• Story of Speed
Fabrizio Gabrielli

Sette Ribery

I sette motivi che rendono Ribery un giocatore eccezionale.

Story of Speed è una rubrica realizzata in collaborazione con NIKE in cui celebriamo il diciottesimo anniversario di Mercurial, la scarpa che più di ogni altra ha innovato l’idea di design applicata al calcio, scarpa da sempre associata alla velocità. Per questo la rubrica è dedicata ad alcuni giocatori che hanno fatto della rapidità uno dei principali punti di forza.

 

 

La rapidità è la caratteristica principale in campo di Ribery, e il sostantivo che meglio spiega l’evoluzione della sua carriera. Non la velocità, nel senso fisico di rapporto tra spazio percorso e tempo necessario a percorrerlo, ma la rapidità, nel senso di capacità di reazione a uno stimolo che ti porta a compiere movimenti reattivi, per quanto non sempre seguendo una linea logica o razionale.

 

Ribéry è arrivato tardi: al termine della stagione 2003-2004, a 21 anni, era ancora a festeggiare con lo Stade Brestois una promozione in Ligue 2, la serie B francese. In quel preciso istante Cristiano Ronaldo, che ha due anni meno di lui, aveva già conquistato una Supercoppa portoghese e una Coppa d’Inghilterra con il Manchester United. Messi, che è di quattro anni più piccolo, alla sua stessa età avrebbe avuto in bacheca due Liga e una Champions League.

 

La sua prima stagione in Ligue 1, nel 2004, con il Metz.

 

L’eccezionalità è una malattia che, per essere diagnosticata, ha bisogno di un quadro clinico chiaro, una anamnesi completa.

 

Ho provato a mettere pausa nel film della carriera di Ribéry, un lungometraggio che è stato tutto girato a velocità doppia, per capire dov’è che non abbiamo capito, quando invece andava capito, quanto fosse eccezionale. In che misura, e su che livello.

 

Il primo livello di eccezionalità: riconoscere (e scendere a patti con) la propria non-eccezionalità

 

«Sarebbe stato difficile uscire da questo casino», dice Ribéry, riferendosi al posto in cui è cresciuto: Chemin Vert, uno dei quartieri più popolari della già iperproletaria cittadina operaio-marinara di Boulogne-sur-Mer. «Senza il calcio sarei finito in povertà, probabilmente disoccupato».

 

Ribéry non ha problemi ad accettare la non eccezionalità della sua eccezionalità. Sembra capire perfettamente la situazione in cui si trova, e quanto non sia dopotutto così speciale: «Vengo dal ghetto, vengo dal mezzo del nulla, ho visto di tutto». Come è già stato per molti altri, l’immersione in un contesto così sfavorito lo rende, per certi versi, vergine.

 

E il vergine, diceva Roland Barthes, è l’infinitamente possibile.

 

Ribéry vs Nantes, 2004, inarrestabilità su tela.

 

In un pezzo di Libération del 2006 venne definito l’Exception Française. Ci si riferiva al fatto che fosse esploso in patria, e per questo diverso dai pilastri della Nazionale del tempo, che invece si erano affermati al di fuori dell’Esagono. Non è una definizione lungimirante, perché neppure un anno dopo sceglierà di emigrare, ma al contempo finisce per essere azzeccata nella sua rotondità: ogni scelta di Ribéry, in termini di carriera, se non è eccezionale è almeno unconventional.

 

Il Galatasaray, dopo soli sei mesi in Ligue 1, per cercare di imprimere un’accelerazione alla sua carriera (significativamente in Turchia lo soprannomineranno Ferraribéry); poi l’OM, cioè la squadra in cui è forse più difficile guadagnare consensi in tutta la Francia. E, anche quando si è trattato di andare fuori dalla Francia, non ha scelto l’Inghilterra, ma la Germania.

 

In una serata-spettacolo che gli è stata tributata a Lille, prima di Euro ’12, hanno invitato come ospite Jean-Pierre Papin. Anche JPP ha avuto un’esperienza all’estero agli albori della sua carriera, in Belgio col Bruges, e poi ha scelto la Germania, e il Bayern, per la sua maturità. Quando JPP sottolinea quanto le loro carriere si somiglino, Ribéry fa una faccia assai eloquente di quanto non voglia sentirsi simile a nessuno.

 

“Comment?”

