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Dario Saltari
Parigi capitale del calcio
19 Nov 2015
19 Nov 2015
10 momenti della storia del calcio sul palcoscenico della Ville Lumière.
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Dario Saltari
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Quando succedono cose grandi e drammatiche, come quelle successe pochi giorni fa a Parigi, la prima reazione è quella di cercare di capire. Perché proprio lì? Perché proprio in quel momento e in quel modo? Si cerca una risposta nelle sovrastrutture come la politica, la religione, i simboli. Si tenta, insomma, di dare un senso: lo si fa un po’ per alleviare il dolore, un po’ per capire come reagire.

 

Ma a volte guardare semplicemente alle cose come sono e come avvengono può essere molto più utile e produttivo. In questo caso, ad esempio, possiamo guardare a Parigi non solo come a una delle capitali più belle d’Europa e del mondo, ma anche come a una delle capitali del calcio. «L’universo non contiene nessuna finalità, se non la bellezza universale stessa», diceva Simone Weil.

 

L'uomo che avrebbe voluto esplodere allo Stade de France pochi giorni fa ha terminato la propria fuga in rue Jules Rimet. E voglio cominciare proprio da qui per raccontare, attraverso 10 momenti, come Parigi è entrata, facendo da sfondo, nella storia del calcio.

 



https://www.youtube.com/watch?v=6pBngCBdhVA

 

La famiglia di Jules Rimet si trasferì a Parigi nel 1884, quando lui aveva undici anni. Solo tredici anni più tardi, nel 1897, Rimet fondò nella capitale francese un suo club, uno dei più antichi di Francia: il Red Star Français. Sul nome (non è una traduzione, il club si chiama proprio Red Star) e stemma (una stella rossa contenuta da un cerchio verde) ci sono diverse teorie abbastanza bizzarre: secondo alcuni è un riferimento alla stella rossa di Buffalo Bill, secondo altri un omaggio alla rotta commerciale che univa Anversa a New York, la Red Star Line per l’appunto.

 

Non è improbabile, invece, che la stella rossa fosse un riferimento alle idee politiche di Rimet: il Red Star Français, infatti, era uno dei pochi club sportivi che non discriminava i propri membri in base alla classe sociale d’appartenenza. Lo stesso Rimet prima del 1897 si era visto rifiutare l’ingresso a diversi club sportivi, dato che suo padre era sostanzialmente un salumiere.

 

Le idee di Rimet sono sopravvissute ai 108 anni di vita del club, nonostante il Red Star abbia passato gran parte della sua esistenza nei piani bassissimi del calcio francese (oggi è in Serie B).

 

Soprattutto oggi che la capitale francese è dominata dai petrodollari qatarioti, il Red Star è considerato l’anima della

Parigi, il club delle banlieue operaie. La squadra fa della multietnicità il proprio punto di forza, ha come direttore generale una donna di 32 anni e ha un tifo radicatissimo a Saint-Ouen, il quartiere settentrionale di Parigi dove si trova il suo stadio.

 

Jules Rimet ha portato il professionismo nel calcio francese ma, soprattutto, ha ideato la Coppa del Mondo di calcio, passando alla storia, così, come il più influente presidente della FIFA di tutti i tempi.

 



https://www.youtube.com/watch?v=sENCbVxzzvQ

 

A Parigi, al Parco dei Principi, si giocarono le ultime due partite della Nazionale della Germania nazista a un Mondiale, quello francese del 1938.

 

La Germania arrivò carica di aspettative a quella competizione, dato che, dopo l’annessione dell’Austria del marzo di quell’anno, la Nazionale tedesca aveva anche assorbito i suoi migliori giocatori (tranne quello che era considerato il miglior calciatore austriaco in assoluto, Matthias Sindelar, che si rifiutò, molto probabilmente pagando la sua scelta con la morte nel 1939). Sulla carta la Nazionale nazista doveva essere praticamente imbattibile: Austria e Germania erano arrivate rispettivamente quarta e terza ai Mondiali del ’34, e la Nazionale biancorossa era addirittura arrivata in finale alle Olimpiadi del ’36.

