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Fabrizio Gabrielli
Youri Djorkaeff: uomo e calciatore
18 May 2015
18 May 2015
Vita e opere di uno dei fenomeni più misteriosi degli ultimi anni.
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Fabrizio Gabrielli
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Mentre Youri Djorkaeff guadagna il centro del campo, con lo stadio di San Siro tutto pervaso da un entusiasmo incredulo, l’arbitro Graziano Cesari si avvicina al francese, gli rivolge un’espressione solenne, gli stringe la mano. Il giornalista di 90° Minuto, in anticipo di più di un lustro sulla narrativa delle clip da YouTube, dice: «È un gol da cineteca, cui dedicheremo uno speciale. Anche Cesari si congratula». Altre versioni sostengono che l’arbitro abbia chiesto al giocatore la maglia come souvenir. Poi il servizio stacca su un frammento della conferenza stampa post partita. Roy Hodgson, tronfio, dichiara: «Se tutto campionato fanno gol così, io vado andare a St. Moritz per tre mesi e sono tornato per fare partita».

È il cinque gennaio del 1997, l’Inter ha battuto la Roma per 3-1 e una delle reti nerazzurre, quella del momentaneo 2-0, è probabilmente il gol di Djorkaeff in Serie A che ricordiamo meglio.

Gigi Simoni ha raccontato di aver pensato «Diobò (sic), se dovessi allenare un giorno un giocatore così, forse sarei bravo anche io come allenatore». Insieme l’anno successivo vinceranno la Coppa Uefa e arriveranno a un passo dallo Scudetto.

Non so se la rete di Djorkaeff è la più bella di tutta la storia della Serie A (di sicuro è tra le prime dieci), non so se sia la più bella mai segnata dall’Inter (il fatto d’essere stata immortalata nelle tessere d’abbonamento della stagione successiva va considerato come una prova?), non so neppure se è il miglior gol che Djorkaeff abbia mai messo a segno.

Secondo Youri, non è quella contro la Roma la rete più bella, ma quella segnata in un PSG-Auxerre dell’anno precedente.

L’ha raccontata in un’intervista a So Foot: «Do la palla a Raï, me la restituisce al volo e la metto all’angolo opposto. Niente male. Ho guardato la palla per tutto il tempo, dall’inizio alla fine dell’azione. Per tutto il tempo sono rimasto concentrato sul gesto. Non ho mai guardato la porta, solo concentrato sull’impatto col pallone. E nel momento in cui immagino il pallone arrivare, lo colpisco. È stato come in un sogno, solo che non ero a letto ma al Parco dei Principi».

L’ingrediente immateriale che rende questa rete, nell’opinione di Djorkaeff, la migliore che abbia segnato in carriera, forse risiede nello scenario che ne è stato testimone: Parigi, e prima ancora che la capitale, il vecchio stadio Parco dei Principi. L’ultimo calcato da suo padre Jean con la maglia del FC Paris.

Onora il padre e la madre

Jean Djorkaeff, detto Tchouki, è stato nazionale francese tra il 1964 e il 1972. Per metà delle sue presenze con i Bleus ne è stato il Capitano, anche nella spedizione, non brillantissima, ai Mondiali d’Inghilterra del 66. Durante la sua carriera ha vestito le maglie dell’Olympique Lione, dell’Olympique Marsiglia e del PSG. All’esordio contro il Limoges è stato schierato con la numero 10, in attacco: già dalla partita successiva è stato retrocesso in difesa, numero due sulla schiena. È solo una suggestione, o una bizzarra coincidenza, ma mi piace pensare che il numero icona di Youri, il 6, fosse il risultato della media matematica delle maglie indossate dal padre.

Jean è il primo da destra. Qua è in Scozia, durante le preparazioni per il Mondiale del 1966.


«Il calcio per me è stato riscatto sociale», ha dichiarato Youri ancora in quell’intervista a So Foot. «Ho onorato mio padre diventando più bravo di lui». Se l’infanzia di Youri avesse un profumo sarebbe una mescolanza esotica di samovar, montone e siderurgia. Jean aveva origini calmucche. La madre, invece, è armena.

