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Alfredo Giacobbe
Il Napoli di Benítez in 12 immagini
28 Nov 2014
28 Nov 2014
Pregi e difetti del gioco del Napoli. Riuscirà Benítez a diventare il Wenger dei partenopei?
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Alfredo Giacobbe
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La storia degli esordi di Benítez è comune a molti suoi colleghi allenatori: Rafa era un canterano del Real Madrid che, tormentato dagli infortuni, abbandonò presto il calcio giocato e ottenne di far parte dello staff tecnico della Casa Blanca. I suoi primi passi da capo allenatore non furono entusiasmanti: esonerato nella stagione 1996/97 dal Real Valladolid quando era ultimo in Primera Division (il vecchio nome della Liga); cacciato dall'Osasuna dopo solo 9 partite l’anno successivo in Segunda Division. Nel 1998 e nel 2001 conquistò due promozioni con Extremadura e Tenerife e per lui si aprirono le porte del Valencia.

 

Benítez non fu comunque la prima scelta: Irureta, Mané e Aragonés avevano rifiutato la panchina di una squadra forse considerata a fine ciclo. Nelle due stagioni precedenti, i valenciani sotto la guida di Hector Cuper avevano conquistato due finali di Champions League, perse contro Real Madrid e Bayern Monaco; Benítez in tre stagioni conquistò due campionati ed una Coppa Uefa, impressionando per la matrice offensiva del calcio proposto dalla sua squadra.

 

Il suo avvio, nel 2004, sulla panchina del Liverpool fu folgorante: vinse la Champions League 2004/05 dopo essere stato sotto 0-3 all’intervallo contro il Milan, nell’ormai arcinota finale di Instanbul, dopo aver battuto Chelsea e Juventus nei turni ad eliminazione diretta. Nei restanti cinque anni, Rafa ha raccolto meno di quanto ci si aspettasse, portando a casa una FA Cup e una Supercoppa Europea, e soli piazzamenti in campionato. Dopo i rocamboleschi sei mesi alla guida dell’Inter (due trofei vinti) e altri sei non meno turbolenti alla guida del Chelsea (una Europa League conquistata), il 27 Maggio 2013 Rafa Benitez atterra sul pianeta Napoli.

 


Il Napoli guidato per un quadriennio da Walter Mazzarri era una squadra che andava a folate, la velocità e la resistenza di Lavezzi e Maggio permettevano alla squadra una transizione difesa-attacco rapida ed efficace; Cavani era un formidabile terminale offensivo, nonostante il lavoro al quale era costretto in fase di copertura, ed Hamsik era abile ad arrivare a rimorchio da lontano, facendo perdere le sue tracce al diretto marcatore.
Benítez mostra dentro e fuori dal campo una mentalità e un’idea di progetto che vuole far compiere al Napoli, prima come società poi come squadra, il definitivo salto di qualità. Dopo pochi mesi ha coniato il motto “Sin prisa pero sin pausa”, che punta dritto il dito all’intensità che l’allenatore spagnolo pretende dalle sue squadre: giocare senza fretta ma senza pause significa portare una pressione costante agli avversari, indipendentemente dal fatto che si sia in possesso o meno del pallone. Un’attitudine mentale che ha permesso al Napoli di battere Juventus, Roma, Arsenal e Borussia Dortmund; e che, quando è mancata, non ha permesso agli Azzurri di difendersi neanche dal Cagliari.

 

Le squadre di Benítez sono compatte ed organizzate. Il suo 4-2-3-1 garantisce una copertura ideale di tutte le zone del campo, impedendo però alla squadra di allungarsi troppo. In fase di non possesso, il Napoli si sistema con il 4-4-1-1 e le due linee che si vengono a formare restano molto vicine e si spostano come un corpo unico sia in orizzontale che in verticale. Una densità che complica le combinazioni palla a terra o la creazione dello spazio e del tempo della giocata da parte degli avversari. Fondamentale è il lavoro delle ali, che devono sempre rientrare sulla linea dei mediani, e Callejon ed Insigne non hanno eguali in quanto a spirito di sacrificio. Contro la Roma, ad esempio, il Napoli accorciava sempre in avanti tenendo le linee compatte.

 



 

Benítez è un allenatore scaltro che prepara le partite con meticolosità, le sue squadre lavorano molto per limitare i punti di forza degli avversari e scoprirne i punti deboli. Nella partita del San Paolo contro la Roma, il Napoli ha aggredito gli avversari ad inizio azione fin dentro la loro area di rigore e disturbando la ricezione di palla dei suoi uomini più pericolosi, ovvero Pjanic e Totti.

 



 

Qui sopra Jorginho costringe Totti all’indietro per quaranta metri, mentre i suoi compagni sporcano tutte le linee di passaggio al romanista; il lavoro di Hamsik è pregevole, perchè se la Roma dovesse perdere palla sarebbe in vantaggio rispetto a Keita, e questo tipo di copertura è fatto spesso dagli uomini di Klopp a Dortmund.

