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Mosaico sudamericano
15 giu 2015
15 giu 2015
La Copa América è una competizione profondamente latinoamericana: barocca, disordinata e caotica. Storie di calcio e geopolitica che la coppa porta con sé.
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La Copa América è una competizione meravigliosamente latinoamericana: è barocca, disordinata e caotica. Come tutte le cose che vengono dall’estremo occidente, come qualcuno una volta chiamò quella porzione di terra che va dalla Patagonia al Messico, ci richiama a luoghi e tempi lontani, che forse non sono mai esistiti.

 

La Copa América non ha una cadenza temporale fissa, le squadre partecipanti sono sempre le stesse e a ogni edizione vengono invitate altre due Nazionali, teoricamente affini per radici geografiche e culturali, per permettere la formazione di almeno tre gironcini. Ecco, la Copa América ci fa tutto di un tratto uscire dal Calcio Moderno per portarci a quei tempi in cui non esistevano qualificazioni ma solo aristocratici inviti.

 

Sono già questi inviti a parlarci di Latinoamerica se la CONMEBOL, la UEFA del Sudamerica, per distillare i nomi di Giamaica e Messico è passata per i rifiuti di Giappone e Cina, cioè i due paesi che più hanno dato e stanno dando ai paesi sudamericani in termini di persone (Brasile, Perù, Argentina e Bolivia hanno tra le più grandi comunità giapponesi del mondo) e beni (la Cina è il più importante partner commerciale per Brasile, Perù e Cile). Gli stessi inviti ci dicono che il Latinoamerica non si sente più il “giardino di casa” degli Stati Uniti da un pezzo: negli ultimi vent’anni la Nazionale a stelle e strisce ha partecipato alla Copa América una sola volta (nel 2007).

 

Le dodici storie che trovate di seguito, una per squadra partecipante, sono qui per raccontarvi qualcosa della Copa América fuori dal campo. O forse no, ché si sa che in Sudamerica il confine tra realtà e immaginazione è fin troppo labile.

 



Si dice spesso che il calcio debba unire. In Colombia hanno preso questo luogo comune molto seriamente e negli ultimi anni il pallone sta davvero diventando uno degli strumenti di distensione più efficaci tra le FARC e lo stato colombiano.

 

Circa due anni fa Nicolás Leoz, ex presidente della CONMEBOL, ha rivelato che furono proprio le FARC a permettere lo svolgimento dell’ultima edizione della Copa América tenutasi in Colombia, quella del 2001. Quell’edizione fu sul punto di essere annullata fino all’ultimo momento per problemi di sicurezza. Il Canada e l’Argentina decisero di ritirare le proprie squadre per paura di attentati terroristici. «Quando si resero conto che avremmo potuto spostare la Coppa in un altro paese, i guerriglieri si disperarono perché pensarono che avrebbero sicuramente fatto una brutta figura con i propri compatrioti e alla fine liberarono Mejía». Hernán Mejía Campuzano era il vicepresidente della federazione calcistica colombiana, che le FARC avevano rapito solo pochi giorni prima dell’inizio della competizione. Alla fine non solo quella Copa América si giocò, ma addirittura la Colombia la vinse per la prima e unica volta nella sua storia.

 

https://www.youtube.com/watch?v=TCFVnSzOMag

Un giovanissimo Cordoba.



 

L’anno scorso, poco prima dei sorprendenti Mondiali disputati dalla Colombia in Brasile, le FARC si presero una pausa dai colloqui di pace all’Avana per mandare un messaggio di incoraggiamento a James Rodríguez e a tutto il resto della

: «Con gente come voi sicuramente arriveremo lontano».

 

Per la Nazionale colombiana è arrivato il momento di restituire questi “favori”. Un’insperata vittoria in questa Copa América potrebbe riportare i colloqui di pace sui binari giusti, ora che ne hanno

.

 



Quando andai in Bolivia all’inizio del 2011 per fare una ricerca sul governo di Evo Morales (un personaggio particolare: primo presidente indio dell’America Latina, ex sindacalista dei coltivatori di coca) molti intervistati mi dissero che il nuovo “regime” utilizzava la legge contro il razzismo da esso stesso approvata come forma di repressione nei confronti dei dissidenti. Sostanzialmente, la loro tesi è che la magistratura si inventasse i casi o al limite stiracchiasse di molto il concetto di razzismo.

