Newsletters
About
UU è una rivista di sport fondata a luglio del 2013, da ottobre 2022 è indipendente e si sostiene grazie agli abbonamenti dei suoi lettori
Segui UltimoUomo
Cookie policy
Preferenze
→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
Menu
Articolo
(di)
Daniele Manusia
Maglie da calcetto per giocatori scarsi
21 Oct 2018
21 Oct 2018
Michele ci ha chiesto come orientarsi per scegliere una maglia da calcetto.
(di)
Daniele Manusia
(foto)
Dark mode
(ON)

Cari,

Ho ripreso recentemente a giocare a calcetto e per evitare la classica figura da ragionier Filini, sto considerando l'acquisto di una maglia con dignità. Avete già fatto una guida delle maglie da avere, ma mi sembra mancasse il sottotesto di ciò che la maglia comunica.

 

Una maglia di Messi indica solo ammirazione per il giocatore o una tecnica sopra il comune?

 

Ci si può presentare in campo con una maglia di Nainggolan senza che i compagni di squadra si aspettino di vederci lottare su ogni pallone?

 

Ed esiste un modo per indossare i panni di Neymar senza ispirare nell'avversario una spedizione punitiva alla nostra caviglia?

 

E insomma, a me che sono un brocco vero, la cui unica dote è il sacrificio e la generosità, ovvero giocare a tre tocchi per incapacità di portare palla, avete una maglia da suggerire che ispiri pazienza, comprensione ed empatia?

 

Io pensavo a Ranocchia o Candreva, ma pure Santon.

 

Michele

 



 

Caro Michele,

Per me questo della maglia è un problema relativamente recente. Quando ero giovane non giocavo a calcetto. Giocavo a calcio. Quelli che giocavano a calcetto erano (1) vecchi che non giocavano più a calcio oppure (2) sfigati che non giocavano abbastanza bene a calcio. C’erano i tornei di calciotto serissimi di Roma, ma anche lì la maglia te la davano, non potevi presentarti con la 9 di Icardi. Anche quando capitava di giocare una partita così, per il piacere di farlo, mi presentavo con il materiale di allenamento della squadra in cui giocavo. Sono andato avanti così anche dopo che ho smesso di giocare: il mio passato era il mio unico immaginario; era una versione di me stesso più giovane, quella in cui mi immedesimavo giocando a calcetto.

 

Negli anni però il calcetto (o il calciotto, che per chi ci legge al nord equivale al calcio a sette) è diventato la mia nuova realtà e la scelta della maglia ha iniziato ad assumere un valore e un significato diverso. Che il calcetto non sia pura competitività ce lo dice il fatto che ormai gioca persino chi è scarso, chi magari non ha mai giocato prima dei venticinque, trent’anni. È indubbio che le nostre generazioni giochino a calcetto molto di più di quelle passate (in percentuale sul totale, più a lungo). Io non ho mai visto mio padre giocare a calcetto, perché giocava a poker, passava ore fuori dallo stesso bar con gli amici, andava a donne, eccetera: il calcetto, invece, è il modo in cui la mia generazione ha scelto di invecchiare. Mi chiedo se questo significhi anche che siamo generalmente più infantili dei nostri padri e, in caso, perché: sapevi che in tutti gli animali addomesticati i tratti infantili persistono anche in età adulta?

 

Sicuramente il calcetto restituisce dignità alle nostre giornate, una dignità che è anche estetica. Oggi che ho 37 anni mi porto al campo sempre tre o quattro maglie, chiare e scure, in modo da non dover indossare il fratino fluorescente (che forse fuori Roma si chiama “pettorina”) che ti danno al campo, che spesso puzza anche di sudore. Ci tengo. Quasi nessuna delle mie maglie, però, ha nome e numero, la scelta è quasi sempre troppo difficile e non mi va di rimpiangerla dopo un anno o due. Pochi anni fa mi è stata regalata una maglia della Roma e ci ho messo un mese per decidere di chi mettere il nome. Era l’anno di Marquinhos, ma un amico lungimirante mi aveva detto che magari lo avrebbero venduto dopo poco e ci sarei rimasto male, mentre De Rossi aveva appena rinnovato e alla fine, anche se avevo già due maglie della Roma con il numero 16 e il suo nome, è sempre bello farsi la maglia di una leggenda se hai la fortuna di averne una in squadra.

 

In De Rossi posso rispecchiarmi, siamo entrambi il tipo di romano timido e pessimista, generoso e leale ma anche sospettoso e suscettibile, impulsivo e poco calcolatore. Siamo entrambi nati lenti, lui ha giocato più spesso a centrocampo di me ma, come me, a un certo punto è stato spostato in difesa. Forse lancio lungo addirittura più spesso di lui, certamente peggio. Siamo praticamente coetanei.

