare all’All-Star Game per la prima volta in carriera, giocare una serie di playoff più che solida contro i Denver Nuggets (che in più occasioni, dopo il titolo, hanno indicato nei T’Wolves l’ostacolo più duro che hanno dovuto superare nel percorso verso il Larry O’Brien Trophy) e firmare in estate un contratto al massimo salariale che può arrivare fino a 260 milioni di dollari. Questo, tuttavia, non aveva garantito in origine un posto in quintetto alla stella dei T’Wolves: Kerr lo aveva preparato all’idea di uscire dalla panchina, usando come paragone il ruolo avuto da Dwyane Wade nel “Redeem Team” delle Olimpiadi del 2008. Di quella selezione Wade fu il miglior realizzatore pur avendo ceduto il posto in quintetto a Kobe Bryant; ma, per usare le parole dello stesso Edwards, in questa nazionale americana «Non c’è un Kobe», e ci ha messo ben poco a far capire di essere lui l’uomo su cui puntare.

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Quando si ha a che fare con tanto talento diffuso ma nessuna stella di prima grandezza, è difficile stabilire delle gerarchie. Ecco perché a The Athletic Steve Kerr ha raccontato di avere scelto il quintetto titolare di Team USA in maniera molto democratica: a partire dal primo allenamento, infatti, lui e gli assistenti allenatori hanno scritto su un foglietto le proprie cinque nomination e, almeno inizialmente, la preferenza era andata a Cam Johnson dei Brooklyn Nets al fianco di Jalen Brunson, Mikal Bridges, Brandon Ingram e Jaren Jackson Jr. Il numero 5 di Minnesota, colto sul vivo, ha impiegato giusto il tempo di un allenamento per togliere il posto da titolare a Johnson e assumere il ruolo riconosciuto un po’ da tutti di leader tecnico della Nazionale. Prima ha fatto ingolosire gli appassionati nelle amichevoli, con prestazioni come i 21 punti contro la Grecia o i 34 nella bellissima rimonta contro la Germania; poi è diventato ufficialmente “The Guy” (per usare le parole di Steve Kerr), guidando la squadra in media punti durante la Coppa del Mondo (18.9). Nonostante non sia riuscito a trascinare Team USA nemmeno al podio, Edwards è stato nominato nel primo quintetto della competizione. Agli attestati di stima fuori dal campo sono seguite le prestazioni, alimentate da una competitività innata e dal desiderio di mettersi a disposizione dei compagni, come testimoniano due esempi su tutti. Il primo è un video risalente all’anno da rookie e pubblicato sui social della squadra. A colloquio con Marney Gellner, bordocampista del canale che trasmette le partite dei T’Wolves, Edwards aveva detto di essere un “multi-sport athlete”, ma non quelli di cui gli Stati Uniti sono pieni: «Hockey, lacross, tennis, nuoto, far canestro nel cestino della spazzatura… Scommetto che sarei forte già da subito». L’espressione originale è «I bet I’d be A1 from day 1», che testimonia la sua facilità nel trovare frasi a effetto buone per le conferenze stampa del dopo gara (cosa che, peraltro, ha dimostrato anche nella sua interpretazione magistrale in “Hustle”). Il secondo, invece, è più recente, e risale a una delle ultime gare giocate, quella contro i Boston Celtics al Target Center. A poco più di tre minuti dall’intervallo, Edwards recupera palla, entra in area, sposta Payton Pritchard con una spallata ma, anziché tentare il layup, decide di scaricare per Jaden McDaniels solo in angolo. Il suo compagno segna: è il canestro che lo sblocca dopo un inizio glaciale da 1/9 al tiro, e da quel momento tirerà 6/8 segnando 12 decisivi punti tra ultimo quarto e overtime. Quando nel post partita è stato chiesto a Edwards perché avesse voluto continuare a servire il compagno che non stava segnando, la risposta è stata eloquente: «Perché gli altri lo fanno con me quando inizio male, e non dovrebbe essere diverso con lui: è uno dei nostri migliori giocatori». Alla ricerca di un equilibrio Uscito dal college, Edwards veniva identificato come un possibile late bloomer per via del suo tardivo approccio al basket di squadra (era molto dotato anche nel baseball e nel football). Pur considerato un grande attaccante, il ragazzo di Atlanta era ancora troppo indietro sul tiro da 3 punti e, in generale, nella selezione di tiro (29.4% nelle triple all’università su 7.7 tentativi a gara). Dopo un inizio claudicante, Edwards ha terminato il mese di aprile 2021 con 44 triple segnate e il 34.4% al tiro su 8 tentativi: le 44 marcature erano il massimo per un rookie in un singolo mese (record poi battuto in altre tre circostanze), ma testimoniavano comunque un miglioramento tangibile già nel suo primo anno in NBA. Ancora oggi, però, nel gioco di Edwards c’è quasi una dicotomia tra le triple che si prende e le penetrazioni al ferro: per una corrente di fan NBA, le prime sono troppe e le seconde sempre troppo poche visto che, con il suo fisico e il suo atletismo, dare l’assalto al ferro dovrebbero essere il suo “pane e burro”, per usare un’espressione anglosassone. La verità è che l’Anthony Edwards che stiamo vedendo in questi primi scampoli di stagione è un compendio di tutto quello che di buono ha fatto vedere nei tre anni precedenti tra i professionisti. I 10.6 tiri in sospensione tentati a partita rappresentano il dato più alto nella sua giovane carriera, ma lo stesso si può dire della percentuale di realizzazione, arrivata al 38.7%: non certo un dato élite ma comunque discreto, considerato il coefficiente di difficoltà dei tiri che si prende, e in ogni caso l’anno scorso erano 8 a gara, segnati con il 35.1%. Le penetrazioni a canestro, comunque, rimangono la sua arma principale: seppur leggermente calate da un anno all’altro (da 12.3 a 11.3 a gara), Edwards produce 7.9 punti a partita in avvicinamento a canestro, miglior dato della carriera. Rispetto al recente passato Edwards è molto più coinvolto nel gioco dei T’Wolves (32.8% di Usage rate, massimo in carriera), nonostante la presenza di un eccellente floor general come Mike Conley. Ciò significa portare di più il pallone anche in situazioni di pick and roll, che sfrutta nel 30.5% dei propri possessi offensivi producendo 0.89 punti per possesso in queste circostanze. Soprattutto quando può sfruttare il blocco di un compagno, Edwards appare molto più convinto nel buttarsi dentro, prendendo anche soluzioni corrette da un punto di vista concettuale, non solo perché culminate con un canestro.