La comunità armena di Lione è una delle più grandi dell’Esagono, ed è concentrata soprattutto nel distretto di Lyon-Décine. In quest’ultima cittadina gli armeni costituiscono il 12% della popolazione. «Negli anni ’60», racconta George Kazarian, vicepresidente dell’Union Général Arménienne, «gli industriali del tessile andavano a Marsiglia a cercare i rifugiati che sbarcavano per dargli un lavoro. La produzione di viscosa in quegli anni impegnava 5mila operai: di quelli, 3mila e cinquecento erano armeni». Per dare una misura di quanto la minoranza sia radicata basti pensare al fatto che il primo memoriale del genocidio armeno in Francia è stato inaugurato proprio a Décine, nel 1972.

Per Youri il calcio è sempre stato un affare di famiglia: da piccolissimo giocava al parco municipale Raymond Troussier con i fratelli; pochi anni più tardi, quando ha fatto il suo esordio con l’UGA Décine, ad allenarlo era il padre. «Ma mi piacevano di più gli sport individuali, come il judo o il nuoto».

«Sono sempre stato molto a contatto con i più grandi. Avevo voglia di apprendere in fretta, e il modo più veloce per farlo era stare con i grandi». «Portare un nome famoso è un’arma a doppio taglio; gli avversari dicevano “Il piccoletto non si tocca”. Mi rispettavano per il nome, per l’immagine di mio padre. C’erano sempre due o tre ragazzi che mi venivano a difendere nei momenti difficili».

Back to the roots.

C’è un passaggio dell’intervista a So Foot nella quale Djorkaeff racconta la maniera in cui gli piaceva giocare da piccolo; mi ha stupito quanto i primi calci siano stati decisivi per farlo diventare il tipo di giocatore che, poi, è rimasto scolpito nel nostro immaginario.

«Mi piaceva giocare da 8, a metà tra il 6 e il 10: sempre al centro del campo, del gioco, ma anche capace di attaccare gli ultimi 20 metri. Davanti a me c’era sempre la porta», e qua c’è un’interessante riflessione sulla prospettiva, sulle vie di fuga, sull’importanza dei compagni nella scala dei valori di un calciatore immeritatamente considerato egoista «ma anche buona parte dei miei compagni».

Sul finire del primo tempo, sotto di un gol, Blanc si guadagna un penalty che Djorkaeff realizza con freddezza, e anche un pizzico di irriconoscenza.

La partita in cui Djorkaeff ha segnato questo calcio di rigore, di per sé, non aveva una grande importanza, se non emotiva. Si trattava di un’amichevole giocata in Armenia nel 1999. La Francia era campione del mondo in carica.

«Sono nato in Francia, ma mi sono sempre sentito vicino al popolo dal quale discendo. La Francia mi ha permesso di diventare quello che sono, ma quando ho sentito l’inno armeno non ho potuto fare a meno di pensare a mio nonno, all’Olocausto, a tutta la comunità».

Era la prima volta che Djorkaeff visitava il paese d’origine della madre, e aveva 31 anni. La partita finì 3-2 per i Bleus, qualche giorno dopo il Presidente armeno gli avrebbe conferito la cittadinanza onoraria (insieme ad Alain Boghossian).

«Il lato armeno della mia famiglia mi ha insegnato ad avere un contegno nella buona e nella cattiva sorte. Hanno visto certe atrocità, hanno sofferto talmente tanto… Dicono sempre: “Non è niente”. Avevo delle rogne, da piccolo, allora mi giravo verso i miei nonni e loro mi dicevano: “Non è niente”». Quest’anno, nella ricorrenza del centenario del genocidio armeno, Djorkaeff ha rilasciato una dichiarazione che ha i connotati della confessione, o dello sfogo. «La verità è che gli anziani non ce l’hanno mai raccontata del tutto. Avevano talmente paura del passato che non hanno mai davvero raccontato nulla. E così finisce che la storia dei genitori dei nostri genitori ce la dimentichiamo». «Questo centenario deve sollevare un pensiero a livello collettivo tra i paesi, tra i capi di stato che sono i garanti della memoria e delle generazioni future. La Turchia è una grande nazione, ha fatto errori come tutti, ma riconoscere gli errori è fare un passo avanti».