 

 

Il secondo livello di eccezionalità: sapersi smarcare dai metri di paragone sbagliati

 

Con il Metz gioca da e con il numero 10: è il propulsore di ogni manovra offensiva, e fa sembrare il calcio un gioco simile agli attacchi alle diligenze degli indiani.

 

A livello di capacità di mesmerizzazione, il primo paragone che Ribéry solleva tra i commentatori è quello con Zinédine Zidane. Un accostamento pericoloso per molti motivi, che vanno dal piano meramente tattico a quello di più ampio respiro della personalità.

 

La migliore risposta di Ribéry, tacita ma netta, è quella di affinare il proprio stile di gioco forgiando una personale «valigetta degli attrezzi» che sappia renderlo unico, inconfondibile, anche a costo di cristallizzarlo in uno stereotipo.

 

È così che nasce il Ribéry dribblatore seriale, instancabile pendolo che oscilla, che ipnotizza e aggira i difensori, che rallenta il gioco accarezzando la palla con la suola come il cobra spalanca il cappello prima di attaccare, di esplodere sulla distanza.

 

Ribéry a volte somiglia a un bravo mc quando incastra le rime sul beat, andando in overflow.

 

 

Il terzo livello di eccezionalità: saper salvaguardare una attitude spesso considerata fuori luogo, o negativa.

 

Parlando di Louis Van Gaal qualche tempo fa Luca Toni ha disegnato un’inquietante profilo del tecnico, e una teoria secondo la quale sembra che non amasse calciatori dalla mentalità latina come lui e Ribéry. Non trovo troppe somiglianze tra l’attitude di Toni, la sua sobrietà emiliana, e Franck, nordiste svezzato nella bouillabasse marsigliese, ma credo che la sfumatura caratteriale latineggiante del gioco del francese, quel qualcosa che potesse andare meno a genio al tecnico olandese, fosse la sua predisposizione a onorare la tradizione del calcio di strada.

 

Sullo stesso tema si è espresso anche Jupp Heynckes: «Il punto di partenza è informarsi sull’infanzia del giocatore». Un approccio quasi psicanalitico. «In che ambiente si è formato? Io lo so da dove viene Franck, tutto quello che ha dovuto sopportare. È un giocatore che viene dalla strada. Ha bisogno di sentirsi protetto, che ci si occupi di lui. Ma ha anche bisogno di essere inquadrato».

 

Franck Ribéry ribalterà ogni convinzione su di lui, e se necessario anche chi se l’è costruita in testa.

 

A quanto pare leggendo Herr Pep anche Guardiola, al suo arrivo, si era formato un’idea del genere, e cioè che il talento di Ribéry fosse sì indiscutibile, ma anche che fosse difficile imbrigliarlo tatticamente. Non voglio arrivare a dire che Pep trovasse complicato spiegarglielo, ma inserirlo in un tipo di gioco, di modulo, che magari aveva in mente di esportare da Barcellona, quello sì. Rientra in questo fallimento a priori l’idea, per esempio, di farlo giocare falso nueve.

 

Per Ribéry lo scontro con l’avversario o è inteso come sfida, provocazione, puro boasting, o non lo è. Spesso la strada e il calcio, quando sono in combine, vengono associate a concetti pedagogicamente negativi. Ribéry ne ha saputo assorbire, invece, solo gli aspetti positivi: la lealtà, la determinazione e per certi versi anche la spensierata leggerezza.

 

Zidane nel 2006 disse: «Franck si vede che respira la joie de vivre. Non fa calcoli, nelle sue relazioni».

 

Il quarto livello di eccezionalità: riuscire a presentarsi come un soffio d’aria fresca per diventare lo chouchou (il cocco) di Francia. Il tutto nel giro di tre mesi.

 

In un servizio sul giovane Franck appena convocato con le Espoirs, l’U21 francese, per un match contro Cipro, viene definito «un soffio d’aria fresca».

 

Lo stesso tema della freschezza, fisica e psicologica, ritorna nelle parole di Jean Fernandez, suo allenatore a Metz e Marsiglia, in un documentario girato da L’Èquipe che si intitola «Ribéry à l’origine».

 

La stagione 2005-2006 a Marsiglia è di un nitore unico e lo porta in ballottaggio per un posto al mondiale. Domenech lo preferisce a Ludovic Giuly, Johan Micoud e Robert Pires. Un soffio d’aria fresca, appunto.

 

Nel docufilm compaiono un po’ tutti i topoi della «favola felice»: la notizia della convocazione appresa in tv, l’abbraccio con il padre sul divano di casa sua, «è il più bel giorno della mia vita». L’intervista successiva in cui, non si capisce se per rispetto o una caricatura del rispetto che la fa somigliare alla derisione chiama l’allenatore Monsieur Domenech.