Nei primi due esempi i blocchi provocano un mismatch con lunghi che non sono in grado di reggere il confronto fisico come Markkanen e Jokic. In quest’ultimo caso, in particolare, è bravo a non fermarsi sulla linea di fondo e tentare un jumper improbabile (il tempo stava scadendo), continuando ad attaccare il serbo, consapevole di poterlo battere. Nel terzo caso, invece, lo vediamo lavorare con pazienza sul blocco, approfittando anche di Gobert e del suo “Gortat Screen” (un blocco di contenimento che prende il nome dall’ex centro polacco).

Il numero 5 rimane però ancora un passatore sotto la media quando le difese lo raddoppiano in maniera aggressiva e la tunnel vision si impossessa di lui, forse il vero problema che separa il nativo di Atlanta dall’assoluta élite della lega, dal rango di All-Star a quello di superstar – cioè il salto più difficile di tutti nella NBA.

Nella prima clip va a cercarsi guai lungo la linea di fondo, benché sia abbastanza chiaro che Kevon Looney non aspetti altro che quello per raddoppiarlo. Nella seconda, invece, c’è Gobert che chiede la palla vicino a canestro perché marcato da Jrue Holiday; Ant avrebbe dovuto servirlo per un canestro comodo o, nella peggiore delle ipotesi, uno scarico per il compagno libero nell’angolo. Invece si mette in proprio e sbaglia.

Edwards è il tredicesimo giocatore NBA finora per frequenza di utilizzo degli isolamenti (14.5%) nella undicesima squadra in questa categoria (6.5%), ma la sua produzione statistica per possesso è scarsa: solo 0.82 punti, nel 40° percentile di lega. Proprio perché si tratta di un giocatore estremamente dotato ed efficace quando c’è da buttarsi in area, nonostante i miglioramenti al tiro, le difese rimangono all’erta e lo scoraggiano dal lasciargli spazio in area.

Nel caso della tripla contro i Pelicans Edwards ci mette del suo, ma alla fine il tiro dopo palleggi prolungati era la soluzione migliore: penetrare contro tre difensori con le braccia aperte (gli uomini di Anderson e McDaniels erano pronti ad aiutare) non sarebbe stata la scelta migliore. Nel secondo esempio, invece, un attaccante più scafato avrebbe probabilmente approfittato del blitz di Reggie Jackson per scaricare sull’uomo che si era liberato, ma ormai la difesa lo aveva spedito sul lato opposto e il lavoro individuale di Nnaji aveva fatto il resto. Infine, tentare una penetrazione centrale contro una difesa disposta con la zona 2-3 è l’ultima delle soluzioni per scardinarla.

