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→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
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Redazione basket
Tutti i motivi del mercato Nba
08 Jul 2016
08 Jul 2016
Le firme più importanti spiegate nel dettaglio.
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Di Fabrizio Gilardi

 

Per capire cosa stia succedendo nel mercato NBA serve affacciarsi sul meraviglioso e contemporaneamente terrificante mondo del Collective Bargaining Agreement, l’accordo collettivo tra lega e associazione giocatori che regolamenta il sistema anche dal punto di vista economico.

 

Per farla il più breve possibile: il totale degli stipendi da erogare ai giocatori nell'arco di una stagione non dipende dai singoli contratti firmati, ma è una cifra ben precisa e predeterminata, pari a un valore che oscilla tra il 49 (se l'economia della lega non decolla) e il 51 (se si naviga nell'oro) per cento del Basketball Related Income (BRI), il paniere che comprende tutti gli introiti dell'azienda NBA legati al basket. Il Salary Cap viene determinato ogni stagione in base alle previsioni sul BRI in modo da portare la somma dei contratti il più vicino possibile al valore desiderato, ma poi occorre aggiustare nel dettaglio.

 

Il BRI relativo al 2015/16 è stato di 5,289 miliardi di dollari (un miliardo in più rispetto al 2012/13, a testimoniare la forte e costante crescita), con fetta destinata ai giocatori di 2,688 miliardi (50,83%). La somma dei contratti dei giocatori è stata pari a 2,558 miliardi, quindi i proprietari hanno dovuto versare ulteriori 130 milioni (suddivisi proporzionalmente in base al salario di base di ciascun giocatore) sotto forma di una sorta di “tredicesima” per far tornare i conti. Il sistema prevede un metodo detto

, una trattenuta, per compensare anche nel caso si verifichi la situazione opposta - ma allo stato attuale delle cose i giocatori NBA sono nel complesso risultati

rispetto all'unico parametro utilizzabile per valutazioni di questo tipo. (SPOILER: No, il compenso medio di un redattore di una rivista online - impiego scelto totalmente a caso - NON è un parametro in alcun modo utile.)

 

Una delle voci principali del BRI è rappresentata dalla vendita dei diritti TV, che nel 2015/16 ha garantito 930 milioni di dollari; grazie ad un nuovo contratto sottoscritto con ESPN, ABC e TNT la cifra annuale salirà a 2,67 miliardi, portando cioè a un incremento minimo del BRI 2016/17 di 1,74 miliardi, con una crescita del 30% circa che ovviamente si riverserà nelle tasche dei giocatori.

 

Non tutti (o meglio: non tutti subito), però: su circa 400 contratti totali (NBA usa come riferimento 396, 13,2 per squadra), 300 sono pluriennali già in vigore per la prossima stagione, firmati secondo i vecchi parametri (il Salary Cap era di 70 milioni nel 2015/16 e di 63 un anno prima) per un totale di 1,75 miliardi di dollari e una media di 5,8 milioni; le ultime previsioni indicano che la fetta di BRI destinata ai giocatori nel 2016/17 sarà di almeno 3,2 miliardi (51%)... Cioè i restanti 1,5 miliardi dovrebbero essere coperti dai 100 contratti da firmare durante questa free agency (!).

 

È già pressoché certo che questo non accadrà: la lega stima che la "tredicesima" da versare tra un anno sarà di circa 200 milioni (distribuiti tra tutti i 400 giocatori), ma due punti fermi restano: il valore medio di un accordo firmato in questi giorni è doppio rispetto ai precedenti (13 milioni) e nonostante questo i giocatori risulteranno sottopagati di circa il 6% (200 milioni su 3,2 miliardi).

 

Una buona idea per non restare disorientati è quella di non leggere un salario in milioni di dollari, ma come percentuale del Cap: 6,3 milioni (il 10% del cap) nel 2014 equivalgono a 7 nel 2015, a 9,4 ora (cap a 94 milioni) e a 10,2 tra un’ulteriore stagione; i 19 milioni di oggi (20% del cap) sono i 14 di ieri e i 12,5 dell’altro ieri.

