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Il calcio italiano può fare a meno del tifo organizzato?
29 ago 2025
I provvedimenti di Milan e Inter contro i propri ultras hanno sollevato la domanda.
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17 min
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IMAGO / Nicolo Campo
(copertina) IMAGO / Nicolo Campo
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Al Baretto, storico ritrovo degli ultras dell’Inter, c’è aria di lutto. L’eccitazione che solitamente accompagna l’inizio della nuova stagione è sostituita da un chiacchiericcio soffuso, una nenia interrotta da risate trattenute e bottiglie rotte per terra. Appesi sulla grata all’ingresso, tre striscioni sciatti sono gli epitaffi che descrivono il momento con un misto di polemica e malinconia: la caricatura di un tifoso interista che dice “il calcio è della gente”, gli strumenti di tifo sbarrati da una croce rossa, e un sipario socchiuso su cui campeggia la scritta “THE END”. I più giovani distribuiscono ai passanti il comunicato della Curva Nord che annuncia uno sciopero fino a data da destinarsi. “Volete uno stadio-teatro? Tenetevelo", è la sintesi di cinquanta righe amare.

Per chi lo frequenta assiduamente, il silenzio di San Siro è straniante già da fuori. Manca mezz’ora all’inizio di Inter-Torino. Di solito, a questo punto, lo stadio è un pentolone da cui ribollono cori che creano un effetto dopaminico sui tifosi che si avvicinano ai cancelli, che involontariamente accelerano il passo come spinti da un richiamo ancestrale. Ora, invece, San Siro è un contenitore freddo e monumentale, un museo solenne in attesa dei suoi visitatori. Dentro, l'atmosfera è surreale. Soprattutto quando la musica che ormai riempie i pre-partita per non disabituare le persone all’intrattenimento finalmente si spegne e lascia spazio al campo.

C’è silenzio, ma non quiete. Un silenzio pieno e ovattato su cui striscia il vociare delle persone come il fruscio di alberi scossi dal vento. A interromperlo sono i due cori che hanno segnato gli ultimi anni di tifo interista, lanciati a inizio partita da spicchi dello stadio e seguiti da tutto San Siro, anche se per pochi secondi e fuori sincro. Un moto d’orgoglio dei tifosi comuni, un messaggio di rappresentanza e vicinanza alla squadra, un modo per dire che non esiste solo il tifo organizzato e che si può andare avanti anche senza la curva, anche se quei cori sono stati creati e resi popolari proprio dalla Nord. In quel momento guardare il secondo anello verde, dove da cinquant’anni sventolano bandiere e vessilli della Curva Nord, disorienta: un settore qualunque, popolato da pochi tifosi che guardano la partita seduti. Solo più smunto, più emaciato degli altri, o almeno così mi sembra per l’abitudine di vederlo colorato e chiassoso.

Nel corso della partita ci saranno altri sparuti tentativi di lanciare cori per coinvolgere San Siro. La maggior parte resteranno fiacchi e circoscritti a un fazzoletto di stadio. Timidi “Inter, Inter, Inter” si levano di tanto in tanto da qualche seggiolino e hanno il sapore di incitamenti infantili. Solo i gol, che pure sono tanti, accendono uno stadio stretto nell’impasse di non riconoscere se stesso. Il dominio sul campo lo impone l’Inter con una prestazione maiuscola, quello acustico è appannaggio dei tifosi del Torino. Stasera San Siro è di loro proprietà, ed è strano pensare che sarà così per tutte le tifoserie che arriveranno qui nelle prossime settimane, forse mesi. San Siro diventa così terra di conquista, luogo sacro da profanare liberamente. Gli ultras granata, caldi e numerosi, lo sfruttano soprattutto come megafono per la contestazione al presidente Urbano Cairo, oggetto di cori per tutta la partita. Gli olè autoironici con cui nel finale scandiscono un blando possesso dei giocatori del Torino sullo 0-5, sono i titoli di coda perfetti di questa serata grottesca.

I tifosi del Torino a San Siro durante la partita contro l'Inter (IMAGO / Nicolo Campo).

