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Dario Saltari
Viaggio nell'incubo Bodo/Glimt
08 apr 2022
08 apr 2022
Per la Roma la squadra norvegese è una maledizione.
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Dario Saltari
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All’Aleph di Borges dobbiamo la descrizione dell’incubo più spaventoso di tutti: l’incubo nell’incubo. “Un giorno o una notte sognai che sul pavimento del carcere c’era un granello di sabbia. Mi riaddormentai, indifferente; sognai che mi destavo e che i granelli di sabbia erano due. Mi riaddormentai; sognai che i granelli di sabbia erano tre. Si andarono così moltiplicando fino a colmare il carcere e io morivo sotto quell’emisfero di sabbia. Compresi che stavo sognando; con un grande sforzo mi destai. Fu inutile; l’innumerevole sabbia mi soffocava. Qualcuno mi disse: Non ti sei destato alla veglia ma a un sogno precedente. Questo sogno è dentro un altro, e così all’infinito, che è il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere all’indietro è interminabile e morrai prima di esserti veramente destato”.


 

Anche se ci sono stagioni peggiori di altre, c’è sempre un momento in cui tutte le stagioni della Roma iniziano ad assomigliare a una matrioska di incubi, in cui ci si sveglia solo per avere il dubbio di essersi ritrovati in un altro incubo, forse addirittura peggiore del precedente. Il romanismo è un pendolo che oscilla tra l’amore cieco e il cinismo più nero, perché solo in questi due modi si può sopravvivere emotivamente a questa realtà: negandola del tutto (con l’illusione o la disillusione più totale). Ieri la squadra di Mourinho tornava a Bodo circa cinque mesi dopo il 6-1 che aveva segnato un prima e un dopo nella sua stagione, con questo pendolo esattamente a metà della sua corsa: da una parte il ricordo di quella sconfitta era troppo fresco per pensare che potesse ripetersi, dall’altra, proprio perché era così vicino, quel ricordo manteneva intatta la sua aura maledetta come se non fosse passato nemmeno un giorno. A quale parte del proprio cuore bisognava dare retta?


 

Mourinho aveva provato a non ripetere gli errori dell’andata, dopo la quale aveva dichiarato di aver perso «contro una squadra che aveva più qualità di noi nell'undici iniziale». La Roma aveva già esiliato quasi tutti i titolari di quella partita - Villar e Borja Mayoral in coppia al Getafe; Calafiori al Genoa; Reynolds al Kortrijk; Darboe e Diawara di cui non sappiamo più nulla da mesi - e adesso si presentava tra i ghiacci di Bodo nella sue veste migliore ad esclusione di Smalling, partito in panchina per ragioni non chiare. Ancora prima che la partita iniziasse, però, diversi dettagli hanno iniziato a non quadrare, esattamente come negli incubi peggiori, come se ci fosse qualcosa di irreale nell’aria.


 

Grazie all’innata capacità della Roma di creare rivalità dal nulla, l’ambiente innanzitutto era più che ostile. Prima dell’andata sapevamo solo che il Bodo/Glimt fosse una squadra nei pressi del circolo polare artico, che i tifosi incitavano la squadra con degli spazzolini da denti in mano, che inevitabilmente faceva molto freddo. Cinque mesi dopo il Bodo/Glimt è diventato uno dei nemici naturali dei giallorossi: a bordo campo ci sono degli attrezzi che sputano delle fiamme giganti in aria, sugli spalti diversi tifosi indossano magliette o tengono in mano cartelloni con scritto “6-1”, poco prima della partita Mourinho si era avvicinato a un gruppo di tifosi norvegesi che apparentemente gli stava chiedendo un autografo e qualcuno da dietro aveva provato a colpirlo con una palla di neve. Forse fino a qui si poteva ancora credere che tutto rientrasse nell’ordine delle cose ma, come viene ricordato in Inception, i sogni sembrano reali finché ci siamo dentro, solo quando ci svegliamo ci rendiamo conto che c’era qualcosa di strano. E a ripensarci oggi nella partita di ieri di strano c’è molto.