 

Nonostante ciò, alla partita inaugurale di quel Mondiale la Germania nazista venne sorprendentemente fermata dalla Svizzera sul risultato finale di 1-1. Le regole di allora non prevedevano né supplementari né rigori e allora si decise di rigiocare la partita cinque giorni dopo, sempre al Parco dei Principi. Il replay iniziò rispettando le aspettative di tutti: la Germania, infatti, segnò due gol in poco più di venti minuti chiudendo virtualmente la partita. Ma la Svizzera non si diede per vinta, anche grazie al pubblico neutrale, che tifava ovviamente per la Nazionale elvetica, e segnò un gol alla fine del primo tempo. Fu nel secondo tempo, però, che avvenne l’imponderabile: la Svizzera infatti dilagò sugli avversari chiudendo la partita sul 4-2.

 

Fu uno smacco incredibile per la Germania nazista, che incolpò fin da subito i giocatori austriaci per la sconfitta. Un giornalista tedesco scrisse anche che «tedeschi e austriaci preferiscono giocare contro anche quando sono nella stessa squadra». Fu l’unica volta nella storia del calcio che la Nazionale tedesca non riuscì a rientrare almeno tra le migliori otto di un Mondiale.

 



https://www.youtube.com/watch?v=bfwDgGGKIJM

 

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale il calcio fu uno degli strumenti utilizzati per cementare un vero e proprio sentimento nazionale europeo. Nel 1955 prese il via quella che inizialmente fu chiamata Coppa dei Campioni d'Europa, cioè l’antenata dell’attuale Champions League. Quella prima edizione fu atipica per tante ragioni, a partire dal fatto che le 16 squadre partecipanti alla competizione furono liberamente scelte dalle varie federazioni nazionali prendendo spunto da una lista stilata da

.

 

A Parigi si giocò la finale della prima edizione della Coppa dei Campioni. Ad affrontarsi furono il grande Real Madrid di Di Stéfano e lo Stade de Reims, che a sua volta contava tra le sue fila quello che è uno dei più grandi giocatori francesi di tutti i tempi, Raymond Kopa. Il Parco dei Principi era strapieno, circa 40mila persone sugli spalti. All’esterno centinaia di tifosi che non erano riusciti ad accaparrarsi il biglietto rimasero nei pressi dello stadio per tutta la durata della partita.

che quella fu “la partita dell’anno” solo per il clima che si respirava all’interno dello stadio.

 

E la partita rispettò nei fatti tutto quell’hype. Il Real Madrid non riuscì a passare in vantaggio fino al 79.esimo e nei primi dieci minuti il Reims segnò addirittura due gol. Fu Héctor Rial a fissare il risultato finale sul 4-3 (in tutta la competizione segnò ben cinque gol, come Di Stéfano) con un destro secco all’interno dell’area di rigore che finì in mezzo alle gambe del portiere avversario.

 

«Abbiamo solo fatto il nostro dovere», commentò Santiago Bernabéu. Circa otto mesi dopo quella partita, a Roma, venne posta la prima pietra ufficiale di quella che diventerà l’Unione Europea.

 



https://www.youtube.com/watch?v=ZspseOTau0Y

 

Poco più di un anno dopo la firma del trattato di Roma iniziò a giocarsi anche il primo Europeo per nazioni. L’idea venne già negli anni ’20 a Henri Delaunay, parigino, pioniere del calcio francese e rivale di Jules Rimet (è per ripicca o forse par condicio che la coppa dell’Europeo si chiama coppa Henri Delaunay).

 

Anche in questo caso, la prima edizione fu originale e tormentata. Il formato iniziale, infatti, prevedeva 17 squadre che si sarebbero incontrate in scontri a doppia sfida tra il 1958 e il 1959, mentre semifinali e finale sarebbero state a scontro diretto in un paese scelto dopo la definizione delle migliori quattro.