Nel 2000 Youri si è rifiutato di andare in Turchia per giocare un’amichevole con la Francia. Aveva ricevuto minacce di morte. Pochi mesi prima, a Décine, lo stadio comunale era stato ribattezzato “Stade Jean-et-Youri Djorkaeff”. Anche Jean aveva messo piede per la prima volta in Armenia molto tardi, nel 1981, quando già aveva appeso le scarpe al chiodo. Quindici anni più tardi gli avrebbero chiesto di diventare CT della Nazionale armena.

Non ho mai capito perché abbia rifiutato l’incarico.

Gli esordi al Grenoble e l’esplosione (relativa) nel Principato

Plamen Markov era l’allenatore che sedeva sulla panchina della Bulgaria durante gli Europei del 2004, e quindi anche la sera in cui il gol di Cassano veniva reso vano dalla combine tra Svezia e Danimarca. Plamen Markov ha chiuso la sua carriera da calciatore nel Grenoble, stagione 1989-90, ma già da tre anni ne era anche l’allenatore: è stato uno dei primi player-manager francesi.

Un giovanissimo Youri con la maglia del Grenoble. La collana di perline sembra sussurrare che gli anni Novanta stanno arrivando a grandi falcate.


Youri esordisce con il Grenoble a 16 anni. Due anni più tardi ne viene nominato capitano. «Uno dei primi trucchi di Markov allenatore è stato quello di darmi la fascia. Mi ha detto: “Hai delle qualità. Ancora non sai quali, ma il solo fatto di essere capitano ti darà delle responsabilità diverse”».

All’epoca lo chiamavano “Il piccolo Mozart”. Lui in campo si ispirava a Cruijff, aveva una predilezione per la mobilità, non gli piaceva ricoprire un ruolo che lo confinasse in una porzione di campo, perché «per fare la differenza bisogna sempre essere in movimento». Nel 1989 si trasferisce per una stagione allo Strasburgo, e viene premiato come miglior giovane della Ligue 1. L’anno successivo approda al Monaco di Arsène Wenger.

«Con Wenger è stato grandioso. Avevo 21 anni, un certo stile di gioco consolidato, degli automatismi. Lui voleva gente che rimanesse ai lati, gente che stesse fissa al centro. Io non ci resistevo più di 5 minuti, nella posizione. Mi diceva di rimanere al centro e io mi spostavo a destra o a sinistra. Abbiamo litigato molto, ma è grazie a lui che ho appreso il mio mestiere».

Nella prima stagione monegasca Youri alterna il campo al servizio militare al Battaglione di Joinville. In squadra con lui ci sono Rui Barros, George Weah, Ramón Díaz. Youri diventa titolare soltanto nel ’92: l’anno precedente il Monaco ha perso la finale di Coppa delle Coppe a Lisbona contro il Werder Brema, Djorkaeff è rimasto in panchina per settanta minuti a fianco di un giovanissimo Lilian Thuram.

Jürgen Klinsmann ricorda benissimo il rapporto burrascoso tra Djorkaeff e Wenger, e solo ora che è diventato allenatore sembra averne colto le ragioni profonde, in un certo qual modo mettendosi dalla parte di Arsène: «Per via dell’esperienza ero l’unico giocatore che poteva permettersi di dire certe cose a Wenger: gli ho detto che se volevamo vincere avevamo bisogno di quel ragazzo, perché era l’unico capace di dare profondità alla squadra, agli attaccanti. Lui mi ha risposto che Youri doveva imparare stando in panchina cosa significasse diventare un professionista».

La stagione 1993-94 è quella della definitiva consacrazione di Youri: segnerà 20 reti. Qua mette a segno un poker contro il malcapitato Martigues. La rete del 5-0, la sua seconda personale, è un capolavoro: Scifo appoggia a Claude Puel, che di tacco scarica indietro per Klinsmann, che a sua volta lancia Youri in profondità. Tocco sotto, morbido, a scavalcare Eric Durand. È anche l’anno in cui il suo gioco si disvela negli aspetti più mistici: tutto ciò che fa appare, in un certo senso, “diverso”.

In cinque stagioni al Monaco Youri non vince praticamente niente. Gioca una finale di Coppa delle Coppe, certo; arriva in semifinale di Champions League, chiaro, ma viene eliminato dal Milan di Capello che poi trionferà ad Atene.

Si comincia a ritagliare intorno a lui, come nella pubblicità progresso contro l’Aids che girava ad heavy-rotation negli stessi anni in Italia, un alone violaceo, quello dell’egotismo. «Non sono egoista», si difende lui: «Direi piuttosto individualista».