 

E non si può dimenticare che questo sistema non è stato imposto dall’alto da un legislatore, ma è frutto di una contrattazione collettiva, in cui le posizioni delle due controparti rispecchiano il volere della maggioranza dei componenti delle stesse; i limiti ai contratti al massimo salariale e le somme pre-determinate di quelle dei rookie sono strumenti che limitano artificialmente i salari e tendono a favorire la classe media e medio-alta (cioè appunto la parte più corposa dell’associazione giocatori): i salari non sono quindi direttamente proporzionali a valore e rendimento dei giocatori.

 

I contratti "cattivi" e di cui ci si pente in fretta (quelli che si definivano "albatross") esistono ancora, ma si tratta di poche e sciagurate eccezioni; mediamente in free agency si paga meno di quanto si dovrebbe, quindi l'ampia maggioranza delle firme di cui ci occupiamo è non solo ampiamente giustificabile, ma del tutto normale e figlia di un sistema che scoppia di salute e che DEVE garantire simili guadagni ai propri interpreti principali.

 

 



Di Nicolò Ciuppani e Francesco Andrianopoli

 



 

https://www.youtube.com/watch?v=vsVK5tqNrSw

 



È una delle migliori “two way guards” della lega: sa difendere, sa attaccare, sa orchestrare il gioco, sa giocare sugli infortuni e sul dolore (ricordiamoci i suoi sforzi eroici ai playoffs praticamente senza un occhio), è un maestro del pick and roll, soprattutto quando c’è da passare, e nel gestire il pallone (primo assoluto nel rapporto assist-palla perse, 4 assist per ogni turnover a difesa schierata).

 

È un tipo di giocatore più unico che raro, e i Grizzlies non potevano permettersi di perderlo, sia in generale che in una free agency particolarmente povera di point guard.

 



A Mike Conley è toccato il ruolo di vedersi attribuito il più grande contratto di sempre (finora) e quindi è lui il bersaglio principale del populismo spicciolo.

 

C’è poco da discutere su questa firma: Memphis non avrebbe mai trovato di meglio per sostituirlo, Conley appena avesse messo piede nel mercato avrebbe trovato un Mark Cuban pronto a dargli il Max.

 

Le uniche critiche che si possono muovere sono sul fatto che:


Ma queste sono le critiche che potrebbero essere mosse perfino al prossimo contratto che firmerà Steph Curry - e ovviamente nessuno dirà mai nulla di quel contratto.

 

 



 



È già oggi un pezzo di storia della franchigia, è felice di esserlo e

di ritagliarsi un posto ancora più prominente in quel contesto.

 

Sembra che sia nell’NBA da chissà quanto tempo, ma in realtà non ha ancora compiuto 27 anni (ha la stessa età di Ezeli, ed è più giovane di Whiteside, Batum, Lin, per metterlo in prospettiva con altri free agent), quindi può garantire un solido rendimento per tutta la durata del suo contratto, al termine del quale avrà solo 31 anni.

 

È un giocatore “vecchio stile”, che ama attaccare il ferro, gli isolamenti, prendersi tiri dal mid-range e guadagnarsi tiri liberi, la tipica guardia anni ‘90: uno stile che può non piacere, e certamente non va più molto di moda, ma che comunque è stato la pietra angolare di un sistema che ha portato la sua squadra a tre stagioni vicine o superiori al 60% di vittorie (nell’ultimo anno addirittura più vicina al 70%), a crescere gradualmente e ad arrivare alla miglior stagione della storia della franchigia. Può sembrare poco, ma per un tifoso Raptors non lo è affatto, e non è qualcosa a cui rinunciare a cuor leggero.

 



DeRozan ha già ampiamente dimostrato di non essere il giocatore che si esalta quando la posta in palio aumenta, la sua postseason è stata un trionfo di inefficienza e mediocrità.

 

Chiariamoci: se il vostro tipo di giocatore è uno in grado di potersi prendere una marea di tiri restando comunque grossomodo su un livello di efficienza discreto, questo è l’affare che fa per voi. Realisticamente però Toronto si sta legando mani e piedi ad un giocatore che se non imparerà a tirare da 3 in maniera consistente vedrà le sue avventure ad aprile precipitare nella mediocrità.

 

 



 



Anche senza considerare nessun altro elemento, Andre Drummond è una vera belva nelle vicinanze del canestro, il suo e quello altrui: è il

, converte con percentuali vicine al 70% i tiri nel pitturato, la sua sola presenza fisica lo rende potenzialmente un rim protector devastante (anche se è un aspetto su cui c’è ancora molto da lavorare).