In una partita filata via liscia, impreziosita dalla definitiva scoperta del talento di Sucic e dall’esordio con gol di Bonny, l’opacità ambientale, per quanto strana, non ha intaccato più di tanto tifosi e giocatori dell’Inter. Al contrario di quanto è successo al Milan due giorni prima. Come la Curva Nord, anche la Sud non è entrata allo stadio. Era già successo a Milan-Bari di Coppa Italia, il battesimo del silenzio di San Siro. In quell’occasione, seduto in panchina in attesa di incantare il suo nuovo pubblico, Luka Modric veniva inquadrato mentre, a colloquio con Okafor, indicava il secondo anello blu chiedendo dove fossero gli ultras. Chissà se immaginava i cortocircuiti che avrebbe prodotto quell’assenza, e che puntualmente si sono verificati in Milan-Cremonese, appena sei giorni dopo.

Si dice sempre che giocare a San Siro sia roba per pochi. Promesse, talenti affermati, campioni riconosciuti: non si contano i giocatori crollati sotto il peso della pressione che questo tempio del calcio sa esercitare. Figurarsi senza un diversivo in sottofondo. Se le cose non girano, il brusio di San Siro senza tifo organizzato è un’arma affilatissima per i giocatori della squadra di casa, soprattutto i più fragili. Pervis Estupinian, arrivato in estate con la spada di Damocle di raccogliere l’eredità di Theo Hernandez, l’ha provata subito sulla sua pelle. Tra i più in difficoltà di un brutto primo tempo del Milan, dopo un paio di errori iniziali ha vissuto ogni tocco di palla come un imputato in attesa di giudizio. Mormorii, nooo, fischi amplificati dal silenzio hanno accompagnato i suoi gesti sul campo fino all’intervallo, quando Allegri ha pensato bene di sostituirlo.

Anche in questo caso alcuni tifosi hanno provato a improvvisarsi lancia-cori per scaldare uno stadio mesto, ma i problemi che il Milan stava incontrando in campo non sono stati d’aiuto. Avviluppata in un silenzio scomodo, la partita scorreva in un’atmosfera di tensione sospesa come in un film di Haneke. Santi Gimenez, ingrigito dopo pochi mesi in rossonero, cerca di rigenerarsi sollevando le braccia e chiedendo il sostegno del pubblico dopo un calcio d’angolo guadagnato. La zona a cui si rivolge, il primo anello verde, è punteggiata da uno striscione lugubre che recita “Cala il silenzio in sala”. Sarà lui a perdere la palla che porterà al gol meraviglioso di Bonazzoli e al boato fragoroso dei tifosi della Cremonese, che echeggia come un canto funebre in un San Siro muto. Il picco di decibel dei tifosi del Milan viene toccato solo a fine partita, quando una bordata di fischi si abbatte sui giocatori.

San Siro così, in silenzio per l'assenza delle due curve, quasi non ha precedenti. La decisione di rimanere fuori dallo stadio, condivisa da entrambi i direttivi, arriva a seguito di una serie di restrizioni imposte da Inter e Milan. Il divieto di introdurre strumenti di tifo, esporre striscioni e simboli legati a gruppi storici - nel caso degli ultras milanisti anche vessilli identitari come le bandiere di Baresi e Kilpin, in qualche modo riconducibili al gruppo Curva Sud - ma soprattutto le cosiddette blacklist. Con una lettera recapitata a casa, diverse persone sono state informate dai rispettivi club che non avrebbero potuto abbonarsi in curva per motivi di ordine pubblico. Alcune di loro sarebbero incensurate e mai colpite da DASPO, l'acronimo diventato celebre nel mondo ultras che sta per "divieto di accedere alle manifestazioni sportive".

L’inibizione ha echi kafkiani, perché alle stesse persone a cui è vietato abbonarsi in curva, oltre alla possibilità di farlo in qualunque altro settore dello stadio, è permesso entrare in curva acquistando il biglietto. Un provvedimento macchinoso ma solo apparentemente contraddittorio. Studiato con la consapevolezza che punire i singoli avrebbe messo in ginocchio il collettivo, che assestare piccoli colpi nei punti giusti avrebbe fatto crollare le fondamenta del tifo organizzato, per sua natura fondato sulla coesione. Il metodo è sornione, l’obiettivo è chiaro: tagliar fuori le curve da San Siro.

È l’effetto lungo dell’inchiesta "Doppia Curva", che ha decapitato i vertici dei due direttivi e portato alla luce crimini e malaffare di entrambe le curve. Seppur con evidenti distinzioni, sia in termini di fatti criminosi che di motivazioni dei divieti, la reazione di Inter e Milan è stata la stessa, probabilmente sollecitata dalla Procura. Infiltrazioni mafiose, estorsioni, pestaggi, omicidi: troppo gravi i fatti di cui si sono macchiati alcuni rappresentanti delle due curve per non portare a queste conseguenze.

