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→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
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Redazione
Le migliori faide della Premier League
17 Aug 2016
17 Aug 2016
Qual è lo scontro tra panchine più interessante?
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Già durante la

inglese di Walter Mazzarri l’attenzione si è spostata su Claudio Ranieri. La seconda domanda rivoltagli chiedeva subito degli eventuali consigli che il tecnico romano potesse avergli dispensato, ma Mazzarri ha sorvolato sulla curiosità del giornalista e si è detto semplicemente fiero di allenare in un campionato con tanti allenatori fenomenali. Quello che Mazzarri in realtà non poteva dire è che non avrebbe nulla da chiedere a Ranieri, perché lo sta studiando da oltre un anno per ripeterne il miracolo: ha frequentato tutte le migliori pizzerie di Leicester, ha imparato a memoria il suo articolo per

e sta cercando da mesi di assegnare nomignoli ai suoi giocatori, o di dar loro almeno una consistenza fumettistica.

 

Per adesso Troy Deeney è diventato “La Sponda Umana”, sugli altri sta ancora lavorando, ma confidandosi in privato si è detto emozionato di poter schierare un’ala destra dribblomane di origini nordafricane. L'incontro tra Mazzarri e Ranieri sarà pieno di affetto come quello tra due immigrati di vecchia generazione, senza internet, al bar a giocare a scopa probabilmente.

 

 



 

Antonio Conte e Walter Mazzarri non si sono mai amati, anzi si odiano al tal punto che esiste addirittura una

solo su questa faida. Dopo diversi anni di silenzio dovuti a differenti scelte di vita, i nuovi incarichi li metteranno di nuovo uno di fronte all’altro e noi non possiamo essere più contenti. Il motivo della loro rivalità si può ritrovare in tre semplici cifre: il 3, il 5 e il 2 o come le vedono loro 3-5-2. Dal loro lavoro passa infatti la rinascita di questo modulo che il calcio moderno aveva ben nascosto in soffitta ritenendolo obsoleto e difensivista. Mazzarri non manca mai di

avendone tratto per primo benefici e successi col suo Napoli e più volte ha accusato Conte di avergli rubato sia il modulo che le idee alla base di esso. Tanto più che la prima volta che Conte ha usato il 3-5-2 in carriera è stato proprio per affrontare il Napoli di Mazzarri e da quel giorno in poi non si è più fermato.

 

Dal canto suo Antonio Conte non ha mai accettato questa subalternità e non ha mai mancato

della sua Juventus sul Napoli prima e sull’Inter poi. Non solo, Conte è sicuro della superiorità del suo credo tattico, fatto di possesso palla e inserimenti, rispetto a quello di Mazzarri basato su recupero palla e transizioni veloci. L’episodio che più racconta questa rivalità risale alla Supercoppa Italiana del 2012, con Mazzarri che manda delle spie nel ritiro della Juventus e con Carrera (che faceva le veci di Conte squalificato) che una volta scoperto commenta con ironia: «Se lo abbiamo copiato perché ci spia?».

 

La loro è proprio una bella faida all’italiana, fatta di frecciatine e tattica di alto livello, e fortunatamente dovremo aspettare solo pochi giorni (i due si sfidano il 20 agosto) per scoprire definitivamente, e si spera una volta per tutte, chi ha inventato il 3-5-2.

 



 

 



 

Il vero momento clou di Watford-Arsenal, lo scontro di andata, arriverà a fine gara, quando gli ignari reporter britannici proveranno a domandare in maniera innocente come mai il francese si sia rifiutato di stringere la mano a fine partita al collega. Magari sarà arrabbiato per lo 0-0? Wenger scuoterà la testa, con gli occhi bassi e vitrei di chi non riesce a capacitarsi di come si possa chiedere una cosa del genere. Ed è ovvio perché il francese non sia andato a stringere la mano Mazzarri: lui rispetta tutti sia chiaro, ma se gli avversari vogliono fare solo anti calcio allora c’è poco da salutare a fine gara. Il rispetto bisogna guadagnarselo sul campo e ha poco da sorridere Mazzarri solo perché ha ottenuto quello che voleva.

 

Inaccettabile che qualcuno venga a fargli la morale, questo sarà il messaggio di Mazzarri attraverso il suo traduttore, anche Wenger ha mandato più volte i suoi scagnozzi a parlare col quarto uomo, ci vuole proprio coraggio a venire a casa degli altri e fare il signore ad inizio partita. Facile fare i maestrini da "intoccabili" con una squadra che naviga nell’oro. Il Watford non è mica una squadra del sofisticato Nord di Londra, a Watford c’è solo lui che manda avanti la baracca e se gioca così è perché questo può fare. E poi il Watford avrà battuto ben sette calci d’angolo, due in più dell'Arsenal, quindi potrà ritenersi soddisfatto. Vedremo al ritorno, a Londra, se Wenger riuscirà a produrre lo spettacolo che dice.

