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Gianni Montieri

Il tiro all’ungherese, per me

A volte il ricordo di un tiro può contenere tutto.

Il tiro all’ungherese è – secondo mio padre – il calcio di collo esterno con l’effetto a girare, quello che in seguito è stato il marchio di fabbrica di Roberto Carlos, o di Branco. Mi insegnava a calciare così; lo faceva qualcuno della Grande Ungheria, diceva. Non abbiamo poi memoria di molte cose, ma i pomeriggi passati a provare il tiro all’ungherese io me li ricordo. Scrivo Roberto Carlos, scrivo Branco, ma già non sono del tutto convinto, perché il modo di calciare di mio padre, mi pare prendesse un effetto diverso. Papà, quasi completamente calvo, con questa specie di riporto che si sollevava col vento (riporto eliminato più avanti, per fortuna), mentre la palla arrivava, piegava leggermente il busto in avanti, quasi ad accorciarsi, a comprimersi verso il pallone, equilibrandosi – mi pare – perfettamente, a quel punto impattava con l’esterno destro e calciava, la sfera rimaneva molto bassa, sfiorando appena il pavimento rosso grezzo del cortile dei miei zii, non prendeva – ed ecco la differenza, ad esempio, con Roberto Carlos – un particolare effetto a uscire e, successivamente, a rientrare verso la porta. No, il pallone calciato da mio padre scivolava via dritto, ma roteando, carico di effetto, si infilava sempre tra pilastro (la porta era un portone) e portiere (io, mio zio, mio cugino).

 

“Dàghela lü, la rösa / A l’üngheresa! / E mí, se ciappi balla, fu ‘n fiurètt / El dribbla l’anima… / El becch va per farfaj…”, così l’immenso Franco Loi, nel luminoso dialetto milanese, in uno dei suoi libri a cui sono più legato Stròlegh (Einaudi, 1975). Dagliela all’ungherese, dagliela difficile, ma soprattutto nell’immaginario di Loi e dei ragazzini di quegli anni, all’ungherese, rappresentava lo straordinario, così per il poeta milanese, così per mio padre. Perciò, all’ungherese, più che un tiro soltanto, diventava un modo di pensare al calcio, di sognarlo, di rendere la vita impossibile al tuo avversario, che fosse in un campo da calcio, in un vecchio cortile di Milano, sopra a un selciato a Giugliano. La definizione “Tiro all’ungherese” pare sia stata coniata a Bari, circa la capacità balistica di János Hajdu che militò nel Liberty Bari tra il 1924 e il 1926. Perciò, stando agli almanacchi il tiro all’ungherese viene prima della Grande Ungheria, ma per mio padre era collegato alla squadra straordinaria di Kocsis e di Puskás (quest’ultimo nome pronunciato da papà alla napoletana Pushhcaas). Infine, per me, il tiro all’ungherese è un fatto di famiglia, è solo il nostro modo di calciare, prima lui, poi io. Il tiro all’ungherese, perciò, è come un transfert, oppure una specie di Stargate che si apre, come uno scrigno, e dietro ci trovi un mondo di piccoli ricordi pronti a saltare fuori, ma la prima cosa che rimbalza dalla tua parte è un Super Santos arancione che ruota velocissimo verso di te, come se qualcuno (e tu sai chi) lo avesse calciato, d’esterno destro, alla ungherese, alla tuo padre. Da quando è morto, mi rendo conto che quando penso a lui, la prima immagine è proprio quella di un uomo che si coordina, per abbassarsi il giusto prima di calciare.

 

Non abbiamo memoria di molte cose, dicevo, mi sono domandato allora se ce ne fossero altre, potenti alla stessa maniera, magari anche dolci, legate in qualche maniera allo sport. Intanto una, per molto tempo sinonimo di felicità è stato giocare con a calcio con una palla da tennis di spugna nella mia cameretta. Ricordo interi pomeriggi passati a giostrare calciatori immaginari, a provare punizioni che dovevano entrare all’incrocio dei pali e l’incrocio stava tra l’angolo del cassetto e la gamba della scrivania, questa è una cosa che ricordo sempre. Nella stessa cameretta ascoltavo Tutto il calcio minuto per minuto, conoscevo a memoria le voci dei radiocronisti, Ciotti e Ameri su tutti, sapevo imitarli. Ne ammiravo la capacità di racconto, saper comunicare a qualcuno che non sta guardando ciò che avviene su un campo da calcio. Ricordo gli entusiasmi, le delusioni, e i rischi di attacchi di cuore per ogni “Scusa Ameri, qui è Ciotti dal San Paolo”, o viceversa e ancora tremo per quella volta che Ezio Luzzi intervenne da Messina, per comunicare un gol di Bellopede, mentre tutti attendevamo Ameri da Torino per un Juve – Napoli.

