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Alfredo Giacobbe
Umiltà europea
17 Sep 2015
17 Sep 2015
La Roma ha imparato dai propri errori e ha affrontato il Barcellona impostando una gara di puro sacrificio, impreziosita da un gol di un altro pianeta.
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Alfredo Giacobbe
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«Il vero avversario è il giocatore stesso. C'è sempre e solo l'io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall'altro lato della rete: lui non è il nemico; è più il partner nella danza. Lui è il pretesto o l'occasione per incontrare l'io. E tu sei la sua occasione». David Foster Wallace intendeva il tennis come uno strumento attraverso il quale aumentare la conoscenza di sé: quando competi per superare i tuoi limiti, l’esecuzione deve superare l’immaginazione per migliorarsi, per poter vincere.

 

In questo senso: alla Roma serviva il Barcellona, serviva la prima della classe per creare l’occasione giusta per scoprire la propria misura. E va detto subito che l'ultimo Barcellona ha saputo reinventarsi per tornare a vincere ed è difficile, oggi, riconoscere le vestigia dei maestri del tiqui-taca nella squadra di Luis Enrique, almeno fino a quando il pallone non raggiunge la trequarti: la prima opzione per i catalani, appena la palla lascia l’area di ter Stegen, è la ricerca della profondità. O attraverso il lancio lungo sullo scatto delle punte, oppure con la verticalizzazione sul movimento dei terzini, molto alti fin dall'inizio dell'azione per sfruttare l’ampiezza e lo spazio creato dalle punte che si muovono verso la palla, pronti però a tornare indietro per offrire un appoggio.

 

È stata esemplare di questo cambio di atteggiamento tattico un’azione che si è sviluppata intorno al cinquantaduesimo minuto: il Barcellona provava a far uscire di posizione i giocatori romanisti, arroccati intorno alla propria area di rigore, spostando il pallone orizzontalmente. Constatata l’infruttuosità dei loro tentativi, Jordi Alba fa uno scatto all’indietro verso la propria metà campo, superando persino i suoi centrali, per riconsegnare con un retropassaggio il pallone al proprio portiere. Riciclato il pallone su Piqué, il centrale catalano lo ha rigiocato di nuovo in avanti (provando a sorprendere la Roma che risaliva il campo) con un lancio di cinquanta metri per lo scatto di Suárez. Addio al dogma del calcio posizionale e della ricerca della superiorità numerica in ogni zona del campo: lo spazio è la linfa nuova per le caratteristiche dei tre attaccanti catalani e lo si crea anche tornando indietro.

 



La Roma, fin dal primo secondo di gioco, ha reso esplicita la propria tattica: un atteggiamento di attesa nella propria metà campo, salvo sporadici tentativi di pressing individuale; copertura della profondità con la linea della difesa da subito bassa e sostenuta da un centrocampo infoltito dai rientri di Salah e Iago Falque. Il baricentro della squadra giallorossa è stato molto basso in valore assoluto (40.7 metri), così come l’altezza media del recupero palla (31.3 metri), come segnalato dai dati Opta.

 


Una palla giocata con poca qualità da Rakitic innesca la corsa di Salah. L’azione dell’egiziano è seguita dal solo Dzeko: i tre centrocampisti non hanno il loro stesso passo e comunque partono bassi e più indietro dei loro diretti avversari.



 

Nei momenti di crisi, in campo economico, si cerca riparo nei cosiddetti beni rifugio: i giallorossi in campo hanno il petto di Edin Dzeko, verso il quale alzare la palla, sperando che il centravanti possa tenerla su e permettere alla squadra di risalire il campo. L’operazione non è sempre riuscita e non certo per demeriti del bosniaco: la qualità dei rifornimenti non è stata buona (la Roma ha finito con il 72% dei passaggi completati) e spesso si è finito per regalare palla agli avversari. Anche i tempi della risalita, in particolare quelli dei due interni di centrocampo, Nainggolan e Keita, sono stati tutt’altro che rapidi e a Dzeko restavano ben poche opzioni per giocare il pallone. L’ex Manchester City ha sbagliato 17 passaggi sui 34 tentati, risultando il più impreciso, e ha perso palla 22 volte, 2 volte in meno, però, di Lionel Messi.