 

 



 

Nel 2015 Guidolin ha avuto un sacco di tempo libero: non ci era abituato. Abbandonata la panchina dell’Udinese prima, e poi - in rapida successione - i progetti di diventare una specie di amministratore, anzi testimonial, anzi factotum-al-quale-dai-le-chiavi-della-casa-al-mare della famiglia Pozzo, si è rilassato leggendo Indro Montanelli e concedendosi dei week-end di Erasmus calcistico in giro per l’Europa. È andato a trovare anche Guardiola, a Monaco, che lo ha accolto con calore, come si dice: memore della stagione monstre del Vicenza nella Coppa delle Coppe 1997-98 (un’annata sciapa per il Barcellona nelle Coppe europee), Pep non ha neppure avuto

. Si ricordava addirittura di Mimmo Di Carlo.

 

Guidolin ha osservato Guardiola da vicino, e ha afferrato una verità imprescindibile, cioè che “le grandi squadre vanno verso quella direzione là”, intendendo dire moduli fluidi e un 3-6-1, lasciando carpire tra le righe, con un sentimento vicino al bulleggio, che è un qualcosa che è stato lui ad aver

.

 

Quella tra i due non potrà mai essere una faida vera e propria: c’è troppa ammirazione. E poi certi

come quelli che vivranno quando si affronteranno come fai a impiastricciarli con un sentimento così poco nobile come l’odio? A fine settembre, nell’aria tersa del Galles, ci sarà solo pulviscolo benevolo: il Maestro sfiderà l’Allievo. Basta che Guidolin abbia ben in testa, per quell’allora, chi sia chi.

 

 



 

Mourinho, il leader carismatico abituato a manipolare l’ambiente circostante per trarne il massimo vantaggio; Guidolin, il lavoratore silenzioso di cui si è sempre detto che il carattere introverso ne abbia precluso una carriera di livello ancora più alto. Manchester United e Swansea partono con obiettivi molto diversi e Guidolin nei due precedenti con Mourinho (stagione 2009/10, Guidolin con il neopromosso Parma portato all’ottavo posto e abbandonato a fine campionato in aperta contestazione con tifosi e dirigenza; Mourinho con l’Inter del triplete, ovviamente) non ha mai vinto. Lo Swansea ha già rovinato la festa dello United più di una volta nel recente passato, sarebbe bello se Guidolin si prendesse anche questa soddisfazione.

 

 



 

Quella tra Arsenal e City sarà una delle sfide di cartello della stagione, e sarà difficile parlare di una vera e propria faida tra Wenger e Guardiola, dato il rispetto reciproco che c'è tra i due dei tecnici. In Europa la sfida tra i due è stata un classico, giocata sia quando Guardiola ha guidato il Barça, sia quando allenava il Bayern (Wenger non l'ha mai eliminato, comunque) e in nessun caso sono mai venute meno parole di stima e rispetto. I due tecnici sono convinti assertori di un modo “giusto” di giocare e pur mettendo in campo idee diverse dal punto di vista tattico, entrambi ritengono che un calcio proattivo sia quello che una squadra deve provare a giocare, cosa che li pone dalla stessa parte della barricata. Wenger alla prima sfida si comporterà sicuramente da padrone di casa, evitando polemiche in caso di sconfitta e dissimulando l’entusiasmo in caso di vittoria. Forse promettendo addirittura un bicchiere di bianco alsaziano negli spogliatoi al momento dei saluti.

 



 

Nonostante ciò, è possibile che la fiammella dello scontro possa nascere in Wenger nel caso in cui le cose dovessero andare tremendamente bene al suo collega catalano e continuare ad andare tremendamente male per lui. Nel caso in cui Guardiola dovesse riuscire non solo a vincere, ma anche ad avere un impatto rivoluzionario sulla Premier League allora è possibile che in Wenger scatti qualcosa, che lo porti magari ad un commento palesemente sarcastico su una decisione arbitrale o ad un atteggiamento palesemente passivo-aggressivo davanti alle telecamere. Con Guardiola che invece potrebbe finire con abbozzare e somatizzare, aumentare il proprio stress e avvicinarsi sempre di più alla prospettiva del crollo in diretta per burnout.

