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Lorenzo Neri
La Top 10 del futuro
23 Nov 2015
23 Nov 2015
Dieci giocatori per presentare la stagione NCAA che è appena cominciata.
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Lorenzo Neri
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Il College Basketball fornisce sempre dei buoni motivi per essere seguito. Un po’ perché è il primo palcoscenico realmente competitivo dei prossimi protagonisti in NBA, e la loro evoluzione attira sempre molto interesse; un po’ per la grande tradizione all’interno di ogni ateneo, con i suoi miti e le sue peculiarità; un po’ perché sì, la pallacanestro non sarà di grande qualità, ma di sicuro è intensa ed emozionante.

 

A tutto ciò quest’anno va aggiunta anche la variazione del regolamento che porterà a velocizzare il gioco, diminuendo il tempo di azione da 35 a 30 secondi, con meno time out televisivi (4 invece che 5) e spostando il semicerchio della restricted area da 3 a 4 piedi di distanza dal canestro. Un modo per cercare di rendere il gioco meno fisico e più rapido, divertente, ma di cui probabilmente si vedranno i primi risultati significativi solo negli anni a venire.

 

L’idea di questo pezzo è elencare i 10 giocatori da seguire nel corso di questa stagione—cercando di non limitarmi solo ai futuri prospetti NBA, ma anche a chi darà una forte impronta alla stagione, non solo dentro al campo.

 



Impossibile non partire da quello che con grande probabilità sarà l’osservato speciale per la corsa alla prima scelta assoluta nel prossimo Draft NBA, assieme a Skal Labissière di Kentucky. Già il fatto di averli entrambi nella stessa conference—e quindi vederli l’uno contro l’altro almeno due volte questa stagione—dovrebbe valere come un ottimo motivo per seguire la loro stagione.

 

Ridurre Simmons a semplice prospetto in chiave futura rischia però di essere ridicolmente limitante. Siamo di fronte a qualcosa di potenzialmente nuovo nel panorama collegiale: un giocatore dallo stile di gioco unico per un ragazzo di 208 centimetri, più vicino a quello di una point guard che a quello di un’ala per visione di gioco e trattamento della palla, ma senza dimenticare l’uso di fisico e atletismo a rimbalzo e nell’attaccare il canestro. Il tutto con una fiducia nei propri mezzi incredibile per uno che ha appena compiuto 19 anni.

 

https://www.youtube.com/watch?v=wYKkDwvzTPs

Debuttare con la naturalezza di chi sa benissimo di cosa è capace.



 

Se il primo pensiero che vi è passato per la testa leggendo queste righe è stato “LeBron James” non esagerate: l’australiano può avere lo stesso impatto al college di quello che ha avuto "The Chosen One" in NBA, e sembra esserne l’erede designato come point forward di riferimento per la prossima generazione di talenti. (DISCLAIMER: nessuno sta dicendo che Simmons diventerà LeBron, ma solo che lo

è quello).

 

Ma perché un giocatore del genere ha scelto LSU—miglior talento arrivato in Louisiana dai tempi di Shaquille O’Neal, anno domini 1992—e non college ben più rinomati come Duke, North Carolina o Kentucky? La fortuna dei Tigers e di coach Johnny Jones si chiama David Patrick, assistente della squadra, amico fraterno del padre e padrino di battesimo del ragazzo, la cui presenza nel coaching staff ha reso la scelta più che scontata. Ora sta a loro valorizzare quattro mesi di Simmons—perché da aprile si parlerà già del livello successivo.

 



Solitamente quando un underclassman (giocatore al primo o secondo anno) si rende protagonista di una stagione tale da farlo ascendere al rango di uno dei migliori talenti della nazione, lo step successivo è l’ingresso nella lista per venir scelto al Draft—soprattutto quando sembra sicura una chiamata all’interno della Lottery, vale a dire milioni di dollari garantiti. Kris Dunn lo scorso anno ha avuto un’annata di questo genere, ma ha deciso di rimanere un altro anno al college, in controtendenza rispetto a quanto fanno i suoi coetanei, a volte anche in maniera prematura e ingiustificata. Una decisione sicuramente rischiosa, considerando i problemi alla spalla che gli hanno fatto saltare quasi due stagioni e quanto velocemente possa variare la considerazione di un prospetto in pochissimo tempo, figuriamoci in un anno.

 

Dunn ha

però di essere totalmente convinto con la scelta fatta: sa bene di avere dei difetti su cui dover lavorare e non si sente ancora abbastanza

per un salto del genere, e ha dichiarato di voler essere al 100% sicuro nel momento in cui deciderà di passare professionista.