 

«Credo che molta gente mi volesse al Mondiale perché sono il tipo di ragazzo che non molla mai; quello che mi è successo dimostra che anche se hai molti scalini davanti puoi farcela ad arrivare in cima», dice.

 

Alla fine, quando viene catapultato sul proscenio più importante, Ribéry ha già 23 anni: tanti, per affermarsi come crack. Segnerà la sua prima rete in Nazionale contro la Spagna, nella gara degli ottavi.

 

 

Non è troppo difficile capire perché Thierry Henry abbia detto «in Franck mi ci ritrovo molto: anche lui è un detonatore».

 

 

Il quinto livello di eccezionalità: si può essere simpatici senza essere buffoni

 

Ai tempi della loro coabitazione in casa Bleus girava una voce secondo la quale Ribéry bullizzasse Yohann Gourcouff, che quando si incrociavano Yohann ne evitasse lo sguardo, e si facesse un pezzettino indietro per lasciarlo passare. Come fa il nerd primo della classe quando per il corridoio passa il capetto della scuola.

 

Mi sembra un’immagine un po’ pregiudiziosa, che cozza con la semplicità e l’ingenuità quasi contadina, in fondo con la bonarietà, che abbiamo imparato a riconoscere in Ribéry in certi momenti fuori dal campo. Mi viene quasi da pensare che fosse una grossa, grassa supercazzola inventata per divertirsi alle spalle di Gourcouff, poveretto.

 

Ribéry si mette in vetrina fingendosi un manichino e spaventa i passanti; Ribéry saluta i tifosi dell’OM passeggiando allegramente per il Vélodrome su un trattorino. Ribéry tira una secchiata d’acqua in testa a Oliver Kahn e si trascina a cavalluccio un terzino qatariota per metà della fascia, così, per fargli capire cosa significa andare alla velocità di Franck Ribéry. Ribéry scambia con Thomas Müller il bimbo da tenere per mano all’ingresso in campo perché quello che gli hanno abbinato lo fa sembrare troppo basso.

 

Franck è simpatico, ma senza per forza apparire un saltimbanco: non così scontato né semplice, nel calcio. In fondo forse è pure troppo buono, come dimostra il bromance con Alaba, tutto sbilanciato dalla parte dell’austriaco, troppo consenziente, troppo fammi tutto quello che ti pare.

 

Anche nel video del cazzeggio con Toni, se ci riflettiamo per bene, se davvero fosse stato un bad boy a un certo punto avrebbe fatto spegnere le telecamere e due pugni a Luca, dopo quante gliene ha detto, glieli avrebbe dati.

 

Tra l’altro mi pare fuor di discussione che quel che dice Toni a 1’44’’, “‘TACCI TUA”, sia esattamente quello che pensano tutti i difensori del mondo quando di Ribéry non riescono a vedere che la schiena, e il numero 7 che la decora, allontanarsi. ‘tacci tua.

 

 

Il sesto livello di eccezionalità: saper indossare la corona senza che ti scivoli di lato

Franck è arrivato a Monaco investito di grandi responsabilità ma non sembra averne mai accusato troppo il peso, principalmente perché ad accoglierlo ha trovato una tavola rotonda, un luogo in cui la gerarchizzazione rigida lascia il posto alla dinamica godereccia della morra cinese.

 

 

Il primo gesto che ha compiuto è stato un parricidio: nel giro di due lustri è diventato forse uno dei più importanti giocatori mai passati per le fila bavaresi, mentre di pari passo, in Francia, crollava la sua reputazione e non si era convinti neppure che fosse il miglior calciatore transalpino.

 

Beckenbauer, ripensando al suo acquisto, ha riflettuto «è stato come se avessimo vinto al Lotto».

 

Una delle sue primissime partite con il Bayern: come si fa a non innamorarsi di uno che fa una roba del genere?

 

Nel Bayern di Heynckes (e successivamente quello di Pep) le individualità ne escono con un’aura aumentata dal collettivo, e deve essere essenzialmente per questo che nella short list per il Pallone d’Oro 2013 c’erano altri 4 giocatori del Bayern, oltre a Franck, candidato alla vittoria finale con CR e Messi.

