• Calcio
Daniele V. Morrone

Saúl Ñíguez, figlio del cholismo

Il centrocampista dell'Atlético Madrid è vicino al picco della sua carriera e forse ancora non…

«Seguendo il consiglio di mio padre, che mi ha sempre detto che se potevo resistere in campo dovevo farlo anche a costo di finire per essere portato via con la barella, ho provato a resistere il più possibile. È stato complicato perché ho avuto le convulsioni e sono finito a vomitare sette volte prima di arrivare negli spogliatoi. Quando mi hanno messo sul lettino tremavo e non riuscivano né a muovermi né a farmi un’iniezione. Non sentivo più le braccia e le gambe. La cosa peggiore è stato vedere mio padre preoccupato perché tremavo».

 

Il modo di giocare ruvido e senza compromessi di Saúl Ñíguez, unito alla sua capacità di segnare gol pesanti, l’hanno reso uno dei giocatori più riconoscibili dell’Atlético di Madrid, una squadra di cui rispecchia pienamente i tratti identitari. Questo stesso stile, l’abitudine a non togliere mai la gamba, lo ha anche portato al contrasto con Kyriakos Papadopoulos, proprio nel suo debutto in Champions League contro il Bayer Leverkusen, che ha rischiato di chiudere la sua carriera. Saúl è uscito da quel contrasto con un rene che il presidente dell’Atlético ha definito «distrutto».

 

Saúl ricorda di aver rassicurato il padre dopo l’incidente: «Sono un toro, posso farcela». Poi, pur di continuare a giocare a calcio, senza quindi il fastidio del catetere con cui è stato costretto a convivere – e allenarsi – per qualche settimana, chiede al dottore di asportargli il rene: «Ne ho un altro».

 

Sono passati quattro anni da quel momento e il catetere è ormai un brutto ricordo (alla fine non è stato necessario togliergli il rene per farlo tornare al 100%) ma rappresenta per Saúl una tappa fondamentale nella costruzione della sua narrazione personale, che si poggia su due colonne portanti: la famiglia e la dedizione alla causa dell’Atlético. Per dire, si parla quasi solo di questo nella sua parte nel documentario di Amazon sulla Liga chiamato Six Dreams. Solo se stuzzicato oltre allora si apre anche a parlare della sua visione del calcio, che sorprendentemente non è dogmatica quanto possa sembrare per un calciatore imbevuto di cholismo.

 

Buon sangue eccetera eccetera

Con il padre ex calciatore di buon livello e i due fratelli maggiori a loro volta calciatori professionisti, Saúl Ñíguez fa parte di una delle famiglie di calciatori di maggior successo. Ha iniziato a giocare da subito per la squadra della sua città, quando il padre, che ne aveva fatto parte, si era ritirato da pochi anni.

 

Saúl è nato e cresciuto a Elche, una città di antichissime origini che da secoli si batte con Alicante per essere il secondo centro della regione di Valencia – e conosciuta per avere il palmeto più esteso d’Europa, una piantagione patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Saúl è ancora estremamente legato a Elche, è abbonato allo stadio come tutta la sua famiglia, pur non potendo vedere quasi mai le partite della sua squadra.

 

Persino i tatuaggi di Saúl parlano della sua famiglia e del rapporto con la sua città: «Ho tatuata la Dama de Elche (la statua di epoca iberica altro simbolo cittadino, nda), le palme, la chiesa del mio quartiere, le zampe del mio cane, la data del mio debutto e quella della prima volta che ho portato la fascia da capitano dell’Atlético». Con l’abbonamento dell’Elche in mano. Sull’avambraccio destro ha tatuato entrambi gli stemmi delle sue squadre.

 

 

Quando Saúl doveva ancora muovere i primi passi nel calcio professionistico si diceva che quello forte di famiglia fosse il fratello Aarón, di cinque anni più grande. Aarón fu preso giovanissimo dal Valencia e ha giocato in tutte le selezioni giovanili della nazionale spagnola, ma non ha sfondato e ha finito per fare solo un’onesta carriera in Segunda.

 

Per Saúl, il fratello è stato ostacolato dagli infortuni, o forse dalla sua “testa”: «Era una mega stella, ogni volta che saliva di categoria in nazionale era tra i migliori. Gli è successo come a tanti altri giocatori: un infortunio grave gli ha cambiato la vita, e la testa. È in quei momenti che bisogna essere più forti».

