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(di)
Daniele Manusia
Magic english
19 lug 2016
19 lug 2016
Le migliori 4 conferenze della settimana degli allenatori italiani in Premier League.
(di)
Daniele Manusia
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Mio padre parla molto male in inglese. O meglio, lo parla benino se si considera che non lo ha mai studiato e, a quel che dice, lo ha imparato «con le straniere» che venivano a Roma negli anni settanta. Lo parla molto male, però, se si considerano gli standard di pronuncia e vocabolario richiesti alla mia generazione e a quelle successive. Anche mia madre lo parla molto male, persino quando si tratta di pronunciare le parole anglofone ormai diventate di uso comune, tipo pullman, che lei chiama «pulma». Anche io parlo male inglese, se mi confronto a cuginetti e nipotini vari che adesso hanno vent’anni e nel curriculum esperienze a New York e Hong Kong. In Italia non c'è una norma, c’è chi si sente un eroe anche solo perché riesce a guardare Game of Thrones in lingua originale con i sottotitoli ma anche chi, come mia sorella, lavora nel marketing di una multinazionale ma i film li guarda doppiati. Io penso di parlare male inglese anche per ragioni psicologiche, perché inconsciamente mi rifiuto di parlarlo meglio di mio padre. Ci sono parole, ma anche nomi di calciatori, che non riesco a pronunciare due volte nello stesso modo, ed è imbarazzante per il lavoro che faccio.

 

Sono cose che non vi riguardano, ma ci tenevo a raccontarvele prima di commentare le migliori 4 conferenze stampa degli allenatori italiani in Premier League, di questa settimana. I loro sforzi, sono i nostri sforzi. Tenete conto che è un problema generazionale, gli italiani nati prima degli anni ottanta non erano tenuti a conoscere la lingua inglese, e strettamente professionale: tra le competenze necessarie agli allenatori italiani come categoria non c'è mai stata, prima di quest'anno almeno, la conoscenza della lingua inglese semplicemente perché era raro che un tipo come Mazzarri andasse ad allenare all'estero.

 







Questa settimana Ranieri si è espresso su alcuni nuovi arrivi con quella stessa leggerezza, nell’approccio a una lingua non sua di cui possiede un vocabolario essenziale, che gli ha permesso

di cavalcare le domande dei giornalisti come se fossero onde a cui dare la direzione voluta. Ranieri è come un pittore con a disposizione solo i colori primari, o comunque colori con tonalità pure da accostare a volte in modo contrastante (come 

), il che non significa che non possa comunicare immagini complete, persino interi paesaggi emotivi fatti di giocatori che sbocciano come fiori e pizze da preparare tutti insieme.

 

In questo momento Ranieri si sta ancora godendo la vittoria del campionato e parla come qualcuno che non ha nessuna ansia di restare incompreso. Ranieri parla come uno

. È rilassato perché è estate, è sicuro di sé perché è un conquistatore, accoglie

con diplomazia,

che ha allenato al Monaco giovanissimo è affettuoso come un vecchio professore con uno scolaro di successo, ma con Musa fa capire che il Leicester non è più la banda di scappati di casa che magari fino allo scorso anno qualcuno pensava fossero: «Is important now he understand immediatly our philosophy, how we play, how we move»v. Ma è tranquillo, perché Musa «he’s a good guy» e rientra nei parametri descrittivi all’interno cui può muoversi il suo cervello in inglese.

 

Ranieri non gesticola ma parla più con il ritmo che con le parole, se deve aggiungere qualcosa lo fa con la sua faccia, con quel sorriso che alla fine dice «is my philosophy». Ma la cosa migliore di Ranieri, il suo vero talento comunicativo, non è il modo in cui parla, ma come ascolta. Un po’ come le sue squadre, che sono migliori senza palla. Ranieri

, e forse capisce tutto davvero grazie all’esperienza acquisita. Chissà se gli inglesi capiscono anche alcune sfumature tipicamente romane della sua parlata inglese, tipo quando reitera un «I think» parlando della differenza tra campionato russo e inglese, e aggiunge un piccolo «eh» che forse non coglierebbero neanche a Milano: «I think,

, never I coach there…».

 

Forse il trucco è proprio questo: l’asimmetria tra chi lo ascolta, i giornalisti, i tifosi inglesi, che per forza di cose devono fare uno sforzo, e la totale naturalezza di Ranieri che lo pone in una posizione di superiorità. Quasi fosse lui il madrelingua.

