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Francesco Lisanti
Certezze ritrovate
06 Nov 2015
06 Nov 2015
La Fiorentina ritrova il secondo posto nel girone battendo il Lech Poznan. La squadra di Paulo Sousa può ripartire da molte certezze e qualche dubbio.
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Francesco Lisanti
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La Fiorentina è nuovamente seconda nel girone: due vittorie in trasferta, due sconfitte in casa. In questo stranissimo percorso di Europa League, la buona notizia è che il campo ha riflesso le sensazioni della vigilia: Belenenses e Lech Poznan non sono assolutamente vicine alla qualità che può offrire la squadra di Paulo Sousa, adesso che gli esperimenti sembrano terminati e che, anche con il necessario turnover, si intravede un assetto tattico definito.

 

Del resto la prestazione nella partita di andata non era stata troppo preoccupante, né sul piano della produzione offensiva né su quello della tenuta difensiva. La Fiorentina aveva concesso al Lech soltanto 2 tiri in porta (i due gol) e Sepe aveva concluso col notevolissimo score di 0 parate effettuate. Al più poteva considerarsi preoccupante l'incapacità della Fiorentina di vincere, o anche solo pareggiare, partite del genere, concluse col 69.4% di possesso palla e almeno cinque occasioni nitide, tra cui una clamorosa al 93' per Babacar a porta vuota.

 


70% di possesso, 6 uomini sulla linea di difesa avversaria, gol in contropiede, sconfitta casalinga 1-2. Era il Lech Poznan, ma era praticamente Fiorentina - Roma.



 



I due gol subiti, però, riflettevano particolarmente i difetti strutturali della squadra di Sousa, che il Lech Poznan aveva provato timidamente a sfruttare. Difetti di ordine tattico nel caso del secondo gol, dove su un calcio piazzato il Lech ha sovraccaricato il secondo palo confondendo la zona pura dei viola, e difetti più preoccupanti, perché di ordine strettamente tecnico, nel caso del primo gol, quasi una sintesi delle difficoltà della Fiorentina in questa fase della stagione.

 

Nello specifico, problematica gestione della transizione difensiva, una volta superata la prima linea di pressing, e spazio a tratti voraginoso sulla catena difensore centrale/esterno di fascia. Sono errori figli di gravi carenze nelle letture individuali: un mancato anticipo di Mario Suárez innesca una serie di uno contro uno che nessuno dei difensori viola riesce a gestire, e sull'immediato cambio di gioco Pasqual è in ritardo, lasciando l'ala destra polacca libera di arrivare sul fondo.

 


Vecino subisce un tunnel, Roncaglia arriva da lontano, Astori non ha la percezione di Kownacki, che gli taglia alle spalle. Come subire un gol al primo tiro in porta avversario.



 

In due settimane Sousa non poteva allenare la tecnica individuale, ma con qualche correzione all'undici iniziale ha restituito più equilibrio alla squadra. Particolarmente disfunzionali erano infatti risultate le catene Roncaglia-Rebic e Astori-Pasqual. Roncaglia e Astori, come detto, sono paradossalmente più utili in fase di impostazione che sulle ripartenze degli avversari, perché negli spazi ampi compiono quasi sempre la scelta sbagliata. Oltretutto, le difficoltà atletiche di Pasqual e le scarse attitudini difensive di Rebic non facevano che esporre i due difensori decisamente al di fuori della loro

.

 

Dentro quindi a destra Blaszczykowski, esterno vero, e a sinistra Bernardeschi, che pur con qualche comprensibile difficoltà si sta adattando in fretta alla nuova dimensione. Al centro della difesa è stato poi schierato Rodríguez, che ha garantito maggiore leadership nel controllo del reparto, con Tomovic al posto di Roncaglia. Davanti alla linea di tre difensori nella gara di andata agiva il solo Mario Suárez, in una sorta di 3-1-4-2, mentre ieri si è rivisto il

, in quel 3-4-2-1 che aveva già regalato le migliori versioni stagionali di questa Fiorentina.

 

A lasciare il posto a Vecino, collocato a fianco di Suárez, è stato quindi Babacar, fuori luogo nella gara di andata. Poco adatto a giocare spalle alla porta, quindi poco adatto al gioco armonico e associativo della trequarti viola (il dato che lo riflette meglio: solo 7 passaggi completati), e troppo pesante per muoversi tra le linee del 4-4-2 molto compatto dei polacchi. Al momento la dimensione di Babacar è limitata al dettare continuamente la profondità, e difese come quella del Lech non la concedono facilmente (ma quando lo fanno sono ben organizzate: Babacar era finito due volte in fuorigioco nel primo quarto d'ora).

 


Sempre la partita di andata. Linee strette è un eufemismo, qui Babacar trova uno spazio per ricevere, ma non ha la lucidità né la qualità per giocare a un tocco e finisce per concludere in girata lontano dalla porta.



 

Problema risolto con Giuseppe Rossi unica punta, e alle sue spalle Mati Fernández e Ilicic, ieri entrambi particolarmente in versione

. Mati ha registrato un irreale 97% nella precisione passaggi, dato solitamente associato ai difensori centrali, mentre il cileno ha agito quasi unicamente nella metà campo avversaria. Ilicic si è preso più responsabilità nella verticalizzazione del gioco, oltre a decidere con due gol una partita non banale da sbloccare. Il secondo, in particolare, corona un passaggio di irreale bellezza di Mati seguito da un movimento perfetto di Josip, sempre un tempo di lettura avanti ai difensori polacchi.