Nove e Mezzo

Al Principato, di pari passo con la stima di Arsène Wenger, Youri si guadagna un soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera: “Snake”, serpente. Ufficialmente per via della traiettoria che sapeva imprimere al pallone, un effetto sinusoidale di spire di cobra che si distendono durante l’attacco. A me piace pensare che la metafora rettile sia da intendersi a più ampio respiro: ad esempio, Youri era letale e imprevedibile come le vipere che si nascondono sotto i sassi a primavera.

«Come faccio a dare alla palla quell’effetto? È una questione di testa, braccia, caviglie: di posizionamento delle gambe. Sarebbe bello poter scomporre il gesto nelle sue parti. Ma mancherebbe sempre un ingrediente: la volontà. In allenamento dicevo a Ettori (portiere del Monaco, NdR): se la tocchi ed entra comunque, in quel caso non vale», racconta nella sua autobiografia uscita nel 2006.

Se i serpenti sono facilmente ascrivibili a una certa area semantica che ha a che fare con l’imprevedibilità, l’ineffabilità, la pericolosità, anche Youri non era quel tipo di calciatore che puoi incasellare tatticamente con troppa facilità.

«I giornalisti non sapevano dove piazzarmi. In quegli anni uscivamo dall’era Platini, e c’era bisogno di un ricambio, di un nuovo numero 10. Ma io non volevo etichette, non volevo essere il successore di nessuno. Semmai ero un precursore. Il precursore del 9.5». «E allora un giorno mi hanno chiesto in che ruolo preferissi giocare, e io ho risposto 9 e mezzo. Eh? Come sarebbe a dire?».

Poche vittorie, ma pesanti

Considerando che la sua carriera è durata 22 anni, Youri Djorkaeff in rapporto ha vinto poco, pochissimo, e in maniera stramba, unconventional. Ad esempio non ha mai vinto un campionato. E poi tutti i suoi successi si concentrano tra il 1996—quando aveva già 28 anni—e il 2000—in cui ne aveva ormai 32. Se prendiamo in analisi soltanto le squadre di club, a trent’anni aveva già concluso il suo (mini)ciclo vittorioso, fatto di due coppe europee. Col senno di poi è difficile capacitarsene: com’è stato possibile? Eppure ha sempre avuto allenatori molto preparati e affamati, e compagni di squadra di altissimo livello. Vestito maglie di compagini tradizionalmente vincenti.

Il primo trofeo di Youri è stata la Coppa delle Coppe 1995-96, conquistata con il PSG. Il suo allenatore a Parigi era Luis Fernandez, «uno di quelli che riesce a far sentire un esercito di tre soldati un’armata. Si prendeva dei rischi, non era mai accademico», così lo ricorda Youri.

Semifinale di andata: di fronte al PSG c’è il SuperDepor, si gioca al Riazor. Bernard Lama rilancia lunghissimo, Pascal Nouma non si capisce bene se faccia uno stop miracoloso o semplicemente la palla gli rimbalzi via all’indietro. Fatto sta che c’è Youri: movimento a convergere, quattro difensori mandati fuori giri (anche dal bel taglio di Nouma, encore), rasoiata a giro sul secondo palo.

Il secondo trofeo, e ultimo a livello di club, è la Coppa Uefa 1997-98, vinta con l’Inter in finale contro la Lazio. L’anno precedente, alla sua prima stagione in Italia—all’arrivo l’avevano definito mezzala sinistra, ma probabilmente lo conoscevano poco—aveva fallito l’appuntamento con il torneo soltanto all’ultimo atto: l’Inter era stata sconfitta ai rigori dallo Schalke 04. Era un’Inter operaia ma affascinante, in cui Youri si destreggiava alle spalle di Ivan Zamorano, Maurizio Ganz e Marco Branca. Mentre l’anno successivo, ecco: l’anno successivo c’era Ronaldo. Impossibile non riconoscere una linea di demarcazione nella storia nerazzurra che coincida con l’arrivo del Fenomeno.