 

Basterebbero queste considerazioni a garantirgli un max contract comunque e dovunque.

 

Il contesto specifico, però, rende il suo contratto ancora più appetibile: Drummond ha solo 22 anni, è ampiamente il più giovane free agent di questa classe, e quindi ha margini di miglioramento enormi, inesplorati, che si accompagnano ad un valore del max contract più basso rispetto a quello dei veterani, soltanto 22 milioni per il primo anno: una cifra che impegna meno di un quarto del cap, e che con l'aumentare del cap medesimo diventerà ancora più abbordabile; al termine di questo contratto, inoltre, sarà ancora 27enne, rendendo questa firma un

se mai se ne è visto una.

 



Drummond ha già dimostrato enormi lampi di gioco, ancora ampi margini di miglioramento (ha 6 mesi più di Buddy Hield, draftato 2 settimane fa), ma anche enormi lacune, soprattutto in fase difensiva e un’incapacità cronica a tirare i liberi con una percentuale tale da permettergli di restare in campo. Al di là di ciò non esiste un singolo motivo per cui non andava firmato.

 


La mappa difensiva di Drummond non è esattamente il ritratto dell’intimidazione, gli avversari riescono a segnare bene da ovunque quando Drummond è il marcatore più vicino. Allarmante è il 62% concesso al ferro.


 

 



 



Per Bradley Beal valgono molte delle considerazioni fatte per Drummond: è ancora giovanissimo (23 anni appena compiuti), quindi ha un potenziale notevole e un max contract di importo più basso rispetto a quello di veterani con più anni di esperienza.

 

È sempre stato, fin dai suoi primi passi nella Lega, un giocatore ottimo in transizione e con tanti punti nelle mani: quello che gli mancava erano l’efficienza, la selezione e il range di tiro, ma anno dopo anno ha mostrato significativi miglioramenti in ciascuno di questi aspetti, riducendo le long two e aumentando i tentativi da tre e vicino al ferro.

 

Inoltre è necessario contestualizzare il suo contratto, confrontandolo con quello dell’altra guardia di alto livello disponibile sul mercato, vale a dire DeRozan: la stella di Toronto, rispetto a Beal, è meno efficiente, più caro (del 10% circa) e non ha i suoi margini di miglioramento, avendo quasi quattro anni in più.  I Wizards inoltre, rispetto ai Raptors, hanno un nucleo giovane, che sta crescendo insieme e che ha bisogno soltanto di restare al riparo dagli infortuni, contesto in cui Beal si innesta perfettamente.

 



L’ultima stagione di Beal per certi altri versi è stata tutt’altro che entusiasmante, così come quella di tutti gli altri Wizards. Giocando solo 55 partite, e partendo da titolare solo 35 volte, vedendo calare sia la percentuale da 3 che quella ai liberi. Vero che il suo gioco interno è migliorato, vero che sia ancora estremamente giovane, ma i primi dubbi sul fatto che possa diventare effettivamente il secondo miglior giocatore di una squadra da titolo ci sono.

 

 



 



Nic Batum viene spesso definito un classico "Three and D", ma si tratta di una definizione restrittiva.

 

Completo e versatile come pochi altri esterni, sa segnare in molti modi, riesce a mantenere una buona efficienza anche tirando ad alto volume ed è al tempo stesso sontuoso nella visione di gioco e nel creare per i compagni; il suo ruolo di point forward, vero e proprio playmaker occulto della squadra, è una delle ragioni che ha permesso la definitiva esplosione di Kemba Walker, permettendogli di giocare a lungo lontano dalla palla.

 

Una tipologia di giocatore difficile da sostituire per qualsiasi squadra, e praticamente impossibile per una franchigia come gli Hornets, che dopo aver perso Lin, Jefferson e Lee semplicemente non potevano permettersi di rinunciare anche al loro equilibratore, al loro giocatore tatticamente più decisivo, a prescindere dal prezzo.

 



Il rischio più alto che si corre con Batum è quello di vederlo tornare sui bassi livelli mostrati due anni fa, piuttosto che quelli assolutamente favolosi dell’anno scorso. Inoltre la chimica di squadra con Lin e Al Jefferson sarà da ricreare completamente, e Nic prediligeva particolarmente quei due nei passaggi effettuati e nel tagliare per farsi servire da loro. Infine, un altro giocatore che guadagnerà 25 milioni a 33 anni.

