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Marco Gaetani
Sven-Göran Eriksson, per sempre giovane, sfrontato, invincibile
07 Jun 2024
07 Jun 2024
La lunga carriera di un allenatore che è stato sia scienziato pazzo che gestore.
(di)
Marco Gaetani
(foto)
Illustrazione di Antonio Pronostico
(foto) Illustrazione di Antonio Pronostico
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Sven-Göran Eriksson passeggia all’interno di stadi nei quali in passato è stato acclamato e fischiato, con il viso e il corpo stravolti dalla malattia e da tutto ciò che è necessario per provare anche soltanto ad alleviarne l’impatto devastante. Ci fa l’effetto di un secchio d’acqua gelata che ci colpisce mentre siamo stesi al sole, con gli occhi socchiusi e la testa altrove. In fondo, però, è anche un’immagine ci fa sorridere. Perché ci ricordiamo dell’esistenza di un uomo garbato, che ha attraversato due decenni simbolo del nostro calcio con un aplomb da lord inglese senza mai mettersi contro nessuno per i suoi atteggiamenti. Eriksson seduto in panchina, sorridente o preoccupato, che parla con uno dei suoi assistenti, magari saluta una curva che lo sta incoraggiando alzando un braccio in segno di saluto. Eriksson che applaude una punizione di Sinisa Mihajlovic e che lo accoglie semplicemente dandogli la mano, al massimo una pacca sulla spalla. Eriksson che cerca di rimanere imperturbabile anche se intorno a lui c’è Roberto Mancini che sta perdendo la testa per l’ennesima volta. Eriksson perennemente impeccabile, con 40 gradi o sotto la grandine. Eriksson che è stato scienziato pazzo prima e gestore poi. Eriksson che nei momenti di rabbia diventava rosso in volto e si limitava a un «porca miseria». Fatico a immaginare che ci sia qualche tifoso in grado di dire: «Ho odiato Eriksson». Qualora dovesse esistere, probabilmente non sarei nemmeno particolarmente curioso di scoprirlo.Nascere in segreto ___STEADY_PAYWALL___ Ha solamente diciotto anni il padre di Sven-Göran, che di nome fa Sven, quando mette incinta una ragazza di tre anni più grande di lui. E non ha il coraggio di farlo sapere in giro, anche perché nella Svezia degli anni Quaranta non è qualcosa di cui vantarsi. Non lo fa sapere nemmeno ai suoi genitori, Erik ed Ester, almeno non fino a fatto compiuto, con il nascituro che ha bisogno di un intervento d’urgenza per evitare che il giro di cordone ombelicale attorno al collo si riveli letale. Per i primi due anni di vita, Sven vive con la madre in un piccolo appartamento preso in affitto a Torsby, senza acqua corrente ed elettricità. Ulla è una donna di ferro, cresciuta senza il padre (anche lui chiamato Sven, neanche a dirlo), un uomo che un bel giorno aveva imboccato la porta di casa e aveva lasciato moglie e quattro figli. Una mossa da reietti: a quel punto tutti, in famiglia, avevano deciso di rinunciare al cognome Svensson, adottando invece il cognome della madre da nubile, Thudén. Tutti, tranne Ulla, ragazza prima e donna poi particolarmente testarda, amareggiata per non avere avuto la possibilità di studiare, costretta a lavorare fin da piccola, ferocemente credente. Soltanto dopo i primi due anni di vita di Sven-Göran arrivano le nozze e la convivenza, con l’accettazione da parte dei nonni paterni di una relazione che era stata vista come fumo negli occhi. È un ménage familiare destinato a durare poco. Papà Sven deve partire per il servizio militare: «Mia madre ha fatto qualsiasi cosa per me. Io dovevo essere la sua rivincita per questa vita». Il primo approccio del giovane Sven-Göran con lo sport, per assurdo che possa sembrarci adesso, è il salto con gli sci, con tutti gli inconvenienti del caso, come quella volta in cui, cadendo sulla schiena, si fa male a tal punto da non riuscire a sedersi per una