 

Poi però vado al campo e vedo altre persone con la maglia di De Rossi. Abbiamo tutti la stessa idea di noi stessi, di De Rossi? Cosa condividiamo io e tutti quelli che giocano con la maglia di De Rossi? Cosa condividiamo veramente con De Rossi? Quanto ci sentiamo coinvolti quando De Rossi fa una stronzata: ci sentiamo condannati insieme a lui dagli editoriali moraleggianti, dai post su Facebook indignati? (E come si sente chi ha comprato la maglia di Ronaldo adesso che l’accusa di stupro ha gettato un’ombra sulla sua immagine pubblica?).

 

Ma stiamo parlando come se per tutti indossare una maglia da calcio sia un gesto niente affatto scontato. Ci rivolgiamo, cioè, a quelli che mai si presenterebbero al campo con una t-shirt qualsiasi o una polo da tennis (lo scopo della maglietta in fondo è solo assorbire il sudore). È il meccanismo stesso di identificazione e proiezione, di distinzione, che diamo per vero che non ci permette di pensare regole generali. Ma non è per tutti così. Ci sono, volendo, delle convenzioni che ci rendono la vita più facile.

Se cerchi su internet i pezzi che classificano le maglie più belle di sempre, ad esempio, vedrai che le caratteristiche principali affinché una maglia duri, resista, nel tempo è sempre legata più che a un giocatore alla squadra in questione. Non una maglia qualsiasi della Francia, ad esempio, ma quella del ‘98. Tra quelle recenti del Brasile la più giusta è quella del Mondiale di Ronaldo (2002). Vale anche per i club, l’Inter del triplete ha un valore superiore a quella di un Inter qualsiasi. Ma in fin dei conti questo genere di maglie servono da statement socio-culturale: stai dichiarando le tue conoscenze e i tuoi gusti calcistici, la tua appartenenza anagrafica a una generazione specifica di tifosi-testimoni (lo stesso vale per le maglie vintage anni ‘90, quella del Parma di Veron, del Brescia di Hubner). Difficilmente però il karma di una Nazionale storica o di un’epoca più pura potrà in qualche modo infilarsi nelle maglie della tua identità più profonda. Allo stesso modo, impossibile aderire sinceramente a un campione come Messi o Ronaldo.

Qualcuno, tuttavia, subordina la propria unicità diversamente, spendendola per discorsi di ordine superiore, compiendo una scelta non puramente consolatoria-nostalgica, indossando maglie che comunichino un’idea di mondo. Maglie, magari, politiche. Adesso si trovano anche riproduzioni a prezzo buono di maglie di Socrates del Corinthians, l’ultima dell’URRS, l’ultima della Yugoslavia. Un discorso simile lo fa chi sceglie maglie esotiche, rarissime e bellissime: io ho giocato contro maglie di Haiti, Mauritius e svariate squadre di club thailandesi, giapponesi, africane. È una scelta comprensibile e condivisibile, direi persino matura, da adulto, se non stessimo parlando di maglie da calcio.

 

Quindi, la prima domanda che bisogna farsi quando si sceglie la maglia giusta, è se si vive il calcetto più come un’esperienza individuale e introspettiva o piuttosto sociale, di relazione. Se indossi la maglia per te stesso o per dare un messaggio alle 9 persone che giocano con te e agli sconosciuti che incroci mentre cammini dallo spogliatoio al campo (“Guarda quella maglia com’è strana? Cos’è, Vietnam? Incredibile com’è meraviglioso il mondo, e io che gioco ancora con la maglia del Milan di Inzaghi…”).

 

Se scegli una maglia di questo tipo, puoi saltare a piedi pari la questione dell’identificazione. Ti metti la maglia della Slovenia perché ci sei stato in vacanza ed è una bella maglia, stop. Ma quelli come te, Michele, che ne fanno una questione più personale, non possono comunque evitare di riflettere sul messaggio generale che accompagna la loro scelta. Per questo hai paura di prendere i calci come Neymar. È questo doppio registro che rende la scelta particolarmente difficile.

 

Mattia Pianezzi, 

 (Le migliori maglie per il calcetto settimanale), consigliava  la 11 del Napoli di Christian Maggio, perché, sosteneva, «sarebbe bello prendere la maglietta di Maggio e fare quello che fa lui: sembrare un sacco impegnato da una parte, senza giovare davvero al risultato finale, ma inattaccabili perché comunque avete corso 10 chilometri. Maggio è il totem dei calcettari scarsi ma impegnati. Maggio resta». Il sottotesto di quell’articolo, dal mio punto di vista, era proprio che scegliere una maglia che sia al tempo stesso unica e culturalmente significativa è molto difficile.

 

Su questo argomento c’è anche un pezzo di Arnaldo Greco di qualche tempo fa (

) in cui l’autore si chiedeva come una canotta NBA avrebbe potuto influenzare il bambino che l’avrebbe ricevuta in regalo. Rileggere quel pezzo mi ha fatto capire che, per darti un consiglio, ci sono troppe cose che non so di te.

