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Marco Gaetani
I sedici mesi folli di Fatih Terim in Serie A
12 Jan 2024
12 Jan 2024
Ricordo dell'esperienza italiana dell'Imperatore.
(di)
Marco Gaetani
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5 min
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IMAGO / Buzzi
(foto) IMAGO / Buzzi
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Patrick Vieira sistema il pallone sul dischetto con la fretta di chi vorrebbe essere ovunque, tranne che lì. Nella notte di Copenaghen ha già visto sbagliare qualcuno di molto più abituato di lui a questi compiti, Davor Šuker, e dall’altra parte c’è un portiere la cui carriera è stata segnata dalla capacità di imporsi nel duello mentale con i tiratori quando tutte le altre componenti del calcio si azzerano: Cláudio Taffarel. Le gambe di Vieira in quel momento sembrano semplicemente troppo lunghe per trasformare un calcio di rigore. Spiazza Taffarel con un destro potente, ma la traversa gli dice che quella è la notte del Galatasaray. Dalla panchina dei turchi si alzano tutti, di scatto, anche se la vittoria non è ancora definitiva. Le splendide maglie gialle dell’Arsenal si compattano, i volti dei giocatori sono segnati da un’espressione di terrore e sgomento: non è ancora la squadra degli “Invincibili”, ma parte dell’ossatura è quella, con Henry che ha già fatto capire all’Inghilterra che il passaggio a vuoto di Torino è stato soltanto una parentesi difficile da spiegare. Tocca a Gheorghe Popescu scrivere l’ultima parola. Ha trentatré anni, un passato glorioso speso non solo in patria, ma anche in Olanda (PSV), Inghilterra (Tottenham) e Spagna (Barcellona). Anni dopo avrebbe rivelato di aver fatto parte, dal 1985 al 1989, della Securitate, il servizio segreto del regime di Nicolae Ceausescu: aveva il compito di redigere relazioni su compagni di squadra e avversari. «Ma ho scritto solo cose positive», ha detto, quasi a volersi lavare la coscienza. Destro secco, asciutto, incrociato: David Seaman non può arrivarci. Mentre tutti impazziscono, corrono senza logica sbattendo da una parte all’altra del campo come mosche chiuse in un bicchiere, Fatih Terim, con la camicia fuori dai pantaloni, alza le braccia al cielo e sembra aver bisogno di riprendere fiato: più che l’allenatore che ha appena vinto la Coppa UEFA, pare un capofamiglia al termine del pranzo del 25 dicembre. Se solo volesse, in quel momento potrebbe tentare un colpo di stato e diventare capo supremo della Turchia. Quattro anni prima ha portato la Nazionale a qualificarsi al primo Europeo della sua storia, al Galatasaray ha già vinto tutto. Le voci di quei giorni lo danno a un passo da una panchina italiana, quella del Napoli del nuovo patron Giorgio Corbelli, appena sbarcato nel mondo del calcio dopo anni nel basket tra Brescia e Roma, noto anche come mister Telemarket in quanto fondatore del canale televisivo specializzato nel commercio di opere d’arte. Sa che la sua esperienza al Gala sta per finire: ha già preso un procuratore italiano, Moreno Roggi, e un insegnante in grado di rivelargli i segreti di una lingua che mastica da qualche anno. C’è davvero l’Italia nel suo destino, ma non sarà Napoli. Dalla notte di Copenaghen è passato un anno e mezzo, e Fatih Terim sente la terra sotto i piedi farsi sempre più friabile. È una domenica di inizio novembre e nessuno avrebbe immaginato di vederlo così spaurito e slavato sulla panchina del Delle Alpi: soltanto due settimane prima ha vinto