 

Lo stesso spirito di abnegazione, però, non si è visto contro squadre di seconda fascia come il Cagliari. Il Napoli della scorsa domenica ha perso le distanze già nel corso del primo tempo, a testimonianza del fatto che la condizione mentale è un fattore che per questa squadra conta più di quanto non faccia la condizione atletica (e in questo casa a far rilassare il Napoli può esser stato anche il vantaggio maturato velocemente). Così, il playmaker cagliaritano, Crisetig, riceveva palla dal portiere e poteva impostare su Dessena totalmente indisturbato: con due passaggi il Cagliari saltava le prime linee avversarie e il Napoli (che dalla situazione qui sotto subirà il gol del 2-1 di Ibarbo) difendeva con sei soli uomini al di sotto della linea della palla.

 



 

Nello schema di Benítez, la costruzione del gioco parte dai piedi dei due difensori centrali e dei due mediani. I terzini possono salire per incrementare i numeri nella metà campo avversaria, tentare di allargare le maglie degli avversari e moltiplicare le opzioni di passaggio per il portatore di palla. Sono state mosse molte critiche ai due mediani, imputati soprattutto di offrire scarsa protezione alla propria difesa. I due centrocampisti difensivi sono andati spesso in difficoltà anche per l’effetto domino sopra citato: se le ali non recuperano la posizione in fretta, i mediani devono coprire più spazio e non sempre ci riescono. Anche se non è un vero playmaker, Inler è un giocatore abbastanza tecnico da giocare a testa alta e che prova a servire gli attaccanti in profondità, assumendosi anche un certo livello di rischio; però è un giocatore lento che va in difficoltà quando deve coprire lo spazio o deve assorbire la penetrazione di un centrocampista avversario.

 



 

Qui sopra Gargano è in ritardo su Ekdal, Inler non mette in conto l’errore del compagno e resta piantato. Il cagliaritano può girarsi e puntare la difesa.

 

A quel punto la palla è scoperta, ovvero Ekdal fronteggia la difesa senza un centrocampista davanti a schermarlo e con la possibilità di scegliere il tempo del passaggio filtrante; gli uomini del reparto arretrato faticano a rinculare e vengono attaccati ai lati da Farias e Ibarbo.

 



 

In fase di possesso, inoltre, i mediani devono occuparsi delle coperture preventive: l’azione dei terzini è fondamentale per lo sviluppo del gioco offensivo e i centrocampisti devono coprire lo spazio in fascia che i compagni lasciano alle loro spalle. Quando ciò non avviene i due difensori centrali diventano immediatamente vulnerabili.

 



 

Nel ritorno del preliminare di Champions League, Unai López cercava spesso la ricezione alle spalle di Ghoulam che era in costante proiezione offensiva. Jorginho, che avrebbe dovuto coprire le discese del compagno, rimaneva sempre troppo lontano dall’avversario.

 

Con David Lopez e Jorginho, Benítez sembra aver trovato la quadratura del cerchio: lo spagnolo è un giocatore mobile, roccioso, tatticamente intelligente e che non va in panico se pressato; Jorginho ha più tecnica e visione del gioco e sta imparando a cercare spazio in zone del campo diverse, rendendo più semplice il lavoro del portatore di palla e più difficili i compiti di marcatura degli avversari.

 

Contro la Roma, Jorginho ha giocato spesso in posizione asimmetrica con David Lopez, cercando spazio alle spalle di Nainggolan, e questo ha reso la circolazione di palla più fluida. Talvolta si è ritrovato allineato o addirittura più avanti del trequartista Hamsik.

 



 

Jorginho potrebbe diventare per il Napoli quello che Mascherano era per il Liverpool di Benítez: qui sotto lo United pareggia i numeri sulla fascia e allora è l’argentino che va in sovrapposizione. L’azione dello Jefecito porterà al gol di Babbel, servito sul lato opposto, e alla vittoria per 2-1 sul Manchester di Sir Alex Ferguson. Era il 13 Settembre 2008.

 



 

Benítez quest’anno ha scelto di puntare forte su Koulibaly e sta lavorando molto sull’intesa tra il gigante ex-Saint Etienne e Raoul Albiol. Il ventitreenne francese è un ottimo prospetto e l’impatto con il campionato italiano non è semplice per nessuno (neanche per un difensore esperto come Nemanja Vidic). Koulibaly ha alternato grandi prestazioni a marchiani errori tecnici, come in occasione del gol di Nico Lopez nella partita di campionato contro il Verona. Il difensore ha affrontato l’attaccante con irruenza, anziché posizionarsi col corpo a protezione dell’interno dell’area di rigore, finendo per essere saltato in agilità dall’uruguaiano.