L’impatto in difesa Come avevamo scritto su queste pagine, già un anno e mezzo fa si intravedeva l’impatto che Edwards avrebbe potuto garantire nella propria metà campo. Non era un contributo continuo, ma al suo secondo anno in NBA aveva già mostrato di sapere come utilizzare quel fisico portentoso anche in difesa. A quasi due anni di distanza, il rendimento difensivo di Edwards è indubbiamente migliorato e, soprattutto, si è fatto più costante: la competitività di cui nutre la sua voglia di emergere torna molto utile nei duelli con alcuni dei migliori attaccanti della lega. Prendete ad esempio lo scontro diretto con Jayson Tatum, probabilmente il volto statunitense di riferimento della NBA per prestazioni e risultati raggiunti. A fine partita, a tal proposito, Edwards ha dichiarato: «Tatum mi ha fermato alla fine dei tempi regolamentari e, prima della palla a due dell’overtime, ha fatto trash talking con me. Allora gli ho risposto “Adesso arrivo”. A un certo punto ha chiamato un isolamento contro di me; avevo 5 falli ma ho pensato “Difendo lo stesso”. Così gli ho fatto vedere che so anche difendere». E in effetti è vero: a prescindere da quel singolo possesso, in cui comunque Ant è riuscito a contenere la stella dei Celtics forzando una palla a due poi vinta, Edwards è effettivamente un difensore eccelso quando decide di esserlo e la sfida lo intriga. Non siamo ai livelli dell’orso LeBron James inopinatamente stuzzicato da Dillon Brooks nella serie degli scorsi playoff tra Grizzlies e Lakers, ma diciamo che Edwards non ha bisogno di ulteriori motivazioni per competere: chiedere anche a Draymond Green, l’ultimo in ordine temporale a capire che la giovane stella dei T’Wolves fa quello che dice. Edwards è uno che piega le gambe in difesa e ha dimostrato di essere migliorato nel combattere sui blocchi, una delle chiavi per la difesa sul perimetro in NBA. In situazioni di pick and roll concede solo 0.80 punti per possesso, posizionandosi nel 71° percentile di Lega. In generale i T’Wolves sono la terza miglior squadra a difendere il gioco a due, concedendo 0.77 punti per possesso, oltre che la miglior difesa con un comodo vantaggio sui Boston Celtics secondi (106.2 di defensive rating contro i 108.9 dei Magic). Lo stesso Edwards, per quanto dotato di fisico e gambe, beneficia della presenza di Rudy Gobert, ritornato ai livelli di Utah per quanto riguarda la protezione della propria metà campo. Con il francese si gioca una difesa di contenimento, e spesso il portatore di palla viene indirizzato verso di lui:

Nel primo esempio, se fossimo su un campo da football diremmo che Edwards ha effettuato la “trail technique”, cioè ha accompagnato il proprio marcatore verso il difensore più a fondo campo. Nella seconda clip, invece, in un primo momento rimane incastrato sul blocco, riuscendo però poi a recuperare e a contestare il tiro di Reggie Jackson. Non è un caso se la squadra di Chris Finch è prima in NBA assieme ai Bucks per tiri concessi dalla media con 13.1 a partita, riuscendo a togliere le soluzioni più efficienti agli avversari

“AntMan” è molto attivo anche sulle palle vaganti, come testimoniano le 2.1 deviazioni a partita e le 0.5 palle vaganti recuperate in difesa a partita. Nella difesa individuale ha dimostrato di poter rimanere in uno contro uno con i migliori attaccanti, ma tende a faticare contro quelli più rapidi di lui. Ha avuto ottimi possessi contro i vari Tatum e Brown, ma problemi contro i Trae Young e Dejounte Murray del caso. L’aggressività con cui gioca si manifesta in maniera negativa sui closeout con uscite avventate che espongono l’intera difesa a tiri comodi. Pensare che Anthony Edwards possa essere, nella peggiore delle ipotesi, un difensore nella media NBA, specie con un potenziale offensivo di quel tipo, è comunque la migliore delle notizie per Minnesota, oltre ovviamente all’ottima condizione di Rudy Gobert e la crescita di McDaniels che sarà un perenne candidato per i quintetti difensivi. Anzi, in realtà ora Ant è anche più di questo, avendo un defensive rating di 98 (secondo migliore in squadra tra i giocatori con almeno 150 minuti sul parquet) contro il 102 di squadra. In quello che, all’epoca dei fatti, si prospettava come un Draft piuttosto scarno in cima alla lista, Minnesota è riuscita a trovare un giocatore franchigia in grado di accendere l’entusiasmo di una piazza troppo abituata alle delusioni. Da un punto di vista caratteriale, qualcuno ha già azzardato il paragone con Kevin Garnett: ora starà alla franchigia di Minneapolis fare in modo che la storia con lui non finisca allo stesso modo, ed evitare di lasciar partire la cosa migliore che le sia successa dopo 15 anni avari di soddisfazioni.

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