Il problema di queste misure, però, è che tirano in balli temi più grandi di una curva - temi che hanno a che fare con la libertà personale. Innanzitutto va detto che la retorica su cui si basano, quella per cui servirebbero a rendere lo stadio un posto sicuro, è pretestuosa e fuori fuoco. Dentro San Siro, infatti, non si registrano episodi di violenza da molti anni (escluso lo sgombero della Nord in occasione della morte del leader storico Vittorio Boiocchi, circa tre anni fa): è fuori dallo stadio che proliferano attività illecite e sporadicamente si verificano incidenti.

Nel frattempo nomi di spicco dei due direttivi si sono fatti intervistare dalle TV nazionali per denunciare la repressione cieca di cui si sentono vittime. Usano l’immagine composta del Teatro per descrivere il depauperamento ambientale di San Siro in loro assenza, riportano decine di messaggi di tifosi che si lamentano di un calcio senza colore, senza calore, senza passione. Un rapporto, quello con i media, che nel manifesto identitario del movimento ultras è sempre stato vietato, in totale contrasto con il principio anarchico dell’anonimato, cristallizzato dallo storico motto "NO FACE, NO NAME".

I tempi però sono cambiati, e i collettivi delle due curve di Milano sono stati i principali protagonisti di questo cambiamento, essendo stati tra i primi - e tra i pochi - a togliersi il passamontagna ed aprirsi alla comunicazione social. Una scelta duramente criticata dai militanti più longevi e da diversi gruppi ultras italiani. Postare coreografie, cortei, folclore, ma anche diffondere comunicati e nuovi cori, oltre a rafforzare il proprio status aveva il duplice obiettivo di avvicinare i tifosi comuni e trasformare il gruppo di appartenenza in un vero e proprio brand.

In questo modo abbiamo cominciato a vedere capi ultras fermati dai tifosi per un selfie, tifosi di ogni genere con indosso merchandising di Curva Nord e Curva Sud, San Siro cantare all’unisono i cori lanciati dalle transenne delle curve. Da mondo ermetico e occulto, a universo ispirazionale. Un'evoluzione che ha portato popolarità, soldi, potere, e non è da escludere che tutto questo abbia giocato un ruolo chiave nei fatti di cronaca che ne sono succeduti. Soprattutto nella curva interista, che conta due omicidi in due anni come in una guerra tra clan.

Avevamo già visto qualcosa di simile con le infiltrazioni mafiose nella curva della Juventus, che hanno portato ad arresti e ad anni lontano dallo Juventus Stadium. Sono dinamiche su cui è giusto essere critici, soprattutto quando vanno a sporcare e a svendere delle sottoculture che sarebbero preziose, ma allo stesso tempo è impossibile non riconoscere l’apporto che il tifo organizzato offre allo spettacolo del calcio, sia in termini ambientali che in termini sportivi. Lo sanno le proprietà, i tifosi comuni, i giocatori stessi.

Nelle stagioni degli ultimi scudetti di Milan e Inter, per dire, il pubblico è stato fondamentale, un’onda impetuosa che ha trascinato le due squadre. Mentre Allegri è stato più elusivo, Christian Chivu, che sta già dimostrando di dare sostanza alla sua comunicazione senza ricorrere al frasario stantio dei protagonisti del calcio, nella conferenza stampa alla vigilia di Inter-Torino non ha usato giri di parole: «Spero che la situazione si risolva il prima possibile, perché la squadra ha bisogno del suo pubblico. In uno stadio di calcio il tifo è importante».

Il silenzio di uno stadio leggendario come San Siro, culla della cultura ultras (il primo gruppo ultras italiano è stato la Fossa dei Leoni, fondato nel 1968 dai tifosi rossoneri), è un limpido esempio di cosa sarebbe il calcio senza tifo organizzato. Uno spettacolo mutilo, una fredda esibizione.

Eppure è uno scenario che a un certo punto è stato una possibilità concreta, perché la lotta al mondo ultras, soprattutto in Italia, si era fatta sempre più serrata. La pandemia sembrava l’assist perfetto per dare la spallata decisiva al tifo organizzato. Il divieto di assembramento, il controllo capillare, l’idea di stadio come luogo più misurato delineavano un territorio troppo scomodo per gli ultras, a cui venivano in soccorso solo le lungaggini burocratiche per la costruzione dei nuovi stadi. E invece l’ambiente spettrale degli stadi vuoti ha prodotto l’effetto contrario, ha rivelato che il calcio non può sopravvivere senza il calore dei suoi tifosi più appassionati. La riapertura è stata dirompente: ovunque abbiamo visto stadi stracolmi e bollenti, un desiderio di comunità che l’isolamento forzato aveva acceso e che ha trovato terreno fertile sui gradoni dello stadio. Perché, nonostante le sue distorsioni e le sue infinite contraddizioni, il mondo ultras resta tra i pochi modelli comunitari di una società moderna che continua a erodere gli spazi di aggregazione.