 

Ne è sicuramente felice coach Cooley, che torna ad avere tra le mani un talento puro a cui affiderà una squadra dove potrà sfruttare al meglio le sue grandi letture nel pick & roll, dove la combinazione di velocità, scaltrezza ed esplosività abbinata a playmaking—50% di Assist Rate lo scorso anno, la metà dei canestri della squadra arrivavano dalle sue mani, a cui vanno aggiunti gli oltre 15 punti a partita—e una leadership innata lo rendono un continuo dilemma per gli avversari su entrambi i lati del campo. Sì, perché Kris è anche un eccellente difensore e quando non mette pressione sul portatore di palla è sempre in agguato sulle linee di passaggio, come dimostrano le 2.8 rubate di media nella scorsa stagione. È capace di fare tutto e lo fa a livelli decisamente alti: deve essere uno dei protagonisti della vostra

, sia per la stagione collegiale che per quello che succederà dopo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=xZmMzL_1Kpk

Prima partita della stagione: 32 punti, 6 rimbalzi, 5 assist, 8 recuperi, 2 stoppate, 11/26 dal campo e 9/11 ai liberi. Brutto?



 



A differenza dei due giocatori appena citati, Kyle Wiltjer non è così spettacolare: sarà difficile vedergli fare giocate che vi faranno alzare dalla sedia e ancor più difficilmente lo vedrete protagonista delle scalate dei mock draft da qui a fine giugno. Il canadese rimane comunque uno dei principali candidati per il premio di Giocatore dell’Anno, e lo è per un semplice motivo: fa canestro come pochissimi altri.

 

Non esistono giocatori essenziali come lui, capaci di dominare le partite prendendosi sempre i tiri giusti, inserendosi in un attacco fluido e armonioso ed elevandone l’efficacia grazie a intelligenza e pericolosità perimetrale che lo hanno portato a collezionare 16.6 punti di media e un impressionante 46.6% al tiro dalla lunga distanza.

 

L’impatto avuto su Gonzaga è stato devastante, quasi impensabile dopo due anni e un titolo da giocatore di contorno alla corte di John Calipari a Kentucky, in cui era usato principalmente come tiratore piazzato per allargare gli spazi a giocatori più talentuosi. La frontline composta da lui, il polacco Karnowski e Domantas Sabonis è tra le meglio assortite della nazione e gli Zags puntano su di loro per confermare quanto di buono visto nella scorsa stagione.

 



Mai. Sottovalutare. Tom. Izzo. So che posso suonare ripetitivo e pedante con questo avviso, ma tutte le volte che la stagione riparte qualcuno fa sempre il grosso errore di sminuire inconsciamente gli Spartans del coach italo-americano. Invece, anno dopo anno, riescono sempre a essere una mina vagante grazie alla grande intensità che riescono a portare in campo quando conta. Chi è riuscito a presenziare a una loro partita del tour italiano vi racconterà di una squadra aggressiva e pronta sia dal punto di vista atletico che tattico. A settembre. A due mesi circa dalla prima palla a due.

 

Inoltre quest’anno assisteremo alla consacrazione definitiva di Denzel Valentine, che dopo 3 anni in cui ha agito da collante e arma tattica, è pronto a prendersi il ruolo di leader e primo violino della squadra, cercando sempre di fare affidamento alla versatilità che lo ha sempre contraddistinto, ma a un livello decisamente maggiore. Un progetto di “

” che Izzo ama sviluppare—Draymond Green e il suo nuovo contratto da 80 milioni vi dicono niente?—e inserire perfettamente nei meccanismi della propria squadra, come dimostra la tripla doppia nella vittoria contro Kansas, primo appuntamento di rilievo della stagione.

 

Chissà che non riesca a diventare il secondo prodotto di Lansing, Michigan a portare gli Spartans al taglio della retina finale dopo quell’Earvin diventato leggendario con il nome di Magic.

 



C’erano una volta i Duke Blue Devils, la squadra più odiata di tutto il College Basketball,

. Non avevano estimatori al di fuori del Cameron Indoor Stadium. In campo erano duri, cattivi, sporchi, fastidiosi e simulavano. Tanto. E vincevano. Tanto. E quando vedevi i Christian Laettner, i Greg Paulus, i J.J. Redick festeggiare, l’odio saliva a livelli incredibili.

. Odiosi.

 

Negli ultimi anni però Coach K ha dovuto rivedere il suo modus operandi cedendo anche lui al fascino dei

—i giocatori che usano il college come passerella verso il professionismo. Nella scorsa stagione con il trio Okafor-Winslow-Jones è riuscito a togliersi la soddisfazione di vincere il titolo, cosa che non era riuscita con i tre esperimenti precedenti, Kyrie Irving (complice un infortunio al piede), Austin Rivers e Jabari Parker.