La storia di Youri sembra suggerire percorsi alternativi a quello dell’agiografia, che si bloccano un attimo prima della celebrazione, degli allori. La parabola interista di Djorkaeff somiglia al ruolo nella presa di Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale, del battaglione degli indiani: hanno dato un apporto sostanzioso nell’espugnare Cassino, e però si sono bloccati alle porte della Città Eterna per permettere alla Fifth Army del Generale Clark di fare il suo ingresso trionfale. Riportando tutto al calcio: la Fifth Army è Ronaldo, non a caso il calciatore più forte con il quale Youri dice d’aver giocato (e al quale era legato da un rapporto d’amicizia molto solido).

Tutto ciò non sminuisce la stima e il rispetto che la tifoseria nerazzurra ripone in Youri, ancora oggi: e se l’Inter di Simoni, quell’anno, avesse portato a casa anche la Serie A (che invece scivolò verso Torino, sponda Juventus, anche in virtù dell’ormai celebre Battaglia Campale) (e all’andata l’Inter aveva vinto grazie a un gol proprio di Youri), non credo che pronunciare il cognome di Djorkaeff provocherebbe nostalgie diverse.

Inter vs Strasburgo di Coppa Uefa: questo siparietto prima di un calcio di punizione con Ronaldo (che poi tira e segna) mi è tornato in mente dopo aver visto qualcosa di simile con Zidane una manciata di giorni fa nell’annuale Match against Poverty. Sono entrambe scene significative di come YD abbia saputo rapportarsi e convivere, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Zero, con due dei calciatori più forti della Storia del Calcio, che il destino ha deciso di fargli affiancare.

E poi, soprattutto: Les Bleus

Poi ci sarebbero gli altri due trionfi di Youri: un Mondiale e un Campionato Europeo. E dire che l’avventura con i Bleus era iniziata sotto il peggiore degli auspici.

«Sono cresciuto respirando l’aria della Nazionale, per via di mio padre». «C’era stata la generazione ’82-’86, immagini di una squadra forte. Quando ci sono arrivato io mi sono detto: ma cos’è questo bordello? L’ambiente era uno schifo, c’erano tensioni tra i clan marsigliese e parigino». La prima convocazione di Youri in Nazionale è per la gara di qualificazione a Usa ’94 contro Israele, quella della rocambolesca sconfitta per 3-2 sul filo di lana. L’unica speranza di passare il girone eliminatorio era battere la Bulgaria nell’ultimissima partita. «Ero sicuro che mi sarei potuto aggregare alla squadra per la Coppa del Mondo negli Stati Uniti». E invece l’ecatombe kostadinoviana vale il posto, oltre che a Ginola e Cantona, a Gerard Houllier. Al suo posto viene nominato allenatore dei Galletti Aimé Jacquet.

(Piccolo inciso: Aimé di nome e di fatto)

«Aimé è il mio Dio. Dopo mio padre è la persona che m’ha capito di più in questo sport. Mi diceva: “Youri, non mi serve che vieni a cercarti la palla a 40 metri dalla porta. Ho bisogno di te là, resta davanti. Non venirti a pigliare il pallone: resta là e segna”». «Era di una semplicità incredibile. È uno sport complicato, il calcio. Trovarci della gente semplice è raro».

La semplicità che Djorkaeff adduce ad Aimé c’è da intendere risieda tutta nella sua trasparenza progettuale: Jacquet aveva ben chiaro che il ciclo dei Papin, dei Cantona, dei Ginola era finito. Al centro della sua idea c’erano soltanto Zidane e Youri: «Ci ha convocati e ci ha spiegato il suo progetto, come ci avrebbe messi insieme, cosa si aspettava di noi e perché se ne sarebbe fregato della vecchia guardia. Quel giorno è successo qualcosa: non volevamo più perdere.».

Nel percorso di qualificazione a Euro ’96, torneo nel quale tuttavia la Francia non brillerà particolarmente, Youri si rivela fondamentale: segna contro Israele, la Romania, l’Azerbaijan ma soprattutto contro la Polonia, all’ultimo respiro di una partita dai non proprio vaghi sentori di aut-aut.

Non solo calcia lui, di destro, da una posizione perfetta per un mancino. Ma la mette sul secondo palo con un giro che sembra la falce del Tristo Mietitore quando recide i piccoli sogni di gloria polacchi.