 

Se Ribéry si fosse trovato inserito in un contesto meno performativo, se non fosse stato circondato da così tanti giocatori decisivi, probabilmente la sua stella sarebbe finita per affievolirsi, fino a risultare tanto brillante quanto inconcludente: una supernova anziché uno dei cardini di una costellazione.

 

Affiancato da campioni capaci di svolgere il loro ruolo a un livello difficile da eguagliare in Europa, invece, Ribéry ha potuto dedicarsi alla coltivazione del suo personalissimo orto di abilità: e ogni anno ha saputo portare alla fiera della contea frutti sempre più geneticamente perfetti, lucidi, succosi.

 

Una maturazione e uno sviluppo che si ritrovano anche nella nuova Mercurial: il modello “What the Mercurial” racchiude e racconta tutti i suoi diciotto anni di storia. La scarpa ha infatti lo stesso design composto da inserti delle 18 colorazioni del passato, mentre la soletta interna mostra gli elementi iconici delle Mercurial.

 

Il numero dei tiri per match, dei dribbling per partita, dei passaggi chiave si sono arrampicati  fino a raggiungere lo zenith nel 2013/14, prima che gli infortuni prendessero a minarne un po’ la presenza in campo e di conseguenza l’incidenza: ha cambiato prospettiva, rivalutato il suo approccio verso la finalizzazione sempre sacrificata sull’altare dell’assist. Si è fatto sempre più consapevole dei suoi limiti, spingendosi verso l’ottimizzazione dei suoi talenti.

 

 

Il settimo livello di eccezionalità: sapersi rimettere sempre in discussione (oppure: del sapersi rialzare)

 

«Questo infortunio mi innervosisce, è una catastrofe. Ho tutto quello che si può desiderare, ma non mi sento un uomo libero. Penso sempre solo al mio piede. Vorrei correre e non posso farlo», ha detto dopo una delle ultime parentesi di lontananza dai campi, per l’ennesimo infortunio (ha dovuto anche rinunciare a giocare i Mondiali di Brasile, per un acciacco fisico).

 

A 33 anni compiuti dovremmo cominciare ad abituarci all’idea, lui per primo, dell’inevitabile calo fisico. Eppure Ribéry, anche in questo, si dimostra eccezionale per come prende le retoriche della resurrezione e dell’immortalità per piegarle al suo volere, ne arriccia le estremità, le infiocchetta e ne fa una sciarpa da indossare per ricordarti che anche prima della finale di Champions contro il Borussia Dortmund era dato per declinante, ed invece ha ricoperto un ruolo di primissimo piano in entrambe le reti.

 

 

Ma anche per chiederti: «Chi è che è stato fuori quasi sei mesi quest’anno, hein?», prima di mostrati il gol contro l’Eintracht, così totalmente non ribéryano da spingerti a credere che risorse nascoste, magari, ne ha ancora qualcuna.

 

Contro l’Atlético Madrid, nella semifinale di Champions di martedì scorso, Guardiola lo ha tenuto in campo per tutti e novanta i minuti: quando ha dovuto fare un cambio ha tolto Douglas Costa, non lui.

 

La metà delle volte più una che ha ingaggiato un duello in dribbling l’ha avuta vinta, ed ha affondato con tale pericolosità che è stato come se non se ne fosse mai andato, da quella fascia.

 

È parso così in forma che potrebbe quasi pensare a un clamoroso ritorno coi Bleus, per provare a vincere l’Europeo che la Francia giocherà in casa.

 

«Prima di pensare a un eventuale ritorno vorrei fare una chiacchierata con Didier Deschamps, ma soli e a patto che anche lui lo voglia, per vedere se è fattibile».

 

Nel 2006, a sorpresa, sul suo blog Zizou annunciò un clamoroso ritorno in Nazionale. Aveva detto adieu alla maglia Bleu due anni prima, tornava per provare a vincere un Mondiale. Allo stesso modo Thuram aveva fatto un’inversione di tendenza dimostrando che nessun saluto finale, dopotutto, è per sempre.

 

Se anche Ribéry tornasse in maglie bleu sarebbe l’ennesima riprova della sua eccezionalità. Con la speranza, magari, stavolta, di invalidare anche la regola.

 

 

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Fabrizio Gabrielli scrive e traduce dei libri. Ha tradotto Lugones e collaborato con i blog di Finzioni, Edizioni Sur e Fútbologia occupandosi di Sudamerica, calcio e letteratura, anche in combine. Il suo ultimo libro si intitola "Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no" (Piano B, 2012). È vice-direttore de l'Ultimo Uomo.