settimana. Quando non salta con gli sci, gioca a hockey su ghiaccio. Il calcio si manifesta soltanto nei momenti in cui il clima lo consente, in primavera. Il suo idolo è Kurt Hamrin, ammirato su una televisione di qualche amico durante i Mondiali casalinghi del 1958. Per Sven-Göran, che ha dieci anni, il torneo perso in finale contro il Brasile è quello del definitivo innamoramento nei confronti del calcio: «Hamrin era il nostro giocatore preferito, ma dopo quel Mondiale volevamo tutti essere Pelé». Un anno più tardi, la famiglia Eriksson riesce finalmente a trasferirsi da un piccolo bilocale a una casa costruita appositamente per sopportare una famiglia resa più ampia dall’arrivo di Lars-Erik: a scatenare la decisione di Ulla, un faccia a faccia tra Sven-Göran e un ratto avvenuto sul divano. L’ultima goccia. È grazie all’arrivo di Lars-Erik che nella vita di Sven-Göran arriva il nomignolo che lo accompagnerà per tutta la vita, Svennis. Che nel frattempo diventa adolescente e inizia a lavorare come apprendista in un forno guidato dall’allenatore delle squadre senior di calcio e hockey, il signor Olsson. A volte lo osserva mentre traccia con il dito alcuni schemi nei cumuli di farina. La carriera di Eriksson da calciatore inizia a 16 anni, quando Olsson gli comunica che dovrà giocare titolare in una partita di quarta divisione. È un terzino di grande corsa e applicazione, non particolarmente raffinato tecnicamente. Si fatica a immaginarlo come un elemento in grado di scalare gerarchie sociali grazie al successo nel calcio. Continua a giocare, alternando le partite e gli allenamenti al lavoro in un ufficio assicurativo di zona. E una sera, davanti ai suoi amici, riuniti a Torsby nel periodo natalizio, probabilmente brillo, dichiara: «Io un giorno diventerò famoso», suscitando le risate di tutti e l’inevitabile domanda. «Famoso per cosa?». Svennis risponde che non lo sa, che non ha ancora deciso. Mentre lo dice, si rende conto di aver detto qualcosa che non corrisponde al suo carattere schivo, alla sua persona. «Ma io sapevo di essere speciale. Mia madre me lo aveva detto sempre». Nel segno di Tord Svennis decide di riprendere gli studi che aveva abbandonato in passato, per la viva felicità di mamma Ulla, ma vuole studiare economia e questo lo porta a dover lasciare la regione del Värmland e a cambiare squadra: firma con l’SK Sifhälla, un club di terza divisione che gli garantisce un appartamento gratis in cambio delle sue prestazioni. La squadra ha sede a Säffle, una ventina di chilometri mal contati da Åmål, dove Eriksson prosegue gli studi. E dove, seduto in un locale, un giorno vede Ann-Christine, che di punto in cambio lo aiuta mentre sta giocando a carte con gli amici: essendo seduta alle spalle dell’avversario di Svennis, gli segnala quali carte ha in mano. Ha cinque anni in meno di Eriksson, ma tra i due è subito colpo di fulmine. Diventerà sua moglie e la madre dei suoi due figli, Johan e Lina. Pensa sempre di poter arrivare a giocare nella massima serie svedese mentre cambia totalmente rotta per quel che riguarda gli studi: vuole insegnare educazione fisica. Fa domanda per entrare in una scuola a Örebro e ciò comporta un altro trasferimento, di sede e di squadra. Ottiene un provino con il KB Karlskoga, club di seconda serie allenato dal 34enne Tord Grip, tre presenze nella nazionale svedese, che ricopre la veste di giocatore-allenatore. Il livello è più alto rispetto alle qualità di Svennis, e nel suo ruolo, terzino destro, ci sono già due giocatori affermati. Viene però aggregato alla squadra riserve e ogni tanto riesce a guadagnarsi una panchina nelle partite domenicali. A 25 anni riesce a esordire in seconda serie. Il tempo passa ed Eriksson inizia ad affinare la conoscenza del gioco. Durante