da “Imperatore”, in rimonta, il derby di Milano, con Shevchenko, Contra e Inzaghi a regalargli una serata da raccontare ai nipotini. A gelargli il sangue nelle vene era stato Antonino Asta, capace di tenere in campo un pallone che sembrava destinato sul fondo: cross da destra, mischia in area, tocco vincente di Cristiano Lucarelli. Il suo Milan aveva dato battaglia, aveva sprecato gol, aveva visto il Torino coprirsi minuto dopo minuto. Fino al rigore, guadagnato da Inzaghi per una trattenuta di Fattori. Ancora una volta gli undici metri a sancire un epilogo, nel bene o nel male. Il piatto destro di “Superpippo” manda Bucci a sedersi sul lato opposto, ma è decisamente troppo aperto: va fuori, lontano da quella stessa porta che qualche settimana prima aveva visto Marcelo Salas sparare in curva il rigore del potenziale 4-3 bianconero nel derby rimasto nella storia come quello della “buca di Maspero”. Finisce lì, su quel destro troppo aperto di Inzaghi, l’avventura milanista di Terim, mentre Giancarlo Camolese esulta per tre punti pesantissimi e i rossoneri si preparano a un futuro scintillante agli ordini di Carlo Ancelotti. In mezzo, tra il rigore di Popescu e quello di Inzaghi, è racchiusa tutta l’esperienza italiana di Terim: sedici mesi vissuti sull’ottovolante, da Firenze a Milanello, da Cecchi Gori a Berlusconi, appendice fuori tempo massimo di un sogno da anni Novanta in purezza, eppure già calato nel nuovo millennio. Imperatore a Firenze Ad aprire a Terim la strada che porta a Firenze è un colloquio tra Zdenek Zeman e Vittorio Cecchi Gori: il boemo, favorito numero uno per la panchina viola dopo alcuni mesi di stop in seguito alle dimissioni dalla guida del Fenerbahçe, non convince il patron e finisce proprio a Napoli, bruciando la concorrenza di Terim che invece incendia il cuore di un presidente viscerale come Cecchi Gori. Per quella logica perversa che permea i giornali italiani, sono tutti convinti che porterà con sé una delle stelle del suo Galatasaray, Hakan Sukur, già passato in Italia senza successo al Torino, per sostituire Gabriel Omar Batistuta, destinato alla Roma. Sukur finirà all’Inter, ma è un’altra storia, e se la prenderà con il suo ex allenatore: «Non è un uomo di parola: prima della finale di Coppa UEFA aveva promesso di regalarmi la sua Jeep Cherokee in caso di vittoria, dopo il trionfo ha detto che non voleva suscitare gelosie». Sul fronte mercato è proprio Terim a mettere subito tutto in chiaro: «Io non raccomando nessuno, non voglio che si pensi che prendo commissioni sugli ingaggi». In Turchia lascia uno stuolo di ammiratori ai limiti della devozione e svariati soldi: per mesi ha anticipato gli stipendi ai suoi calciatori dopo l’ammutinamento di metà stagione. E promette a tutti calcio spettacolo: «Per dieci anni la Turchia ha giocato solo in difesa, senza vincere niente. Io le ho cambiato la mentalità». Cecchi Gori è esaltato e lancia frecciate al suo precedente allenatore, Trapattoni: «Finalmente un tecnico in grado di vincere anche senza i campioni». La conferenza stampa di presentazione è un piccolo show, perché il tema principale è l’addio di Batistuta: «Lui ha fatto molto per la Fiorentina, ma è stata Firenze a renderlo un campione. Non è un momento facile per noi ma il vuoto verrà colmato. Ho paura solo di Dio, tutto il resto non mi spaventa: potevo rimanere al Galatasaray ma non mi piace la vita comoda». Al posto di Batistuta arrivano Nuno Gomes, autore di un Europeo scintillante con il Portogallo, e