 

Ricordo i miei nonni e il ciclismo, passione condivisa ma manifestata da entrambi in maniera diversa, entusiasta Saverio, silenzioso Giovanni. Salta fuori, mentre scrivo, una doppietta di Boniek nella neve, credo fosse, anzi è, una partita tra Juventus e Liverpool, mi è rimasta sempre impressa per due motivi. Il primo riguarda Boniek, mi piaceva quel modo di correre, magari non aggraziato, ma inarrestabile. E quella corsa palla al piede veniva – nell’immaginario di un ragazzo – ancora più accentuata dal fatto che a bordocampo ci fosse la neve, che il terreno di gioco fosse (forse) ghiacciato, che il polacco corresse con un pallone arancione (ed ecco di nuovo il Super Santos), che segnasse due gol, che non sono mai spariti dalla mia mente, nonostante quella sera io tifassi Liverpool. Scattano dei meccanismi, sarà stata la neve, sarà stato il pallone arancione, io da quella sera voglio bene a Boniek, perché ha ampliato – semplicemente correndo e segnando – il mio immaginario, e mi ha ricordato che anche i professionisti potevano giocare, come noi, nel fango, nel ghiaccio, con la neve (certo a Napoli era difficile), con un pallone arancione.

 

Gli anni Novanta, nei miei cassetti della memoria stanno nel riquadro denominato: Pantani che scatta. Siamo stati quella roba lì, io e i miei due amici più cari, nei pomeriggi di Giro o di Tour, seduti in trepida attesa del momento, dell’istante in cui Pantani toglieva la bandana, di quello in cui si sfilava di lato, e poi scattava, e la sua bici si trasformava in un motorino, e tutti gli altri ciclisti sembravano fermi. Urlavamo in coro: eccolo che va, e Adriano De Zan dal microfono urlava con noi, il telecronista e i tre ragazzi annullavano la distanza ed erano uniti da una speranza e da una certezza che erano la stessa cosa: Non prendetelo / nessuno può prenderlo. Pantani è generatore di tanti bellissimi ricordi e di dolore vero, non ancora passato, ma se chiudo gli occhi lo vedo chiaramente scattare sul Galibier o sul Col de la Madeleine, senza bandana, dritto sui pedali, che viene fuori dallo Stargate, così come se fosse il pallone calciato da mio padre, all’ungherese, alla romagnola.

 

Quello che stiamo facendo è seguire il pallone calciato da mio padre – all’ungherese o meno – stiamo srotolando il tappeto della memoria. In una poesia molto bella, dedicata al fratello malato, Giovanni Raboni scrive: “Vivi, io e te, per quanto? Non facciamola, / non ha senso questa domanda. Vivi / finché è stasera, fino a quando /continua sullo schermo la partita / e ancora si può sperare che uno / dei nostri, magari in extremis, / magari nei minuti di recupero, / riesca a segnare. […], questa la prima parte del testo, Raboni attraverso il calcio sospende il tempo reale e dà conto solo di quello della partita, lo stesso di quegli istanti che lui e il fratello vivono agganciati nell’attesa della svolta, e che tutto il resto scompaia. Raboni con questo testo affettuoso e doloroso, già pieno di senso di perdita, attenua la malinconia attraverso il calcio e la, evidente, passione comune che lui e il fratello hanno per il gioco e per l’Inter (che nella poesia non è nominata), e ferma un’immagine, costruisce nella memoria il tiro all’ungherese attraverso il quale pensare più dolcemente al fratello, e chiude annullando la differenza di anni tra i due fratelli: “[…] e adesso non sono più niente / meno della durata di un’azione / meno del tempo che ci vuole / a un mediano di spinta / per raggiungere l’area di rigore”. Siamo tutti là, sospesi con Raboni come se il ricordo di suo fratello ci appartenesse, ed è ovvio che è così. Perché la poesia rende una memoria intima universale, allevia un dolore attraverso il soffio del pallone, soffio che tutti abbiamo sentito, desiderato, sognato.