una partita contro l’Helsingborg, messo particolarmente in difficoltà da un esterno velocissimo, si confronta con il nuovo allenatore, l’ungherese Moré, proponendogli di farsi aiutare da un raddoppio di marcatura da parte del centrale di destra. Arrivato a 27 anni, Svennis inizia seriamente a pensare di appendere gli scarpini al chiodo, aiutato da un infortunio alla caviglia che gli sta dando il martirio. Poi, un giorno, arriva una telefonata. È Tord Grip. «Sven, è ora di smettere. Vieni a lavorare con me». Grip, che ha appena lasciato l’incarico di allenatore all’Örebro, ha accettato l’offerta del Degerfors, club nel quale ha militato per dieci anni da calciatore, e vuole quel terzino diligente ma senza particolari qualità tecniche nel suo staff. Svennis dice sì e la sua vita cambia.Grip ha visto qualcosa in Eriksson, è convinto che quel ragazzo possa diventare un allenatore. Ne è così convinto da ingaggiare un duello aspro con la dirigenza del club, che inizialmente si rifiuta di mettere sotto contratto un 27enne che si presenta senza la minima esperienza da assistente allenatore e una carriera marginale nelle minors svedesi. Grip fa pesare il suo status e anche quello, tutt’altro che irresistibile, del Degerfors in quel momento: un club finito in terza serie dopo un passato glorioso. La rivoluzione di Grip passa dalla volontà di adottare un modulo che nelle serie inferiori della Svezia degli anni Settanta praticamente non esiste, il 4-4-2. A portarlo per primo nel Paese scandinavo era stato Bob Houghton, l’inglese che aveva preso le redini del Malmö nel 1974, seguito a ruota da un suo amico, Roy Hodgson, alla guida dell’Halmstads. Adottare il 4-4-2 vuol dire rinunciare al libero, dare grandi incarichi offensivi ai terzini, lavorare molto sull’interazione degli elementi delle catene delle corsie. È una rivoluzione. Grip ed Eriksson si concentrano tantissimo sulla tattica, qualcosa di impensabile a quei livelli e in quel periodo. La squadra vince agevolmente la stagione regolare ma si sfalda durante i playoff promozione. Nell’inverno del 1977, a squillare è il telefono di Grip: lo vuole la Federazione svedese per un ruolo da assistente nella Nazionale maggiore. Grip accetta e avverte il Degerfors: l’uomo giusto per proseguire il lavoro impostato l’anno precedente è Eriksson. Anche se non ha ancora il patentino. Il giorno della discussione della tesi è il 7 luglio 1977, la data scelta per il matrimonio con Ann-Christine: Svennis, non si sa come, riesce a convincerla a far slittare le nozze di due giorni. Presenta una tesi sul 4-4-2, sull’importanza del pressing alto e dell’aiuto tra compagni, sulla necessità di mantenere l’assetto tattico qualunque cosa accada. Passa l’esame, ottiene il patentino e il 9 luglio si sposa. La sua prima stagione da allenatore scivola via come era andata quella da assistente: campionato dominato, promozione saltata durante i playoff. A quel punto contatta Willi Railo, uno psicologo dello sport norvegese, e gli chiede se può avere un confronto con i suoi ragazzi. In quel momento storico, sembra una pazzia: Eriksson, da questo punto di vista, era avanti di trent’anni rispetto alla concorrenza. Introduce i metodi di Railo nella routine dell’anno successivo e li manterrà come cardine per tutta la sua carriera. Al terzo tentativo, il secondo con Eriksson in carica, il Degerfors sale in seconda serie facendo filotto ai playoff. Il suo contratto con il club è scaduto, la società lo convoca per una riunione nel bel mezzo dell’autunno, Eriksson si immagina sia il momento dell’offerta di rinnovo ma nel vertice si parla soltanto di giocatori e non di prolungamento del rapporto. Svennis torna a casa furioso ma alla porta trova sua moglie, raggiante. Ha appena ricevuto una telefonata