Leandro, prelevato dalla Portuguesa. Terim punta tutto sull’ultimo giro di giostra in viola di Rui Costa («Un leader che sa trasmettere alla squadra le mie idee») e Toldo, in un pre-campionato che vive tempistiche lunghissime a causa dei Giochi Olimpici di Sydney. La Serie A non parte fino al 30 settembre, mentre invece prendono il via subito Coppa UEFA e Coppa Italia. Terim è immediatamente vulcanico, perché la partita persa a Innsbruck in casa del Tirol (3-1) costa di fatto l’eliminazione, ben prima del match di ritorno da giocare a Firenze: «Sono qui per cambiare la Fiorentina e farla diventare grande. Se non me ne danno la possibilità, non ho motivo di restare», dice mentre già circola il nome di Renzo Ulivieri come suo erede. I cinque gol rifilati alla Salernitana alla prima di Coppa Italia riportano momentaneamente il sereno sul tecnico, ma il 2-2 con il Tirol scatena la contestazione al Franchi. Ce l’hanno tutti con Cecchi Gori: il patron non si muove dalla sua postazione in tribuna insieme alla mamma Valeria. Fuori dalla tribuna d’onore succede il putiferio. A quarantotto ore dall’inizio del campionato, sfiduciato pubblicamente da Cecchi Gori, Terim, che da settimane chiede rinforzi che non arrivano, rassegna le dimissioni, che i dirigenti viola respingono. A quel punto, si rivolge direttamente ai giornalisti: «Per arrivare a grandi successi, la Fiorentina ha bisogno di acquistare giocatori che possano aumentarne il valore e la qualità. Non dobbiamo permettere che il nostro coraggio e l’amore per il viola ci facciano perdere il contatto con la realtà. La nostra dirigenza deve tracciare una rotta e condividerla col popolo fiorentino: è arrivato il momento della trasparenza, attraverso i fatti. Le promesse non hanno più nessun peso». Il calendario, come se non bastasse l’inizio tardivo del campionato, piazza anche due settimane di sosta dopo la prima giornata, dalla quale la Fiorentina esce con un buon punto ottenuto al Tardini di Parma. A fine partita i giocatori si preparano a parlare pubblicamente per sostenere Terim, con Rui Costa in testa, ma Cecchi Gori impone il silenzio stampa alla squadra e poi si presenta fiero davanti alle telecamere della sua tv locale, Canale 10, insieme all’immancabile donna Valeria: «Avevo imposto il silenzio stampa anche a Terim, ha fatto una cosa gravissima, non ha eseguito i miei ordini. Io non mi faccio offendere da chi non è di Firenze e soprattutto da chi viene da fuori come Terim. I soldi li metto io, pretendo che mi faccia le scuse. Cacciarlo? Non mi riguarda, la decisione la prenderà Luna», riferendosi a Luciano Luna, uomo di fiducia di Cecchi Gori, passato alla Fiorentina dopo anni di impegno nella produzione cinematografica. Terim non solo non si scusa, ma prende e parte per la Turchia. Torna, dribbla Cecchi Gori, chiede udienza invece a Giancarlo Antognoni, tornato in società da qualche tempo con l’incarico di direttore generale. Quando riprende il campionato, i tifosi sono tutti con Terim, ma a cinque minuti dalla fine di Fiorentina-Reggina i viola sono sotto per un gol di testa di Marazzina e a Campo di Marte non c’è anima viva che se la senta di scommettere sulla permanenza dell’Imperatore. Poi gli astri si allineano tutti insieme nel finale: segnano Nuno Gomes e Leandro, Cecchi Gori deve arrendersi alla conferma e lo fa in maniera plateale, scendendo negli spogliatoi e lanciandosi in un abbraccio teatrale con Terim. La sua avventura viola inizia per davvero sotto questa pioggia di metà ottobre.