 

La luce di aprile, innanzitutto, non avrà spazzato via il freddo (a inizio partita il termometro tocca lo zero) ma ci mostra lo scenario in cui si gioca la partita. All’orizzonte montagne minacciose coperte da nuvole di neve, più vicino, dietro una delle curve dell’Aspmyra Stadion, i tetti spioventi arancioni di case che potremmo vedere su una copertina di un libro di Iperborea, su uno di questi c'è una macchia di neve incredibilmente simile a un orso. È un’ambientazione a metà tra la Montagna Incantata di Thomas Mann e il laboratorio artico di Ozymandias in Watchmen: e se fossimo in quell’episodio di Black Mirror in cui si scopre che i due uomini che convivono da cinque anni in una baita in mezzo alla neve in realtà sono imprigionati in una piccola sfera di vetro in cui il tempo scorre più lentamente?


 



 

Anche dentro lo stadio tante cose non tornano. La curva del Bodo/Glimt non è in curva, ma in tribuna, e al posto della curva c’è come una facciata di un palazzo con mille finestre strette su cui si staglia una scala a chiocciola degna di un quadro impossibile di Escher. La squadra norvegese è una delle poche rimaste al mondo che è vestita da Diadora, il che è strano già di per sé ma in più mi ricorda anche il terribile infortunio di Totti alla caviglia contro l’Empoli, e sugli spalti ad assistere alla partita c’è anche John Arne Riise. L’allenatore del Bodo Glimt, Kjetil Knutsen, al posto dei guanti indossa quelle che sembrano delle enormi presine da forno che hanno uno squarcio inquietante all’altezza delle dita della mano destra.


 

La cosa più strana di tutte, però, è che se è vero che la Roma è una squadra completamente diversa rispetto a quella dell’andata, lo stesso si può dire anche del Bodo/Glimt. Dei giocatori che segnarono i sei gol dell’andata è rimasto solo Amahl Pellegrino: Botheim a gennaio, dopo essere stato accostato a diverse squadre italiane (tra cui la Lazio), è stato venduto al Krasnodar e di lui, dopo gli svincolamenti di massa dei giocatori stranieri dalle squadre russe, non si hanno più notizie da tempo; il CR7 della Conference League, Ola Solbakken, invece è assente per imprecisati problemi fisici, e secondo qualcuno il fatto che sulle sue tracce ci sia anche la Roma stessa non è casuale. Loro due all’andata segnarono quattro gol, ma allo stesso modo non c’è Berg, autore del momentaneo 2-0. In realtà manca anche tutto il resto del centrocampo, allora composto da Fet e Konradsen, e anche in difesa metà del reparto è rinnovato: fuori Lode e Bjorkan dentro Hoibraten e Wembangomo. La novità più spettacolare però è davanti, dove al posto di Botheim c’è Runar Espejord: nome da eroe vichingo, aspetto da frontman di un gruppo synth tedesco di inizio anni ’80. Siamo sicuri che quello che abbiamo davanti è davvero il Bodo/Glimt?


 


 

Espejord non sembra nemmeno un calciatore eppure gioca bene. Nonostante non abbia nessuna qualità atletica o tecnica evidente, il suo gioco spalle alla porta manda in tilt i difensori della Roma. A volte controlla il pallone con l’esterno e si gira da una parte, mentre Kumbulla va dall’altra. Com’è possibile? È un mistero ma anche una maledizione per Mourinho: questa squadra di giocatori senza volto, di cui non sappiamo nulla, nata in un posto in cui sembra impossibile persino la vita, che pure gioca un gioco di posizione complesso degno del miglior Barcellona di Guardiola. L’impostazione dal basso è raffinata, la ricerca dell’uomo dietro le linee di pressione è costante, il pressing è studiato per recuperare il pallone in zone di campo pericolose: tutto sembra funzionare come negli ingranaggi di un orologio. Guardate ad esempio con che complessità di movimenti e ricezioni il Bodo/Glimt arriva alla prima occasione nitida della sua partita.