 

 



 



È un giocatore completo, uno dei primi cinque-dieci lunghi dell’NBA se teniamo in considerazione la versatilità e l’affidabilità: sa tirare, passare, andare in post, giocare da 4 e da 5, difendere e attaccare sia sotto canestro che lontano dal ferro; inoltre, e può sembrare incredibile anche per un trentenne, sta migliorando di anno in anno, visto che nelle ultime stagioni sta aggiungendo alla sua già fornitissima faretra anche il tiro da tre e la rim protection; inoltre è un solido veterano che può essere la guida e l’allenatore in campo di una squadra giovane e ancora molto inesperta.

 

Ha infine anche un valore simbolico: può sembrare strano, vista la storia della franchigia, ma Horford è il free agent di più alto profilo che i Celtics siano mai riusciti a firmare; un altro elemento che può esemplificare la definitiva svolta della squadra di Boston verso un ritorno ai fasti del passato.

 



Forse la frontline perde qualcosa a rimbalzo? Forse sarà troppo vecchio per tenere il passo delle precedenti stagioni? Forse è solo un buon giocatore e non una stella?

 

Non prendiamoci in giro: ottima firma.

 

 



 

https://www.youtube.com/watch?v=CNi0pi5pwK4

 



Whiteside è il miglior stoppatore della lega e più in generale uno dei 5-10 migliori rim protector; è anche un signor rimbalzista, sia offensivo che difensivo, ha un motore inesauribile ed è estremamente efficace vicino al ferro e nei pick and roll.

 

Non fa praticamente nient'altro su un campo di basket, ma rim protection ed efficacia nel close range sono i due elementi essenziali e imprescindibili per un centro moderno, e nessuno degli altri lunghi disponibili in questa free agency si avvicina al suo livello nella sommatoria di tali aspetti. A 27 anni, inoltre, non sarà giovane anagraficamente come un Drummond o un Beal, ma è molto giovane cestisticamente, avendo pochissimi chilometri nelle gambe rispetto a veterani come Horford o Howard, che hanno pochi anni più di lui ma hanno giocato molti, moltissimi minuti in più.

 



Fino a due anni fa Whiteside non riusciva a ricevere un invito per un camp estivo dalle squadre NBA, quest’anno molte hanno fatto la fila per accaparrarselo. Whiteside è un difensore che risulta estremamente efficace, con un atletismo fuori categoria perfino per la NBA, e visto che la sua capacità di stoppare i tiri avversari lo porta spesso a saltare a vuoto alla prima finta avversaria, può essere che con il passare degli anni vada a perdersi il secondo salto che lo porta a recuperare e stoppare comunque. A quel punto resterebbe solo un giocatore con scarse letture (la panchina di Miami esulta quando fa un assist come se avesse segnato un gol) e molti istinti. La questione caratteriale può peggiorare ora che guadagna più di 10 volte quanto prima.

 

 



 



I Grizzlies stanno cercando da tempo un'ala versatile, efficiente, che possa aiutarli a rendere meno stagnanti i loro set offensivi: pensavano di aver individuato questo tipo di giocatore in Jeff Green, ma si sono accorti molto presto di aver clamorosamente sbagliato valutazione.

 

Chandler Parsons sembra molto più adatto a ricoprire quel ruolo e soddisfare quell'identikit: è un 3 naturale, ma puó tranquillamente giocare da 4 in un quintetto piccolo; nel tiro piazzato è affidabilissimo (75% eFG% nei tiri piedi per terra non contestati nell'ultima stagione), sa mettere palla a terra, vede il gioco ed è un eccellente facilitatore; Memphis è inoltre un ambiente particolarmente adatto alle sue caratteristiche, perchè con il suo personale e i suoi schemi difensivi puó mitigare e mascherare le sue amnesie difensive molto meglio di quanto non potessero fare Rockets o Mavericks.

 

La sua firma, infine, ha un significato non solo tecnico, ma anche emotivo, in termini di entusiasmo e morale: in molti (anzi praticamente tutti gli osservatori e gli appassionati, compreso chi vi scrive) consideravano ormai inesorabilmente chiuso il ciclo dei Grizzlies, e Parsons, potendo scegliere tra due offerte analoghe di Memphis e di Portland, sembrava doversi inevitabilmente indirizzare verso quest'ultima.