 

Essendo in piena guerra fredda, a questo torneo non partecipò praticamente tutta l’Europa occidentale (Inghilterra, Germania Ovest, Italia e Olanda si rifiutarono di giocare fin da subito, mentre la Spagna franchista si ritirò quando venne sorteggiata ai quarti di finale contro l’Unione Sovietica).

 

In questo clima si arrivò alla surreale finale, che vide l’Unione Sovietica fronteggiarsi con la Jugoslavia a Parigi nel 1960. La partita fu sostanzialmente boicottata dal pubblico (c’erano meno di 18mila spettatori) nonostante in campo ci fosse, tra gli altri, anche Lev Yashin. Alla fine vinse proprio l’Unione Sovietica, per 2-1, bissando il successo ottenuto quattro anni prima alle Olimpiadi.

 



https://www.youtube.com/watch?v=Tw0wLtDnaqc

 

Se Parigi si affermò fin da subito come capitale europea e internazionale del calcio, lo stesso non si può dire del calcio francese. Dopo l’era pionieristica dei Rimet e dei Delaunay, la capitale francese rimase senza squadre di vertice per più di 40 anni, periodo nel quale la Ligue 1 divenne sostanzialmente un campionato periferico, con il titolo che viaggiava tra Saint-Etienne, Marsiglia, Monaco, Reims e Nizza.

 

Le cose iniziarono a cambiare negli anni ’80, quando cioè Parigi iniziò a essere divisa dalla folle fame di successo di due squadre all’opposto per storia e tradizione: il Paris Saint-Germain e il Racing Club de Paris, il primo nato solo nel 1970, l’altro quasi un secolo prima, nel 1882. Le strade delle due squadre in quel periodo si intrecciarono al punto che divennero una l’ossessione dell’altra.

 

Una sfida iniziata nel 1981, quando il megalomane imprenditore francese Jean-Luc Lagardère rilevò il Racing per farne la prima squadra di Parigi e, nelle più rosee aspettative, di Francia. Proprio in quella stagione, però, il PSG mise le mani sul primo trofeo della sua giovanissima storia, vincendo la Coppa di Francia contro i nobili decaduti del Saint-Etienne.

 

Lagardère non si perse d’animo e, nonostante i risultati altalenanti della squadra, continuò a comprare grandi giocatori, probabilmente troppo grandi per la squadra stessa: da Madjer a Kabongo, da Bossis a Mahut. Nel frattempo il PSG segnava altri giorni storici sul calendario: l’11 giugno del 1983 al Parco dei Principi riusciva a fermare la grande Juventus di Platini e Boniek sul 2-2 in Coppa delle Coppe.

 

E si potrebbe andare avanti così ancora. Nel 1986, ad esempio, quando il Racing riuscì finalmente a risalire in Ligue 1, il PSG vinse il primo titolo nazionale della sua storia sotto la guida di Gérard Houllier. Fu grazie a una delle solite reazioni emotive di Lagardère che a Parigi arrivò uno dei più grandi giocatori sudamericani di tutti i tempi: Enzo Francescoli.

 



https://www.youtube.com/watch?v=fiYt3iNWau0

 

Ci sono tanti giocatori che vengono ricordati solo per un loro gol, a volte perché quel gol porta con sé un simbolo, altre semplicemente perché quel gol è bello. Mohammed Alí Amar, detto Nayim, rientra in questa seconda categoria.

 

Il 10 maggio del 1995 al Parco dei Principi si gioca la finale della Coppe delle Coppe: Arsenal contro Saragozza. È una partita molto tirata, anche emotivamente: il Saragozza non vince un trofeo europeo da 31 anni, l’Arsenal invece è la detentrice del titolo in carica. I tempi regolamentari finiscono 1-1 e anche per tutto l’arco dei supplementari la partita non riesce a sbloccarsi.