Ovviamente la repressione nei confronti del mondo ultras ha continuato anche dopo la pandemia. E se prima avveniva con strumenti diretti come DASPO, leggi speciali, divieto di introdurre strumenti di tifo e tessera del tifoso, oggi si consuma indirettamente attraverso le politiche economiche dei club. Con l'entrata in vigore delle normative sul Fair Play Finanziario e sul Profit and Sustainability Rules, i proprietari hanno cercato di aumentare i ricavi in ​​qualsiasi modo possibile, soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi dei biglietti. Proprio il rincaro di biglietti e abbonamenti, è un altro dei motivi che hanno portato all’attuale sciopero dei collettivi di Inter e Milan (che, va detto, alcuni di loro avevano reso un business illecito). Un trend consolidato da anni e in continua crescita.

All’inizio della scorsa stagione, la Football Supporters Association ha lanciato la campagna "Stop Exploiting Loyalty", evidenziando come i prezzi dei biglietti siano stati aumentati e gli sconti per anziani, studenti e simili ridotti o eliminati dalla maggior parte dei club della Premier League. Per assistere dal Terzo Anello Rosso alla semifinale di Champions League Inter-Barcellona, pochi mesi fa, un tifoso dell’Inter doveva spendere 129 euro; chi occupava quello stesso posto 15 anni prima, in occasione dell’altra semifinale storica con il Barcellona, ne aveva spesi 22. Un aumento di quasi il 500% che non è minimamente giustificato dall'inflazione (che negli ultimi 15 anni corrisponde a meno del 28%).

Da tempo il calcio moderno sta tradendo la sua natura popolare per diventare sempre più esclusivo ed elitario, a discapito dei suoi tifosi più fedeli, non solo i gruppi organizzati. È un processo che si è già visto chiaramente in Premier League, che anche attraverso l'aumento dei prezzi dei biglietti ha di fatto eliminato la cultura hooligan in Inghilterra (e se pensate che questa sia solo una buona notizia vi consiglio di andare a vedere una partita lì e dirmi cosa ne pensate dell'atmosfera).

L'aumento dei prezzi viene in qualche modo giustificato con una nuova offerta di esperienza allo stadio. Musica, coinvolgimento del pubblico e un intrattenimento plasmato su quello che caratterizza gli sport americani: l'obiettivo è ridefinire il rapporto tra spettatore ed evento. La cultura calcistica autentica viene soppiantata da una forma di engagement destinata soprattutto a un nuovo pubblico, quello che nelle goffe slide del progetto Super Lega veniva chiamato tifoso del futuro, e quello che il tifo organizzato chiama con disprezzo cliente, sottolineando l’interesse per il consumo più che per la passione.

Gli esempi che vanno in questa direzione si trovano un po’ ovunque. Il Manchester City ha appena annunciato un investimento di 300 milioni di sterline per espandere l'Etihad Stadium. I posti non saranno destinati agli abbonati, ma a fare più spazio a turisti e celebrità. E ancora: nonostante la Germania sia tra i pochi paesi in cui i tifosi autentici vengono tutelati - da quelle parti il movimento ultras sta vivendo la sua età dell’oro, non a caso - in occasione della scorsa finale di Coppa di Germania, la federazione tedesca ha riservato il 20% della capienza dell’Olympiastadion a sponsor e personaggi illustri.