Djorkaeff e Zizou sarebbero dovuti essere l’asse principale del dispositivo di gioco di Jacquet. Una combinazione che se sul piano teorico era inconfutabile, all’atto pratico ha finito per rivelarsi di una complessità rara. Uno riservato, l’altro estroverso. Uno imbattibile regista di gioco, ma non di uomini; l’altro costretto in parte a sacrificarsi, a reinventarsi realizzatore più che animatore.

Dicevo: soprattutto Les Bleus

In limine alla Coppa del Mondo del ’98, che si sarebbe disputata in Francia, i Bleus partono per una tournée in Marocco, dove giocano contro la Nazionale locale un’amichevole valida per il Trofeo Hassan II. C’è una scena de Les Yeux dans les Bleus in cui Djorkaeff, durante gli allenamenti in Marocco, calcia ripetutamente la palla contro una gigantografia pubblicitaria della Coppa. In sottofondo si sente il muezzin intonare la preghiera dal minareto più alto di Casablanca. È il 25 Maggio del 1998: in quel momento Djorkaeff è il migliore marcatore della Nazionale, il quinto cannoniere di sempre, anche se fluttua tra centrocampo e attacco, anche se non è—non lo è mai stato—una punta pura.

Contro il Marocco segna una rete in acrobazia, come si dice in francese a “aile de pigeon”, eloquente di chi fosse davvero Youri Djorkaeff.

«Une but d’artiste», dice il telecronista, ammirato ma senza troppo entusiasmo, dopotutto. Mi piacerebbe sapere, col senno di poi, in quanti non erano convinti che la Francia avrebbe disputato il miglior Campionato del Mondo della sua storia.

«Quella coppa è… mille cose, miliardi di cose. Irreale. La volevamo veramente. Se fai la stessa domanda ai 40 giocatori che si sono avvicendati nella squadra, dal ’98 in poi, tutti ti diranno che la volevano». Per via di uno di quei meccanismi di memoria selettiva che ci semplificano i ricordi, tendiamo a ripensare alla Coppa del Mondo del ’98 come al torneo proprietà esclusiva di Zidane. Eppure Zizou fece una coppa perfettamente in linea con il suo rendimento dell’epoca, finale a parte: a volte brillante, a volte incostante. Ho riguardato buona parte delle partite disputate dalla Francia, e mi pare di poter dire che la Costante, l’elemento non soltanto onnipresente ma soprattutto positivo, sia stata non tanto la doppia Z, quanto piuttosto un tale Youri Djorkaeff.

«Ci si aspetta un Djorkaeff che segni reti. Ma la cosa più importante non è raggiungere la finale? Chiedete a Just Fontaine se non avrebbe scambiato il suo record di gol con la finale». L’unica rete di Youri in quel Mondiale è quella del momentaneo vantaggio contro la Danimarca, nell’ultima gara del girone—vinto a punteggio pieno—su rigore. Se ci fosse stato Zizou, probabilmente quel rigore Youri non l’avrebbe neppure tirato; ma ZZ era stato squalificato per due giornate dopo l’espulsione contro l’Arabia Saudita, e quelle due partite sono esattamente le uniche nelle quali Youri ha giocato da numero 10, da leader incontrastato, da faro della squadra.

Guardare Djorkaeff in Francia ’98 serve a riconsiderarlo: un calciatore davvero totale, che crea pressione sugli avversari, appoggia a chi si inserisce da dietro, crea brecce. Chi lo definiva individualista viene categoricamente smentito: si rivela al contrario altruista, staffettista, generoso d’una generosità démodée, e ha l’aria di chi si farebbe pure venti ripetute di scatti a fine partita, se l’allenatore glielo chiedesse.

Anziché piazzarsi sullo stesso piano di Zidane, nel 4-3-2-1 disegnato da Jacquet, si muove come un elettrone impazzito, disegnando uno schema 4-3-Zizou-Djorkaeff-1. Se serve, si nasconde nell’ombra disegnata dall’imperiosità di Zizou. E tutto senza dare l’impressione di soffrirne.

E comunque l’assist d’esterno per Thuram è una delle cose più sublimi che esistano, almeno quanto un calice di Nebbiolo, un passo di danza di Nureyev o una carezza di tua moglie nel buio della camera da letto quando torni a casa stanco dal lavoro.