Il post partita di Fiorentina-Reggina è in realtà abbastanza turbolento, perché nella pancia del Franchi c’è anche Lillo Foti che accusa Cecchi Gori e Antognoni: «Dovete vergognarvi. Un gol in fuorigioco e l'altro viziato da un fallo», dice, e il dirigente viola gli risponde, stando alle cronache, «Stai zitto, terrone», salvo poi scusarsi immediatamente. Il sereno, in casa viola, dura 48 ore: il lunedì, sulla CnnTurk, il giornalista Selçuk Manav riporta delle dichiarazioni di Terim, legato da un contratto da 300mila dollari con l’emittente televisiva turca per occuparsi di una rubrica chiamata Ogni lunedì con Terim, fino a quel momento congelata dal silenzio stampa. «Ho visto Cecchi Gori dopo la gara con la Reggina, è venuto nello spogliatoio e mi ha stretto la mano, ma non posso dire che con il presidente sia stata fatta la pace al cento per cento. Se avessi i due giocatori che ho chiesto da tempo potremmo essere ancora più solidi ed efficaci», sono le dichiarazioni riportate da Manav e smentite a mezzo stampa sia dal tecnico, sia dalla società. Alla terza giornata arriva un possibile crash test, perché dall’altra parte c’è il Brescia di Roberto Baggio. Poteva essere, a dirla tutta, la Fiorentina di Roberto Baggio, ma Terim avrebbe posto il veto: «Non parliamo del passato, non so se avrei fatto comodo alla Fiorentina, adesso mi accontento di essere utile al Brescia». Finisce 1-1 ma a Firenze non si parla che di mercato perché, contro ogni logica, la chiusura della finestra trasferimenti è prevista alla fine di ottobre. Il tentativo di portare a Firenze Zamorano in prestito non riesce, così come quello di rimettere il viola addosso a Michele Serena, che avrebbe rappresentato una preziosa alternativa per Vanoli. Nulla di fatto, si chiude senza acquisti. Terim non può parlare per il silenzio stampa ma il suo messaggio, in qualche modo, viene comunque veicolato da amici: «Ora possiamo vincere o perdere ma, in questa seconda eventualità, non può più accusarmi. Chissà se tra un anno sarò ancora a Firenze, ci sono grandi possibilità che il mio futuro sia altrove», è il virgolettato che appare sui giornali dopo la chiusura del mercato. "Vittorio regalaci l’ultima ciliegina: vattene", scrivono i tifosi in occasione del terzo pari in quattro giornate, quello contro il Bari, mentre sugli spalti iniziano ad apparire anche striscioni firmati "Terim boys". In un mondo normale, con un presidente normale, il silenzio stampa finirebbe in maniera tradizionale, rimandando semplicemente i tesserati a parlare. Vittorio Cecchi Gori, invece, lo annuncia dalla Basilica di San Miniato, in occasione della messa in suffragio di papà Mario, parlando dal pulpito: «C’è qualcuno che cerca di turbare la famiglia di Firenze. Marione, se ho ragione dammi la forza per andare avanti, se ho torto fammelo capire. A chi semina zizzania auguro il perdono di Dio. Sapete quanto era disponibile mio padre, lui non avrebbe mai voluto un silenzio stampa e anch'io mi auguro di non dover ricorrere più a questo provvedimento. Nel nome di Mario oggi finisce il silenzio stampa». Nella Basilica c’è anche Terim e i due entrano insieme dopo essersi abbracciati. Cecchi Gori gli dice: «Lei è un uomo sensibile, mio padre era un uomo molto simile a lei». Sembra di essere piombati su un pianeta alieno. Ma subito dopo, contro il Perugia la Fiorentina naufraga in maniera clamorosa. È la partita che certifica l’exploit di Serse Cosmi, un collo che fatica a trovare spazio all’interno della camicia, già reduce dal successo sul Parma. All’intervallo, sul 2-2, Terim decide di sbilanciare i suoi con Chiesa al posto di Amoroso e Vryzas diventa il protagonista principale. Finisce 3-4, non basta la doppietta di Leandro perché il greco ne fa tre e nell’area del Perugia succede di tutto: traverse, occasioni sprecate, rigori