 

A pochi mesi dall’inizio della Copa América sembra che questa strategia si sia rivoltata contro lo stesso governo. Secondo il quotidiano

, l’allenatore della Nazionale, Mauricio Soria, avrebbe pronunciato una frase razzista dichiarando: «Io sono il selezionatore della Bolivia, non dell’Africa», probabilmente riferendosi ai calciatori di colore. La frase ha scatenato la reazione della comunità afroboliviana (esiste una comunità afroboliviana), che ha minacciato di fare ricorso al Comitato Nazionale di Lotta contro il Razzismo.

 


Evo Morales è letteralmente malato di calcio.



 

L’intervento della federazione, che ha deciso di risolvere la questione internamente, ha salvato Evo Morales, la cui retorica si basa sul revanchismo degli indios sui bianchi, dall’imbarazzo di presentarsi alla Copa América con l’allenatore della Nazionale in carcere per razzismo.

 



È buffo pensare che il paese più povero e meno influente del Sud America sia anche quello calcisticamente più potente. Negli ultimi 30 anni la CONMEBOL, che ha la sua sede a Luque (in  Paraguay ovviamente), è stata dominata da presidenti paraguaiani, se si esclude la parentesi dell’uruguaiano Eugenio Figueredo tra il 2013 e il 2014. Lo storico presidente Nicolás Leoz, che ha “governato” tra il 1986 al 2013, era uno degli uomini più vicini a Sepp Blatter.

 

C’è un’inquietante ragione alla base di questo. Il Paraguay infatti, confermando la sua nomea di paese dai traffici oscuri e pericolosi, è l’unico stato al mondo ad aver garantito a una federazione di calcio (la CONMEBOL, per l’appunto) l’immunità diplomatica, grazie ad una legge del 1997. Questo vuol dire che la federazione che gestisce il calcio sudamericano è equiparata, sotto un profilo giuridico, alle ambasciate, ai consolati e alle sedi delle Nazioni Unite. Lo stesso Leoz comparò la sede della CONMEBOL al Vaticano.

 

La situazione è riemersa con l’apertura del vaso di Pandora degli scandali FIFA che ha coinvolto soprattutto il calcio latinoamericano. La legge paraguaiana, infatti, prevede non solo che i beni e gli archivi della CONMEBOL non possano essere perquisiti, sequestrati o confiscati, ma soprattutto che i suoi funzionari non possano essere arrestati. Quindi se per la FIFA possiamo aspettarci qualche arresto, per la CONMEBOL dovremo accontentarci delle inchieste giornalistiche.

 



Ollanta Humala, il presidente del Perù, è conosciuto per tante cose: è un ex generale dell’esercito che ha tentato un colpo di stato, è il presidente con il consenso più basso di tutta l’America Latina, è un fervente cattolico e un appassionato di calcio.

ha unito tutto questo postando sul sito della presidenza una foto in cui sembra rispondere a Claudio Pizarro che, dopo un goal all’Ecuador, aveva deciso di esultare facendo il saluto militare verso la tribuna. In realtà l’attaccante del Bayern Monaco stava salutando suo padre, che in passato aveva fatto parte della marina.

 

A novembre dell’anno scorso Humala si è recato in Vaticano per visitare Papa Francesco. Tra tutti i problemi che affliggono il Perù, Humala ha chiesto al Papa di intercedere con il Signore per risolvere il più importante, chiedendo una preghiera affinché il paese andino si qualifichi ai prossimi Mondiali. D’altra parte, il Perù non arriva a una fase finale di un Mondiale da più di 33 anni.

 

Viste le ambizioni, non mi stupirebbe se fosse sua la mano dietro all’iniziativa benefica della CONMEBOL che donerà al Vaticano 10mila dollari per ogni goal segnato o rigore parato durante la Copa América.

 



Se la Giamaica è ancora formalmente sotto la regina Elisabetta, il calcio giamaicano si è emancipato da un pezzo. Il leader del pallone caraibico dal 1994 si chiama Horace Burrell, conosciuto anche con il nome di Capitan Burrell. È lui ad aver portato i “Reggae Boyz” (così si fa chiamare la Nazionale giamaicana) a Francia ’98, facendo diventare la Giamaica il primo stato caraibico di lingua inglese a qualificarsi a una fase finale di un Mondiale.

 

https://www.youtube.com/watch?v=xva2q4LmoGo

La prima storica partita della Giamaica a un Mondiale di calcio.



 

Horace Burrell è un ex ufficiale dell’esercito giamaicano che un anno dopo esser stato eletto a capo della JFF ha aperto una catena di ristoranti chiamata “Il forno del Capitano”. Il suo nome è atterrato sui titoli di tutti i grandi quotidiani occidentali nel 2011, quando è stato coinvolto in un caso di corruzione talmente scandaloso che nemmeno il Comitato Etico della FIFA ha potuto far finta di niente.

