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Federico Principi

La costruzione dal basso con i portieri è solo una moda?

No.

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare molto dell’importanza della costruzione dal basso e in particolare del coinvolgimento del portiere. È uno dei temi stagionali anche per la regola introdotta da poco per cui, su rimessa dal fondo, il portiere può passare la palla ai propri compagni all’interno dell’area di rigore, che incentiva chi vuole a costruire anche se pressati. Ma la discussione che si è accesa di recente ha seguito due episodi: l’errore in possesso di Ospina in Lazio-Napoli, che ha permesso a Immobile di rubare palla e battere a rete a porta praticamente sguarnita, e quello di Jordan Veretout al limite della propria area, nella partita di campionato tra Roma e Juventus che è costata il rigore del 2-0.

 

Intanto in Premier League, il portiere Pallone d’Oro Alisson ha servito un assist a Salah direttamente con un rinvio da fondo per il gol che ha fissato il risultato di Liverpool-Manchester United sul 2-0. Sono degli esempi opposti ma che riguardano lo stesso tema, e cioè il contributo del portiere alla fase di costruzione, nel caso di Alisson, anzi, addirittura di definizione di una squadra.

 

Che i portieri nel calcio contemporaneo siano sempre più coinvolti nella costruzione bassa dell’azione è un fatto, sempre più allenatori pensano che sia qualcosa di vantaggioso per la propria squadra. Questo, ovviamente, ha anche aumentato la casistica degli errori clamorosi. Basti pensare all’errore di Donnarumma in Sampdoria-Milan dello scorso 30 marzo sul gol decisivo di Defrel, proprio nell’anno in cui il portiere campano aveva definitivamente consolidato l’accrescimento del suo bagaglio tecnico nel gioco con i piedi. Sono errori che capitano inevitabilmente nell’arco di lungo periodo a chi si prende responsabilità così grandi e che sono anche messi in conto dagli allenatori alla luce dei vantaggi che invece il coinvolgimento del portiere comporta. Lo ha detto Sarri, lo ha ribadito Gattuso e persino Quique Setién il giorno del suo insediamento come tecnico del Barcellona.

 

Il problema è che questo tipo di errori sono ovviamente molto evidenti: se un mediano o un esterno perde palla può ancora contare sulla transizione difensiva della propria squadra, mentre il portiere è letteralmente l’ultimo uomo tra gli avversari e la porta. Non stupisce, quindi, che questo tipo di errori venga spesso sottolineati dall’opinione pubblica mettendoli a contrasto con un calcio più semplice.

 

Un problema culturale

Dietro a una definizione apparentemente innocua si cela però un problema più grande che riguarda l’ostilità verso qualsiasi novità di quella parte, molto rilevante, della cultura calcistica italiana che coltiva l’ossessione verso il risultato immediato (non solo nel calcio) e si concentra ossessivamente sul singolo errore, o magari sulla singola sconfitta. Senza peraltro tenere conto del contesto in cui quell’errore è stato commesso.

 

Una dinamica simile, per certi versi, a quella che ha portato i settori giovanili italiani a sfornare nell’ultimo decennio pochissimi giocatori con spiccate qualità nel dribbling e i club di Serie A a puntare pochissimo su interpreti con queste caratteristiche. Perché anche il dribbling è un fondamentale rischioso, che può costare palle perse.

 

«Troppo spesso nei settori giovanili si scopiazzano processi applicati agli allenamenti degli adulti. Non funziona, rischiano di creare danni nel lungo periodo», ci aveva detto Maurizio Viscidi, coordinatore del settore giovanile FIGC. «I nostri giovani, fin da molto piccoli, vengono fatti lavorare troppo sulla tattica e troppo poco sulla tecnica».

 

La costruzione dal basso con il portiere è un altro di quei processi del calcio contemporaneo che la parte retrograda della nostra cultura considera un vezzo, un inutile virtuosismo futuristico. Non uno strumento che a volte si rende perfino necessario per resistere all’evoluzione del pressing, l’aspetto del gioco che più caratterizza il calcio degli ultimi 10-15 anni, a tutti i livelli.

 

Perché utilizzare il portiere?

