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Dario Saltari

È sbocciato Lorenzo Pellegrini

Dopo un inizio di stagione difficile, il centrocampista della Roma è cresciuto fino a diventare…

Al 46esimo del primo tempo la Roma è sotto di un gol contro il Bologna e continua ad attaccare in maniera confusa. La fortuna sembra aiutare la squadra di Di Francesco quando un cross sgangherato di Florenzi, che aveva cercato la testa di Kluivert crossando di controbalzo dall’angolo destro dell’area di rigore, viene lasciato cadere in mezzo all’area da Skorupski, che in uscita alta smorza il pallone con il pugno sinistro. La palla cade perfettamente a tiro di Lorenzo Pellegrini che, lì a un paio di metri, la colpisce al volo di collo pieno mirando sotto la traversa della porta vuota. La palla, però, finisce sulla pista d’atletica del Dall’Ara.

 

Appena sei giorni dopo, la scena si ripete quasi identica contro la Lazio. C’è un lancio lungo dalla difesa verso la testa di Dzeko, che anticipa Acerbi appena fuori area, indirizzando la traiettoria verso la porta avversaria. Sul pallone si avventano El Shaarawy, Strakosha e Luiz Felipe, ma dalla loro carambola il pallone schizza nuovamente nella zona di Pellegrini, che controlla il rimbalzo dopo l’intervento di Caceres e poi, spalle alla porta, imbuca con il tacco nell’angolo in basso a destra della porta ormai sguarnita.

 

 

Era la fine di settembre dello scorso anno e, a distanza di pochi mesi, è fin troppo facile individuare nel passaggio dal primo al secondo momento la svolta della stagione – e, per adesso, anche della carriera – di Lorenzo Pellegrini. Dopo la grande prestazione nel derby, complice anche l’infortunio di Pastore proprio contro la Lazio, Pellegrini è diventato prima il trequartista titolare nel nuovo 4-2-3-1 di Di Francesco, realizzando due gol e sette assist tra campionato e Champions League. Poi, dopo un infortunio al bicipite femorale che lo ha tenuto fuori poco più di un mese, e la contemporanea esplosione di Zaniolo, Pellegrini è tornato ad essere un punto fermo della Roma 2018/19, indipendentemente dal ruolo in cui viene schierato da Di Francesco.

 

Quando si è scoperto trequartista

L’idea che una partita, un gol, o addirittura un singolo momento, possa sbloccare la crescita di un giocatore come se fosse il livello di un videogioco è affascinante, e sembra applicarsi alla perfezione al caso di Pellegrini, al punto che viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe successo se quel colpo di tacco al derby non fosse entrato in porta. Forse esiste una dimensione parallela in cui quella palla esce, la Roma perde il derby, e Pellegrini finisce in fondo alle gerarchie di Di Francesco, venendo impiegato sempre meno fino ad essere ceduto in prestito a qualche squadra minore, e così via finché la sua breve carriera non sbiadisce in un ricordo lontano, e questo stesso articolo non viene scritto.

 

Lo stesso Pellegrini sembra essere consapevole di quanto sia stato importante per il prosieguo della sua carriera quel momento: in un’intervista alla Gazzetta dello Sport di poco successiva a quella partita ha detto che «se la palla fosse finita fuori, in molti non me l’avrebbero perdonato». O, in maniera ancora più esplicita, che avrebbe potuto sbloccarsi solo in quel modo. Ma forse, per spiegare la sua esplosione, sarebbe più giusto andare ancora più indietro con i piani temporali, e cioè al momento del derby in cui Javier Pastore si è infortunato. Se è vero che la svolta delle prestazioni di Pellegrini è legata al passaggio al 4-2-3-1 da parte di Di Francesco, è anche vero che l’inaugurazione del nuovo modulo era avvenuta durante la partita precedente, quella contro il Frosinone, durante la quale il trequartista titolare era stato Pastore, e Pellegrini era rimasto in panchina per tutti i 90 minuti.

 

In questo senso, la storia di Pellegrini trequartista assomiglia a quella delle invenzioni casuali, come la penicillina, che nacque isolando la sostanza trovata in una muffa cresciuta in una capsula di batteri lasciata inavvertitamente aperta dal batteriologo Alexander Fleming, che stava risistemando il suo laboratorio dopo una vacanza.