 

Quando ormai mancano dieci secondi alla fine e la partita pare destinata a essere decisa dai rigori, Nayim, di nome Mohammed Alí, raccoglie un rimpallo a circa dieci metri dalla linea di centrocampo, una palla che rimbalza troppo bene per non essere calciata. La traiettoria che ne esce è altissima, sembra un tiro da film, di quelli in cui la palla finisce davanti ai fari dello stadio e il portiere per mantenere lo sguardo sulla palla rimane accecato. E infatti la reazione di Seaman è quella che è: rigida, inefficace, quasi da marionetta.

 

La palla entra e il Saragozza vince la Coppa delle Coppe nel più insperato dei modi possibili. Da quel giorno Nayim, che prima di approdare al Saragozza aveva giocato per cinque anni al Tottenham, sarà il primo calciatore a essere diventato un idolo dei tifosi dopo la sua cessione.

 



https://www.youtube.com/watch?v=r4dD5ZZd9tA

 

Un’altra finale, un’altra partita al Parco dei Principi. Inter - Lazio, finale di Coppa UEFA della stagione 1997/1998, da sola contiene Ronaldo, Nesta, Djorkaeff, Nedved, Zamorano, Mancini, Zanetti, Casiraghi e Simeone.

 

È la partita che probabilmente segna il punto più alto del calcio di Ronaldo, il "Fenomeno". Inter - Lazio significa due dei momenti più iconici di quello che al tempo era la rappresentazione futuristica del gioco che sarebbe venuto solo anni più tardi: l’elastico a Gottardi e il doppio passo a Marchegiani.

 

Ma è anche la partita che segna metaforicamente l’inizio delle illusioni di Moratti e Cragnotti, prima dei successi degli anni 2000, e la fine del decennio d’oro delle squadre italiane all’interno delle competizioni europee.

 



https://www.youtube.com/watch?v=CLddUfcfErg

 

Smail Zidane emigrò dalla Cabilia, regione settentrionale dell’Algeria, a Parigi nel 1953, poco prima dell’esplosione della guerra d’indipendenza del paese nordafricano. Nella capitale francese, però, non c’è lavoro a sufficienza. Lui lavora come guardiano in un sito di costruzione a Saint-Denis, nella zona nord-occidentale di Parigi, che è anche la sua casa, dato che non ha abbastanza soldi per pagarsi un tetto sopra la testa. Negli anni ’60 la situazione diventa insostenibile e si trasferisce a Marsiglia, dove nasce e cresce suo figlio, Zinédine.

 

A Marsiglia "Zizou" trova l’amore per il calcio, da piccolo gioca con i suoi amici per strada come tutti. Ha solo un problema: ha paura di colpire il pallone con la testa. Nel 1989 a Marsiglia arriva anche Enzo Francescoli, che ha definitivamente abbandonato il delirante sogno di Lagardère. Zidane è il suo primo ammiratore, lo va a guardare in allenamento quasi tutti i giorni.

 

Come Francescoli, però, Zidane dovrà andare a Parigi per avere la propria consacrazione. Nel 1998, in vista dei Mondiali che si terranno in Francia dopo 60 anni, viene costruito lo Stade de France a Saint-Denis. Zidane lo inaugura segnandoci il primo gol ufficiale, in un’amichevole contro la Spagna.

 

Il 12 luglio di quell’anno allo Stade de France c’è la finale del Mondiale: Francia - Brasile. La sfida televisiva è tra lui e Ronaldo. Il brasiliano, però, ha avuto un misterioso incidente la notte prima e in campo non c’è partita. Al 27.esimo del primo tempo spiove un calcio d’angolo in area, Zidane colpisce la palla con la testa e apre le marcature. Dopo altri 70 minuti di gioco la Francia è campione del mondo, per la prima volta.

 

«Fu un figlio della Cabilia a offrire la vittoria», dichiarò Zidane in seguito «Ma fu la Francia a diventare campione del mondo: nel gol di una persona, due culture si sono unite».

 



https://www.youtube.com/watch?v=K25aNJfSgjU

 

Circa tre anni dopo la vittoria ai Mondiali, il 6 ottobre del 2001, la storia torna allo Stade de France. Quel giorno a Saint-Denis si tiene Francia - Algeria, la prima volta che le due Nazionali si affrontano da quando il paese nordafricano ha ottenuto col sangue la propria indipendenza.