 

I due, insieme al terzo fratello, Jony – il più grande che tuttora gioca nell’Elche – sono soliti fare una gara a chi segna più gol durante la stagione: il vincente riceve un trofeo con uno scarpino d’oro e il perdente un mattone dipinto d’oro. Hanno scritto anche un record, visto che nel dicembre 2016 per la prima volta nella storia del calcio spagnolo tutti e tre sono andati a segno la stessa giornata.

 

 

In una famiglia così unita, con esperienza nel mondo del calcio, proprio quanto accaduto ad Aarón ha aiutato probabilmente Saúl a sapere bene come muovere i suoi passi. Il percorso di Saúl è infatti iniziato mentre il fratello “forte” scalava le giovanili del Valencia e lui, comunque considerato promettente, fu convinto a trasferirsi a Madrid per entrare nelle giovanili del Real.

 

Per Saúl, però, le giovanili del Madrid non hanno rappresentato una scalata continua verso il successo come lo erano state quelle del Valencia per il fratello maggiore: lui non è né il più talentuoso del gruppo, né ha un carattere dominante; viene da una città periferica e diventa quindi la vittima preferita di un bullismo che sembra preso da un film sulle scuole medie americane.

 

Parla poco di quel periodo, in una vecchia intervista per El País risponde brevemente: «Mi rubavano gli scarpini, le cose da mangiare. Una volta gli allenatori mi hanno messo in punizione escludendomi dagli allenamenti per due settimane perché gli avevano passato una lettera di lamentele dicendo che fosse scritta da me».

 

Vista l’età, probabilmente la lettera era stata fabbricata da qualche genitore preoccupato che il figlio non avesse lo spazio necessario, fatto sta che per Saúl l’ambiente era talmente tossico che decise di andarsene senza neanche sapere dove continuare a giocare.

 

Al Real Madrid, in compenso, aveva incontrato l’allenatore che lo porterà poi all’Atlético, Pepe Fernández, all’epoca appunto allenatore delle giovanili del Real. Dopo essere passato all’Atlético è lui che chiama Saúl e lo convince a seguirlo, dicendogli che lì sarà diverso, che potrà concentrarsi solo nel giocare a pallone. E nell’Atlético effettivamente cambia tutto: Saúl si trova nel suo habitat ideale, ancora oggi gli luccicano gli occhi quando parla della squadra che nel frattempo è diventata sua: «Per me l’Atlético non è solo un simbolo, un emblema. Sono dei valori, una maniera di vivere la vita: umiltà, lavoro, sacrificio, unione, spirito di squadra».

 

Saúl è una benedizione per l’Atlético Madrid. Come il suo compagno di centrocampo, Koke, cresce in un periodo storico in cui la squadra sta cercando un’identità all’opposto di quella del Real Madrid delle stelle di Florentino Pérez. Il passaggio nella seconda squadra dell’Atlético è quasi una formalità, perché la dirigenza biancorossa aspetta solo di potergli trovare posto in prestito in una squadra della Liga. Il livello di Saúl è infatti troppo grande per essere testato nelle divisioni inferiori.

 

Così lo descrive il suo allenatore ai tempi della seconda squadra, Alfredo Santaleana, intervistato da So Foot: «Si distingueva in tutto: tecnica di base, capacità di calciare con entrambi i piedi, gioco aereo, fisicità, mentalità, e all’epoca era tremendamente ambizioso, voleva vincere sempre».

 

La ricerca del Messia adatto ai valori dell’Atletico ha portato all’arrivo di Simeone, di cui Saúl sembra quasi un figlio allontanato alla nascita. Quando parla Saúl sembra di sentir parlare Simeone, è figlio della filosofia cholista, imbevuto di quella retorica positiva sull’importanza del gruppo e del sacrificio. È lo stesso Simeone che evidentemente da subito riconosce in Saúl quel tipo di talento che lui vorrebbe sfruttare nel suo Atlético, curandone quindi la salita in prima squadra a tappe, facendolo anche esordire a 17 anni negli ottavi dell’Europa League edizione 2011/12, poi vinta proprio dall’Atlético.

 

 

Per favorire la sua crescita, diventato maggiorenne viene mandato per una stagione in prestito al Rayo Vallecano per giocare titolare in Liga. Questo è un altro passo fondamentale per la sua carriera, visto che la stagione al Rayo la passa agli ordini di un allenatore agli antipodi rispetto a Simeone, Paco Jémez, che in piena epoca di dominio del Barça di Guardiola ne prova a mimare i princìpi su piccolissima scala.