 

Questo anche considerando il contesto di inizio stagione, quando c’erano pochi motivi per pensare che Pellegrini potesse funzionare in quel ruolo. Prima dell’infortunio di Pastore, Pellegrini aveva giocato da trequartista nel 4-2-3-1 appena due partite con la maglia del Sassuolo (contro Pescara e Juventus) alla fine del gennaio del 2017, e a rendere ancora più controintuitiva la scelta di Di Francesco c’è anche il fatto che non era certo la prima scelta in quel ruolo: Pellegrini era stato uno dei centrocampisti che meglio aveva interpretato i movimenti richiesti da Di Francesco alle sue mezzali nel 4-3-3 (che invece l’anno precedente avevano messo in difficoltà giocatori come Strootman e Nainggolan); e in panchina quel giorno c’erano invece due giocatori con più esperienze nel ruolo di trequartista come Cristante e Zaniolo (senza contare Schick, che avrebbe potuto a sua volta giocare dietro a Dzeko).

 

Ma forse la cosa più sorprendente di tutte è il modo in cui Pellegrini sembra aver mantenuto la sua creatività e la sua intelligenza con la palla anche quando, nelle ultime due partite, è stato riportato sulla mediana, per fare spazio a Zaniolo sulla trequarti ma anche per rimediare agli infortuni di De Rossi e Nzonzi.

 

La Roma (e in prospettiva anche la Nazionale) adesso può godersi la fioritura di un talento che aspettava da almeno un anno, da quando cioè lo aveva riscattato dal Sassuolo dopo averlo mandato in Emilia una stagione a farsi le ossa. Ma com’è stato possibile? Di Francesco ha avuto un’intuizione geniale o si è trattato di un colpo di fortuna? O è dipeso davvero solo dal gol del derby che ha rafforzato l’autostima di Pellegrini portandolo ad alzare il livello del suo gioco?

 

Le ragioni tattiche dell’esplosione di Pellegrini

Spiegare le ragioni tattiche della fioritura di Pellegrini non è semplice perché, come detto, si è confermata anche in un ruolo diverso, e in una Roma da un atteggiamento molto differente. Possiamo provare a ragionarci, però, partendo da una delle sue caratteristiche più peculiari: il gioco spalle alla porta.

 

Quando Pellegrini era ancora al Sassuolo, e il suo sviluppo era ancora quindi agli inizi, sembrava già evidente che uno dei suoi principali limiti fosse proprio il gioco spalle alla porta. Ancora oggi, il centrocampista della Roma non usa quasi mai il corpo per difendere il pallone e dare una pausa al gioco, ma il più delle volte cerca giocate molto complesse per andare in verticale in velocità, magari associandosi con i compagni più vicini oppure provando dribbling, tacchi e veli. Il suo è un gioco spettacolare e molto raffinato tecnicamente, insomma, ma che comporta anche grossi rischi, perché sempre molto verticale e diretto.

 

Questa caratteristica è rimasta quasi del tutto sotto la sabbia finché la Roma non ha cambiato modulo. Con il 4-3-3 Di Francesco chiedeva alle mezzali di ricevere sull’esterno svuotando il centro, mentre le ali entrano dentro la trequarti: chiuse lateralmente dalla linea del fallo laterale, e isolate sull’esterno, per le mezzali andare in verticale direttamente era praticamente impossibile, e Pellegrini era così costretto a giocate scolastiche all’indietro o in orizzontale.

 

I movimenti richiesti da Di Francesco a Pellegrini da mezzala, nella partita contro il Milan a San Siro dell’anno scorso.