 


Facile così.



 



Come sempre, non sono i singoli eventi a determinare la qualità di una prestazione, né la somma degli stessi. Nel caso di Mati e Ilicic, è la sensazione di costante controllo della trequarti e quindi del gioco, di puntuale pulizia e precisione dei passaggi, di movimento al ritmo della partita. Semplificando, se la Fiorentina ha grandi difficoltà sulle palle perse in posizione avanzata, non perderla mai è un buon punto di partenza. Rimane il sospetto che se non salissero puntualmente entrambi gli esterni alla stessa altezza, per l'intensità a cui gioca la Fiorentina questo problema sarebbe risolto, ma evidentemente Sousa tiene a quell'ulteriore linea di passaggio avanzata.

 


Mati Fernández in controllo sulla trequarti, i centrocampisti che offrono linee di passaggio e lo invocano, Ilicic che da lontano tutto vede e tutto dirige (e poco dopo si troverà magicamente libero di servire Kalinic in profondità). La sintesi del possesso di qualità della Fiorentina.



 

Il Lech Poznan si è confermato la stessa squadra dell'andata: poco coraggio, molta fiducia. Il nuovo allenatore Jan Urban, subentrato proprio poco prima della gara giocata a Firenze, schiera un canonico 4-4-2, affidando agli esterni d'attacco il gravoso compito di veicolare il gioco e contemporaneamente tornare sempre a raddoppiare in difesa, con le due punte disposte su linee diverse, nella classica binomia 9/10. Pur col baricentro molto basso, i polacchi provano comunque ad aggredire il possesso avversario. Ieri il giocatore con più contrasti riusciti, assieme al capitano Tralka, è stato la prima punta Linetty.

 

Altro merito della fase difensiva è la compattezza delle linee, che permette anche di punire ogni tentativo di ricerca della profondità: ieri ben 5 fuorigioco fischiati contro la Fiorentina, principalmente nel primo tempo, quando la squadra di Sousa ha provato a forzare più giocate in verticale. D'altra parte la fase offensiva del Lech è discretamente rinunciataria—l'andata s'era conclusa col romanticissimo score di 44 disimpegni (uno ogni due minuti!).

 

Al portiere Buric è richiesto solo di lanciare lungo, i due difensori centrali Dudka e Kaminski hanno invece dimostrato buona personalità nel controllare il possesso, che però non viene mai consolidato attraverso il centrocampo, ma sempre mosso lateralmente in attesa che si crei la possibilità di lanciare verso le ali. Anche ieri la Fiorentina ha sofferto pochissimo, ma un paio di ripartenze anche un po' casuali avrebbero potuto indirizzare diversamente una partita altrimenti a senso unico, esattamente come già accaduto all'andata.

 


Un esempio lampante. Il contropiede nasce da una serie di rimpalli davvero beffardi, ma le fasce sono terra di nessuno. Kuba è in grande difficoltà, Bernardeschi addirittura fuori inquadratura. Poi Gonzalo accompagnerà bene sull'esterno il successivo inserimento di Pawlowski.



 



L'unico rimpianto che probabilmente accompagnerà Paulo Sousa nel viaggio verso Firenze, è il solito dubbio: come sbloccare partite così “sporche” se il magico sinistro di Josip è un po' meno magico del solito? Probabilmente l'allenatore portoghese avrebbe preferito avere qualche risposta in questo senso da Giuseppe Rossi. Pepito non ha perso occasione di mostrare la sua classe cristallina: controlli con il tacco, passaggi no-look, movimenti verso la palla in puntuale anticipo sul difensore avversario.

 

È sembrato però ancora tristemente in ritardo di condizione. Più pesante degli altri, e quindi meno in grado di leggere l'inserimento alle spalle della difesa, di adeguarsi ai movimenti della linea avversaria: non a caso è finito tre volte in fuorigioco. Certo, può darsi che il ritardo non esista e che la sua dimensione atletica sia definitivamente questa. Vale la pena attendere, vale sempre la pena di attendere Giuseppe Rossi.

 


Qui Blaszczykowski recupera un pallone preziosissimo e serve l'accorrente Ilicic. Nel breve tempo in cui lo sloveno alza la testa e verticalizza, Pepito ha perso il contatto con la linea avversaria ed è ampiamente in fuorigioco.



 

Fortunatamente la Fiorentina ha trovato Kalinic, l'unico attaccante in rosa, oltre che uno dei pochi in Europa, o sicuramente uno dei pochissimi alle cifre del suo contratto, in grado sia di allungare la linea di difesa avversaria (come Babacar), sia di duettare a un tocco tra difesa e centrocampo (come Rossi).

 

Se Sousa ha trovato il suo equilibrio perfetto con due uomini davanti alla difesa e altri due a conquistare la trequarti—servisse ricordarlo, in panchina c'era Borja Valero—non può allora prescindere dall'attaccante croato e dalla sua completezza. E se Kalinic sarà in grado di conservare la lucidità sotto porta che non sempre gli è propria, il riscatto della Fiorentina in questo delicatissimo percorso europeo sarà completato. La vittoria in Polonia, auspicabilmente, è solo l'inizio.

 
 

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