 



Nel primo tempo ne ha avute fondamentalmente due: l’azione personale, intrapresa con successo all’ottavo minuto dopo un tunnel su Piqué sulla linea di centrocampo, e lo scarico laterale verso Mohammed Salah, che ha provato a infilarsi nello spazio tra Jordi Alba e Mathieu. La corsa dell’egiziano è irresistibile e senza compromessi: o riesce ad arrivare al tiro, o sbatte contro gli avversari (l’egiziano ha un solo dribbling completato su 7). In entrambi i casi il possesso muore, e in certe situazioni sarebbe stato più utile rallentare, attendere il resto della squadra e provare a ragionare. Nonostante ciò, è stato proprio Salah l’uomo più pericoloso tra i padroni di casa, soprattutto all’inizio e alla fine della prima frazione di gioco. A lungo andare, la sua pericolosità è diminuita, in parte per il calo fisiologico delle energie, in parte perché era spesso l’unica, e per questo prevedibile, opzione di passaggio a disposizione di Dzeko.

 

Da sottolineare, però, la partita difensiva di Salah: le 6 palle recuperate rappresentano altrettante boccate d'ossigeno per la Roma nei momenti di maggiore pressione. Se le sommiamo alle 6 palle recuperate dal compagno di fascia, Florenzi (che ha anche effettuato 5 anticipi, quanti De Rossi e più di tutti gli altri giallorossi), allora possiamo farci un'idea dello straordinario lavoro difensivo svolto sulla coppia di fascia più veloce e verticale del Barcellona: Jordi Alba-Neymar.

 

Dall'altro lato del campo, Iago Falque ha rotto gli indugi forse troppo tardi nella partita—così com’è sembrato tardivo l’ingresso di Iturbe, all’ottantesimo—e ha preferito restare più vicino a Digne. La catena di fascia sinistra della Roma è composta da due giocatori che sembrano nati per giocare insieme e hanno garantito una tenuta difensiva praticamente perfetta. Il terzino francese non aveva il cliente più comodo del mondo dal suo lato, ma finché Messi è rimasto largo non si è mai creata la superiorità numerica in fascia. Inoltre, Digne provava a impedire a Messi di girarsi verso la porta con la palla tra i piedi, seguendolo efficacemente anche fino a centrocampo in un paio di occasioni.

 

L’argentino ha causato più problemi alla Roma quando si spostava in posizione da interno, con Rakitic che faceva il percorso inverso. Messi è comunque un cubo di Rubik per il quale nessuno ha trovato una soluzione: se lo aspetti gli concedi il tempo di immaginare e lo spazio per disegnare linee di passaggio verso i compagni; se lo affronti ti salta e finisci per regalare un uomo in partenza.

 



Non si dovrebbero avere dubbi, invece, su come affrontare Mathieu, un centrale pagato uno sproposito proprio per avere due piedi appena superiori alla media dei difensori. Invece al francese è stato permesso di avanzare e osservare i compagni senza opporre alcuno schermo. Sul gol di Suárez, nonostante la situazione di palla scoperta, i difensori romanisti hanno provato a tenere la linea piuttosto alta (oltre l’inizio dell’area di rigore) e l'accentramento di Messi, seguito da Digne, ha liberato lo spazio per Rakitic alle sue spalle, che ha messo in mezzo per Suarez. Una deviazione di Rüdiger che ha alzato la palla e una sospetta posizione di fuorigioco hanno fatto il resto.

 


Prima di arrivare a Mathieu, il pallone era stato giocato sulla fascia destra. Nainggolan, che marcava Rakitic, ha scambiato il suo uomo con Digne per prendere Messi. Al momento del lancio, il belga lascia andare la Pulce e si ritrova lontanissimo dal suo uomo originario. Digne è costretto a stringere la posizione, scegliendo tra i due uomini da marcare il male maggiore.