 

La sua scelta (unitamente alla firma di Conley) dimostra invece che i giocatori NBA, anche di alto livello, vedono ancora in questa franchigia buone prospettive a breve-medio termine.

 



Parsons non è riuscito a finire la stagione per problemi al ginocchio negli ultimi due anni, conta molto sull’atletismo (e non sappiamo bene come sarà dopo gli stop), tende a difendere solo quando fisicamente è al massimo e quando non lo fa non può comunque contare su una varietà di opzioni offensive da secondo/terzo violino. Dallas si era legata a lui quando ancora non aveva avuto tutti gli acciacchi, per un contratto più breve e meno oneroso, e non ha nessun rimpianto nell’averlo lasciato partire - anche a costo di restare senza nulla in mano.

 

 



 



Morey sta cercando da anni un affidabile stretch four, e i suoi molteplici tentativi di acquisirne o formarne uno sono sempre andati a vuoto: Ryan Anderson, a suo tempo un precursore nel ruolo, rientra perfettamente nell’idea di basket di Morey, sapendo sia tirare il piazzato che attaccare il ferro con aggressività.

 

D’Antoni avrà quindi a disposizione un giocatore estremamente funzionale per i suoi quintetti dinamici ed esplosivi, anche se pagata a caro prezzo, sia economicamente che in termini di rischio infortuni.

 



Delle 8 stagioni giocate in carriera solo una è andata oltre le 66 presenze. Fisicamente in difficoltà a difendere e assolutamente impossibilitato a cambiare sui piccolo nel P&R, quindi auguri quando gli avversari coinvolgeranno lui e Harden in ogni gioco a due.

 

E poi questo:

 



 

 



 



Premesso che i Lakers nell’NBA attuale non hanno alcun appeal per i free agent, e quindi che ogni giocatore più giovane, più forte o con un miglior rapporto  costo-rendimento li hanno respinti con perdite o non li ha neppure considerati, Deng può tornare utile ai gialloviola in molti modi: è un super-veterano notoriamente amato e rispettato dai compagni, il profilo ideale di mentore e fratello maggiore che è assolutamente necessario per uno spogliatoio di ragazzini che hanno già dovuto sopportare fin troppi modelli negativi.

 

Tatticamente inoltre sarà imprescindibile per garantire a Walton un dignitoso livello di versatilità, potendo giocare da 3 (non in una squadra con ambizioni di alto livello, ma certamente in un roster come quello gialloviola) da 4 (ad oggi la sua posizione ideale) e in casi estremi anche da 5, in quintetti piccolissimi (come è stato costretto a fare negli ultimi playoffs).

 

 



Deng è rinato a Miami giocando esclusivamente da 4 in un quintetto piccolo, ma non ha più l’esplosività e la rapidità di tiro per giocare più da 3 e avrà 35 anni alla fine del suo contratto. Non vedo benissimo l’amalgama con Ingram e Randle, a cui dovrebbe fare da chioccia ma rischia più che altro di togliere minuti a entrambi. Pariruolo come Marvin Williams e Jared Dudley hanno preso meno soldi o meno anni, o entrambe le cose.

 

 



 



I Magic, dopo aver avuto sotto gli occhi tutti i giorni Fournier e Oladipo, hanno deciso che il giocatore da trattenere e da pagare era il primo, e quello cedibile era il secondo: una o due stagioni fa sarebbe stato impensabile, ma la verità è che il francese, rispetto all’ex compagno, si è dimostrato più versatile, più completo, più adatto a giocare accanto a Payton e soprattutto molto più disposto a concentrarsi sul suo gioco e a migliorarsi anno dopo anno.

 

“Never Google” sa tirare (53% da tre in transizione nella scorsa stagione), sa segnare con efficienza (16° assoluto per efficienza tra i giocatori che hanno utilizzato almeno 12 possessi a partita) ed è anche un difensore più competente di quanto gli venga generalmente riconosciuto, trovandosi in difficoltà più che altro fisicamente contro avversari più robusti e muscolari, piuttosto che mentalmente o tecnicamente.

