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Federico Principi
US Open 2018, cosa abbiamo imparato
10 Sep 2018
10 Sep 2018
Ad esempio, che nel tennis di oggi non è facile emergere per i giovani.
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Federico Principi
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Come quasi tutti i suoi colleghi, Novak Djokovic concordava nel sostenere che quest’anno gli US Open si sarebbero rivelati lo Slam più dispendioso degli ultimi dieci anni a livello fisico, per colpa di caldo e umidità. Alla fine, però, a vincere il torneo è stato proprio lui, che da sempre patisce profondamente queste condizioni climatiche e che fino ai quarti di finale ha alternato momenti in cui era lui a diminuire volutamente l’intensità, per risparmiare energie, ad altri in cui si è trovato davvero in difficoltà, fin quasi sull'orlo del collasso.

 

Alla fine, paradossalmente, Djokovic è stato in parte agevolato dal meteo, che nelle ultime quattro giornate di torneo ha concesso più respiro, e anche dal fatto che in quelle giornate torride fino ai quarti di finale non abbia incontrato giocatori più muscolari come Thiem e Nadal, che hanno mostrato un adattamento nettamente migliore alla canicola.

 

Si tratta, però, di congiunzioni favorevoli secondarie rispetto alla forza straordinaria e a tratti indistruttibile di un campione che ha dimostrato nuovamente il valore

della sua figura. Oltre al nuovo Djokovic, però, questo US Open ci ha lasciato almeno altri quattro spunti di riflessioni.

 


A Novak Djokovic è bastato ricomporre

dopo un duro periodo interlocutorio per ritrovare le motivazioni e gli equilibri che lo avevano fatto primeggiare. A differenza di Federer e Nadal, ad esempio, Djokovic non ha nemmeno avuto bisogno di migliorare ulteriormente il proprio tennis, di aggiungere dettagli oltre i 30 anni, e forse è questa la dimostrazione più grande del suo valore. Se Federer e Nadal hanno migliorato soprattutto i rispettivi rovesci e le transizioni a rete, Djokovic ha semplicemente ritrovato la forma fisica migliore e la capacità mentale di mettere in serie tanti colpi precisi e profondi in sequenza.

 

Il fatto che sia tornato a essere, forse, già il miglior tennista del mondo, con l'eccezione della terra battuta, ci ricorda quanto fosse superiore, nel suo picco massimo qualche anno fa, persino ai due campioni sopra citati. Eppure, più di Federer e Nadal, Djokovic ha bisogno che tutti i dettagli si incastrino nel modo giusto, ed è per questo motivo che il suo periodo di smarrimento, quando c’era sempre una cosa che non andava bene, è sembrato come un tonfo più fragoroso rispetto ai periodi di calo dei suoi due più celebri avversari.

 

Nella partita di ieri contro del Potro, per Djokovic è stato sufficiente mostrare i pregi e i difetti di sempre. Ha messo in campo la consueta solidità granitica in risposta e in fase difensiva, sfruttando anche il fatto che del Potro è più sicuro con il dritto dal centro-sinistra e per questo ha cercato più spesso il colpo a sventaglio verso il rovescio di Djokovic (dove il serbo sul cemento lento è praticamente impossibile da sfondare) piuttosto che il dritto anomalo lungolinea.

 

Certo non è stata esattamente una passeggiata, e Djokovic ha dovuto comunque fare i conti con la sua rigidità a tirare entrambi i colpi al rimbalzo, specie sui continui rovesci tagliati di del Potro, che ha provato a spezzargli il ritmo a tutti i costi.

 

https://www.youtube.com/watch?v=So59c0NeAe0

 

Senza offrire una prestazione fuori dall’ordinario, di quelle che rimangono scolpite nella memoria, a Djokovic è bastato esprimere il proprio livello medio, e soprattutto essere solido nei momenti importanti, per dominare sostanzialmente uno Slam e una finale contro un ostacolo durissimo come del Potro, che si esprimeva sulla sua superficie preferita.

 

Forse è proprio questa sua

, il fatto che non abbia necessità di aggiornare il proprio tennis per essere il migliore, a restituire la dimensione della sua forza, dopo un passato in cui ha accumulato di continuo abilità e informazioni necessarie per sradicare con successo il durissimo duopolio di Nadal e Federer. Djokovic è entrato in una fase di consolidamento, quella che ci permetterà finalmente di percepirne la grandezza.