a casa dalla dirigenza dell’IFK Göteborg, che vuole Sven. «Dimmi che non hai firmato il rinnovo con il Degerfors», gli dice. No, non ha firmato. Ma non si capacita dell’eventuale offerta dell’IFK: «Avrai capito male…».Il trebleAnki, il soprannome di Ann-Christine, non ha capito male. Bosse Johansson richiama il giorno dopo, riesce a parlare direttamente con Sven. Non c’è dubbio, lo vogliono per la prima squadra, non per un incarico da assistente o per le giovanili. Neanche il tempo di attaccare e il telefono squilla di nuovo. Il presidente del Göteborg, Bertil Westblad, mette subito in chiaro a Eriksson che non era la prima scelta: l’obiettivo del club era John Greig, manager dei Glasgow Rangers, ma la differenza temporale tra la stagione svedese (concentrata tra aprile e ottobre) e quella del resto del calcio europeo aveva reso impossibile il tentativo. A quel punto, Westblad aveva chiesto al tecnico uscente, Hasse Karlsson, se ci fosse, in giro per la Svezia, qualche allenatore con idee innovative sul quale puntare. Karlsson si era ricordato di quella tesi, che il 7 luglio 1977 aveva discusso con Eriksson: era lui, infatti, a fare le domande in commissione. Svennis eredita una squadra reduce da un terzo posto in classifica ma abbastanza in avanti con gli anni. Eriksson ne ha appena compiuti trenta, è più giovane di molte delle stelle che dovrà allenare, e alle spalle ha solamente due stagioni di esperienza, peraltro in terza serie. Ci sono tutti gli ingredienti giusti per un disastro epocale. Durante lo stop invernale, Eriksson parte e va in Inghilterra a guardare gli allenamenti dell’Ipswich, guidato da Bobby Robson, che accetta non solo di incontrarlo, ma lo porta con sé in panchina per una partita contro l’Aston Villa. Quando si presenta al gruppo del Göteborg, Eriksson è sicuro di avere successo. Inizia il lungo lavoro di preparazione, pretende che il pallone sia sempre al centro di tutto, metodo decisamente innovativo per il calcio svedese dell’epoca. Ma esige anche che ogni giocatore sappia sempre, in ogni situazione, cosa fare di quel pallone. Il ricordo che molti di noi hanno di Eriksson, nei suoi anni sampdoriani e laziali, è quello di un gestore di grandi campioni, di un allenatore votato al compromesso, non particolarmente rigido dal punto di vista tattico. Ma è un Eriksson lontanissimo da quello degli inizi, che sfiancava i suoi giocatori a forza di esercitazioni ripetute allo sfinimento. Tutto doveva essere perfettamente codificato, la squadra doveva muoversi in maniera armonica. Il Göteborg arriva secondo a un solo punto dall’Halmstad il primo anno (vincendo la Coppa di Svezia) e terzo nella seconda stagione. Il 1981, invece, comincia nel peggiore dei modi, con tre sconfitte di fila. Dopo aver perso 1-0 in casa con il Djurgården, Eriksson si presenta dai dirigenti: «Se volete cacciarmi, lo capisco». Westblad gli risponde che non hanno la minima intenzione di farlo, ma Sven ripete la domanda ai suoi giocatori: «Se volete che io mi dimetta, lo farò». Anche dalla squadra riceve piena fiducia. La stagione viene rimessa in piedi, il Göteborg chiude ancora terzo. Ma nella coda del 1981, succede qualcosa. L’IFK supera agevolmente il primo turno di Coppa UEFA, spazzando via i finlandesi dell’Haka, e ha la meglio in un incredibile doppio confronto con lo Sturm Graz, rimontando dal 2-0 fino al 2-2 in Austria con una doppietta di Nilsson e strappando il pass con un rigore di Fredriksson all’89’ del match di ritorno, finito 3-2. Chiude il 1981 superando con un secco 4-1 la Dinamo Bucarest, sempre trascinato dai gol di Nilsson, e strappa così il pass per i quarti di finale: a marzo del 1982 sfiderà il Valencia. Al Mestalla, dopo 18 minuti della partita d’andata, si è già sul 2-2. Finirà così, un