 


 

 

La Roma, che veniva da una solida striscia di prestazioni convincenti e porte imbattute, sembra impotente di fronte alla modernità del gioco catalano-olandese-norvegese e la pena del contrappasso peggiore è che il loro allenatore, Kjetil Knutsen, si è approcciato alla gara con l’aggressività del Mourinho dei tempi migliori. «È buffo: a volte il quarto uomo sta lì ad assicurarsi che io non lasci mai la mia area tecnica mentre sulla panchina della Roma cinque o sei uomini corrono dietro al guardalinee senza nessuna conseguenza», ha dichiarato Knutsen nella conferenza pre-partita, «In un certo senso è stato divertente farci caso. Ci scherzo su, per me possono pure correre in campo. Quando c’è una sfida in corso mi concentro su quello che facciamo noi, quello che succede sull’altra panchina non mi riguarda a meno che non interferisca con quello che dobbiamo fare noi. Ma è curioso notare come persone diverse vengano trattate in modo diverso». Sembra una di quelle dichiarazioni con cui Mourinho accusava gli arbitri e i giornalisti di trattare Guardiola con i guanti di velluto, e contemporaneamente cercava di far impazzire l’allenatore catalano (riuscendoci).


 

La Roma, però, sembra veramente cambiata rispetto all’andata. Il Bodo riesce ad arrivare facilmente sulla trequarti ma non a penetrare in area, e i suoi tiri vengono respinti senza troppi patemi d’animo. Al 42esimo il gol che ci convince di esserci davvero svegliati: la Roma per una volta riesce ad arrivare in maniera pulita sulla trequarti, Oliveira trova nel mezzo spazio di sinistra Mkhitaryan (la stessa ricezione che aveva propiziato pochi minuti prima la grande occasione avuta da Abraham), e l’armeno con un tocco di prima geniale serve in area Lorenzo Pellegrini, che era andato dalla sua parte per sovraccaricare il lato sinistro. Il capitano giallorosso in allungo riesce a mettere la palla sotto la traversa con un tiro nient’affatto banale.


 

Si va negli spogliatoi sul risultato di 0-1 e con la partita esattamente sui binari che la Roma vuole. Nel secondo tempo la squadra di Mourinho può sedersi tranquillamente in area e attaccare con due, tre uomini in transizione, la fase di gioco in cui il Bodo/Glimt sembra più fragile. La squadra norvegese, però, torna in campo per il secondo tempo in anticipo, come ad aspettare l’avversario, e ancora più convinta delle proprie idee, continuando a fare il suo gioco come se niente fosse. Siamo finalmente svegli, dunque? Con il passare dei minuti ci accorgiamo che qualcosa non va: il segnale TV è disturbato (il commentatore di Sky dirà per problemi tecnici della regia norvegese), le immagini hanno degli scatti indietro e in avanti, come se venissero dal futuro o dal passato, la visione diventa disturbante. Di fronte a questo singhiozzo catodico il gioco metodico del Bodo diventa allo stesso tempo ipnotico e respingente, ed è difficile capire come ha fatto, con la scarsa qualità delle occasioni che ha creato, a segnare il gol dell’1-1: il tiro di Wembangomo è stato deviato o è stato Rui Patricio a farsi sfuggire il pallone dalle mani? Scopriamo che sono successe entrambe le cose, ma comunque in una maniera non così significativa da procurare un gol in una qualunque partita normale. Come ha fatto a entrare la palla?


 


 

 

Inizia la girandola di cambi, il Bodo/Glimt diventa una squadra sempre più irriconoscibile. Entra prima Victor Boniface, attaccante gigantesco dai capelli gialli che la squadra norvegese in qualche modo ha pescato in Nigeria, Joel Mugisha, ala norvegese di origini ruandesi con le gambe da insetto stecco, e infine Sigurd Kvile, che ha un torace enorme e potrebbe tranquillamente fare il pescatore di perle in un’isola sperduta dell’Oceano Indiano. Tra le fila giallorosse, invece, ecco Eldor Shomurodov e Matias Viña, l’agente del caos che fa scendere i tifosi romanisti di un ulteriore livello tra gli abissi dell’incubo. Poco dopo Gianluca Mancini si accascia a terra e si tocca il ginocchio come se si fosse accorto che gli mancasse un pezzo. Accanto a lui Karsdorp ha la serietà del medico che ha capito che c’è qualcosa che non va (lui che si presentò a Roma rompendosi il crociato senza nemmeno accorgersene). Al posto del centrale pisano riappare Chris Smalling, che è leggermente gonfio in viso e ha gli occhi lucidi, o forse è solo una mia impressione. Pochi minuti dopo anche lui si fa fregare da Espejord.