 

È lui ad aver portato Winfried Schäfer a stracciare il suo contratto da allenatore della Thailandia e a firmarne uno inizialmente di quattro mesi con la Nazionale giamaicana. L’allenatore tedesco ha dichiarato in seguito che a convincerlo fu la “passione pura” di Horace Burrell.

 



Sono almeno quattro anni che l’opinione pubblica cilena si divide sostanzialmente su un unico argomento: la riforma dell’università. Secondo gli studenti il sistema messo in piedi da Pinochet tra gli anni ’70 e ’80 è iniquo e ingiusto, perché crea un solco troppo vasto tra un’università di Serie A (privata) e una di Serie B (pubblica).

 

Le proteste degli studenti sono iniziate sotto il presidente Piñera, ma non si sono fermate con l’elezione della Bachelet, che pure aveva tra i punti più importanti del suo programma proprio la riforma dell’università. Le organizzazioni universitarie hanno annunciato che le proteste continueranno indefinitamente anche durante lo svolgimento della Copa América.

 

https://www.youtube.com/watch?v=tmLmWiqSVS8

L’incredibile spot realizzato per caricare il Cile prima di Brasile 2014.



 

«Mi sorprende che in Cile la presidentessa abbia vinto con un consenso popolare così alto e un anno dopo sembra avere tutto il mondo contro. La gente che l’ha votata l’ha abbandonata». L’insperata difesa della Bachelet arriva dal tecnico della Nazionale, Jorge Sampaoli (che però è argentino). Chi, invece, si è in qualche modo messo dall’altra parte della barricata è il portiere Claudio Bravo, dichiarando che la Nazionale cilena non sente pressioni, «la pressione adesso è su chi protesta e chi non arriva a fine mese».

 



Da quando è morto Hugo Chávez, il Venezuela è passato da essere guida dell’ambizioso progetto del socialismo del XXI secolo a essere un paese isolato politicamente, poco credibile mediaticamente e soprattutto disastrato economicamente. Il successore di Chávez, Nicolas Maduro, uno che ha più volte dichiarato di aver parlato con l’ex presidente in sogno, sicuramente non aiuta. È lui ad aver appiattito l’intera retorica politica ufficiale del Venezuela in un ricordo nostalgico—e spesso ridicolo—del chavismo.

 

La proposta di Maduro di sostituire Blatter con Maradona, ad esempio, non deriva tanto dalla considerazione che «la FIFA deve essere gestita da calciatori», come lui stesso ha dichiarato, quanto al chavismo più volte sbandierato dal Pibe de Oro.

 

https://www.youtube.com/watch?v=g3sP8tCSgtQ

 

Anche la Vinotinto ha dovuto adeguarsi di conseguenza. Alla morte di Chávez, Juan Arango, capitano della Nazionale, ha pubblicato una lettera a nome della squadra in cui si diceva che la morte del leader venezuelano era stato un colpo non solo per il Venezuela e l’America Latina, ma anche per il resto del mondo.

 



Romario de Souza Faria è nato e cresciuto nella miseria in uno dei sobborghi più poveri di Rio de Janeiro. A quel tempo il Brasile era sostanzialmente considerato un paese del Terzo Mondo che esportava in Europa uomini che tiravano calci a un pallone per fuggire dalla povertà.

 

Oggi Romario è un senatore della Repubblica. È alla guida della commissione parlamentare che sta indagando sulle accuse di corruzione mosse da più parti all’organizzazione dei Mondiali e della Confederations Cup da parte del paese verdeoro. Sono almeno due anni che Romario si fa portavoce di queste istanze e più di un anno fa chiamò Blatter e Valcke «ladri» e «figli di puttana». Ma Romario è solo la bandiera che noi tutti conosciamo, il merito politico va in realtà alle proteste che incendiarono il Brasile già prima della Confederations Cup. In quel caso fu soprattutto la classe media a sollevarsi contro le inefficienze e la corruzione dello stato brasiliano.

 

Oggi il Brasile è la più grande potenza regionale e siede stabilmente nell’élite delle potenze globali. La povertà estrema è stata sradicata e parlare di classe media non è più un tabù.

 



Il 4 luglio, mentre allo stadio Nacional di Santiago andrà in scena la finale della Copa América, a Buenos Aires si svolgeranno le elezioni per il nuovo sindaco. In un paese ossessionato dal pallone come l’Argentina, tuttavia, le vere elezioni che contano quest’anno sono quelle per eleggere il nuovo presidente dell’AFA, la federazione argentina di calcio.