risultato che sorride non poco agli svedesi. Eriksson ha dovuto cambiare la routine di preparazione, perché il campionato inizierà soltanto a fine aprile, ma qua si sta giocando la Coppa UEFA (e il futuro) nella prima metà di marzo. Il 17 marzo 1982 succedono due cose epocali: la prima è che il Kaiserslautern ribalta il 3-1 con cui aveva perso al Bernabeu rifilando cinque sberle al Real Madrid; la seconda è che il Göteborg elimina il Valencia, vincendo 2-0. Gli svedesi pescano proprio il Kaiserslautern e sono tutti convinti che la finale di Coppa UEFA sarà tutta tedesca, perché dall’altra parte l’Amburgo sfida gli jugoslavi del Radnicki. L’IFK pareggia in Germania (1-1, gol del futuro comasco Corneliusson) e ottiene lo stesso risultato anche in casa, mandando la sfida ai supplementari. Serve un altro rigore di Fredriksson, ma l’impresa è compiuta. Il Göteborg, che in quegli anni è ancora un club semi-professionistico, è in finale di Coppa UEFA. Stavolta, a differenza di quarti e semifinali, giocherà la gara d’andata in casa. Si gioca sotto una pioggia battente, il Göteborg controlla il gioco ma dopo venti minuti perde Nilsson per infortunio. Il campo è un pantano ma non si sa come, a due minuti dal novantesimo, un colpo di testa del difensore Hysen mette Holmgren solo davanti al portiere senza che il pallone venga rallentato dal fango: arriva così il gol dell’1-0. Nonostante questa sorpresa, sono tutti convinti che al ritorno l’Amburgo farà del Göteborg carne da macello. Fuori dallo stadio ci sono già le bandiere che celebrano i tedeschi come vincitori del torneo. «Mi fa piacere che i calciatori svedesi stiano tutti bene, non potranno usare scuse a fine partita», dice Ernst Happel, allenatore dell’Amburgo, una leggenda della panchina. Eriksson chiede a un inserviente del club di andare in una delle bancarelle poste all’esterno dello stadio e comprare una di quelle bandiere celebrative. Quando gli viene consegnata, si limita ad appenderla nello spogliatoio dei suoi. “In tanti mi hanno chiesto cosa avessi detto ai giocatori prima della partita, che istruzioni avessi dato. Non gli ho detto nulla, in pratica. Tutto quello che dovevamo fare, era stato già fatto. Arrivato a quel momento, io in campo avevo undici allenatori: tutti sapevano esattamente cosa fare”, ha scritto Eriksson nella sua autobiografia, dalla quale sono tratti molti dei virgolettati che si trovano in questo articolo. Corneliusson porta in vantaggio gli svedesi contro ogni pronostico, la regola dei gol fuori casa a questo punto costringe l’Amburgo a dover fare tre gol per alzare la coppa. I tedeschi si sbilanciano e Nilsson si lancia in una splendida azione personale per il 2-0, procurandosi anche il rigore del tris. I cinquemila tifosi svedesi cantano mentre Eriksson, al momento della festa, si ritrae. «Penso non esista una mia foto con la Coppa UEFA in campo dopo la partita. Non volevo essere fotografato insieme a Gunnar Larsson, il nuovo presidente, in carica da poco prima della finale. Era un uomo forte della scena politica locale ma a malapena mi salutava e lo stesso faceva con i giocatori. E me lo sono ritrovato sul campo a fare le foto con la coppa, in posa. Bertil Westblad e gli altri membri del board avevano reso possibile tutto quello, alcuni di loro avevano messo l’ipoteca sulle loro case per farci comprare dei giocatori. Meritavano di festeggiare con noi». Eriksson e i suoi, pochi giorno dopo, vincono anche la Coppa di Svezia. A fine giugno arriva l’addio: il Göteborg vincerà anche il titolo nazionale. Per questo, nel ricordo di tutto, Svennis in quell’anno ha chiuso il treble, pur senza essere materialmente al timone a fine stagione.

Gli highlights della gara di ritorno con il commento di Nando Martellini: grazie Internet.