chiesti e non concessi. Terim sale su un aereo e va a Istanbul, in quella che dai giornali è raccontata come la classica mossa di chi non sa più che fare e ha bisogno di rifugiarsi in un posto sicuro. E visto che il silenzio stampa è finito, parla in prima persona davanti alle telecamere di CnnTurk: «Dopo aver subito un gol ci si può anche chiudere in difesa con otto o dieci giocatori, ma io non credo in questo tipo di gioco. Al contrario, secondo me, i giocatori della Fiorentina si stanno adattando alla mia filosofia di gioco e lo dimostra il fatto che contro il Perugia potevamo anche vincere 5-4». Sono anche i giorni in cui l’inchiesta sul riciclaggio di denaro che riguarda il gruppo Cecchi Gori tocca la Fiorentina, e allora per il patron diventa più difficile alzare la voce, tanto più che tutti i senatori, da Rui Costa a Di Livio, stanno col turco. Terim prova ad aggiustare il tiro e si piega alla difesa a tre anche se solo temporaneamente. Sbanca Vicenza in una partita da batticuore, risolta da Lele Adani, quindi cade a Roma, colpita da un dardo scagliato dall’icona degli anni Novanta viola, Batistuta, che segna e nasconde le lacrime. La Fiorentina di Terim esplode in tutta la sua bellezza nella notte in cui ospita l’Inter di Tardelli, accolta dallo striscione "Moratti, completa la tua disfatta, comprati Vittorio": Sukur non vede palla, Chiesa toglie il tappo alla partita nella ripresa, Vieri entra dalla panchina e gli viene annullato un gol fantascientifico per un fuorigioco dubbio. La firma decisiva la mette Rui Costa, che con la Fiorentina in dieci prima prova invano a far segnare Nuno Gomes, quindi decide di fare tutto da solo e batte Frey, fin lì perfetto, con una rasoiata in diagonale. In campo le cose iniziano a funzionare ma Cecchi Gori ha sempre un asso nella manica. Mario Sconcerti si dimette dalla guida del Corriere dello Sport e firma un triennale come numero due del Gruppo Cecchi Gori: Luna presenta le dimissioni da amministratore delegato, Antognoni medita il da farsi. Chiesa fa doppietta al Verona, Cecchi Gori va in sala stampa a rivendicare la bontà della scelta di Terim. L’Imperatore per la prima volta apre all’idea di un possibile prolungamento del contratto annuale. Passa il Natale a Pisa, chiude l’anno andando a fare il turista a Milano. In casa della Juventus, primo match del 2001, la Fiorentina dà spettacolo e torna a casa con un punto, figlio del 3-3 finale. Il rinnovo non arriva mentre Cecchi Gori accusa il Milan, provando a rinfocolare un duello con Berlusconi che aveva segnato i suoi anni Novanta ma che ora sembra fiacco, stantio, fuori tempo massimo: da una parte c’è "il Cavaliere" forse all’apice del suo successo, impegnato in una campagna elettorale che si rivelerà trionfale, e dall’altra un Vittorio più appassito che mai, con il suo impero sull’orlo dell’autodistruzione. Lascia che sia Sconcerti a prendere la scena: «L’opzione di rinnovo sul contratto di Terim sarà esercitata, anche se potrà essere fatta valere solo in sede civile. Abbiamo deciso di intervenire visto che i dirigenti del Milan sostengono di poter arrivare con facilità al nostro allenatore: non è solo un errore, ma una grave scorrettezza». La partita contro il Milan che segue queste schermaglie è il punto più alto dell’epopea viola di Terim: la Fiorentina vince 4-0, i tifosi invocano la conferma del tecnico con cori che in campo vengono applauditi perfino da uno scatenato Chiesa, Cecchi Gori appare commosso negli spogliatoi e ai microfoni di Stream annuncia l’intenzione di prolungare il contratto del turco. Firenze, città che sa essere portatrice di un amore travolgente, è ormai interamente dalla parte di Terim, che con il suo fare incendiario ha portato tutti dalla sua parte fin dal primo momento. Un incontro di anime solo apparentemente indissolubile.

