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Daniele Manusia e Francesco Pacifico
Lo Spogliatoio s02 e09
04 Feb 2015
04 Feb 2015
Fisioterapisti, osteopati, tacchi a centrocampo e cena di squadra.
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Daniele Manusia e Francesco Pacifico
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La partita era con il Sassuolo ultimo a 0 punti. Ci conosciamo dal torneo dello scorso anno e giochiamo delle amichevoli d'estate e durante la pausa natalizia. Mi scrivo su whatsapp con il loro capitano, disperato perché i suoi compagni non hanno abbastanza a cuore la squadra. Il centrocampista migliore non difende e vengono al campo in 8 perché si rifiutano di fare i cambi. La loro panchina era vuota, nella nostra c'era gente in piedi: TL e GG avevano dei piccoli infortuni ma alla fine hanno giocato, MG non è entrato ma era in tuta con gli scarpini ai piedi. Avere una squadra significa persone con cui andare a cena, litigare, vedere film alle tre di pomeriggio se non stai lavorando, da chiamare se ti serve una mano per un trasloco. Non è il punto, ma queste cose contano anche per vincere.

 



C’ero anch’io, in panchina, e anche una spettatrice venuta a vedere la partita. Continuo a curare il mio stiramento, che sarebbe rimasto contrattura se non ci avessi giocato sopra due amichevoli, e cerco di risolvere i miei problemi alla spalla, ora l’osteopata dice che i tre legamenti sotto la clavicola ostacolano il bicipite, più o meno, e l’ultima volta mi spostava cose sotto pelle come fossi una poltrona dal tappezziere, ma a seconda di ciò che faceva la potenza del bicipite aumentava, diminuiva o si annullava, e quando si annullava avevo paura. Ora porterò la spalla dal guru di VC che mi sta già guarendo la pancia e il polpaccio e spero di uscirne saltando magari solo il Real e la partita dopo.

 



Sono tornato in campo dopo l'infortunio al polpaccio. In settimana, ma anche nello spogliatoio mentre ci cambiavamo, gli altri mi dicevano che forse era meglio non rischiare. La contrattura sembrava sparita ma appena ho fatto un passo di corsa con gli scarpini ai piedi ho sentito tirare. Non ho detto niente a nessuno e ho aspettato che arrivasse VC con il suo riscaldamento di passettini che mi ha sciolto lentamente il muscolo. Dopo la partita sono stato criticato per la mia prestazione, per un colpo di tacco a centrocampo, troppi lanci, una discesa palla al piede dalla mia area conclusa con un tiro alto sopra la rete di recinzione del campo. Mi difendevo dicendo che la partita era facile e dopo due settimane ero felice di giocare. A cena ho pensato che erano insensibili, o forse ce l'avevano con me, volevano farmi fuori dalla squadra, non stavano scherzando, e a un certo punto ho sbroccato. Avevamo già finito di mangiare, mi hanno rassicurato e c'è stato tempo per fare pace, ma non per dimenticare lo sbrocco. Sono andato a casa con la sensazione di aver perso l'occasione per passare una serata rilassato.

 



Non giocare è terribile. Solo stamattina, svegliandomi tardi dopo un sogno in cui perdevo mia nipote di due anni e mezzo a un ricevimento in cui mi imbucavo con lei e FM, la mia fidanzata, e mettendomi a scrivere lo Spogliatoio, mi sono reso conto che l’aumento di stress di questo periodo coincide con l’infortunio. Da quando non gioco mi sembra che le cose al lavoro mi stiano andando male. Cerco di capire cosa esattamente vada male, non ci riesco. È che non posso menare.

 



La partita aveva pochissimo senso. Siamo andati in vantaggio subito ma eravamo mosci, abbiamo giocato male fino al gol del 2-0 di LD con un tiro da fuori sotto l'incrocio. Quasi non ho esultato perché a volte sembra che i successi individuali di LD equivalgono a delle sconfitte del gruppo. Non mi piace il modo in cui influenza il contesto ma devo ammettere che è la stessa cosa che a cena veniva rimproverata a me. Io godo moltissimo a lanciare ma da quando sono in panchina prèdico un gioco facile che aiuti la squadra a tenere le distanze corte. Rischio molto con un atteggiamento poco efficace, a volte faccio le cose lentamente di proposito per farmi pressare dall'avversario e tenerlo a distanza con il braccio. E questo lo odio quando lo fa qualcuno che non sono io.

 



Siccome non voglio lavorare, ma devo fare di tutto per non smettere di guadagnare, e allo stesso tempo non posso giocare, e anch’io come Daniele mi sposo quest’anno, la parola non è il mezzo più adatto per andare in fondo a questa stagione. Questa sera, per esempio, so già che non parlerò molto e che il settanta percento delle mie parole saranno insulti agli avversari.

 



In questo periodo della mia vita ho capito che sono cresciuto senza sapere veramente cosa mi piace e cosa no. Per ragioni che non affronterò, ma che hanno a che fare con mia madre e la mia famiglia romana, sono cresciuto con un'idea di cosa doveva piacermi e cosa no. Adesso ho capito che non mi piacciono né vino né birra. Che non ho mai voglia di pizza e la digerisco anche male. Ma è una fatica, per me nessuna scelta è naturale. A cena con la squadra prendo un piatto di verdura grigliata, chiedo che le birre le paghi solo chi le beve e ho paura che mi giudichino. MG dopo cena ha ordinato un Montenegro, gli ho chiesto com'era e lui mi ha risposto: “Non ti piace”. L'ho ordinato lo stesso e l'ho bevuto tutto anche se ero disgustato. Allora mi sono chiesto: quante decisioni prendo in questo modo? Quante volte penso che qualcuno mi sta offendendo ma in realtà sta provando a farmi capire una cosa normale? Quanto spesso sento di dover dimostrare qualcosa senza motivo, solo perché sono cresciuto con persone che mi facevano sentire un coglione?

 



Stasera c’è il Real, domani sera alcuni di noi vengono a casa mia a vedere Mad Max. In un’inattesa piega degli eventi, due di loro porteranno la fidanzata: VC e Daniele. Ho comprato online il cofanetto Blu-ray di Mad Max, con i tre film, durante una serata a casa di VC in cui c’era anche MG e abbiamo guardato Terminator mentre la mia fidanzata fingeva di dormire sul divano per non guardare le scene di paura.

 



Andando via dal campo abbiamo guardato un'azione del Real Madrid, i nostri prossimi avversari, che giocavano l'ora dopo la nostra. Il cosplayer di Cristiano Ronaldo (che gioca con la maglia numero 7, i capelli all'indietro con le righe del pettine, e allarga le braccia come CR7 se l'arbitro non gli fischia i falli) ha preso palla a destra e ha puntato il terzino avversario. Io ho detto: “Ora si mette a fare i doppi passi”. Così è stato, poi il cosplayer di Cristiano è rientrato sul sinistro verso il centro del campo, un metro fuori dall'area di rigore, ha toccato la palla ancora due volte e poi ha calciato sul secondo palo. Un gran gol. TL ha commentato: “Ok, ma se lo fa contro di noi qualcuno gli entra in scivolata prima che tiri”. Se chiudo gli occhi e penso alla prossima partita o al periodo complicato che sto passando tra trasloco, matrimonio, lavoro, famiglia, ci sono mille cose di cui ho paura. Avere una squadra significa anche non sentirsi troppo soli. Significa che c'è sempre qualcuno che entra in scivolata se serve.

 
 

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