Benfica, primo attoFernando Martins, presidente del Benfica, ha il suo bel da fare per convincere la dirigenza che la scelta giusta per riportare il titolo al Da Luz è un 34enne svedese che sì, ha appena compiuto un’impresa epocale, ma finora ha allenato un club di semi-professionisti. Secondo la leggenda, durante la riunione nella quale aveva annunciato l’arrivo di Eriksson, per evitare l’astio di una ventina di consiglieri aveva addirittura finto un attacco cardiaco. Svennis un piccolo shock ce l’ha, perché al primo allenamento si ritrova davanti 45 giocatori, un numero smisurato, insensato. Come assistente sceglie Toni Oliveira, appena ritiratosi, in grado di parlare perfettamente inglese. Eredita una squadra che non ha la minima idea di come si debba giocare a zona. Siamo nella fase di carriera in cui Eriksson è un dogmatico, non ha intenzione di venire incontro ai suoi giocatori: sono loro a doversi adattare alle sue idee di calcio, non viceversa. Una delle mosse a sorpresa dello svedese è quella di includere nel suo staff Eusebio – sì, quell’Eusebio – con il ruolo di assistente preparatore dei portieri: fino a quel momento, aveva lavorato come ambasciatore del club, ma Martins era prossimo a risolvere il suo contratto. Invece Eriksson, che durante l’adolescenza fantasticava sulle giocate di Eusebio, lo fa diventare parte integrante del suo staff: “Nonostante qualche problema alle ginocchia, aveva ancora la potenza di un cannone quando doveva tirare in porta”. Per Bento, portiere titolare di quel Benfica, sono sessioni decisamente allenanti. Pur dovendo affrontare qualche problema di ambientamento, la squadra parte con le marce altissime, pienamente sedotta dai metodi di Eriksson: “Durante la primavera del 1983, avrei potuto dirgli che il sole era verde e mi avrebbero creduto”. Il Benfica vince le prime undici partite stagionali, è un treno in corsa. Il campionato quasi non preoccupa mentre la squadra avanza anche in Coppa UEFA, avendo chiuso la stagione precedente al secondo posto. Elimina in fila Betis, Lokeren e Zurigo nella prima parte del torneo. A marzo, per i quarti di finale, deve affrontare la Roma di Nils Liedholm, che è in piena corsa per vincere il secondo scudetto della sua storia. Siamo all’inizio degli anni Ottanta, i diritti tv internazionali sono roba per pionieri, in Portogallo non arriva un minuto delle partite di Serie A. Eriksson, sei settimane prima del match, parte per Roma per andare a vedere la squadra del suo connazionale, la leggenda Nils Liedholm. I due si conoscono, vanno a cena insieme, parlano di calcio. Ma Eriksson ha un colpo di fulmine con Roma: «Anki, noi un giorno andremo a vivere lì», dice alla moglie appena rientrato in Portogallo. Il doppio confronto con i giallorossi non solo sorride al Benfica, ma diventerà un tarlo nella mente dell’Ingegner Dino Viola, affascinato dal modo di giocare della squadra lusitana. Dopo aver eliminato anche l’Universitatea Craiova in semifinale, Eriksson si appresta a giocare la sua seconda finale consecutiva di Coppa UEFA, contro i belgi dell’Anderlecht. Nella gara di andata, a Bruxelles, arriva quella che è soltanto la seconda sconfitta stagionale, un 1-0 tutto sommato recuperabile. Ma sul Benfica pende la celebre maledizione di Bela Guttmann e non si va oltre l’1-1 che consegna la coppa ai belgi. Ci sarebbe da giocare anche la finale di Coppa di Portogallo, contro il Porto, ma qualcosa va storto. A inizio stagione, la Federazione aveva designato il Das Antas, lo stadio del Porto, per la finalissima in gara secca. Il Benfica, però, non intende giocare nella tana dei rivali. Allo stesso tempo, i “Dragoni” non accettano una sede diversa da quella fissata in largo anticipo. La Federazione propone lo stadio di Coimbra come location neutrale ma Pinto da Costa, il leggendario presidente