 

Questo è ancora più vero quando Pellegrini gioca nel 4-2-3-1 ma in mediana, dove può alternare un gioco basso da pivote a uno più diretto e verticale da mezzala pura, ma sempre in zone centrali di campo, dove è  più libero di dare sfogo alla sua sensibilità tecnica. Nonostante ciò, le responsabilità di organizzazione e di equilibrio in quel ruolo gli tolgono parte di quella libertà che gli ha permesso di esprimere il proprio talento, un tema che ritorna spesso nelle sue interviste. Pellegrini sembra soffrire quando gli vengono assegnati movimenti troppo rigidi: «La cosa che più apprezzavo del trequartista era che non si dovesse pensare troppo a cose tattiche», ha dichiarato recentemente a Sky, «mentre il mediano ne ha più necessità, si deve mettere a schermo della difesa per far sì che non ci siano buchi in mezzo al campo, però mi abituerò anche a questo».

 

Da trequartista, in effetti, Pellegrini può decidere dove ricevere muovendosi in orizzontale su tutta la trequarti a seconda della posizione del pallone, ma sempre in zone centrali di campo. C’è da dire, inoltre, che la Roma di Di Francesco, rispetto all’anno scorso, non ha solo cambiato modulo, ma anche parzialmente i principi di gioco, abbassando il proprio baricentro e rinunciando spesso a recuperare il pallone nella metà campo avversaria, almeno contro gli avversari più pericolosi. Per questo nella stagione corrente, soprattutto nella prima parte, ha fatto molto più affidamento sulle transizioni per arrivare alla porta avversaria, e per farlo ha dovuto risalire molti più metri di campo.

 

Il gioco spalle alla porta di Pellegrini si è incastrato alla perfezione con le nuove esigenze della Roma, che spesso cercava di prendere in contropiede gli avversari nel momento di loro maggiore disorganizzazione, andando in verticale anche dalla propria metà campo. L’istinto diretto e verticale di Pellegrini si sposa bene con la necessità della Roma di portare palla in avanti senza alzare lanci lunghi e affidarsi totalmente al petto di Dzeko, cosa che comunque si fa molto difficile quando la difesa si schiaccia troppo a ridosso della propria area. «In questo ruolo ho spazio per svariare e divertirmi, ho meno pensieri tattici rispetto alla mezzala. Sono entusiasta, mi piace giocare lì anche perché vedo la squadra girare bene», ha detto Pellegrini a Gazzetta tornando sul tema della libertà.

 

Il nuovo Pellegrini trequartista, che innesca la transizione lunga di El Shaarawy con un colpo di tacco nel derby.

 

Va detto anche che, con l’aggiunta di Nzonzi sulla mediana, accanto a De Rossi, diminuiscono anche i rischi del gioco di Pellegrini, con il francese più propenso ad accorciare il campo in avanti in caso di perdita del pallone rispetto al numero 16, che invece rimane spesso ancorato davanti alla difesa. Con il 4-3-3 e De Rossi nel ruolo di unico pivot, perdere palla a centrocampo o sulla trequarti rischiava di spaccare a metà la Roma nel momento in cui era proiettata in avanti, esponendola a transizioni difensive molto difficili.

 

Insomma, è l’intera architettura tattica a concedere Pellegrini più libertà, almeno quando gioca da trequartista: la libertà di ricevere in zone di campo dove la giocata è più decisiva, ma anche una libertà di sbagliare senza dover essere responsabili dell’intera solidità difensiva della propria squadra. Certo, il livello delle sue prestazioni non sarebbe cambiato così drasticamente se fosse cambiata in meglio anche la sua capacità di scegliere come e quando eseguire una giocata decisiva, con un controllo tecnico che con il passare delle giornate si è fatto sempre più stabile e sicuro. Ed è forse proprio per le maggiori responsabilità quando si mette nei panni del mediano, che si nota ancora di più la sua crescita personale, che è anche tecnica oltre che mentale, nell’alternare di più le giocate, senza il lusso di poter sbagliare.

 

Il dinamismo e l’intelligenza di Pellegrini 

Che la tattica serva a mettere i giocatori nelle condizioni migliori per esprimersi è vero in generale, ma lo è ancora di più per quelli che non hanno un talento o delle caratteristiche fisiche che gli permettano di imporsi sul contesto. E per capire la crescita di Pellegrini nel nuovo 4-2-3-1 reattivo di Di Francesco è necessario concentrarsi non tanto sulla posizione da cui si muove (la distanza tra mezzala e trequartista è in fondo di una manciata di metri), ma piuttosto sulla sua funzione.