 

Al Liverpool, Benítez impiegò due stagioni per fare di Jamie Carragher uno dei difensori più forti del campionato inglese e della coppia con Sami Hyypiä una delle più affidabili d’Europa.

 



 

L’allenatore spagnolo sembra più avanti col lavoro nello sviluppo della fase offensiva: il Napoli sa arrivare al gol in più modi e in alcune situazioni è micidiale. Quando i terzini salgono sull'esterno le ali si muovono verso l’interno del campo, per lasciare loro lo spazio e cercare in questo modo di ricevere palla tra la difesa e il centrocampo avversario, oppure possono tagliare alle spalle di un difensore in direzione della porta. Benítez ha sempre preferito avere giocatori con mezzi tecnici notevoli in quella posizione: a Liverpool cambiò il ruolo a Dirk Kuyt, centravanti e capocannoniere al Feyenoord l’anno prima; preso Mascherano, portò Gerrard a giocare in fascia prima che come trequartista. Anche a Napoli ha a disposizione una batteria di esterni dalla tecnica sopra la media che quando vengono in mezzo al campo creano sempre pericoli: Mertens e Insigne sono due destrorsi che giocano a sinistra, mentre Callejon è praticamente ambidestro.

 



 

Un esempio di come il Napoli può creare facilmente parità numerica in avanti: Higuain esce dalla posizione per ricevere il pallone e si porta dietro un difensore, Pandev da trequartista si infilar nel buco seguito dal terzino avversario, Mertens a sua volta sfrutta lo spazio creato da Pandev e alla fine sarà proprio lui il destinatario del passaggio di Higuain e l’autore del gol contro il Verona.

 

Il trequartista di Benítez svolge un lavoro a volte oscuro (si è dibattuto a lungo sulla scarsa vena realizzativa di Hamsik nell'ultima stagione e mezzo) fondamentale per dare equilibrio allo scacchiere pensato dal tecnico spagnolo. Il trequartista crea la superiorità numerica quando si pareggiano i numeri in fascia: se la sovrapposizione del terzino sull’ala viene annullata dal difensore e dal centrocampista avversario, ecco che il trequartista corre in aiuto dei compagni.
In questo modo le ali (Insigne nell'immagine sopra) posso venire all’interno del campo e combinare con il trequartista (Mertens) per poi servire il terzino in sovrapposizione (Ghoulam).

 



 

Ma la vera mossa da scacco matto è il cambio di gioco sul lato debole, che il Napoli cerca spesso e che è stato devastante, soprattutto quest’anno, quando lo ha trovato dal lato di Callejon. Il centravanti fa i movimenti opposti rispetto a quelli del trequartista: il primo si allontana cercando l’uno contro uno con l’ultimo dei centrali mentre il secondo si propone incontro.

 

Allo stesso modo l’esterno d’attacco sul lato opposto parte largo per tagliare alle spalle del terzino verso la porta. In questi frangenti Callejon diventa complicatissimo da marcare: lo spagnolo ha velocità e conosce a memoria i tempi della giocata. Inoltre Hamsik, Insigne e Mertens, quando possono rientrare sul destro, hanno le qualità per mettere il compagno davanti alla porta. Nei casi migliori a difesa schierata, come contro il Milan, sul lato debole si crea un pericoloso due contro due.

 



 


Non sono state tutte rose e fiori per Benítez nell’arco della sua carriera. Lo spagnolo è dipinto dai suoi ex giocatori come un allenatore molto esigente, persino duro, e non prodigo di complimenti. Nell’ultimo anno a Liverpool Rafa ebbe diversi problemi nel tenere insieme lo spogliatoio (Xabi Alonso fu persino ceduto e anche con Gerrard qualcosa si ruppe); all’Inter si scontrò con la fronda mourinhista della squadra e al Napoli gli ex Cannavaro e Berhami sono stati tutt’altro che teneri nelle loro recenti dichiarazioni. Non si contano poi le divergenze con le proprietà, praticamente ovunque abbia allenato: a Valencia lasciò per

; alla nuova proprietà americana del Liverpool chiese poteri maggiori in ogni ambito (andò via rinunciando ad un contratto quinquennale);

con Massimo Moratti sono ancora vive nella memoria degli interisti.
Questo per dire che Benítez è un professionista del calcio moderno ma anche un uomo cocciuto che lavora bene quando si lavora come dice lui.

 

In campo si vedono i prodromi del Napoli che Benítez ha in mente, ma la trasformazione è ancora in atto. Una parte delle richieste che l’allenatore indirizza alla sua società, e che peseranno nella partita del rinnovo contrattuale, riguardano la gestione sportiva nel senso più ampio possibile (si discute di rinnovamento delle strutture di allenamento o del coaching staff di tutte le squadre giovanili). Lo spagnolo chiede che il Napoli diventi una società calcistica moderna, con una filosofia condivisa ed integrata a tutti i livelli. Benítez riuscirà a diventare il Wenger di Napoli?

 
 

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