del Porto, non cede di un centimetro: ingaggia un aspro braccio di ferro, pur sapendo che potrebbe tecnicamente costargli addirittura la retrocessione. Alla fine è proprio Eriksson a convincere Martins a giocare la partita al Das Antas: la finale di Coppa di Portogallo della stagione 1982/83, però, si gioca di fatto all’inizio della stagione successiva, il 21 agosto 1983. La vince il Benfica, con un gol di Carlos Manuel. Nell’annata 1983/84, Eriksson è convinto di poter dare l’assalto alla Coppa dei Campioni. Il Benfica elimina subito il Linfield e l’Olympiacos ma quando il torneo riprende, a marzo, deve affrontare la corazzata Liverpool: gli inglesi sono troppo forti e il doppio confronto è senza storia. Svennis si consola con il secondo titolo portoghese in due anni: nel corso delle due stagioni, le sconfitte in campionato saranno complessivamente solo tre. Già durante i primi mesi del 1984, però, Eriksson sa che il suo futuro sarà lontano dal Portogallo. Una sera, mentre sta tornando a casa dall’allenamento, viene affiancato da un taxi che suona ripetutamente il clacson e fa i fari alla macchina del tecnico. Sven accosta e inizia a parlare con il passeggero, un impiegato dell’ambasciata italiana in Portogallo. C’è un messaggio per lui da parte di Dino Viola, con le istruzioni di chiamarlo telefonicamente il prima possibile. La mente dell’Ingegnere è rimasta ferma a quel doppio confronto di Coppa UEFA. La Roma sta facendo strada in Coppa dei Campioni e il presidente giallorosso è certo che il ciclo di Liedholm si chiuderà al termine di quella cavalcata, a prescindere dall’epilogo. Eriksson non dice immediatamente di sì, ma è consapevole che si tratta di un’occasione irripetibile. Le sirene, però, sono molte. C’è il Tottenham, con un sondaggio che non diventa mai una trattativa concreta. E c’è Helenio Herrera, che chiama per conto del Barcellona e mette anche Eriksson in guardia: le regole italiane non gli permetterebbero di sedere in panchina e prova a convincerlo ad accettare l’offerta dei catalani, che non vincono la Liga da dieci anni. Alla fine, nonostante tutto, Svennis sceglie la Roma.

Il Roma-Benfica che stravolge la carriera di Eriksson. 

Roma giallorossaIl nome di Eriksson appare accostato alla Roma per la prima volta alla fine di aprile del 1984, teoricamente in lizza per la panchina giallorossa insieme a Dino Sani, tecnico dell’Internacional de Porto Alegre, un passato da calciatore al Milan, un presente da allenatore che non ha mai messo piede fuori dal Brasile il cui più grande merito è aver lanciato in prima squadra un imberbe Paulo Roberto Falcão. Non un fattore da poco, se si considera che il brasiliano è la stella di quella Roma, leader tecnico incontrastato. Ma sono anche i mesi in cui Falcão deve rinnovare il contratto: l’appuntamento viene fatto slittare più volte. Il brasiliano, secondo le cronache, esige un contratto da tre miliardi netti e sul tavolo della trattativa mette anche una telefonata di Giulio Andreotti, che un anno prima si era speso in prima persona per far sì che “il Divino” rimanesse a Roma nonostante la corte spietata dell’Inter. Le richieste di Falcão, insomma, sarebbero anche legate alla «concessione» fatta un anno prima a Viola. La fumata bianca arriverebbe solo pochi giorni prima della finale di Coppa dei Campioni, all’ennesimo incontro tra Viola, il calciatore e il suo procuratore, l’avvocato brasiliano visionario Cristoforo Colombo Miller, il primo a curare gli interessi dei calciatori brasiliani al di fuori del mercato interno.A metà maggio, in città sono tutti convinti che Eriksson sarà l’allenatore giallorosso, a costo di aggirare le regole piazzando nominalmente in panchina Enrico Catuzzi, zonista convinto che allena il Varese dopo aver dato vita al “Bari dei baresi”. «Ci sono delle regole sportive