«Durante i Mondiali con alcuni amici ci riunivamo insieme a un altro amico pianista. Prima delle partite suonava delle marcette armene. Io: ascoltavo, e basta». Durante la finale pennellerà, sul finire del primo tempo, un cross perfetto per il colpo di testa di Zidane che porterà i francesi sul 2-0, chiudendo, di fatto, la partita.

DjorKaiser

Youri ha raccontato di aver avuto come un blocco psicologico, una crisi di mezz’età dopo la vittoria del Mondiale. «Pensavo spesso a Henry o Trezeguet: campioni del mondo a soli 20 anni. Io ne avevo già 30, e ancora cercavo la prossima sfida. Loro avevano appena iniziato».

Youri non è tipo da farsi intimidire dai nuovi scenari: dopo un’ulteriore stagione all’Inter—abbastanza incolore, in cui la squadra termina all’ottavo posto—sceglie di trasferirsi in Germania, al Kaiserslautern. «Il calcio inglese non era ancora così sviluppato e non mi andava di andare in Spagna». La scelta della Germania è sintomatica del suo istinto a precorrere i tempi, ma il fatto che abbia optato per una piazza minore come Kaiserslautern un po’ contraddice l’ambizione. «La mia famiglia aveva bisogno di un po’ di campagna», si giustifica.

Il giorno della presentazione allo stadio sono in 40mila: la cittadina ha 100mila abitanti, la misura dell’entusiasmo è facilmente deducibile e in ogni caso ad ammaliare Youri non è tanto la città o la tifoseria, quanto l’allenatore, Otto Rehhagel.

E comunque nel Kaiserslautern 1999-2000 c’erano Ciriaco Sforza, Igli Tare, un giovanissimo Michael Ballack e, nella seconda squadra, un certo Miro Klose. Djorkaeff non è presente nella foto commemorativa d’inizio stagione, forse perché le foto di inizio stagione in Germania se le scattano tipo a fine giugno.

L’esperienza tedesca di Youri inizia subito con quello che sarebbe rimasto il suo highest peak, ovvero l’eliminazione rocambolesca del Tottenham dalla Coppa Uefa, al secondo turno. All’andata gli Spurs si sono imposti per 1-0. Nella gara di ritorno, praticamente da solo e in un giro di lancetta, Youri sovverte pronostici, risultato, considerazione di sé.

Nel tabellino dei marcatori rimarranno impressi i nomi abbastanza sconosciuti di Buck e Franz Carr, autore di un’autorete. Minuti delle marcature: 89’ e 90’. Minuti delle magie sciamaniche di Djorkaeff: 89′ e 90′. Due azioni solitarie, due brecce di Porta Pia, due voragini che risucchiano il pacchetto difensivo dei londinesi e lo annientano. I tifosi cantano il refrain de “I will survive” della Hermes House Band. La coincidenza simpatica è che era stato anche il tormentone di Francia ’98.

Il problema è che Rehhagel viene esonorato a gennaio del 2000, e al suo posto subentra Andreas Brehme. Un’altra vecchia gloria dell’Inter. Un altro ex campione del mondo.

«Non una brava persona», il giudizio lapidario di Youri, secondo il quale la sua permanenza in Germania è stata rovinata fino a risultare compromessa dalla convivenza con il tecnico. «Ero una specie di testimonial per l’assegnazione a Kaiserslautern di uno slot come città ospitante in occasione dei Mondiali del 2006. Fin quando non l’avessero ottenuta non me ne sarei potuto andare. Ma era difficile essere portavoce della città, io, che ero francese. C’era già Brehme, che era tedesco, campione del mondo, aveva giocato nel Kaiserslautern: era ovvio che mi odiasse».

L’ultima grande soddisfazione

Nell’estate del 2000 la Francia affronta gli Europei di Belgio e Olanda da campione del mondo in carica: dietro l’unica punta si agita un terzetto ormai giunto a completa maturazione in termini di esplosività e affiatamento, composto da Zidane, Djorkaeff e Henry.

Youri segna due reti, fondamentali nel cammino della Francia che sarebbe poi arrivata al titolo. La prima contro la Repubblica Ceca, nella seconda partita della fase a gironi: è la rete del 2-1 e arriva al termine di un contropiede innescato da un suo tocco di sponda per Vieira sulla sua trequarti campo e concluso, 8 secondi e tre tocchi di palla dopo, con un rasoterra sotto misura.