Coinvolgere il portiere nella costruzione del gioco è, in molti casi e per quasi tutte le tipologie di squadra, anzitutto una forma di sopravvivenza. L’utilizzo del portiere in fase di costruzione è la risposta a un calcio in cui – più spesso e in modo molto più organizzato che in passato – le difese vengono sollecitate dal pressing, lasciando sempre meno tempo e spazio per impostare.

 

Pep Guardiola, che nel decennio appena passato è stato probabilmente l’allenatore che più di tutti ad alti livelli ha portato il ruolo del portiere al limite della sua evoluzione tattica, prima con Víctor Valdés, poi con Neuer e infine con Ederson, non ha deciso di punto in bianco di aggiungere un giocatore in fase di impostazione, piuttosto ha interpretato l’evoluzione delle dinamiche del gioco intervenendo nelle aree in cui sarebbe diventato necessario. La scelta di portieri abili con i piedi è stata una delle caratteristiche principali della sua influenza in Premier League, ma ormai anche in categorie minori come la nostra Serie C gli allenatori dalla proposta di gioco più ambiziosa si portano dietro numeri 1 dai piedi più raffinati.

 

È il caso, ad esempio, del tecnico Auteri che ha portato con sé Golubovic dal Matera al Catanzaro; o di Tedino, che ha richiamato Tomei al Teramo dopo l’esperienza insieme al Pordenone. Insomma, il coinvolgimento del portiere nella costruzione bassa non è una moda, ma un’evoluzione del ruolo che serve a garantire superiorità numerica.

 

In modo non troppo diverso da come accade nel futsal, ad esempio, dove il concetto del portiere in movimento è ormai da molto tempo uno dei pilastri su cui si poggiano le squadre che attaccano per recuperare il risultato. E la gestione del possesso con il portiere in movimento nel futsal (quindi in 5 contro 4) fotografa quali dinamiche si stanno sempre più sviluppando anche nel calcio a 11. Con la superiorità numerica in fase di costruzione bassa, nel futsal la squadra che difende non può alzare il pressing e solitamente finisce con l’abbassarsi sempre di più.

 

Anche nel calcio chi imposta con il portiere pone un problema di fondo al suo avversario su come reagire al coinvolgimento del portiere in fase di costruzione. Sembra sempre meno diffusa la scelta di andare in pressione direttamente sul portiere in caso di retropassaggio, rischiando di liberare una potenziale linea di passaggio oppure, in alternativa, chiamare alla scalata in avanti un compagno alle spalle lasciando però un uomo in meno sulle coperture preventive.

 

Nell’uscita dell’Inter di Conte al Camp Nou il passaggio fondamentale lo fa Handanovic. Pressato da Messi e Griezmann, che sottovalutano la sua tecnica, legge la linea di passaggio  sopra Messi per raggiungere de Vrij, che toccando su Godin permette all’Inter di scoprire il pallone. Senza pressing sul portiere l’Inter avrebbe fatto più fatica a non calciare lungo.

 

I vantaggi tattici dell’utilizzo del portiere vengono dalla superiorità numerica, che una costruzione allineata ai dettami del gioco di posizione può sfruttare risalendo il campo. Ma i benefici sono chiari anche per squadre più verticali e che fanno meno affidamento sul gioco di posizione, come la Lazio di Simone Inzaghi, l’Inter di Conte o il vecchio Milan di Gattuso, che mirano più semplicemente a costruire dal basso per attirare la pressione avversaria e costruirsi lo spazio per attaccare in campo aperto.

 

Come accennato, anche la nuova regola sulla rimessa dal fondo ha ulteriormente accentuato questo aspetto, permettendo ai difensori di avere più spazio per impostare (dato che agli attaccanti avversari non è permesso entrare dentro l’area prima del tocco del portiere: di fatto la sola cosa cambiata è che i difensori hanno qualche metro a disposizione se la squadra avversaria decide di pressarli).

