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Gianni Montieri
Piotr Zieliński, l'incompiuto
05 Jul 2024
05 Jul 2024
Una riflessione sull'intermittenza del suo talento, ora che è passato all'Inter.
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Gianni Montieri
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IMAGO / Marco Canoniero
(foto) IMAGO / Marco Canoniero
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Verso la fine del primo tempo di Polonia – Austria, Zieliński batte un calcio di punizione dai 25 metri. Calcia di collo interno destro, colpisce molto bene, la palla scende verso il palo alla sinistra del portiere austriaco che è ben piazzato e devia la palla in calcio d’angolo. Ma il punto non è questo. Il punto è Zieliński che tira un calcio di punizione dal limite, l’unico che va su quella palla, non improvvisa. Deve battere lui.

Questa rientra tra le cose che il centrocampista polacco (da poco anche cittadino italiano) sa fare e che però praticamente mai gli abbiamo visto fare. Ricordiamo facilmente uno Zieliński che batte un calcio d’angolo, che esegue una punizione a due e crossa bene al centro dell’area; lo ricordiamo che batte i calci di rigore, non molto spesso, alcuni molto bene, altri così così, le volte in cui gli è mancata la freddezza. Quando ho visto il calcio di punizione – e poi rivisto più volte – ho pensato: ecco, un’altra delle cose che Zieliński sa fare, potenzialmente fare benissimo ma non l’ha fatta, perché?

Senza andare indietro fino all’Empoli, o prima ancora agli anni dell’Udinese, ma restando alle otto stagioni giocate nel Napoli - per un totale di 364 presenze e 51 gol e 46 assist – non ricordo (non è statistica, è memoria) calci di punizione diretti battuti da Zieliński, e, se non ne ho memoria, vuol dire che, se ci sono stati, rappresentano un numero esiguo ma non efficace. Il tiro su calcio di punizione, per il futuro centrocampista dell’Inter, è come per un poeta avere sempre in testa una poesia, a suo dire, una bellissima poesia, conoscerne l’inizio, il susseguirsi dei versi, avere chiare le immagini e il ritmo, vederne il finale ma non scriverla mai. Perché? Perché non tutte le cose che immaginiamo riusciamo a realizzarle, ma soprattutto: non tutte le cose (poesie, o calci di punizione) che abbiamo in testa e che riteniamo di poter fare (mettere i versi su un foglio, calciare a giro sopra la barriera) poi le facciamo sul serio. Un po’ perché la convinzione interiore a volte non siamo in grado di convertirla, un po’ perché le cose che non facciamo sono comunque cose, e si realizzano nel loro non compiersi.

Lo scrittore argentino Andrés Neuman in Le cose che non facciamo (Sur, traduzione di Silvia Sichel), scrive: "La realtà dovrebbe chiederci: Accetti di fare questo movimento? Bene, e ora, sei d’accordo che questo movimento causi quest’altro? Bene e ora, acconsenti che il secondo movimento provochi queste reazioni? E via di seguito". Dovrebbe andare così, anche nello sport, solo che la realtà non ce lo chiede, perché noi stessi non ce lo chiediamo, spesso andiamo a caso, di frequente non ci risolviamo. Piotr Zieliński è un calciatore che adoro, ma questa adorazione non è mai stata sufficiente a farmi decidere di affidarmi calcisticamente del tutto ai suoi piedi e ho sbagliato. Tra tutte le cose che - su un campo da calcio – Zieliński sa fare ne esistono varie che ogni tanto non fa, che dimentica di fare, e alcune che non ha fatto mai, o quasi mai, o che mai farà. Zieliński, spesso, per lunghi tratti di partita sparisce, poi però tante volte, per tanti minuti compare, e quando lo fa è meraviglia, è talento puro, tecnica sopraffina diluita sul terreno di gioco. È incanto, Zieliński è uno di quei giocatori che ancora ci spingono a guardare le partite, ed è per questo che non ci spieghiamo e non perdoniamo (?!) le lunghe fasi di gioco in cui si assenta. Pazienza, verrebbe da dire, va bene, ma non subito, prima dobbiamo parlare ancora un poco di pallone e di poesia.