 

Ma se vogliamo trovare l’X-Factor di quella vittoria, il giocatore che ha cambiato le sorti della finale contro Wisconsin, allora non si può non parlare dei 16 punti di Grayson Allen, che è ancora saldamente in squadra ed è atteso a un salto di qualità. La sua energia inesauribile in difesa e la cattiveria agonistica nell’attaccare come un martello il canestro dei Badgers hanno invertito la rotta nel peggior momento dei Blue Devils—rimettendo in ritmo la squadra, dando fiducia, spirito e alla sirena, la vittoria.

 

https://www.youtube.com/watch?v=1jpNAZdQucI

There’s a new white boy in town.



 

I tifosi di Duke più nostalgici hanno visto in lui il nuovo White-Boy-Blue-Devil-To-Hate, una versione più adatta alla pallacanestro odierna, dotato di

e gioco in velocità, ma con la stessa ferocia degli ex alumni. Coach K lo ha già insignito del ruolo di leader nonostante il talento passi ancora tanto dai freshman come Brandon Ingram e Chase Jeter, e lui ha subito dimostrato di meritare i gradi.

 



Uno dei tanti aspetti che rende intrigante la pallacanestro collegiale è la varietà e l’uso di giocatori atipici che rischiano di avere un ruolo solo in questi ambiti. A BYU possiamo ammirare Kyle Collinsworth flirtare continuamente con la tripla doppia; a Butler troviamo Roosevelt Jones, un playmaker di 193 centimetri e 103 chili senza tiro (3 tentativi da oltre l’arco in tre anni) che vive facendo il bullo con i pari-ruolo avversari e aprendo gli spazi per le spingardate di Kellen Dunham.

 

Il capostipite di questi giocatori non convenzionali—a patto che non si chiamino Ben Simmons, appunto—è Georges Niang di Iowa State, una delle creature formate da Fred Hoiberg, ora alla guida dei Chicago Bulls.

 

Hoiberg ha cercato di sfruttare l’ottima comprensione cestistica di Niang per usarlo molte volte come facilitatore, come “mente pensante” dell’attacco dei Cyclones per permettere alla point guard Monte Morris di agire con maggiore libertà in attacco, trasformando il lungo in un incubo per le difese avversarie: può agire in 1 vs. 1 e allontanare i centri avversari dall’area oppure portare in post basso giocatori più agili senza distinzioni.

 

Con il nuovo coach Steve Prohm non dovrebbe cambiare molto il suo ruolo, e affiancarlo a un super difensore come Jameel McKay potrebbe aumentare non poco la sua efficacia—come dimostrato nella seconda metà di stagione lo scorso anno, nonostante l’uscita al primo turno del torneo NCAA. Ma soprattutto Niang sembra molto più a suo agio con il suo corpo “nuovo”, dopo essere dimagrito 11 chili nell’estate del 2014. I Cyclones con queste premesse, nonostante l’esordio non facile contro Colorado, possono essere materiale da Final Four.

 



La classe di freshman di quest’anno è molto interessante, non solo per la quantità di giocatori che può sviluppare in ottica NBA, ma anche per l’impatto che possono dare fin da subito nei college. Abbiamo già parlato di Simmons, Labissière e Ingram, ma ne andrebbero aggiunti altri come Jaylen Brown a California, Jamal Murray a Kentucky, Henry Ellenson a Marquette o Cheick Diallo a Kansas—

. Oppure come Malik Newman a Mississippi State, protagonista di un progetto a dir poco singolare.

 

Il signor Horatio Webster, ex giocatore di college di buon livello proprio nelle fila dei Bulldogs e padre di Malik, tenuto conto delle potenzialità del figlio, ha pensato bene di sfruttare nel migliore dei modi la carriera che gli si prospetta davanti, cercando di capitalizzarla al massimo fin dalla fase embrionale. È così che nasce “The Machine”, il brand ideato da Malik e Horatio, con tanto di logo e linea di abbigliamento.

 


La paura di aver bruciato le tappe un po’ troppo velocemente.



 

Un approccio decisamente controverso se si pensa a quanto potrà essere dannoso mettere una simile pressione a un ragazzo sicuramente talentuoso—MVP del Mondiale Under-17 nel 2014—ma che deve ancora dimostrare tutto, anche solo a livello scolastico. La decisione di preferire i Bulldogs a college come Kentucky, Kansas e Ohio State, è stata fatta passare come una scelta “casalinga”—è cresciuto a Jackson, a due ore di macchina dal campus—ma la sensazione è che sia voluto andare dove poteva lasciare un’impronta, cosa che sicuramente più facile in una squadra che non ha una stagione con record positivo da 4 anni e ha ingaggiato un nuovo coach come Ben Howland. Ora però deve dimostrarlo in campo, la parte più difficile (e decisiva) del progetto.