 

E il portiere assume più importanza anche in relazione alla regola del fuorigioco: se l’altezza del pressing aumenta ancora, ma le difese sostanzialmente non possono superare il centrocampo per mettere in fuorigioco gli avversari, gli spazi tra la prima e la seconda linea di pressione aumentano con l’arretramento della linea del pallone, e il portiere può trovare delle ricezioni tra le linee più facili. D’altra parte, il portiere è l’unico uomo che può giocare sempre il pallone fronte alla porta, e questo gli permette di avere anche più tempo e tranquillità per pensare la giocata.

 

Le nuove abilità del portiere

Ecco quindi che lo stesso meccanismo per cui i cosiddetti registi negli anni hanno abbassato il proprio raggio di azione, per eludere il crescente pressing e giocare frontalmente, permette ai portieri di diventare i primi registi della squadra, sia sulle rimesse dal fondo che sui retropassaggi.

 

E come tutti i registi, anche i portieri stanno sviluppando le qualità che sono necessarie per migliorare la capacità di costruire il gioco: non solo la tecnica ma anche la visione periferica, la scansione mentale del campo, l’intelligenza nelle scelte tattiche e i controlli orientati per velocizzare le giocate ed eludere il pressing.

 

Mentre riceve il retropassaggio da Hummels, Neuer ha già programmato la giocata successiva e il suo bagaglio tecnico gli permette di effettuarla di prima con il piede debole, il sinistro. Ruba così il tempo al pressing di Keïta e sull’appoggio di Kimmich a James Rodriguez il Bayern esce e può attaccare in campo aperto.

 

La progressiva sofisticazione di questa situazione di gioco fa sì che ora sia sempre più ampio il ventaglio di possibilità tecniche richiesto a un portiere, per poter conseguentemente aumentare quello tattico della squadra. Controlli orientati e passaggi con entrambi i piedi, sia corti in spazi stretti che più lunghi soprattutto per aprire ai terzini: tutte qualità che rendono più solida la fase di impostazione per la squadra e aumentano le possibilità di costruire potenziali occasioni da gol.

 

Ciò non significa che in alcuni casi il pallone non vada spazzato: anche questa decisione deve far parte dell’intelligenza tattica di un portiere e della sua capacità di calcolo immediato del rischio. Né è vero, come qualcuno sembra dare per scontato, che l’aumento delle responsabilità con la palla debba compromettere l’abilità tra i pali: riflessi, posizionamento, uscite, affidabilità e comunicazione con i compagni, continuano ad essere qualità fondamentali.

 

Lo stesso Guardiola, nella sua prima stagione al City, ha sostituito un portiere molto tecnico con i piedi come Bravo con uno meno tecnico come Caballero, per recuperare la giusta solidità difensiva. Lo stesso ha fatto De Zerbi al Benevento, rimpiazzando Brignoli con Belec. Ma è chiaro ormai che le capacità in costruzione di un portiere sono sempre più determinanti e lo testimoniano non solo le qualità dei giovani di ultima generazione, ma soprattutto il lavoro che hanno compiuto i più anziani per aggiornarsi, a partire da Buffon.

 

Mentre gli arriva un retropassaggio, rincorso da Zapata, Consigli stacca per un attimo lo sguardo dalla palla per scansionare il campo e la giocata successiva, vedendo il movimento incontro di Ferrari. Anche questo è uno degli aspetti su cui un portiere più esperto ha lavorato, anche per essere all’altezza delle richieste di De Zerbi.

 

Dopo l’errore contro la Lazio, Ospina è stato pubblicamente difeso da Gattuso che ha sottolineato come il suo approccio sia a volte rischioso ma conveniente a lungo termine. Lo stesso hanno fatto anche Fonseca e Sarri. Lo stesso Guardiola, qualche tempo fa, ha rivendicato l’importanza dello stile di gioco di Ederson. Il fatto che così tanti allenatori, e così diversi tra loro, siano perfettamente d’accordo sull’utilizzo dei loro portieri certifica che ormai il calcio stia cambiando molto più velocemente di quanto riescano a processarlo i più reazionari.

 

 

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Federico Principi nasce nel 1992 e si ammala di sport. È telecronista della Serie C su Eleven Sports Italia. Ha scritto "Formula 1 2016: The review", un libro completo sulla stagione 2016 di Formula 1.