Sarebbe stupido non intercettare e accogliere nuovi tifosi, in fondo il calcio è una comunità aperta, ma è necessario proteggere quelli vecchi e fare in modo che coesistano. Come ha scritto recentemente The Athletic: "I club possono spacciare i tifosi del futuro per questo enigmatico ed entusiasmante mercato inesplorato quanto vogliono, ma sono solo delle ipotesi. Possono anche considerare i loro veri tifosi come finanziariamente sacrificabili, ma sono comunque la loro linfa vitale culturale, e lo saranno sempre". Per fortuna c’è anche chi cerca un equilibrio virtuoso tra profitto e rispetto della tradizione. E di questi tempi pare che per avere un esempio di cose fatte bene si debba guardare a Como. L’idea del presidente Mirwan Suwarso, e che verrà finanziata proprio grazie ai ricavi ottenuti dai pacchetti VIP, è di rendere gratuito l’accesso alla curva del Como entro tre anni. Un progetto ispirato al modello del Fortuna Dusseldorf, che dal 2023 offre biglietti gratuiti per diverse partite della stagione. Insomma Adrien Brody toglierà il posto a un tifoso ma ne farà entrare gratis un altro. «Si spera che questa iniziativa attiri più tifosi allo stadio, creando un ambiente ancora più coinvolgente e sostenendo il futuro del club», ha detto Suwarso.

Questo processo, che affonda le radici nel capitalismo occidentale, si basa su enorme paradosso: cercare a tutti i costi di vendere un prodotto su scala globale, rinunciando a una parte sostanziale di ciò che rende quel prodotto attrattivo. È più vendibile un’esperienza di stadio calda, colorata e folcloristica, o un’atmosfera orwelliana che intervalla musica e silenzio? Il tifo sta alla base della cultura calcistica. In una logica di profitto non solo dovrebbe essere tutelato, ma dovrebbe essere sfruttato come asset per la promozione del prodotto calcio, come viene spesso definito nelle slide promozionali, anche perché dispone geneticamente dei due concetti chiave ricercati da qualunque dipartimento marketing: identità e fidelizzazione.

I tifosi del Bari durante l'esordio a San Siro del Milan, in Coppa Italia (IMAGO / ABACAPRESS)

Basta farsi un giro a San Siro per capirlo. I visitatori che da tempo hanno iniziato a popolarlo, passano più tempo a guardare le curve che la partita. Per loro il vero spettacolo è sulle tribune, non sul campo. Lo è oggi, come lo era anche nell'età dell'oro del nostro calcio: ad attirare non erano solo i campioni ma anche il movimento ultras.

Harrold Sepang, presidente dell’Inter Club Indonesia, il più grande al mondo tra i 1046 Inter Club dispiegati in 78 Paesi, mi ha raccontato che il suo amore per l’Inter è nato sulla coda degli anni 90’ grazie a Ronaldo e al fascino per il mondo ultras, un fenomeno nato in Italia e che in quegli anni toccava l’apice della sua maturazione e diffusione. Col tempo, l’Inter Club Indonesia è riuscita a riprodurre quegli stilemi, a fare sua quella cultura.

In occasione delle partite dell’Inter, Sepang organizza visioni collettive in palazzetti, palestre e altri spazi allestiti con enormi coreografie, striscioni e stendardi in italiano, mentre tutti cantano cori per l’Inter avvolti dal fumo delle torce e accompagnati dal suono dei tamburi. Come dice Misha Verollet-Dahncke nella sua newsletter Unmodern Football: "Il modo migliore per attrarre nuovi tifosi non è sostituire quelli vecchi. È mostrare ai nuovi tifosi ciò che i vecchi già amano". Fare a meno del tifo organizzato non conviene a nessuno: agli altri tifosi, ai nuovi tifosi, ai club e al gioco stesso.

Durante il pre-partita CBS dell’Euroderby di Champions League, nel 2023, con espressione meravigliata uno che di stadi ne ha visti un po' come Thierry Henry non riusciva a smettere di parlare dell’atmosfera offerta dalle curve di Milan e Inter, che in quel periodo vivevano, almeno dentro lo stadio, il loro periodo di massimo fulgore.

Oggi quei collettivi sono stati smembrati dalla giustizia, e ciò che ne resta è costretto fuori dallo stadio. I tifosi di Inter e Milan che non fanno parte del tifo organizzato sono divisi. C’è chi invoca una soluzione diplomatica che permetta agli ultras di riprendere il loro posto in curva, chi si sente tradito dal business consumato sulla propria fede, chi auspica un rimpasto che possa aprire un nuovo capitolo delle curve e chi non li rimpiange affatto.

Vedremo come andrà a finire. Una cosa è certa: San Siro non è solo uno stadio, ma uno spazio mitico in cui memoria, corpo e voce collettiva si fondono. In un momento storico in cui il tifo rischia di appiattirsi in consumo e l’identità si diluisce in intrattenimento, San Siro ha la forza di resistere, ancora, a questa logica. Nella sua anima imperfetta e potente, lo stadio milanese custodisce una ritualità che non può essere replicata né sostituita.

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