 

La partita di Viña potrebbe essere isolata e farci un pezzo a parte. Il picco arriva all’88esimo alla fine di un altro esasperato possesso da parte del Bodo/Glimt. La squadra norvegese riesce a raggiungere tra le linee Vetlesen, che si gira di scatto e senza nemmeno guardare serve in profondità Mugisha, che è scattato dall’esterno destro. Viña lo rincorre con la consueta disperazione e, arrivato nei pressi della linea di fondo, lo carica inspiegabilmente con una spalla, mentre il giocatore del Bodo ha la furbizia di coprire il pallone con il corpo. Dalla punizione il definitivo gol del 2-1, che nasce da un altro dettaglio che a guardarlo sembra incomprensibile: Pellegrino mette la palla forte e tesa ai limiti dell’area piccola, dove la Roma sta difendendo rigidamente a zona, e dalla seconda linea spunta di nuovo Vetlesen che colpisce di fronte piena e con gli occhi chiusi. La palla finirebbe di un metro a lato, se non fosse che sulla traiettoria del colpo di testa c’è ancora Viña, un uomo svuotato di qualsiasi forza di volontà che, invece di scansarsi, si fa colpire dal pallone mandandolo in rete. Anzi, rivedendolo meglio, sembra sollevare impercettibilmente il ginocchio proprio a voler indirizzare il pallone in porta, come se un demone invisibile gli avesse dato una spintarella da dietro. Tra gli spalti, ad esultare, appare un tifoso del Bodo vestito da Gesù Cristo, la cui crocifissione da parte degli antichi romani viene indicata dai tifosi romanisti come il motivo di tutte le proprie pene.


 

La Roma rimette velocemente il pallone sul dischetto del centrocampo e si riversa nella metà campo avversaria alla ricerca del pareggio che comunque sarebbe un ottimo risultato in vista del ritorno. Dopo pochi secondi c’è una punizione all’altezza del centrocampo: Cristante vorrebbe batterla in fretta perché ha visto Abraham muoversi in attacco ma davanti a lui si mette Sergio Oliveira, che per qualche ragione non si vuole spostare. Finalmente, spostandolo con un braccio, ce la fa: la palla arriva a Abraham sulla trequarti, che dopo aver controllato serve immediatamente a sinistra quel treno di concitazione chiamato Viña. Il terzino uruguaiano controlla bene, entra in area, ha un buon angolo rispetto allo specchio della porta, ma quando va per tirare per qualche ragione gli manca la terra sotto i piedi e scivola come se avessero appena passato la cera in quel punto.



La partita finisce nel boato del pubblico. Il Bodo/Glimt diventa l'unica squadra della storia del calcio ad aver segnato 10 gol a una squadra allenata da José Mourinho in una stagione. La squadra norvegese non perde una partita dal 5 agosto dell'anno scorso. Uno degli amici con cui sto guardando la partita sul divano mi dice che sa già che al ritorno sarà una di quelle partite disperate in cui la Roma prende i legni della porta, sbaglia i rigori e alla fine viene eliminata: un film che si è ripetuto spesso negli anni, compreso l'ultimo, in cui la squadra giallorossa per un momento all'Olimpico ha cullato il sogno folle di recuperare un 6-2 al Manchester United. Nel frattempo a Bodo la tensione della partita ha fatto scoppiare un parapiglia negli spogliatoi. Lorenzo Pellegrini dirà di aver visto l’allenatore del Bodo/Glimt sferrare un pugno al preparatore dei portieri della Roma: «Al ritorno vogliamo eliminarli anche per questo, sono scosso». Deve addirittura intervenire la polizia norvegese, forse al ritorno la UEFA squalificherà Knutsen. Quando Mourinho va davanti alle telecamere però è più tranquillo: sembra voler razionalizzare ciò che è appena successo, cerca di dare l’impressione di avere tutto sotto controllo. Dice di essere più preoccupato per l’infortunio di Mancini, se la prende con il campo «di plastica», lo stesso che secondo qualcuno a Trigoria ha causato la moria di legamenti crociati degli ultimi anni (è in sintetico, ad esempio, il campo Di Bartolomei dove gioca la Primavera). Alla fine dichiara: «Mi sento favorito per le semifinali. Ho fiducia totale nei giocatori, nello stadio, nell'appoggio del pubblico».


 

L’Olimpico è sold out da giorni per la partita di ritorno, prima ancora della partita di ieri. Tra una settimana sapremo se i tifosi della Roma si sono davvero svegliati.


 

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