 

 


 



 

Francesco Guidolin non ha nessuna naturalezza in inglese, usa le parole come i blocchi per le costruzioni dei bambini, impilandole con grande cautela, scegliendole una a una, stando attento a non fare una pila troppo alta e sperando che non cada. Quando si scioglie, anche appena appena, viene fuori l’accento veneto che deve farlo sembrare un alieno per il pubblico gallese che segue le amichevoli americane dello Swansea.

 

Ma - e questa è una grande notizia per Guidolin e per chi lo segue con affetto - in inglese è scomparso del tutto

al limite del pianto che negli ultimi anni era diventato il suo timbro naturale di voce. Nei

nel Regno Unito, Guidolin si lasciava scappare uno «Scusami?» quando non capiva, o si rivolgeva all’interprete, ma era già evidente quanto fosse felice della possibilità di allenare in «

». È un Guidolin molto diverso quello che sta conoscendo la Premier league, un Guidolin che si esprime al suo meglio quando è felice, ed è persino divertente: l’anno scorso dopo aver battuto 3-1 il Liverpool di Kloop a maggio si è detto felice che i suoi giocatori «

».

 

Non so se magari si aspetta poco da questa sua esperienza, o magari al contrario è così coinvolto nella sua nuova identità come forma di rivincita sul calcio italiano che non gli ha dato i riconoscimenti che magari si aspettava, e magari avrebbe meritato. In ogni caso Guidolin ha abbracciato la sua nuova vita all’estero con grande positività, non c’è spazio per

e dopo poco più di sei mesi non ha più bisogno di un interprete. Come Ranieri, fa ancora l’errore di omettere il soggetto («Is important to improve») ma i margini di miglioramento sembrano più grandi di quelli che ci si aspetterebbe da un sessantunenne alla sua prima esperienza lavorativa nel Regno Unito.

 

Certo, quando deve dire una cosa anche semplice ma che esula dal calcio va in difficoltà. Quando gli chiedono se non fa troppo caldo in America, lui prova a dire una cosa come

, ma non ci riesce: «Yes, with (sbuffa) a little bit lesser temperature (ride) could be better». Ma la forza di chi vuole integrarsi sta nell’ottimismo con cui si rialza dopo piccole cadute di questo tipo, chiudendo con: «Is a good period, is a good moment».

 





https://www.youtube.com/watch?v=S3Lu7GSczxg



La padronanza dell’inglese di Antonio Conte è superiore a quella dei suoi colleghi italiani. Si può permettere di dire che quando sei un club come il Chelsea devi lottare «to reach you targets» e si vede che ci tiene fin dalla prima conferenza stampa ad annullare ogni distanza comunicativa con il suo nuovo pubblico: non ha bisogno di periodi di adattamento e non c’è tempo per essere timidi.

 

Ma la sua è una facciata, e si capisce quando dice cose tipo «in these

I saw players with the right behavior…». Sembra proprio che Conte pensi che «today» significhi “giorno” quando poco dopo ripete «after these todays» (

)

. Ma anche quando dice che ha parlato con Terry «different times» si lascia andare a quelle traduzioni letterali che qualsiasi italiano all’estero deve evitare come la peste. Questa è la strada che porta dritta dritta all’incomunicabilità, alle prese per il culo, all’oggettificazione dell’italiano all’estero come bambolotto da non prendere sul serio.

 

Conte non può ancora permettersi di cominciare frasi senza sapere dove vanno a finire. Quando dice che ci sono 6 o 7 squadre che possono competere per il titolo e vuole fare un salto brevissimo dicendo che per uno come lui è una cosa positiva (messaggio importante da comunicare agli inglesi, perché lo inquadra subito tra i vincenti) la macchina va in panne: «And this situation is very… yeah…

». E il Conte che in Italia poteva poggiarsi su una retorica magari vittimistica, magari antipatica, ma comunque efficace per i suoi scopi, qui è costretto a cercare il sostegno della sua audience, a chiedere conferma al pubblico.In Inghilterra Conte è al tempo stesso un allenatore più maturo e un comunicatore più infantile, che usa spesso «no?» come intercalare: «Last season was a bad season. We know, no?».

 



 

Per ora va tutto bene e i tifosi sono impressionati dal livello del suo inglese, ma al Conte che conosciamo noi piace sfogarsi in conferenza stampa, rispondere ai critici. Cosa succederà quando avrà il bisogno di costruire un muro di reiterazioni tra sé e i giornalisti italiani, come nella celebre conferenza in cui ha ripetuto «

» fino allo svenimento?