che devono essere rispettate da tutti. Anche lo Stato ha le sue leggi e chi non le rispetta viene punito. Ma siamo solo alle ipotesi, Viola non mi ha mai detto di voler assumere un allenatore straniero», tuona il presidente federale Federico Sordillo il 26 maggio 1984. Tre giorni dopo, lo svedese appare all’aeroporto di Fiumicino insieme alla moglie. La Roma non annuncia l’arrivo, ma ad attendere Eriksson una volta atterrato da Lisbona ci sono comunque i giornalisti oltre a Giorgio Perinetti, dirigente giallorosso che risulta particolarmente seccato dalla situazione. In realtà, la stampa non sarebbe lì per l’allenatore: il problema è che il volo di Eriksson atterra a Fiumicino soltanto tre quarti d’ora prima di quello del Liverpool. Svennis cerca un dribbling poco convincente: «La Roma non c’entra, sono qui per la finale di Coppa dei Campioni, fa parte dei miei doveri assistere a una partita del genere. Ho un contratto di due anni con il Benfica ed è difficile rescinderlo». Parafrasando un passaggio leggendario del processo Pacciani: bravo bravo, noi condividiamo. Ma ora siamo all’aeroporto di Fiumicino, Sven, e perché c’è anche tua moglie? I giornalisti sollevano il dubbio: sono per caso venuti a cercare la nuova casa? «Mia moglie mi accompagna spesso nei viaggi all’estero. Lo ripeto, sono qui come professionista, non per parlare con Viola». Soltanto al rientro a Lisbona, Eriksson esce allo scoperto e ammette i contatti con Viola. L’Ingegnere va oltre: «Ha firmato il contratto 25 giorni fa», dice alla Gazzetta il presidente giallorosso. A questo punto si apre il duello tra la Roma e la federazione: da regolamento, infatti, Eriksson non ha i requisiti per allenare in Italia. L’uomo del momento è Catuzzi, che teoricamente sarà l’allenatore a tutti gli effetti, quello che sarà seduto in panchina durante le partite: «Arrivo per offrire il mio contributo, in umiltà. Calcisticamente sono della corrente di pensiero di Eriksson e Liedholm, non mi troverò in difficoltà, non sono un ambizioso. È la gente che spesso mi chiede: ma se Eriksson un giorno avesse la possibilità di venire in panchina, ti rabbuieresti? Rispondo che per me sarebbe meglio, Eriksson è tra i primi del mondo, da lui si può solo imparare. Condivido le sue idee e sono sicuro che ci aiuteremo e ci integreremo con la massima lealtà», dice preannunciando un imminente incontro con lo svedese. Intanto Viola impazza: al Processo del Lunedì dice che se Eriksson dovesse andare in tribuna non sarebbe un problema, perché la partita si vede meglio da lì e il fatto che un allenatore sia o meno presente in panchina non sposta alcunché. Poi, però, succede qualcosa di totalmente inaspettato. Catuzzi ha un moto d’orgoglio, rifiuta di fare il prestanome. Diserta l’incontro previsto con Eriksson e Viola. Circolano due versioni: la prima è quella della volontà di non fare il secondo, l’altra riporta invece una sorta di ragione di stato. Meglio non mettersi contro tanti colleghi, prestandosi a quella che è un’aperta violazione delle regole. Viola propende per questa seconda versione: «Gli avevo dato tutte le garanzie possibili, evidentemente si è lasciato condizionare da pressioni arrivate da esponenti dell’organizzazione calcistica». Tecnicamente, Eriksson viene messo sotto contratto come «coordinatore del centro di Trigoria». Sta aprendo, insieme a Viola, una strada dalla quale non si tornerà più indietro. Ne è convinto, per esempio, “el Flaco” Menotti, che sta lasciando il Barcellona e si candida per una panchina italiana: «Eriksson aprirà la strada a tutti noi: è assurdo che i tecnici stranieri non possano portare le loro esperienze nel campionato più bello che esiste». Viola aspetta l’assemblea generale della FIGC del 29 luglio come la resa dei conti.

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