 


Novak Djokovic ha vinto la finale soprattutto grazie ai punti importanti, specialmente nel secondo set. A fine match ha totalizzato solo il 3% in più di punti in risposta rispetto a del Potro (39% contro 36%) ed è stato principalmente nel terzo set, a partita già segnata, che questo piccolo divario si è venuto a creare, visto che nel terzo parziale del Potro ha portato a casa solamente il 58% di punti con la prima, e il 45% con la seconda di servizio.

 

Nonostante una distanza statisticamente sottile nelle abilità in risposta, e i soli 4 break messi a segno contro i 2 di del Potro, la grande solidità di Djokovic in ribattuta ha aleggiato nell'aria per tutto il match (con il servizio di del Potro che, oltretutto, era favorito dal tetto chiuso). Questa capacità difensiva ha contribuito all'allungo decisivo nella partita, generando nella mente di del Potro quell'ansia inevitabile che gli ha fatto commettere due errori, due dritti finiti a rete, su palle comode, durante il tie-break del secondo set. Uno di quei classici momenti in cui si avvertono fisicamente le capacità difensive dell'avversario e il campo si fa piccolissimo.

 

Sarebbe tuttavia ingiusto accusare del Potro di fragilità mentale, dopo che ha rischiato di far cambiare la partita nel secondo set, più precisamente sul 3-1 e 15-15, in un punto nel quale l'argentino ha piazzato due accelerazioni furiose di dritto e ha chiuso poi con uno smash. In quel momento, del Potro ha finalmente raggiunto quella trance agonistica di cui aveva necessariamente bisogno per affrontare con successo un avversario più forte, e non ha più mollato la prese fino alla fine della partita (è stata la differenza di sicurezza con il rovescio tra i due a contare di più).

 

Quello della forza mentale è stato in realtà un leitmotiv della carriera di del Potro, sia nell'affrontare le partite più dure sia, soprattutto, nel momento del ritorno successivo al grande infortunio al polso sinistro - i cui effetti negativi sul rovescio sono tuttora ben visibili. Una qualità psicologica che lo mette in contrasto con un giocatore simile per caratteristiche tecniche e livello potenziale come Marin Cilic, che ancora una volta dopo Wimbledon ha raccolto meno di quanto si aspettasse.

 

Già nella partita contro il giovanissimo De Minaur, Cilic aveva esordito con molte imprecisioni, e nel finale dopo numerosi match-point sprecati sul servizio dell'avversario ha mostrato un'ingiustificata tensione che gli ha complicato ulteriormente la partita. Cilic non è stato assolutamente continuo nemmeno nel gestire i quarti di finale contro Nishikori, una partita che nonostante tutto avrebbe dovuto vincere.

 

Più volte in carriera, nonostante sia un giocatore assolutamente inattaccabile dal punto di vista dell'impegno, Cilic ha dimostrato che forse è troppo grande quel gradino che lo separa dai grandissimi, fatto non tanto di tecnica quanto di determinazione nei momenti chiavi - chiamatelo, se volete,

- soprattutto quando si porta addosso la responsabilità del favorito. In questo senso si spiega la differenza di livello con del Potro, il cui palmarès è perfino meno fornito rispetto a quello di Cilic, ma che ogni volta dà l'impressione di avere più possibilità di aggiudicarsi i grandi tornei, di battere i giocatori più forti.

 


Lo US Open, purtroppo per Nadal e per lo spettacolo, è stato il secondo Slam consecutivo sui campi duri dove lo spagnolo si è ritirato per infortunio. Quest'anno era già avvenuto in Australia, all'inizio del quinto set dei quarti di finale contro Marin Cilic, per un problema all’anca. Una situazione che aveva portato lo spagnolo a dichiarare: «C'è una vita oltre il tennis e non so cosa ci capiterà nella vita se continueremo a giocare su queste superfici così dure».

 

Nadal a Flushing Meadows ha sofferto per tutto il torneo un problema al ginocchio destro, fin dal terzo turno contro Khachanov, e forse anche nelle fasi finali dei quarti di finale contro Thiem, dove ha visibilmente snaturato il suo piano di gioco andando costantemente alla ricerca della rete (ha effettuato 19 discese a rete nel quinto set, il doppio rispetto a primo e secondo set sommati). Ritiratosi contro del Potro dopo una ricaduta emersa già al quinto game del primo set, ora per Nadal si potrebbero aprire degli scenari già visti in passato, con un possibile stop fino alla fine dell'anno.

 

Già dopo la vittoria a Toronto, lo spagnolo rinunciò al successivo torneo di Cincinnati la settimana dopo. Lo stesso ha fatto per i tornei su erba precedenti a Wimbledon, dopo la sua vittoria al Roland Garros, quando ha detto «per me è sempre più dispendioso passare dalla terra all'erba».