 

Educazione guardiolista

Saúl arriva come centrocampista centrale tuttofare e Jémez vede nella protezione del pallone e nell’utilizzo del fisico di Saúl gli ingredienti giusti per poter essere un giocatore in grado di resistere alla pressione, fondamentale per una squadra che vuole iniziare a giocare sempre palla a terra dalla difesa, invitando il pressing avversario.

 

Saúl arriva al Rayo con una determinazione tale da far nascere l’aneddoto che meglio ne spiega il carattere: nel precampionato con il Rayo correva con talmente tanta veemenza in allenamento che un veterano gli si avvicinò un giorno per suggerirgli di non ammazzarsi, che in serata avrebbero dovuto fare un’amichevole. Saúl rispose che se non gli piaceva correre non c’era problema, in partita poi sarebbe bastato dargli la palla che ci avrebbe pensato lui per tutti.

 

Arrivato come tuttocampista – dopo essere già stato arretrato nelle giovanili, dove aveva iniziato come attaccante – viene schierato da Jémez come centrocampista davanti alla difesa, imparando le regole del gioco di posizione, e gioca anche una dozzine di partite come difensore centrale con compiti di impostazione. Il passo indietro di una quindicina di metri compiuto al Rayo stuzzica Simeone, che non si lascia scappare l’occasione, una volta che Saúl è tornato all’Atlético, di sfruttare ogni sfumatura del suo gioco.

 

Certo, la stagione in prestito, la 2013/14 ha fatto perdere a Saúl la vittoria della Liga, ma già a 20 anni entra nelle rotazioni dei titolari, e grazie alla sua duttilità è in grado di giocare ovunque nel sistema del “Cholo”. Il momento che meglio di qualsiasi altro rappresenta la sua importanza precoce nel sistema di Simeone arriva nel derby di Madrid giocato il 7 febbraio 2015, una vittoria per 4-0 contro la squadra di Ancelotti, in cui Saúl segna un gol in rovesciata.

 

 

Cholismo e tempismo

La rovesciata contro il Real Madrid è la prima dimostrazione di una delle qualità più peculiari di Saúl, quella di segnare gol importanti, che lo rende quasi un talismano del cholismo. Lui stesso dice che non fa molti gol, ma quando li fa pesano e forse per questo ha l’abitudine di tenersi la maglia delle partite in cui segna.

 

A proposito di maglie, per sua stessa ammissione il suo idolo è sempre stato Steven Gerrard, di cui conserva appunto gelosamente la maglia. Come l’ex capitano del Liverpool c’è qualcosa che lega Saúl e la voglia di trascinare la propria squadra con opere tangibili come i contrasti, le cavalcate palla al piede o i gol.

 

Quando la squadra è poco aggressiva con la palla, capita di vedere Saúl forzare il tiro da fuori area, con un sinistro secco, di collo pieno, mai troppo angolato verso la porta: è un colpo a salve utile anche per svegliare i compagni, o forse per far vedere agli avversari che la sua squadra non è mai veramente innocua. Oltretutto, la tecnica di calcio di Saúl raramente porta il portiere alla parata facile, e in questo ricorda in effetti Gerrard.

 

 

Saúl è un giocatore che sente di poter arrivare alla conclusione in area di rigore da qualsiasi punto di partenza, grazie a quella che lui chiama «ansia di avanzare». Il desiderio bruciante, cioè, che lo porta a cercare sempre lo spazio da poter percorrere per arrivare a far male ai rivali; e la sensazione interiore che in un modo o nell’altro quello spazio riuscirà sempre a trovarlo.

 

Il meglio lo dà quando può muoversi tra le linee, lì le sue caratteristiche fisiche, tecniche e mentali, lo rendono indifendibile. Saúl può segnare praticamente in ogni modo e ha una forza fisica che lo fa sembrare di un materiale diverso rispetto agli altri giocatori. Per lui è normale andare a un contrasto duro e uscirne come se niente fosse, mentre i suoi avversari restano a terra. Quando gli chiedono perché secondo lui segna con tanta facilità, risponde che è una questione di tempistica nell’arrivare in area: «Devi avere timing, non puoi stare fermo in area, ci devi arrivare. Se stai fermo alla fine ti marcano, soprattutto arrivando da dietro. Per questo quando giocavo da attaccante era più difficile segnare. Quando stai davanti i difensori ti prendono le misure, sanno dove marcarti».