 

Di tutte le partite tra Lendl e McEnroe (ho sempre tifato il secondo) che ho guardato non ricordo un colpo, ma soltanto una battuta detta da Lendl nell’intervista dopo aver vinto al Roland Garros al quinto set nel 1984. Ricordiamo, McEnroe aveva vinto agevolmente i primi due set 6-3 e 6-2, e Lendl lo rimontò con un 6-4, 7-5, 7-5 e la partita fu bellissima, ne sono certo, ma non ricordo nulla. Il mio tiro all’ungherese è Lendl che all’affermazione di un giornalista: “John ha detto che prendevi sempre le righe” rispose: “Io miravo alle righe”, diventandomi simpatico da quel momento, pur non facendomi mutare opinione, tifo McEnroe ancora adesso, per dire. Ma la memoria ha registrato l’istante in cui ho cambiato idea su Lendl, restava uno stronzo, ma uno stronzo simpatico.

 

C’è una forchetta che parte e si ficca sul soffitto della cucina dei miei genitori, resta lì per qualche istante, non sto inventando, è vero. Il fatto accade durante la finale di calcio dei Mondiali del 1982. A casa nostra c’erano degli amici dei miei genitori, e non ricordo chi altri, in quei giorni le case erano sempre piene, di vicinanza e d’attesa. La forchetta partì, dopo il rigore sbagliato da Cabrini. Lello, un amico dei miei, sferrò un pugno di disperazione al tavolo colpendo la posata che con un triplo salto carpiato (!?) si librò verso il soffitto, fermandosi. Tutti alzammo gli occhi al cielo, nessuno parlò per qualche istante, la forchetta tornò poi giù, a precipizio sul pavimento, tutti ridemmo e l’Italia vinse 3-1. Bisogna capire se la forchetta può andare a chiudere questa storia del tiro all’ungherese e se vale Pantani, se vale Boniek, se vale – soprattutto – una poesia di Raboni. Io dico di sì, o non l’avrei ricordata.

 

Forse però, perché non dobbiamo mentire, nemmeno questa volta – possiamo inventare, si capisce, ma non mentire – devo raccontare di un giovedì sera al calcetto con gli amici al quartiere degli Olmi a Milano. Devo raccontare di una partita equilibrata che si stava chiudendo in pareggio, devo raccontare dell’ultima azione, di Guliano (mi pare) che salta uno (cosa inusuale per lui) che passa a Ezio, bravissimo come al solito, arriva fino quasi in fondo alla linea di fascia, attira su di sé un avversario, e poi me la passa tesa e rasoterra, facile da piazzare di interno. L’uomo è strano, e torna ragazzo, e gli viene in mente il tiro all’ungherese, e si ricorda che suo padre glielo ha insegnato, sa come coordinarsi, sa che nessuno se lo aspetta e che segnerà. Si prepara, va incontro alla palla, deve cambiare la posizione del corpo per orientarsi con l’esterno, perde l’equilibrio, se ne accorge che è già tardi per cambiare idea, calcia quasi di punta a un metro di distanza dal palo più vicino. Suono della campanella, fine della partita, sfottò durati per settimane e tiro all’ungherese – papà, ma che cavolo – abbandonato per mesi, se non per anni.

 

La palla calciata da mio padre entra tutte le volte, però, e mi accompagna, mi ricorda che si sta nel tempo di coordinazione, si cerca l’equilibrio, si calcia colpendo bene d’esterno, facendo in modo che il pallone non tocchi terra ma la sfiori e che teso giunga alla file della corsa, battendo ogni portiere per sempre.

 

 

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Gianni Montieri scrive per Doppiozero, minima&moralia, Huffpost e Il Manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici e Il Napolista. Il suo libro di poesia più recente è Le cose imperfette (Liberaria). A ottobre 2021 è uscito Andrés Iniesta, come una danza (66thand2nd). È coordinatore artistico del Festival dei Matti. Vive a Venezia.