 



Il figlio di uno dei più grandi difensori della storia del gioco sta cercando di seguire le orme del padre in tutto e per tutto. Già questo dovrebbe convincervi a seguire le gesta di Gary Payton II.

 

Dopo i primi due anni universitari passati al Junior College per mettere a posto dei voti che non gli permettevano di frequentare gli atenei della Division I, Gary II ha scelto anche lui Oregon State come il padre e nella sua prima stagione ai Beavers si è distinto come uno dei migliori difensori della nazione, chiudendo con 95 rubate (3° in NCAA) e 37 stoppate oltre a un valore di Defensive Win Shares di 3.6.

 

Le somiglianze però finiscono qui, perché a differenza di papà Gary—una radio che trasmetteva trash talking 24/7—lui non ama lavorarsi avversari e arbitri: è silenzioso, preferisce leggere cosa succede intorno e far parlare il suo gioco fatto di lavoro sporco su linee di passaggio, a rimbalzo, su palloni vaganti, ma anche con una fase offensiva in costante miglioramento. Non è uno dei giocatori più attesi in prospettiva, ma in campo fa tante cose utili e non c’è da stupirsi se molte volte andrà vicino alla tripla doppia.

 



Nonostante faccia parte di una Conference mediocre come la Missouri Valley, nelle ultime tre stagioni Wichita State è stata tra le grandi protagoniste della NCAA, conquistando un accesso alle Final Four e una regular season senza sconfitte.

 

Ci sono solo tre comuni denominatori in questa serie di successi: Gregg Marshall, che è l’allenatore più quotato al di fuori dei major-college ed è sempre inserito nei rumor quando si liberano panchina di un certo rilievo; Fred Van Vleet, stella della squadra, point guard con il metronomo in testa e innata leadership; e Ron Baker, l’essenziale, il giocatore più solido della nazione, capace di essere sempre al posto giusto nel momento giusto e con un decision making invidiabile, il classico elemento che tutti gli allenatori vorrebbero nella propria squadra.

 

Mark Few, coach di Gonzaga e selezionatore americano per i Giochi panamericani, ha concesso più minuti a lui che a giocatori ben più quotati come Melo Trimble di Maryland e Malcolm Brogdon di Virginia proprio per la sua capacità di fare tutto con pochissime sbavature, in attacco e in difesa. Ron Baker è l’equalizzatore, l’interprete perfetto della filosofia #PlayAngry di Marshall. Questo sarà il suo ultimo anno agli Shockers e in coppia con Van Vleet proveranno a conquistare la terza Sweet-16 in quattro anni—un risultato incredibile per questo piccolo college del Kansas.

 



Potrebbe sembrare la solita dimostrazione di patriottismo quella di seguire Il Ragazzo Italiano Nella Sua Avventura Oltreoceano, come successo ad Amedeo Della Valle e in precedenza a Daniel Hackett… e invece no! O almeno, non solo per quello. Le prime uscite di Federico con la maglia dei Johnnies sono state più che positive—non solo per l’apporto realizzativo, ma anche per la qualità di pallacanestro giocata, dimostrando di essere ben più avanti rispetto ai coetanei grazie agli anni passati a giocare con… i bimbi più grandi.

 

https://www.youtube.com/watch?v=QaPj_WrpZ-A

Salta subito all’occhio il totale controllo che ha sulle difese avversarie nonostante la differenza fisica.



 

Coach Chris Mullin ha dimostrato di fidarsi fin da subito, affidandogli il ruolo di play titolare e concedendogli molte libertà per creare con la palla in mano, cosa che gli riesce molto bene grazie alla sua capacità di tenere vivo il palleggio e di trovare le giusta separazione dai difensori con le

e un rilascio del pallone rapido e preciso. Qualità fondamentali per un giocatore che non può confrontarsi a livello fisico con i suoi avversari, unico aspetto in cui appare sempre di rincorsa. In attesa di test più probanti, si candida decisamente a essere uno dei giocatori più divertenti da vedere nel

, non solo per lo spettatore italiano.

 

Mussini comunque non è l’unico nostro connazionale in NCAA: nella Atlantic-10 ci sono Pierfrancesco Oliva a St. Joseph’s e Nicola Akele a Rhode Island, mentre nella piccola UNC Asheville gioca Giacomo Zilli. Tre motivi in più per seguire la stagione del college basket che è appena cominciata.

 
 

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