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(di)
Marco Fasolini
The Masters
13 Apr 2015
13 Apr 2015
Il dominio di Jordan Spieth, il ritorno di Tiger Woods, giacche su misura, angoli ameni e piante stupende. 6 cose che rendono il Master di Augusta <em>The Masters</em>.
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Marco Fasolini
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Ieri notte è terminato il settantanovesimo Masters Championship, uno dei quattro tornei Major del golf (Masters, Us Open, The Open Championship, PGA Championship), l’unico dei quattro a essere sempre giocato nello stesso campo, l’Augusta National in Georgia.

 

Qui sotto 6 avvenimenti da ricordare legati ai Masters, alcuni successi durante il Masters Championship di quest’anno, altri che hanno reso il Masters Championship una competizione unica al mondo.

 





 

Il texano ha stabilito il record di birdies (28), il record di punteggio (-18 come aveva già fatto Tiger), è stato leader "wire to wire" (dalla prima all’ultima giornata). Non ha sbagliato niente. Spieth, considerando tutti e 4 i giri, non ha fatto birdie solo in 3 delle 18 buche, ha fatto solo 7 bogeys e un doppio bogey. Per gli altri non c’è stato molto da fare, Phil Mickelson e Justin Rose hanno chiuso a -14 ma non sono mai riusciti a mettere in pericolo il primo posto di Spieth. Il ragazzo ha fatto la storia e si è beccato la giacca verde da Bubba Watson. A 21 anni e nove mesi è il secondo più giovane ad aver vinto i Masters, solo 5 mesi in più rispetto a Tiger Woods nel 1997. Qualcuno parla già di "inizio dell'era Spieth".

 



Tiger ha giocato un golf grandioso, che non si vedeva a questi livelli dal 2011. Niente flappe, niente faccia da cane bastonato, niente ritiri per infortuni dubbi. Il suo score: 73, 69, 68, 73 per un totale di -5 e il diciottesimo posto. La cosa che ci ricorderemo di questo giro sono le occhiate di odio con Sergio Garcia, suo eterno nemico e di quella cosa «stupidly good» (cit. Tiger) che ha fatto alla buca 13 del terzo giro.

 

Tiger tira un

, uno shank di 180 yards che fila a sinistra in mezzo agli alberi; dagli aghi di pino tira un punch per recuperare il fairway, col terzo arriva in green a 3 metri e mezzo dalla buca e da lì imbuca. Birdie.

 



Se Gene Sarazen avesse fatto il suo albatross (-3 in una buca, ovvero 2 in un par 5 oppure buca in uno in un par 4) ai Masters del 2015 il video del suo colpo sarebbe stato uno dei più condivisi del pianeta. Nel 1935 invece lo videro solo 25 persone tra cui alcuni dei più grandi campioni dell’epoca: Bobby Jones, Byron Nelson e Walter Hagen. Sarazen era a 235 yards dal green di questo par 5 e tirò un legno 4 (che era davvero di legno). Sarazen nel 1998

di aver sentito “qualcosa” all’impatto. La palla volò fino in green e rotolò esattamente in buca. 2. In un par 5. Ad Augusta. Sarazen grazie a quel colpo andò al playoff, che poi vinse.

 



Quando vinci ad Augusta a nessuno interessa davvero della coppa (una riproduzione della clubhouse di Augusta), tutti vogliono la giacca. La giacca verde dei Masters è il capospalla più famoso della storia degli sport.

 



 

Fu introdotta come uniforme per riconoscere i soci sul percorso in modo che fosse facile riconoscere a chi chiedere informazioni. Dal 1949 viene fatta indossare a Sam Snead. Il vincitore è aiutato dal defending champion, in caso di vincite consecutive (Nicklaus, Faldo, Woods e nessun altro) si era proposto che le giacche se le mettessero da soli.

 

In passato il vincitore non poteva portare via la giacca che doveva restare sempre nel club, poteva essere indossata solo nel circolo. Adesso ai giocatori è permesso di tenere la giacca a casa per un anno e di indossarla solo in occasioni ufficiali. La giacca ha il logo del campo sul taschino sinistro e inciso nei bottoni.

 

La giacca di Jordan Spieth quest’anno era della taglia giusta: essendo stato sempre in testa gli organizzatori hanno avuto 4 giorni per prepararla a modo. Quando la sfida è serrata e non si sa chi sarà il vincitore vengono preparate fino a 8 giacche per essere sicuri di non generare l’effetto Nicklaus 1963, in pratica un pastrano.

 



 





 

Tea Olive, Camellia, Pink Dogwood, White Dogwood, Flowering Peach, Golden Bell, Flowering Crab Apple, Azalea, Magnolia, Chinese Fir, Juniper, Firethorn, Pampas, Redbud, Yellow Jasmine, Nandina, Carolina Cherry, Holly. Come si fa a non innamorarsi di un campo che ha questi nomi per le buche? (A me piace molto Nandina come nome).

 

Il campo, prima del 1933, era un vivaio e quindi ogni buca è stata associata a una pianta. Alla 17, fino a che un tremendo gelo non la uccidesse, c’era l’Eisenhower Tree, così chiamato perché il presidente lo colpiva sempre, al punto che lui stesso lo avrebbe voluto far abbattere.

 

L’Augusta National è un campo unico, incredibile. «Ogni filo d’erba è al suo posto», i suoi green sono così veloci che i professionisti tirano in alcuni casi i putt oltre la buca perché sanno che la pendenza farà tornare indietro la palla di diversi metri. Il campo è circondato da bellissime azalee e altre piante che proprio durante il torneo sono in piena infiorescenza.

 



Il secondo colpo alla 11, tutta la 12 e i primi due della 13 sono l’Amen Corner. L’Amen Corner è il punto cruciale del percorso, il giro di boa, se lo affronti bene sei salvo, se lo giochi male può essere la tua rovina.

 

Il termine Amen Corner è stato coniato nel 1953 da Herbert Warren Wind in un articolo per

e si ispira a un pezzo jazz che aveva sentito negli anni ’30, "Shoutin' In The Amen Corner" dei Dorsey Brothers.

 

https://www.youtube.com/watch?v=g9_cwt8ox-s

 

Jordan Spieth quest’anno ha totalizzato 6 birdie, 5 par e solo un bogey nell’Amen Corner. A lui è andata alla grande. Ben Crenshaw (al suo ultimo Masters Tournament) nel suo primo giro in 91 colpi è riuscito a cominciare l’Amen Corner del primo giro con un quadruplo bogey (8 al par 4 della 11). A lui è andata male.

 
 

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