A tutti i calciatori che ci piacciono diamo un soprannome, una breve didascalia, a Zieliński l’ho definito, L’uomo finta col primo controllo, come se fosse un personaggio della Marvel, che so uno dei Fantastici 4, anche se nel centrocampo del Napoli il numero dei supereroi (per qualche tempo supereroi) è stato quasi sempre di tre. Zieliński, per esempio, riceve palla appena dietro la linea di centrocampo, oppure spostato sulla fascia sinistra, oppure spalle alla porta, e con il primo controllo, con l’esterno (più frequentemente) compie una sorta di mezza giravolta, un mezzo giro su sé stesso e apertura del corpo verso lo spazio che si è aperto, una finta a levare che sembra un accenno di passo di danza classica e moderna insieme. Il controllo e la finta avvengono nello stesso istante, potremmo dire che sono la una cosa sola e in effetti è così. Quel movimento consente al centrocampista polacco di liberarsi del primo e a volte anche del secondo avversario che accorre, e di guadagnare quei metri (e quei pochi secondi) che servono a far ripartire l’azione il più rapidamente possibile, a quel punto c’è un po’ di spazio, la palla può correre verso la zona d’attacco, verso l’area di rigore, verso il compagno da servire, verso – nella migliore delle ipotesi – il gol. Allo stesso modo, quel tipo di controllo se effettuato in fase difensiva permette di risolvere situazioni difficili, veri e propri guai. Dopo la finta c’è la giravolta, per gli occhi di chi guarda la felicità.

Zieliński a volte sparisce, ma quando brilla quella luce è destinata a durare, a riverberare nella memoria di chi ha visto. Ed è questo uno dei punti, chi ha visto quel brillio, si aspetta di vederlo anche nella partita successiva e non si spiega perché questo non accade, perché il polacco, per due o tre partite sparisca. Questo c’entra con la poesia. Ne scriviamo una bellissima, ne scriviamo una seconda, una terza, abbiamo un’idea, vogliamo seguirla, assecondare il nostro immaginario, ma poi l’interruttore per qualche ignoto motivo si spegne. Il verso non prosegue, la finta non viene, non troviamo il settenario, l’ottonario, non saltiamo l’uomo, non vediamo il compagno libero, non troviamo l’aggettivo giusto. Rallentiamo e la poesia sparisce, il difensore raddoppia. Finiamo in fuorigioco e non basta voltare pagina.

Altre cose che abbiamo visto fare spesso a Zieliński - fatte sempre con quell’aria da bravo ragazzo, con i capelli in ordine, perfino il sorriso è ordinato, mai una protesta sgarbata, mai un fallo di reazione: calciare di sinistro o destro in maniera quasi indifferente. Calciare benissimo. Fare gol meravigliosi sia da lontano – di potenza o di precisione – che da vicino, grazie alla facilità di inserimento dentro l’area e alla velocità di corsa. Caratteristica questa della ripartenza veloce che gli permette, come si dice in gergo, di spaccare le partite. Calciatore pieno di talento, capace di calciare di fino, di interno, d’esterno, da molto lontano oppure da vicino. Ma quante cose sa fare? Eppure, spesso è criticato, spesso lo si vede fuori dal gioco. Zieliński a volte è incostante, altre sparisce, poi ricompare e taglia il campo con un lancio di 40 metri, organizza un triangolo, trova lo spazio e manda l’attaccante in porta.

Ma dove va Zieliński quando scompare? Dove vanno insieme a lui tutti quei calciatori molto bravi che per lunghi tratti di una partita si assentano? Se ne vanno nello spazio mentale dove hanno conservato le belle azioni precedenti, mi dico, o forse se ne vanno nella terra di nessuno dall’altra parte del cuore, come cantava De Gregori, a cercare l’ispirazione, l’attimo giusto, il respiro nuovo per la prossima azione. Non me lo sono chiesto per troppi calciatori nel tempo, ma per il polacco sì, forse perché da lui mi sono aspettato sempre la meraviglia, dimenticandomi che la meraviglia non è mai la costante, ma l’eccezione. Se volessimo un’eccezione ricorrente staremmo parlando di Maradona, Messi, Federer e compagnia cantante.