 

Quando parla di calcio, Saúl è quasi ossessionato dal rapporto con il tempo, parla di tempismo anche per descrivere la sua capacità di segnare in diversi modi: «Alla fine tutto si basa sul tempismo, nell’arrivare nel punto giusto al momento giusto. Né prima, né dopo. Se hai il timing hai tutto. Ad esempio nel colpo di testa: c’è chi salta molto alto ma la palla non la prende. Io segno parecchi gol di testa e non sono tra quelli che saltano di più o che sono più alti».

 

 

A 24 anni Saúl sta entrando nel picco di una carriera che è già indirizzata da tempo verso l’élite, senza mai sacrificare la fedeltà al gruppo per il suo sviluppo personale. Nel corso degli anni Simeone ha scelto per lui diverse posizioni in campo, senza specializzarlo in un ruolo specifico ma chiedendogli compiti diversi a seconda della posizione, assecondandone la poliedricità e chiedendogli uno sforzo aggiuntivo rispetto agli altri.

 

Ad esempio è capitato in questa stagione anche di vederlo schierato terzino sinistro a causa di un’emergenza di infortuni, ma da centrocampista centrale è dove ha giocato la maggioranza delle partite nella scorsa stagione (34 su 56) e la stragrande maggioranza in questa Liga, anche se è il ruolo in cui può muoversi meno istintivamente e in cui alcune sue caratteristiche brillano meno.

 

Quest’anno, quando ha trovato posto al centro, vicino a Rodri, un centrocampista molto simile nel gioco a Busquets, che assorbe molte delle funzioni di facilitatore della manovra, si sono notate le difficoltà di Saúl nel gestire compiti da regista classico nella distribuzione. Come se giocasse con il freno a mano tirato per far correre gli altri invece di correre lui palla al piede.

 

Per sua stessa ammissione il ruolo di regista come lo si intende nella Liga necessita di un lavoro cerebrale che non è nelle sue corde: «Devi decidere in un millesimo di secondo. Magari vedi la possibilità di fare una verticalizzazione taglia-linee e a seconda del risultato, e della stanchezza dei compagni, devi decidere se farlo o meno. E mentre stai pensando magari questa possibilità sparisce e devi cercare altre linee di passaggio».

 

Simeone vuole sfruttare il suo talento a seconda della strategia e dei giocatori a disposizione: con l’esplosione di Griezmann come giocatore totale nella trequarti, che per questo gli va lasciata libera, e con il ritorno di Diego Costa che si muove per dare profondità, la strategia stessa dell’Atlético è virata verso un baricentro più alto e uno sfruttamento maggiore di esterni tecnici come Koke, Lemar o Correa, che amano ricevere sui piedi e farlo con compagni vicini a cui associarsi poi; in questo sistema a Saúl è richiesto di fare da tuttocampista nella fascia centrale del campo.

 

Minuto 97 della Supercoppa Europea contro il Real Madrid, Saúl è lontano dal pallone ma legge che il compagno sta andando in pressione. Ci mette una frazione di secondo a capire che nel caso di recupero deve trovarsi in area e quindi scatta nonostante la fatica. Quando l’Atlético recupera palla lui è pronto per essere servito e segnare il gol del 3-2.

 

Dove deve giocare?

In altri contesti, come ad esempio in Champions League, Simeone ha preferito utilizzarlo nel ruolo di esterno, bloccando il centro con due centrocampisti più statici come Rodri e Thomas, lasciandolo libero di muoversi. Da esterno Saúl parte dalla linea laterale per entrare nei mezzi spazi e far valere il suo gioco dove gli avversari sono più vulnerabili.

 

Quello che fa la differenza nel suo modo di condurre la palla non è tanto la velocità dello scatto ma l’unione di un fisico fatto di titanio e la sensibilità nella parte esterna e interna del piede. Il modo in cui piega la caviglia al contatto con la palla, e poi con il tocco successivo di interno cambia direzione un attimo prima dell’intervento, unito alla capacità di spostare di forza l’avversario per farsi strada. Per questo Saúl gioca meglio tra le linee. Partendo in conduzione da dietro, costretto a muoversi su una linea maggiormente verticale, gli riesce più difficile essere altrettanto devastante.