 

Ciò che resta sorprendente, invece, è il suo rendimento anche dopo il ritorno in mediana, in una Roma che sembra tornata aggressiva e alta sul campo, anche se parlando solo di una manciate di partite (quella con il Torino, con Pellegrini in campo da titolare, ma anche quelle precedenti con Sassuolo e Parma). Questo aspetto della sua maturazione forse deriva più da una crescita mentale, che ha meno a che fare con i compiti in campo e più con una nuova comprensione del gioco, che sembra aiutarlo più del talento puro. Pellegrini oggi sembra far parte di quella categoria di calciatori che vedono il gioco prima e meglio degli altri giocatori, e sembra avere un amore sincero verso il lato più cerebrale di questo sport. «Mi ha colpito tantissimo Modric, quando abbiamo giocato contro il Real, per come guarda sempre prima la giocata, sa già cosa succede quando gli arriva il pallone», ha detto a Sky. «È una delle più grandi qualità che un centrocampista deve avere».

 

Il gioco spalle alla porta, trasformato velocemente da limite in opportunità, è solo uno degli ambiti in cui Pellegrini ha saputo arrivare con l’intelligenza là dove il talento tecnico o quello atletico non potevano. In questo senso, Pellegrini è un centrocampista molto moderno, lontano dall’idea classica che abbiamo di centrocampista ma anche da quella del numero 10. Non è un accentratore di gioco come lo può essere Pastore, né è un incontrista puro, ma mantiene alto il proprio dinamismo sia con il pallone che senza, e riuscendo sempre a trovare un equilibrio tra la sua indole associativa e la tendenza ad attaccare la profondità in verticale.

 

In altre parole, sembra essere molto maturato nelle scelte, e oggi raramente lo si vede forzare una giocata o sbagliare una scelta difensiva.

 

Come la completezza e il dinamismo di Pellegrini sono diventati fondamentali per la Roma: qui recupera una palla vagante difendendola dal ritorno di Allan, subito dopo verticalizza per Dzeko, senza soluzione di continuità va a raccogliere la chiusura del triangolo da parte della punta bosniaca. L’azione si chiude con l’apertura di prima a sinistra per El Shaarawy, per un totale di tre tocchi di palla.

 

Senza quasi che ce ne accorgessimo, Pellegrini è così diventato uno dei leader tecnici della Roma, l’uomo che ne decide la velocità delle azioni. Quello che, cioè, decide quando bisogna accelerare per arrivare il prima possibile alla porta avversaria e quando invece serve mettere l’azione in pausa, per riorganizzarsi con il possesso e attaccare posizionalmente nella metà campo avversaria. La sua modernità risiede nel farlo in pochi tocchi, con uno stile essenziale, in spazi sempre più ridotti. La sua influenza sul gioco di Di Francesco non si manifesta sempre con un gol o un assist, ma è sempre più importante e si nota di più soprattutto nelle partite in cui la Roma gioca meglio.

 

Nella partita contro la Sampdoria dello scorso novembre, c’è un ricamo di Pellegrini a fare da innesco a ben tre dei quattro gol realizzati dalla Roma. L’azione del gol di Shick parte da un suo filtrante (eseguito praticamente di spalle, subito dopo aver stoppato la palla) che libera la corsa sulla fascia sinistra di El Shaarawy, che poi premierà la sovrapposizione di Kolarov che a sua volta servirà al centro Schick. Poi c’è l’elegantissima apertura di destro verso Kolarov, che manderà El Shaarawy in porta per il suo magnifico 3-1 (rimasta fuori dagli highlights). A questi va aggiunto il calcio d’angolo che Cristante devia sul secondo palo e Juan Jesus spinge in rete, perché Pellegrini è anche uno dei migliori calciatori di punizioni e angoli della Roma.

 

Nelle ultime due partite di campionato Pellegrini ha realizzato due assist, giocando in due ruoli diversi, in situazioni di gioco e di partita completamente differenti. Appena rientrato dopo l’infortunio, a Parma, prima della sosta, ci ha ricordato la sua qualità quasi ad ogni tocco, mandando in porta Cengiz Ünder per due volte nell’arco di pochi minuti, realizzando un assist (sporcato da Kluivert) di esterno destro. Con il Torino lo scorso sabato ha messo El Shaarawy davanti alla porta con un tocco di interno sinistro, tanto essenziale quanto preciso ed efficace.