Lo sa Conte come si dice «pseudo intenditore di calcio» in inglese?

Come farà a usare perifrasi ambigue come quella

: «Purtroppo di fronte ad alcune evidenze, di fronte ad alcuni fatti, purtroppo non ho potuto soprassedere»?

O a lasciarsi andare in uno di quegli slanci amari («Anche perché, sinceramente, non vedevo nessuno al mio fianco… sembrava che dovessi fa’ sempre io la guerra, Conte contro tutti») che che in italiano avevano comunque una loro semplice onestà?

Che effetto farà quando Conte parlerà di se stesso in terza persona in inglese? Come si dice “soprassedere” in inglese?

 

Una giornalista a un certo punto agita lo spauracchio di Mourinho, dicendogli che la prima volta che si è presentato al Chelsea lo ha fatto definendosi “The Special One”. Conte si mette a ridere e dice: «I’m not very good. To find different name,

, for me. I’m not very good».

 

Magari la soluzione è nel problema stesso: Conte farebbe bene ad isolarsi, a evitare giornali, radio e tv. A pensare al suo lavoro e basta, sfruttando le difficoltà con la lingua per evitare quelle polemiche che non gli hanno mai fatto bene, che hanno mostrato un lato del suo carattere non necessario al suo ruolo e al suo talento. Conte non è come Mourinho che si nutre di conflitti, Conte meriterebbe di essere apprezzato perché sa fare bene il suo lavoro e basta. Anni fa coltivava

per allontanarsi da tutto l’antipatia che lo circondava. Adesso ha l’occasione per ricominciare da capo, speriamo che la sua suscettibilità si perda nella traduzione.

 





https://www.youtube.com/watch?v=fv6Rajjba4c



Credetemi non è facile commentare questo video. Guardarlo senza ironia, mettere pausa e rifletterci, è persino doloroso. La prima cosa che mi ferisce è che Mazzarri guarda leggermente sopra la camera, leggendo probabilmente su un foglio di carta. E la sua pronuncia è così rigida che temo sul gobbo ci sia scritto «AI CIUS DIS CLEB BICOS AI LAIC»… e nonostante ciò, subito dopo arriva una parola incomprensibile.

 

Quando dice che il Watford è «close to my football idea», la parola “idea” stona talmente tanto con l’impressione che Mazzarri non abbia la minima consapevolezza del significato dei suoni che lui stesso produce che cinicamente mi viene in mente

. Quando dice che «actions speak louder than words» sento con quanta difficoltà Mazzarri muove la lingua nella sua bocca, come se scoprisse di avere una lingua in quel preciso momento, o come se se la fosse morsa un attimo prima di iniziare a parlare.

 

La crudeltà di questo breve video sta nel fatto che chi ha scritto il discorso di Mazzarri si rende benissimo conto delle sue difficoltà. Eppure lo espone a una figura tremenda, costringendolo a dire che non ci sono difficoltà negli allenamenti a causa del suo inglese (con dietro immagini di Mazzarri che gesticola davanti a un gruppo di giocatori che

) e che nelle conferenza stampa ci sarà un interprete al suo fianco.

 

Ma allora perché? Se c’è un interprete perché hanno lasciato che Mazzarri finisse vittima dell’ironia del web? Forse l’idea era che i tifosi del Watford avrebbero apprezzato lo sforzo del loro nuovo tecnico, e magari in questo ci sono anche riusciti, ma

? Se confrontiamo questa presentazione con la

è evidente che qui di Mazzarri non c’è niente. Non c’è niente di vero se non il corpo di Mazzarri, i suoi occhi azzurri da attore, la sua pelle rugosa, le sue corde vocali, non ci viene neanche richiesto di credere ai contenuti veicolati, è tutto così smaccatamente finto che sembra una parodia della comunicazione sportiva. E l'aspetto peggiore della vicenda è che le persone che hanno pensato questo video se ne rendevano conto, questo video è un grosso vaffanculo a chi cerca ancora umanità nel capitalismo 2.0 calcistico.

 

Il video è così assurdo che per quel che mi riguarda quello può anche non essere il vero Mazzarri, ma solo un suo sosia con la voce uguale, o un Mazzarri a cui hanno fatto il lavaggio del cervello, un Mazzarri magari sofferente, con un piccolo Mazzarri come lo conosciamo noi intrappolato in un angolo del proprio cervello che non riesce a lamentarsi di quanto piove in Inghilterra.

 

 

 

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