Zieliński che sa far tutto ma che non lo fa e si sottrae perché s’accontenta mi è parso qualche volta di intuire. Si basta. Leader non leader? Questo è un aspetto che non mi interessa, non lo considero, non è importante, non spiega Zieliński.

Il centrocampista polacco realizza sé stesso non compiendosi del tutto, mantenendo un grado di incomprensibilità e di non tangibile come accade per le poesie. La poesia è un bagliore, a volte è un sussulto, una vibrazione lontana, passa rapidamente e poi se ne va, quello che ha lasciato però si sedimenta per sempre e non ci lascia più.

Per queste e molte altre cose Piotr Zieliński si colloca a metà tra la poesia riuscita e quella incompiuta, quella che non si realizza, ma entrambe hanno un loro valore, una loro importanza, un loro significato. Il suo talento, la sua classe e i suoi momenti di distacco dal gioco lo collocano su una linea di confine a metà tra il giocatore molto forte e il fuoriclasse. Qualcuno direbbe (e forse avrebbe ragione) che non è un top player, ma noi obiettiamo che però è un meraviglioso player e va bene, va molto bene così.

Il bagliore - in cui la poesia appare e dentro il quale si materializza e tante volte si è materializzato Zieliński- lo possiamo riassumere bene con l’ultimo gol che il calciatore ha messo a segno con la maglia del Napoli. Bellissimo e ancora più significativo, perché arrivato quasi in coda a una stagione pessima sia sua che della squadra. Lui per settimane e mesi tenuto ai margini - scelta deprecabile della società - vista la sua volontà di non rinnovare il contratto in scadenza. La squadra, dal canto suo, sprofondata al decimo posto della classifica, trasformando la poesia della scorsa stagione in baratro.

Si tratta del gol che ha realizzato contro il Monza. Il Napoli è in vantaggio per 2-1, sono stati già segnati tre gol molto belli, quello di Durić, quello di Osimhen e quello di Politano. Dopo un paio di rimpalli la palla arriva a Kvara che dentro l’area prova a calciare, sulla respinta di un difensore la palla torna a lui, che appoggia fuori area a Zieliński, ed ecco il bagliore. Sul vertice dell’area di rigore, il centrocampista fa uno stop orientato con il sinistro, sposta in avanti la palla con il destro e poi, dal limite, quasi da fermo calcia di sinistro all’incrocio dei pali, Di Gregorio, il portiere del Monza non può nulla. Ecco, devo andarmene, me ne sto andando, ma vi lascio un’ultima poesia, un piccolo incanto all’incrocio dei pali. Grazie, è stato un piacere, pare dire quel tiro. E poi, pare aggiungere: bisogna sempre fidarsi del talento, bisogna sempre aspettare con fiducia perché il calciatore bravo magari sparisce, ma quando ritorna vale sempre la pena aver pagato quel biglietto.

Insomma, quando abbiamo voglia di rileggere una bella poesia andiamo tra le nostre mensole e tiriamo fuori il libro, rileggiamo, respiriamo. E per Zieliński come faremo? Ci basterà ricorrere a You Tube e guardarci le skills, oppure, di nascosto, per non farci scoprire, lo seguiremo a distanza nella sua nuova squadra, e ancora grati, e un poco invidiosi aspetteremo un piccolo bagliore, un controllo orientato, una minuscola poesia? Andrà proprio così.

Piotr Zieliński, nel suo essere incompiuto ci ha risolti, ci ha fatto capire che basta un’azione giocata come si deve a compensare le venti, trenta, in cui le cose non sono andate come ci aspettavamo che andassero. Infine, ricordiamocelo, ha scritto la sua più bella poesia la scorsa stagione a Torino, al gol di Raspadori alla Juventus, lasciandosi cadere sul terreno di gioco. Dimostrandoci che la felicità aderisce al regno dell’abbandono e, certe volte, come in quel caso, anche la consapevolezza gli appartiene.

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