 

Il suo contratto può sembrare alto, ma basta confrontarlo con quello, ad esempio, di Evan Turner (giocatore che gli è inferiore in quasi ogni aspetto del gioco, ha quattro anni in più e ha un carattere ben più complicato) per rendersi conto che in realtà è molto buono, se non proprio un affare.

 



È sempre rischioso commettersi pluriennalmente ad un giocatore dopo una sola stagione da starter, specie se è una breakout season.

 

Dal lato offensivo le cose sono decisamente buone, a partire da un 40% da 3 punti, ma il trattamento di palla è ancora di gran lunga sotto al par, considerato che lo standard tra i pariruolo è in crescita.

 

Difensivamente siamo ancora al cantiere aperto, i mezzi fisici ci sono, ma i risultati sono stati fin qui deludenti.

 

 



 



Gli Hawks hanno lasciato andare Horford e acquisito Howard, quindi è inevitabile valutare contestualmente queste operazioni operando una comparison secca tra i due.

 

Hanno praticamente la stessa età (pochi mesi di differenza) ma non potrebbero essere più diversi: un giocatore cerebrale, versatile, squisitamente tecnico e professionista impeccabile, contro un atleta mostruoso, una forza della natura rimasta peró sotto molti aspetti allo stato grezzo, tecnicamente ma anche umanamente, nei rapporti con i compagni e gli allenatori che non sono mai stati idilliaci.

 

DH12 potrà essere in declino, anzi certamente lo è, e altrettanto certamente non si avvicina nemmeno alla completezza tecnica di Horford. In compenso peró, anche in questa fase della sua carriera, è un rimbalzista e un intimidatore superiore al dominicano.

 

Gli Hawks nell'ultima stagione sono stati negativi a rimbalzo difensivo e disastrosi a rimbalzo offensivo, e Howard dovrebbe, anche da solo, anche a questo punto della sua carriera, rimediare a queste carenze.

 

In cambio di un upgrade in questo ambito, rinunciare alla completezza offensiva di Horford potrebbe non essere un prezzo troppo salato da pagare, considerando anche che Al si è certo dimostrato più che adatto a giocare da 5, ma ha anche in più occasioni segnalato di preferire il suo ruolo naturale di power forward: DH12, il prototipo del centro puro, non ha ovviamente di questi problemi.

 

Non va inoltre dimenticato che il contratto firmato da Howard è buono, MOLTO buono: non solo perchè basso come cifre (più basse di quelle riconosciute allo stesso Horford, a Whiteside, a Parsons, e vicine a quelle di Ryan Anderson), ma soprattutto perchè limitato a soli tre anni (tutti i top free agent firmati fino a oggi hanno siglato accordi per 4/5 stagioni): in un contesto in cui tutte le squadre hanno soldi da spendere, un’annualità in più o in meno è molto più significativa, nel differenziare tra buoni e cattivi contratti, di 5-10 milioni in più o in meno.

 



Oltre a far notare in maniera crudele che rinunciare ad Howard ha di fatto escluso la possibilità di Horford di rifirmare, e nessuno sano di mente nel 2016 preferirebbe DH ad Horford.

 

Il problema principale è che Howard pare avere imboccato la parabola discendente della sua carriera. Persa l’esplosività di base, col secondo salto che arriva sempre più lentamente, è difficile credere che possa affrontare una seconda parte di carriera di buon livello, visto quanto l’esplosività fosse permeante nel suo gioco.

 

La stagione scorsa ha visto dei cali allarmanti in diverse voci statistiche, in particolar modo in quelle difensive. Ciò probabilmente è nato dal fatto che la gestione dell’attacco raramente passava per le sue mani (e con Harden in squadra è difficile credere che ciò poteva essere un’opzione valida). DH quindi si è limitato a prendersi i tiri che gli spettavano, difendere quel tanto che basta da non apparire dannoso, si girava verso il tabellone appena un avversario batteva un esterno dei Rockets per prendere il rimbalzo in caso di errore, e tutto sommato ha aspettato che la stagione nauseabonda di Houston giungesse al termine.

 

Non è un caso che tutte le statistiche valutative un po’ meno dirette (Win Share, Defensive Win Share, Box Plus Minus, VORP) hanno registrato la scorsa stagione la seconda peggiore della carriera di Howard, meglio solo del suo anno da rookie.