 

Quando parte come esterno è spesso difficile da contenere. Ha movimenti e letture con il pallone diverse rispetto a un esterno classico, non cerca il fondo per il cross e al tempo stesso riceve molto in alto palloni che è in grado di controllare e proteggere, comportandosi quasi da torre, il che mette in crisi l’avversario diretto, che deve comportarsi più da centrale difensivo che da terzino, nell’uso del corpo e nella ricerca dell’anticipo. Il suo talento nel gioco aereo viene utilizzato in modo simile a quello pensato da Allegri fino alla scorsa stagione con l’allargamento di Mandzukic sulla fascia: una risorsa su cui puntare i rilanci della difesa o i cambi di gioco, sapendo che la palla o viene controllata direttamente da lui o potrà comunque indirizzare la seconda palla e far partire l’azione offensiva da zone avanzate.

 

Inoltre, Saúl è perfetto per essere utilizzato nelle ondate di pressing alto che durante le partite Simeone è solito preparare: delle trappole per recuperare palla alta in determinati momenti della partita, che necessitano di esterni dal fisico prorompente.

 

Proprio l’assenza di Thomas a centrocampo, nel ritorno degli ottavi di Champions League con la Juventus, ha mostrato tutti i limiti di Saúl centrocampista centrale: costretto a giocare passaggi per assestare il possesso invece di poter sfruttare il suo potenziale tra le linee, è rimasto anche bloccato nella pressione alta perché si trovava in una posizione del campo dove è necessario contenere.

 

Luis Enrique nella Spagna sembra aver trovato invece un modo per sfruttare il talento di Saúl nella sua interezza, come mezzala libera di sganciarsi (in un 4-3-3 dove altri si occupano di costruire). Un ruolo che Saúl stesso considera il suo, ma che nell’Atlético non riesce ad avere quasi mai, se non in frangenti ristretti di partita.

 

Ne ha parlato anche in passato con El País: «Se mi chiedono dove sono più comodo è a centrocampo, libero di avanzare. Però posso giocare anche mediano, sulla fascia e anche terzino. Non mi lamento e gioco dove mi dice il “Cholo”, però a dire la verità mi piacerebbe avere continuità in una posizione per poter così rendere al massimo».

 

Saúl è attento alle sue radici, determinato a dare tutto per la maglia che indossa, capace di segnare gol importanti. Sembra rappresentare il prototipo perfetto per i tifosi dell’Atlético: un giocatore che vive sempre al limite tra l’istinto personale e la ragione del gruppo, che per sua stessa ammissione vuole limitarsi per il bene comune. «Devi sempre pensare di più quando sei in una squadra, anche se il tuo corpo sente che puoi avanzare o che puoi andare a rubare un pallone sulla fascia o fare un uno contro uno».

 

Consapevole che il senso di riconoscenza verso la filosofia di Simeone e l’Atlético ha basi solide, per la realizzazione personale di Saúl sarebbe comunque meglio se il “Cholo” riuscisse a sfruttare tutte le sue qualità: «Quando hai la buona abitudine di fare gol e aiutare difensivamente la squadra ti senti molto completo. Quando sai fare solo una cosa, alla fine sei nella terra di nessuno».

 

L’idea di calciatore “totale”, cui sembra rimandare Saúl, è affascinante ma contraria al sistema di Simeone, che da sempre mira sulla specializzazione dei propri giocatori, e che da Saúl prende di volta in volta quello che gli serve. È un paradosso figlio in parte delle molteplici qualità di Saúl, della sua capacità di essere tutto quello di cui si ha bisogno. E nel momento più importante della carriera, quello in cui deve fare il passo decisivo per entrare nel proprio picco tecnico e mentale, Saúl sembra aver scelto il bene del gruppo, prima del suo personale.

 

Questa versione dell’Atlético di Madrid è comunque la migliore della sua storia recente, una versione che vuole essere il culmine del ciclo di Simeone, ma che dopo la vittoria in Supercoppa Europea la scorsa estate è già fuori dalle coppe e con solo il miraggio della vittoria del campionato come obiettivo stagionale da poter raggiungere (secondo, a 8 punti dal Barça, seppur con lo scontro diretto il prossimo sabato).

 

Si parla di grandi cambiamenti la prossima estate e Saúl sembra uno di quei giocatori in grado di poter alzare ulteriormente il proprio livello, se messo nella giuste condizioni tattiche e motivazionali. La sensazione è che, sia che resti con Simeone sia che si muova, potremo vedere ancora di più del suo talento, con la speranza – magari un po’ egoistica da parte di chi scrive – che non sacrifichi troppo il proprio bene in nome del bene comune.

 

Tags :

Daniele V. Morrone, nato a Roma nel 1987. Laureando in economia, amante del "calcio di posizione" di Cruijff e Guardiola, segue con attenzione l'evoluzione del calcio asiatico.