Rui Costa in una di quelle serate in cui faceva sembrare tutto facilissimo e meraviglioso.

Forte dei risultati e di una piazza ormai ai suoi piedi, Terim alza il volume della radio. L’incontro per il rinnovo è previsto per il 18 gennaio: «L’aspetto per l’ultima volta, poi basta. Non ho firmato con il Milan, non chiederò giocatori costosi. E l’opzione non è importante, l’importante è quello che ci diremo io e il presidente», afferma con un chiaro riferimento a Sconcerti. Mille tifosi si appostano sotto l’attico di Cecchi Gori, teatro dell’incontro. «Deciderò tra una settimana», dice il turco lasciando l’edificio dopo due ore di vertice. È un bluff, perché il giorno dopo indice una conferenza stampa: «Non ho dormito tutta la notte, ho già deciso. Non voglio giocare con i sentimenti della gente: lascerò la Fiorentina a fine stagione. La vita mi ha insegnato a non mentire, qui non posso guardare il futuro con fiducia. I tifosi non si preoccupino: finché resterò, cercherò di portare la Fiorentina sempre più in alto». La Fiorentina si dice pronta a portarlo in tribunale, Di Livio si espone pubblicamente: «Cercheremo di fargli cambiare idea». È l’inizio della fine. I viola non vincono più: pareggiano a Bergamo, prendono quattro gol dalla Lazio e perdono anche con Napoli e Parma, quindi due pareggi con Reggina e Brescia. In mezzo, l’ultimo sussulto: la qualificazione per la finale di Coppa Italia, infliggendo un’altra lezione al Milan. L’addio si consuma a fine febbraio, ufficialmente con le dimissioni di Terim, mentre in casa viola volano gli stracci.

Venti minuti di duello rusticano tra Sconcerti e Antognoni, con Sconcerti che arriva a urlare: «Io non sono per un mondo calmo, la gente non deve stare calma» mentre in sottofondo si sentono gli strali della moglie di Antognoni.

Milano, che fatica Dopo mesi di melina e smentite, alla fine anche Adriano Galliani deve ammettere che sì, Fatih Terim è il grande obiettivo per una panchina nel frattempo affidata ad interim a Cesare Maldini, visto l’esonero di Alberto Zaccheroni. Il giorno in cui il turco atterra a Milano per perfezionare i primi contatti alla luce del sole con la dirigenza rossonera è anche quello in cui Adriano Galliani si lascia andare a un paragone che si rivelerà tragico: «Javi Moreno mi ricorda un po’ Gerd Müller, un po’ Boninsegna». Berlusconi dà il suo benestare all’arrivo: Terim firma un biennale senza clausole, che Galliani definisce «un atto di piena fiducia nei confronti di un allenatore importantissimo: mi ricorda Capello, sa coniugare il bel gioco, caratteristica che appartiene al DNA della nostra società, e i risultati». Ma qual è il vero Terim? La sua Fiorentina ha recitato da protagonista per un mese abbondante, mettendo in mostra un calcio meraviglioso, ma prima e dopo ha fatto fatica. Il Milan, nel dubbio, decide di tenere anche Cesare Maldini con l’incarico ufficiale di responsabile degli osservatori: «Ma la società mi ha chiesto di stare vicino a Terim, di dargli una mano: quando avrà bisogno, sarò a disposizione». Galliani e Berlusconi fanno le cose in grande: i due fuochi d’artificio sono Pippo Inzaghi e Rui Costa, ma arrivano anche Laursen, Donati e Pirlo, Ümit Davala e Contra, oltre al già citato Javi Moreno. Piazza Duca d’Aosta, nel giorno dell’abbraccio alla squadra, è affollata da cinquemila anime. «Questa campagna acquisti mi ricorda quella del 1987, quando arrivarono Gullit e van Basten: provo le stesse emozioni», dice Galliani, forse il dirigente che, nella storia del calcio italiano, ha maggiormente incarnato i sentimenti di un tifoso, toccando temi che solitamente non appartengono a direttori sportivi e amministratori delegati. Su Terim, già da questo inizio di luna di miele, si agita però un avvoltoio pericoloso. Gliene viene chiesto conto anche nel giorno della presentazione: «Sa che