 

Al contrario della politica argentina, con la presidente Kirchner a fare da equilibrista da anni tra retorica proto-peronista e disastro finanziario, nel pallone albiceleste forse qualcosa si sta muovendo. L’anno scorso è morto il padrino del calcio argentino, Don Julio Grondona, dopo un regno incontrastato di 35 anni. Al suo funerale c’erano la Kirchner, Blatter e Messi.

 


Don Julio Grondona, il patriarca del calcio argentino.



 

Adesso il calcio argentino è a un bivio: raccogliere l’eredità grondoniana scegliendo il suo erede, Luis Segura, oppure provare a rompere con il passato scegliendo l’uomo nuovo, Marcelo Tinelli, l’ex produttore televisivo che ha portato il San Lorenzo dallo spettro della Serie B alla Copa Libertadores. Il kirchnerismo per l’ennesima volta sceglierà il gattopardo appoggiando Luis Segura.

 



C’era una volta l’Uruguay terra promessa. L’Uruguay che legalizzava cannabis, matrimoni omosessuali e aborto. Su Facebook si sprecavano i post e i video sui discorsi del suo presidente. Ogni giorno venivamo aggiornati sulla povertà di José Mujica, sul suo vivere in una baracca sperduta in mezzo alla campagna, sul suo muoversi per le strade di Montevideo con un maggiolone scassato.

 

Il nostro rapporto con Mujica si è rotto dopo il morso di Suárez a Chiellini agli ultimi Mondiali: «Noi non abbiamo scelto Suárez per fare il filosofo, per fare il meccanico o per le sue buone maniere». È in quel momento che l’immagine del paese con quella della Nazionale hanno iniziato a ricongiungersi.

 

Oggi che Mujica è stato sostituito da Tabaré Vázquez, un vecchio lupo politico e un grande appassionato di calcio (è stato presidente del Club Progreso e ha tentato senza successo la scalata alla federazione uruguaiana più volte), possiamo tornare a disprezzare Suárez senza sentirci in colpa di aver condiviso su Facebook l’ultimo discorso di Mujica sulla fame nel mondo.

 



Lo scorso 7 giugno in Messico si tenevano le elezioni federali: si votava per rinnovare 500 deputati del Congresso più una miriade di amministrazioni locali. Lo stesso giorno la Nazionale messicana avrebbe affrontato il Brasile in un’amichevole di preparazione alla Copa América.

 

Poche ore prima della partita il c.t. Miguel Herrera e i due giocatori Marco Fabián e Oribe Peralta infrangevano il regolamento della federazione, che prevede che i membri della Nazionale si debbano astenere da commenti di natura politica. All’apparenza, tutti e tre twittavano in favore del partito ecologista messicano.

 

In realtà, però, nessuno dei tre nominava esplicitamente il partito in questione, ma semplicemente riportavano slogan generici come “Vamos Verdes”, “Los verdes si cumplen” e “Mexico Verde”. Le esternazioni sono più ambigue di quanto non possano apparire, perché il verde non è solo il colore degli ecologisti, ma anche della Nazionale di calcio e del Partito Rivoluzionario Istituzionale, il partito di regime uscito dalla rivoluzione messicana attualmente al potere (e alleato con i Verdi).

 




 

Nei giorni precedenti alle elezioni, il Chicharito Hernández aveva denunciato pubblicamente l’uso illegale della sua immagine su un manifesto elettorale. Sul manifesto si vede il Chicharito che indossa una maglietta verde e indica verso di noi. Accanto a lui c’è scritto: «Sono un calciatore, non un politico. Sono messicano e mi metto la Verde». Sul manifesto però non ci sono simboli di partito.

 



Oltre a Bolivia e Venezuela, tra i cosiddetti regimi neopopulisti c’è anche l’Ecuador di Rafael Correa. In questi regimi il dibattito politico è binario: l’opposizione accusa il governo di voler instaurare una dittatura e il leader carismatico accusa l’opposizione di far parte di una cospirazione ordita di solito dagli Stati Uniti.

 

Correa è uno dei pochi a esser riuscito a tirar fuori dell’autoironia da questo ping-pong stantio. Durante la finale d’andata per l’assegnazione del campionato ecuadoriano, che vedeva di fronte la sua squadra del cuore, l’Emelec, contro il Barcelona, ha twittato: «Espelleremo Blanco dal paese», commentando il goal del centravanti argentino con cui il Barcelona era riuscito a pareggiare la partita.

 




 

La situazione è tornata sui binari della realtà quando l’allenatore dell’Emelec, Gustavo Quinteros, che ha portato due scudetti di fila alla squadra di Guayaquil dopo un digiuno di più di un decennio, è stato promosso a commissario tecnico della Nazionale per provare a ripetere il miracolo in Copa América.

 
 

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