 

E mentre Horford sembra migliorare anno dopo anno, vederlo sostituire da un giocatore che sembra l’ombra di quel mostro che portò i Magic in finale fa storcere il naso a molti.

 

 



 



La prima cosa che balza agli occhi parlando di Wade è il suo status: Wade è indiscutibilmente riconosciuto come una delle stelle e delle personalità più ingombranti della lega. Ha vinto 3 anelli da protagonista indiscusso, ha convinto LeBron e Bosh a firmare per Miami, oltre che ad essere comunque polarizzante per tante altre firme.

 

Avere Wade in squadra ti porta, nonostante tutto, ad essere preso in considerazione nella NBA. Gli Hawks ucciderebbero in questo momento per ricevere un invito nei meeting con i top free agents invece di andare a cercare gli Howard del caso o a rifirmare Bazemore.

 

Chicago, che è il terzo mercato in NBA, grazie alla combinazione di Wade e Jimmy Butler è adesso una forza non indifferente per calamitare giocatori.

 

Wade ha avuto problemi fisici negli ultimi anni, ma la passata stagione è stata una sorta di resurrezione fisica, tornando su livelli atletici decisamente considerevoli. Dwyane non giocava così tante partite (74) dal 2010, e raramente è sembrato un giocatore alla frutta fisicamente come invece succedeva in alcune presenze del 2015.

 

Wade ha modificato il suo gioco, agendo di fatto come un 4 vero e proprio in attacco più che come un 2, ha perso parte dell’esplosività che lo rendeva “Flash”, ma ne ha guadagnato in forza fisica, stazza ed equilibrio. Dwyane va di fatto in post molto più spesso, e in un certo strambo senso può essere lui l’interno in attacco con Mirotic che fa l’esterno.

 


Qualunque dubbio esista sulla condizione fisica non toglie il fatto che attorno al ferro esistono pochissimi umani migliori di Wade.


 



Quando Kobe ha firmato l’ultimo contratto coi Lakers, i soldi dati per pura riconoscenza hanno di fatto menomato la franchigia californiana nei mercati successivi. Non deve essere quindi preso sotto gamba il fatto che Riley si sia rifiutato categoricamente di pagare Wade più del dovuto per pura riconoscenza. Offrire un triennale completamente garantito o una cifra molto più alta sarebbe stata una scelta nostalgica e di riconoscenza più che di programmazione: gli Heat hanno scelto il pugno di ferro e adesso sono nella situazione in cui devono restare competitivi o attrarre free agent nei prossimi mercati con Whiteside, Dragic e le speranze che Winslow impari a tirare. Nel mentre perdono ⅖ del loro miglior quintetto e si avviano ad affrontare alcuni anni senza avere più il completo controllo delle proprie scelte.

 

Da parte dei Bulls stiamo assistendo ad un efferato omicidio dello spacing, se ragioniamo sul breve termine. Tra Rondo, Wade e Butler il miglior tiratore della scorsa stagione è stato proprio Rondo, e non c’è alcun modo perché i 3 possano giocare assieme senza limitare enormemente il loro gioco palla in mano. Magari esistono modi per far funzionare quel quintetto, ma al momento a livello di amalgama e di distribuzione dei possessi siamo ad uno dei più grossi azzardi della storia recente.

 

 



 



Non esistono sul mercato tanti giocatori di 24 anni in grado di fare tutte le cose che sa fare Barnes - e se consideriamo che direzione ha ormai preso il gioco moderno, Barnes è un pezzo estremamente utile per qualunque squadra. La sua versatilità si esprime in tante fasi del gioco: è in grado di marcare 3 posizioni e non viene sovrasato fisicamente dai 4, così come è in grado di cambiare sui piccoli in un pick&roll, ha buone attitudini a rimbalzo ed è disciplinato nei taglia fuori, spazia bene il campo e - se escludiamo le ultime 3 gare delle Finals - non è mai una buona idea lasciarlo solo dietro la linea dei 3 punti. Ha un atletismo decisamente sopra media, con capacità di correre bene in contropiede o di tagliare senza palla se si gioca a metà campo. È inoltre un passatore ampiamente sufficiente, con capacità di letture non banali e la consapevolezza di cosa succede in campo in quel momento.

 



Nessuna delle cose che Barnes fa sono però eseguite a livelli eccellenti: il classico di giocato

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