Ancelotti è pronto ad approfittare dei suoi errori?». Provocatore e fiero come da tradizione, il turco non fa un plissé: «Nel calcio ci sta tutto, ma personalmente ho un vizio: sono sempre desiderato, difficilmente vengo cacciato. Tra due mesi, Braida e Galliani verranno da me con nuove proposte». Sono mesi in cui la figura di Galliani è più centrale che mai. Berlusconi nel maggio del 2001 ha vinto le elezioni battendo la proposta dell’Ulivo, presentatosi alle urne provando a cavalcare Francesco Rutelli, reduce da due mandati come sindaco di Roma e punteggiato in maniera sontuosa da Corrado Guzzanti durante le puntate de L’Ottavo Nano in un riuscitissimo morphing con Alberto Sordi («Berlusconi, so’ cinque anni che te portamo l’acqua co’ le ‘recchie, ma che ce voi pure la scorza de limone?»). Gli impegni istituzionali non impediscono comunque al premier-patron di incontrare, a inizio agosto, Terim, in un pranzo ufficiale ad Arcore. «L’obiettivo primario è offrire un buon gioco, le vittorie saranno una conseguenza», è la frase pronunciata da Berlusconi nell’aprire il colloquio, e viene difficile pensare che abbia detto effettivamente gioco e non giuoco. Dopo i contrasti con Zaccheroni, Berlusconi si sente vicino alle idee di Terim, pronto a sfruttare le due punte (Inzaghi e Shevchenko). Il Cavaliere non vede l’ora di rivedere in attività Fernando Redondo, arrivato nell’estate precedente senza però riuscire mai a mettere piede in campo a causa di un infortunio: non è ancora l’anno buono, perché l’argentino rimarrà di nuovo ai margini. Dal precampionato arrivano segnali contrastanti: preoccupa la sconfitta in Turchia con il Besiktas, Terim rasserena tutti mentre cerca di capire se ha più senso un centrocampo a rombo, con Rui Costa alle spalle di due punte, oppure una mediana a 4 in linea. Il Milan perde anche il trofeo Berlusconi sotto lo sguardo torvo del Cavaliere, ai rigori contro la Juventus, nella notte in cui “Zorro” Boban saluta il pubblico rossonero. Il debutto in campionato, a Brescia, parte con due schiaffi ricevuti da Igli Tare. Il Milan si riaggrappa alla partita con i gol di Brocchi e Shevchenko, mentre Rui Costa si fa male e rimarrà fuori un mese. Il terremoto che travolge Terim riguarda la scelta di lanciare l’argentino Chamot nel ruolo di terzino destro, senza averlo mai impiegato nel corso del precampionato: il Milan cambia marcia solo con l’ingresso di Contra, nella ripresa. Se il turco si fa forza guardando alla reazione, Galliani inizia a bacchettare: «Per quarantacinque minuti ho visto un brutto Milan, che ha giocato malissimo. Sapevamo che Contra era bravo, l’abbiamo comprato per quello». Il Diavolo travolge una Fiorentina in disarmo, sbanca Udine con i gol del duo Sheva-Inzaghi, quindi stende una Lazio appena affidata a Zaccheroni e capace di infilare quattro infortuni muscolari in un’ora di partita (Favalli, Nesta, Crespo e Dino Baggio). Terim si gode la vetta (condivisa con Juve e Inter) con la serenità di chi conosce alla perfezione la caducità del mondo del calcio. Puntuale, infatti, arriva la prima crepa, profonda. Tre sberle dal Perugia, quindi il pareggio interno contro il Venezia ultimo in classifica. «Ho sempre allenato squadre caratterizzate da aggressività e grinta: questa non lo è ancora», sentenzia Terim, all’inizio della settimana che porta al derby. Ancora una volta, come gli era capitato a Firenze, l’Imperatore infiamma tutti durante la sfida contro l’Inter, segnata dall’imprevisto passaggio alla difesa a tre. Per un tempo i nerazzurri giocano da padroni e vanno in vantaggio con Ventola, quindi Terim lascia negli spogliatoi un acciaccato Albertini e inserisce Contra, affidandosi a una mediana composta da Gattuso e Kaladze. In 180 secondi, Shevchenko e Contra ribaltano il derby e il Milan scappa via con le firme di Inzaghi e ancora di Sheva.