 

Lo scorso anno è arrivato fino in fondo con lo stesso problema e l'aver accorciato l’off-season e la preparazione prima dell'Australian Open potrebbe essere una delle origini alla base della situazione attuale, in modo molto diverso rispetto a inizio 2017, quando veniva da un periodo di preparazione più lungo ed era molto più integro.

 

Per Nadal, ovviamente, l'obiettivo prioritario per il 2019 sarà nuovamente il Roland Garros e non è escluso a questo punto che possa sacrificare la rincorsa al numero 1 di fine 2018, lasciando un'autostrada a Djokovic. Più o meno la stessa scelta potrebbe effettuarla Federer, anche lui nettamente più integro fisicamente nel 2017 - dopo una lunghissima pausa di fine 2016 - rispetto a quest'anno.

 

Lo stato dei due grandi campioni mette in questione le superfici utilizzate e lo scaglionamento del calendario, una questione che per il gioco dispendioso e muscolare di Nadal si amplifica ulteriormente.

 


Forse per la prima volta, agevolato anche dalle condizioni di gioco piuttosto lente, Dominic Thiem ha finalmente mostrato un livello estremamente competitivo al di fuori della terra battuta. Lo ha fatto adattandosi nel modo più naturale alle superfici più veloci, affinando e consolidando il rovescio in anticipo.

 

Finalmente Thiem sta tenendo insieme tutte le sue qualità accettando maggiori compromessi all'interno del suo gioco, non più fatto solamente di sbracciate ma anche di colpi eseguiti cercando in avanti la palla. Con il servizio che si ritrova a disposizione, per Thiem rimane ancora un po' difficile rispondere vicino al campo, nonostante ci sia riuscito più volte con successo contro Nadal.

 

https://youtu.be/NaSutmYmQ8c?t=28

Uno scambio da cui si vedono bene questi progressi di Thiem. Forse solo Nadal poteva uscire vincitore da questo punto.



 

La sensazione, tuttavia, è che se Thiem fosse uscito vivo dalla partita contro lo spagnolo sarebbe stato il favorito nel match contro del Potro e forse avrebbe costituito una minaccia consistente anche per Djokovic, seppur da sempre ne soffra l’abilità nel colpire in anticipo. Nonostante la sconfitta deludente al tie-break del quinto set, Thiem esce comunque rafforzato e con una nuova consapevolezza da questo torneo.

 


Lo US Open 2018 non è stato lo Slam dell'affermazione dei NextGen. L'occasione è stata nuovamente ghiotta per chi ama screditare i giocatori più giovani: da Zverev a Coric, da Rublev a Chung, da

all’attesissimo

finalista a Toronto. Alla fine soltanto il diciannovenne australiano Alex De Minaur ha convinto a pieno arrivando vicino al successo contro Marin Cilic.

 

Tutti gli altri tennisti qui sopra nominati - a eccezione di Tsitsipas - sono stati sconfitti da giocatori più esperti: Zverev da Kohlschreiber, Coric da del Potro, Rublev da Chardy, Chung da Kukushkin e Shapovalov da Kevin Anderson. La più emblematica di queste sconfitte è stata proprio quella del giocatore più atteso, Alexander Zverev: senza aver disputato una brutta prestazione, il giovane tedesco è stato ingabbiato dalla rete di continui cambi di ritmo, rovesci tagliati, smorzate e accelerazioni improvvise di dritto del connazionale Kohlschreiber, nel più classico dei confronti di stili generazionali.

 

https://youtu.be/MqPxExDSdwU?t=64

Due punti che certificano la varietà di gioco messa in campo da Kohlschreiber e soprattutto quanto Zverev soffrisse i cambi di ritmo.



 

Forse questa partita, più che servirci per screditare i più giovani, dovrebbe farci capire definitivamente che i paragoni generazionali con il passato sono impossibili. L'età media si è allungata grazie alle tecniche di recupero fisico e oggi l'esperienza diventa un fattore fondamentale, come visto nella perfetta gestione tattica di Kohlschreiber contro un avversario più incompleto dal punto di vista tecnico e tattico, ma meno preparato a livello mentale nel gestire queste situazioni insolite.

 

Quando si faceva riferimento ai miglioramenti di Nadal e Federer sostanzialmente si rientrava nello stesso campo d’indagine: il tennis ormai non è più uno sport per giovanissimi, il panorama dal punto di vista anagrafico è decisamente cambiato e con esso le dinamiche dei match, oltre che quelle dell'inserimento nell'élite delle classifiche.

 

Forse, prima di giudicare in modo definitivo le nuove generazioni, sarà opportuno attendere ancora. Già, ma quanto a lungo?

 
 

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