 

Il capolavoro di Alessandro Florenzi ha riequilibrato il punteggio e rimesso la sua squadra in partita, perché l'impressione era che la Roma avesse subito il colpo, dal punto di vista  psicologico. Il posizionamento di ter Stegen in campo è necessariamente alto per accompagnare la linea difensiva e fare da sweeper-keeper: ma gli avversari ormai iniziano a puntare sistematicamente alla porta

. Chissà se Luis Enrique, o il portiere stesso, prenderanno dei provvedimenti al riguardo; intanto va rimarcata ancora una volta la prestazione del terzino romano (un prestazione, da terzino “vero”, appunto): sempre concentrato nelle chiusure e punto di riferimento per l'uscita del pallone dalla difesa (ha giocato più palloni di tutti 51; anche se ha perso 19 palloni, meno solo di Dzeko e Messi).

 



Superata la linea di centrocampo, come detto, il Barcellona tornava a essere, o almeno ci provava, il Barcellona che ha incantato il mondo intero qualche anno fa (insomma, quasi tutto il mondo). Dico

perché Rakitic non è Xavi e Iniesta continua a non sentirsi comodo nel nuovo sistema di gioco. Il quadrilatero che il Barcellona costruiva a ridosso dell’area di rigore, per creare superiorità numerica centralmente, si rivede ora venti metri più indietro. Quasi che i catalani invitassero gli avversari a uscire, ad aprirsi, per poi provare a superarli combinando nello stretto, con Suárez riferimento alto sempre in agguato tra i due centrali.

 

La Roma ha incassato, ha sofferto ma non si è fatta scomporre dagli inserimenti degli attaccanti e dei centrocampisti catalani (a un certo punto anche Piqué ha iniziato a buttarsi in area) che si infilavano tra le maglie della difesa a ondate. Con questo piano di gara, ovviamente, un grande apporto era richiesto ai difensori centrali e a De Rossi, e nessuno ha deluso. In particolare, Manolas è sembrato in forma Mondiale, andando a chiudere spesso anche sugli errori del compagno di reparto Rüdiger, tanto potente fisicamente quanto grezzo tecnicamente. Difesa e centrocampo stretti hanno reso difficile il fraseggio tra le linee dei blaugrana e la copertura della profondità (in questo Manolas ha pochi eguali) ha ostacolato la ricerca degli spazi del trio MSN.

 

Si può anzi cominciare a pensare che, senza spazi e con una densità impressionante in zona centrale, il Barça abbia difficoltà a trovare il varco giusto: la circolazione del pallone è stata sterile e poco orientata a disordinare l’avversario. Le sole occasioni sono nate dal talento dei singoli.

 


Iniesta e Neymar escono contemporaneamente incontro a Mathieu e Busquets per giocare la palla. In tanti frangenti di gioco, le ali romaniste sono collassate sulla linea dei quattro difensori, lasciando spazio a centrocampo per gli avversari. Il Barcellona ha appena subito gol ed è con tutti gli uomini di movimento nella metà campo avversaria.



 



L’atteggiamento dei giallorossi è stato volutamente remissivo: forse perché Garcia non voleva subire un’altra disfatta come quella contro il Bayern nella scorsa stagione, ma, al di là dell’aspetto psicologico, la Roma non avrebbe comunque potuto permettersi un altro approccio. Con il suo pressing disorganizzato avrebbe rischiato di regalare superiorità numerica a centrocampo e spazi per il trio MSN. In questa versione più umile, i giallorossi sono stati intelligenti, anche se avrebbero potuto fare meglio nei tempi di risalita, una volta recuperata palla.

 

In particolare, nell’ultima parte del secondo tempo il Barcellona non riusciva più a pressare come aveva fatto fino a quel momento, e se la qualità delle giocate della Roma si fosse innalzata sarebbe potuta nascere persino l'occasione per portare a casa il risultato pieno. I giallorossi, invece, hanno continuato a buttare via il pallone anche quando c’era tempo e modo per provare a giocarlo. La Roma ha dato l’impressione di accontentarsi del pareggio, ma con una migliore gestione, tecnica e mentale, dei differenti momenti che si alternano nel corso dei novanta minuti, forse i giallorossi avrebbero potuto superare ulteriormente i propri limiti. In ogni caso, un pareggio contro i campioni d’Europa in carica rappresenta un piccolo, grande passo verso una maggiore consapevolezza di sé, e una crescita nell’organizzazione di gioco.

 
 



 
 

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