I 45 minuti da sogno di Cosmin Contra

Davanti ai giornalisti potrebbe presentarsi sprezzante e fiero, ma sa che l’aria che tira non è delle migliori e allora limita le sparate: «Certo che ci siamo parlati negli spogliatoi, mica ci danno quindici minuti per fumare una sigaretta. La nostra vita è così, specialmente con una grande squadra c’è un esame ogni settimana. Non so se sia la svolta per la stagione del Milan, so che avevo chiesto tempo ma qui il tempo non c’è mai», dichiara sapendo che il gol di Ventola aveva ufficialmente aperto la crisi e fatto immaginare il possibile esonero. E la fine arriva in fretta, dopo un pareggio interno con il Bologna e la caduta di Torino. L’addio si materializza con una velocità inusuale, generata dall’abboccamento tra Carlo Ancelotti e il Parma: Berlusconi dà il via libera e Galliani telefona proprio mentre Carletto sta per firmare con i ducali, costretti a ripiegare (tragicamente) su Passarella. «Carlo non poteva dirci di no, quando ci lasciò da giocatore gli strappai la promessa che, in caso di qualsiasi nostra chiamata, avrebbe dovuto rispondere presente. La decisione è mia, è maturata in una notte insonne ed è stata presa per il bene del Milan. I tifosi hanno visto come la squadra ha giocato fino a oggi…», dice Galliani, che si dichiara «più sereno» dopo aver esonerato Terim. È un esonero che rende triste Maurizio Crozza, obbligato ad archiviare l’imitazione-parodia del tecnico turco, e furioso l’Imperatore, che dice di essere stato liquidato con una telefonata: «Mi sentivo nel mirino da inizio campionato. Hanno deciso di cacciarmi mentre ero a Istanbul, senza nemmeno guardarmi in faccia, non è un comportamento da professionisti». Il quotidiano sportivo turco Fanatic barra lo stemma del Milan con una croce e spara il titolo “Ora hai 65 milioni di nemici”, ed è uno dei richiami più sobri, visto che c’è chi parla di Terim "pugnalato alla schiena" (Sabah) e di "un imperatore divorato dalla mafia" (Hurriyet). Superato il traguardo dei settant’anni, Fatih Terim è riapparso senza preavviso nei ritagli delle homepage sportive italiane. Dopo un ventennio trascorso tra Galatasaray e Nazionale turca, in un via-vai non privo di soddisfazioni, è appena diventato il nuovo allenatore del Panathinaikos. Una mossa che è stata letta non solo come tecnica, ma anche politica: dopo decenni di contrasti, i rapporti tra Grecia e Turchia sono in via di miglioramento, e l’Imperatore è il primo tecnico turco ad allenare un club ellenico. È la sua prima esperienza all’estero dopo quel rigore sbagliato da Inzaghi, si farà consigliare da Ergin Ataman, santone turco che da qualche mese allena il Pana nel basket. E poi farà di testa sua, perché non si diventa imperatori seguendo i consigli degli altri.

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