 

Quanti anni hai? Se ne dimostri più di trenta, se ad esempio hai i capelli bianchi come me, ti sconsiglio la maglia di una giovane promessa, per quanto ricercata. Quindi direi niente Zajc, Chiesa, Barella, l’effetto potrebbe essere un po’ triste.

 

Che stile di gioco adotti? Si può essere scarsi ma anche aggressivi, scarsi e provare solo tacchi. D’accordo non sarai Nainggolan, ma a Vecino/Khedira/Manolas ci puoi arrivare? Se giochi solo di prima perché non sai stoppare la palla ma di calcio ne sai più di tutti i tuoi compagni messi insieme chi dice che non puoi indossare la maglia di Sergio Busquets o di Jorginho?

 

Però, ecco Michele, pur considerando tutte le questioni qui sopra (spero apprezzerai il fatto che ho preso il più seriamente possibile la tua richiesta) penso che si debba andare nella direzione opposta della rigidità. No tabù, no regole. Dobbiamo puntare a un’apertura mentale che permetta a un tifoso dell’Inter di avere una maglia della Lazio (se ad esempio è pazzo della 21 di Sergej), del Napoli (devoto al culto della 5 di Allan) e persino dell’Argentina di Dybala. A un ragazzo bianco sovrappeso di indossare la maglia della Francia di Matuidi, del Chelsea di Kanté. In definitiva, un certo distacco, se non addirittura contrasto, tra la persona in carne ed ossa che indossa la maglia e il giocatore a cui allude, è sempre presente. Può essere persino un contrasto voluto, cercato.

 

Prima di salutarti ti racconto un’ultima cosa. Qualche anno fa giocavo tutte le settimane con un mio amico piuttosto scarso e molto basso. Non aveva mai giocato a calcio né era mai stato un grande tifoso e quindi non aveva maglie che non fossero di riciclo. Gli voglio molto bene, ci conosciamo da quando abbiamo 12 anni, e anche se non avevo molti soldi, ogni tanto, prima di arrivare al campo mi fermavo alla bancarella enorme che c’è a piazza della Repubblica e gli compravo una maglia tarocca. Però sceglievo solo maglie di giocatori altissimi, o fisicamente superdotati. Immagina un italiano del sud, con la pelle olivastra e i capelli neri lucidati, alto un metro e sessantanove, con la maglia di Ibrahimovich (Inter), di Toni (Fiorentina), Chiellini (Juventus), Cristiano Ronaldo (Real), Luis Suarez (Liverpool). Quando non trovavo un giocatore enorme, gliene regalavo uno fortissimo tecnicamente: Del Piero, Totti, Di Natale, Xavi, Robben. Immagina di vedere uno fisicamente simile a Messi, con la maglia di Messi, che però sbaglia tutti i controlli e calcia rigorosamente solo di punta. La cosa bella è questo mio amico non la prendeva male, non si sentiva preso per il culo e anzi, a modo suo, onorava la maglia che indossava e gli dava un senso nuovo.

 

Indossare una maglia non serve solo a dire qualcosa su chi senti di essere, ma anche su chi vorresti essere o, magari, su chi non sarai mai (un po’ come funziona con le maschere di carnevale). Nessuno può impedirti di essere Mbappé per una sera, ricordatelo.

Ti lascio con due classifiche: le 5 maglie più belle con cui ho condiviso il campo negli ultimi tempi, e le 5 migliori in Serie A che mi sento di consigliarti sulla base del poco di te che ho capito dalla lettera (sei dell’Inter, giusto?).

 

Le 5 maglie più belle che ho visto recentemente:

 

5) Jeremy Menez, numero 94, Roma rossa (indossata da un francese alto e magro che vive a Roma e gioca sulla fascia)

4) Balotelli, numero 45, Nizza (indossata da un centrocampista difensivo di cesenatico bianco come il latte)

3) CRZ Osaka, bianca con fantasia rosa (indossata da un serio amante del calcio giapponese)

2) Mustapha Hadji, numero 7, Marocco (indossata da un dribblomane leggero e agile come il vento)

1) Mauritius, senza numero, rossa acetata (indossata da un viaggiatore profondo e sensibile padre di due magnifiche bambine)

 

Le 5 maglie della Serie A che ti consiglio:

 

5) D’Ambrosio, numero 33, Inter se possibile la terza di marmo (per dire a tutti che sei sottovalutato)

4) Bennacer, numero 10, Empoli se possibile la seconda blu (perché non è che non hai classe dentro di te, ma fatichi a esprimerla)

3) Defrel, numero 92, Sampdoria blu (perché dici di essere uno scarsone ma ricordati che il riscatto è dietro l’angolo)

2) Wallace, numero 13, Lazio celeste (per prendere con leggerezza e autoironia questa cosa che sei scarso, e comunque anche Wallace ha dei momenti felici)

1) Darijo Srna, numero 33, Cagliari rossa-blu (perché è una bella maglia e poi, voglio dire, Srna 

 bellissima ed è un giocatore dalla sensibilità calcistica forse sottovalutata)

 

Attiva modalità lettura
Attiva modalità lettura