 


L’ultimo splendido assist realizzato contro il Torino. Anche la partita contro il Viktoria Plzen in Champions League all’Olimpico ha dato diversi esempi della sua visione di gioco.

 

Pellegrini ha una visione di gioco raffinata e a volte sembra possa far sbocciare un’intera azione con un singolo tocco. Ha anche un’elegantissima tecnica di calcio che, come detto, lo ha portato ad essere uno dei principali battitori di calci piazzati della Roma: dei 3.5 passaggi chiave che realizza ogni 90 minuti (solo Luis Alberto come lui in Serie A tra i giocatori con almeno 350 minuti giocati; e tra i 5 principali campionati europei solo Payet, Demirbay e Depay fanno meglio), 2.4 arrivano da cross o corner. E dei 7 assist realizzati fino ad adesso in tutte le competizioni, 3 sono arrivati su palla inattiva (senza contare il corner già menzionato contro la Sampdoria per la testa di Cristante).

 

Che la sua eccezionalità risieda soprattutto nell’intelligenza è evidente nelle situazioni di maggiore entropia. Pellegrini ha un’incredibile capacità di coordinarsi per effettuare giocate complesse in tempi brevissimi e spazi strettissimi, e di adattarsi velocemente anche ad un rimbalzo imprevisto o all’intervento improvviso di un avversario. Anche questo è un indice della sua modernità, che tende a rendere il gioco sempre più veloce e caotico.

 

Sembra avere prima di tutto un cervello molto veloce, qualità che gli torna molto utile anche senza il pallone, nel recupero delle seconde palle o nella lettura delle linee di passaggio avversarie. Per questo vince 2.3 contrasti per 90 minuti in Serie A: secondo solo a Zaniolo e Cristante nella Roma, vicino a giocatori come Matuidi (2.4) o Parolo (2.2), tanto per citare due grandi recuperatori di palloni.

 

All’interno di un sistema spesso in cui il livello di improvvisazione personale è alto come quello della Roma, Pellegrini mostra una capacità eccezionale nel dare un senso al caos: quando, cioè, c’è da proiettare la propria squadra verso la porta avversaria, concretizzando una tendenza verticale che spesso quest’anno ha frustrato i giocatori offensivi di Di Francesco, oppure quando bisogna recuperare il possesso appena perso, colmando il vuoto creato dal cambio di atteggiamento difensivo. A pensarci bene è un piccolo paradosso, per un giocatore che non brucia l’erba quando corre, e che non copre aree di campo gigantesche.

 

Questo potrebbe spiegare in parte perché la sua ascesa in una squadra come la Roma di quest’anno non abbia coinciso con un’equivalente crescita anche nella Nazionale di Mancini, che pure all’inizio della sua esperienza sulla panchina azzurra aveva deciso di dargli molta fiducia. Mancini, infatti, sembra voler puntare su una squadra che punti meno sul disordine per creare pericolo, con un centrocampo di possesso che provi a dominare l’avversario nella sua metà campo. Un contesto all’interno del quale Pellegrini sembra diventare un giocatore più normale, dove la normalità però è fissata da giocatori come Jorginho, Verratti e Barella (con cui forse si gioca più direttamente il posto).

 

Ma non è detto che per un giocatore che fa dell’intelligenza in campo la sua qualità migliore questo non sia solo un altro limite da superare con una crescita graduale. Per come gioca Pellegrini sembra essere un giocatore esperto, ma alla fine ha solo 22 anni, la cui carriera a questi livelli sia cominciata appena due stagioni fa. Di Pellegrini sappiamo già molto, ma i calciatori come lui sembrano sapere sempre qualcosa in più di noi.

 

 

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Dario Saltari nasce a Frascati nel 1989. Laureato in Relazioni Internazionali, scrive storie di finzione su eventi realmente accaduti per passione e storie vere su eventi di finzione per lavoro. Ha fondato l’Amsterdam Roma Club mentre era in Erasmus.