 

Sportivamente l’incontro non ha nulla da dire, a fine primo tempo la Francia sta già vincendo 3-1. Al 79.esimo, quando l’incontro è sul 4-1, c’è un’invasione di campo che all’inizio sembra innocua: un uomo corre per il campo sventolando una bandiera algerina. Ma quella in realtà è solo la miccia, di lì a poco decine di altre persone si riversano in campo, correndo inseguiti dagli steward.

 

La vigilanza non riesce più a contenere l’invasione ed è costretta a chiamare la polizia in tenuta antisommossa. Lo stadio, da teatro di calcio, si trasforma in piazza da manifestazione finita male.

 

Tutti i calciatori scappano, l’unico a rimanere in campo è Lilian Thuram. È inquadrato dalle telecamere perché ha preso uno degli invasori per la maglia, ci sta litigando. Dopo spiegherà: «L’ho preso per il braccio e gli ho detto: "Vi state rendendo conto di quello che state facendo?". Mi ha guardato e mi ha detto che gli dispiaceva. Ma loro non capiscono una cosa, non posso credere che non hanno realizzato cosa hanno fatto a loro stessi. Le persone dovranno lottare per spiegare che tutti i giovani neri o algerini non sono come quelli che hanno fatto casino sabato sera».

 

Pochi giorni dopo Jean-Marie Le Pen annuncerà la propria candidatura alla presidenza davanti allo Stade de France, nello spiazzo dedicato a Jules Rimet.

 



https://www.youtube.com/watch?v=VsdMmDwCY10

 

L’ultima grande finale a giocarsi a Parigi è quella di Champions League del 2006: Barcellona - Arsenal. Il Barcellona sta per diventare uno dei più grandi club al mondo, ma ancora non lo sa, mentre l’Arsenal continua la sua disperata ricerca di trofei internazionali che da quella sconfitta in Coppa delle Coppe del 1995 ancora non ha dato frutti. Sembra una partita di un’altra epoca, nonostante tra oggi e quel giorno non ci siano nemmeno dieci anni.

 

Henry ha ancora la maglietta dell’Arsenal, così come Fàbregas, e alle sue spalle giocano Ljungberg e Pirès. Hleb ha i capelli biondi ossigenati. In difesa c’è Ashley Cole, in porta Lehmann. In panchina, tra gli altri, Flamini, Reyes, Bergkamp e van Persie. Dall’altra parte le stelle sono Eto’o e Ronaldinho, Messi è infortunato. Con la casacca blaugrana anche van Bommel, Rafa Márquez e Deco. In panchina: Thiago Motta, Xavi, Iniesta e Larsson.

 

Per un capriccio molto sadico del destino, la partita viene ancora una volta influenzata pesantemente da una leggerezza del portiere dell’Arsenal: al 18.esimo del primo tempo Lehmann atterra Eto’o lanciato in porta fuori dalla propria area di rigore e viene espulso.

 

Nonostante ciò, Henry riesce comunque a illuminare. Costringe Valdes a delle parate fuori dal normale per tutto il primo tempo e poi al 37.esimo mette una palla morbidissima al centro dell’area, che viene sbattuta in porta con violenza dalla testa di Campbell. La partita rimane su binari favorevoli alla squadra inglese fino al 61.esimo, quando in campo entra Henrik Larsson. Quella è l’ultima e forse più bella partita dello svedese con la maglietta del Barcellona. Entra e in 20 minuti mette prima Eto’o e poi Belletti da soli davanti al portiere.

 

«Le persone parlano sempre di Ronaldinho, Eto’o e Giuly», dichiarerà Henry a fine partita «Ma stasera non li ho visti, ho visto solo Henrik Larsson». I blaugrana vincono la Champions League, la prima da quando la coppa ha assunto questo nome, la prima dal 1992. Una nuova epoca ha inizio.

 
 

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