La seconda, invece, arriva agli ottavi di finale contro la Spagna, ed è un’esalazione di veleno che obnubila i sensi di Cañizares e si infila tra le maglie della rete come un cobra a fine turno davanti a un incantatore impotente.

Di questo video mi piacciono due cose: che la prima parola pronunciata sia Guardiola, con l’accento sull’ultima a; e poi il movimento delle gambe di Youri che si alzano all’unisono dopo il tiro, l’immagine più cristallina della detonazione, come se gli fosse saltata sotto i piedi una mina antiuomo.

Cos’altro rimane da provare?

Dopo aver vinto anche l’Europeo, la carriera di Djorkaeff è compiuta. Gli mancherebbero molte tacche ancora da incidere sul calcio della pistola, ma i sensi sono sopiti e la gabbia tedesca lo sfianca. Decide di trasferirsi in Inghilterra, al Bolton, dove aiuta la squadra a salvarsi e l’anno successivo la porta addirittura, in tandem con JJ Okocha, in finale di League Cup, persa però contro il Middlesbrough (e sull’uno a zero per il Boro, Mark Schwarzer gli nega la gioia di un gol molto simile a quello segnato all’Europeo contro la Spagna). Nel mezzo ci sarebbe la trasferta nippocoreana della Francia, difficile da giudicare positivamente. «Credo sia stata utile più che altro a quelli di noi che poi sono diventati allenatori», dice Youri: in effetti dev’essere stato un bel corso monografico applicato di gestione delle motivazioni, contenimento delle individualità, amministrazione delle risorse umane. Non particolarmente riuscito, dati i risultati.

L’ultimo capitolo della vita di Djorkaeff, ancora in scrittura e sottoposto a una revisione continua, è ambientato negli Stati Uniti. Youri ci arriva nel 2005, è il primo francese a scegliere la MLS. «Una volta parlandone con Titì Henry gli ho detto: “Tutto molto bello, solo che il campo è così duro che hai l’impressione di essere sulla moquette del salotto di casa tua”».

Si toglie anche lo sfizio di segnare la prima rete nella storia dei Red Bulls, con una punizione contro il DC United che deve aver fatto più o meno questo rumore:

Il sibilo del serpente.

Youri ha deciso di trasferirsi in pianta stabile a New York, di rimanerci anche dopo l’addio al calcio, avvenuto nel 2008, senza clamore, a fari spenti: «Non me ne frega niente delle fanfare, sono stato sotto le luci della ribalta per tutta la mia carriera, tutto qua». Vive a Gramercy Park, in un palazzo nel quale per un periodo ha avuto un appartamento anche Julia Roberts, che ha incontrato in ascensore e alla quale ha detto «Sei sublime». Nel 2012 ha fondato un progetto, in collaborazione con l’Inter, per conferire borse di studio calcistiche ai giovani dei quartieri disagiati di Manhattan, ammesso che ne esistano, ragazzi che «hanno problemi con la scuola, la lingua, che non sanno neppure dove sia la Statua della Libertà».

Nel frattempo si è innamorato del futsal. A Nizza gestisce una rete di campi da calcetto in cui ha installato videocamere che permettono ai ragazzi scesi in campo di rivedersi in azione, osservare le loro reti, le finte, le giocate. E non è raro incontrarlo in un campo dalle parti del World Trade Center—nella mia immaginazione quello proprio dietro al Conrad Hotel, di fronte alla succursale più a sud di Manhattan di Shake Shack—mentre allena dei ragazzini con indosso la maglia d’allenamento di Francia ’98.

La scena più bella che coinvolge Djorkaeff nel documentario Les Yeux dans les Bleus è proprio l’ultimissima. Esce dallo spogliatoio con la Coppa tra le mani, e ad attenderlo c’è tutta la famiglia. C’è Jean, il padre, che però rimane leggermente distante, come distratto; sembra quasi che non voglia rovinare quel momento di intimo trionfo del figlio, preoccupato che possa scambiare le attenzioni per un tentativo di appropriarsi, in parte, del successo. Si scattano una foto tutti insieme.

Se dovessi scegliere il momento della carriera di Djorkaeff in cui l’uomo e il calciatore sono stati davvero in simbiosi, in cui sono combaciati come le due metà della mela platonica, forse sceglierei questo.

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