 

 



 

Le storie di Mourinho e Ranieri sono progredite in opposizione, a cominciare dal 2004, quando l'arrivo del portoghese sulla panchina del Chelsea è coinciso con la bocciatura di Ranieri ad alti livelli. Negli anni seguenti, mentre uno diventava lo Special One, l’altro si faceva una fama da

. La distanza è diventata conflitto con l’arrivo del portoghese in serie A: i due sono diventati perfetti antagonisti, definendo la propria immagine in opposizione all’altro: lo straniero esotico contro l’italiano verace, il vincente presuntuoso e il perdente simpatico.

 



 

L’esperienza comune all’Inter li ha riavvicinati, e l’inversione di ruoli della scorsa stagione ha stemperato le differenze. Mourinho, addirittura, è passato dal non rispondergli al telefono a

. Oggi sembrano aver dimenticato i motivi del loro originale conflitto; c'è stata grande cordialità anche in Community Shield, nella gara in cui Mourinho ha dato il primo dispiacere a Ranieri da quando è allenatore del Leicester. Non è detto, però, che una scintilla non possa riaccendere il vecchio fuoco.

 

 



 

Pochettino e Conte hanno molto in comune, e lo capiranno immediatamente al primo incrocio di sguardi, come prevede il canone dei duelli che si rispettino. Ad esempio, l’allenatore argentino ha approfittato della prima riunione al completo del pre-campionato per ricordare ai suoi giocatori l’umiliante 5-1 subito dal Newcastle nell’ultima partita della passata stagione, e ha utilizzato parole concilianti: «Gli ho detto solamente: 'Se avessi avuto l’opportunità di uccidervi, vi avrei uccisi tutti'». Una frase riportata alla stampa con quel tono pacato e quell’elegante accento argentino, che però suona più o meno come quel «vi ammazzo! vi ammazzo!» urlato da Conte dopo un errore a centrocampo

(che ancora mi fischia nelle orecchie, nonostante ne abbia solo visto il labiale).

 

Aggiungerci il passato da calciatori di discreto successo, con l’abitudine alla fascia da capitano, alla leadership dentro e fuori dal campo, e soprattutto l’ossessione coltivata poi da allenatori verso determinati giocatori. Come Wanyama, che Pochettino aveva prima portato al Southampton, poi chiesto a tutti i costi al Tottenham l’estate scorsa, quindi finalmente ottenuto quest’anno; così come i vari Giaccherini e suoi emuli succedutisi nella carriera di Conte. Un anno e mezzo fa, Conte

del Tottenham «per osservare come lavorano le squadre inglesi» e si era detto

da Pochettino e dai suoi allenamenti, in grado di tirare fuori il meglio dal potenziale dei suoi giocatori (un’altra costante delle carriere di entrambi). Si ricorderanno di quell’incontro, e probabilmente in fondo si apprezzeranno, prima di voltarsi di spalle e iniziare a contare fino a dieci.

 



 

Tutto è partito da

rivolta a Jurgen Klopp riguardo l’acquisto di Pogba: «Se spendi 89 milioni di sterline per un solo giocatore e lui si infortuna, va tutto in fumo. Il giorno in cui il calcio funzionerà così, io non avrò più un lavoro. A me piace fare le cose in maniera differente, non spenderei quelle cifre nemmeno se le avessi a disposizione». Ovviamente Mourinho non è rimasto indifferente ai commenti del tedesco e ha subito risposto: «Non mi piace sentire i colleghi parlare della mia squadra. Non è etico. Ci sono cose che quando le faccio io non sono etiche, ma quando le fanno gli altri è tutto normale».

 



 

Non so a voi, ma a me sentir parlare Mourinho di etica fa un effetto abbastanza strano, ma a parte ciò, questo scambio pre-stagionale passato un po’ troppo in secondo piano, è il perfetto prologo di un duello che si protrarrà almeno fino a gennaio, quando si disputerà la gara di ritorno tra Manchester United e Liverpool. Per ora l’ex tecnico del Borussia Dortmund

di controbattere, ma appena Mourinho parlerà dei “Reds”, e certamente lo farà, Klopp potrà cogliere la palla al balzo per ricordare al portoghese la sua lezioncina di etica agostana, scatenando un escalation che vedrà i due andare sempre più sul personale. I redattori dei peggiori tabloid inglesi si stanno già fregando le mani.

 

 



 



 

Pep e Claudio, nei loro cardigan eleganti da studenti emeriti a una rimpatriata della confraternita universitaria, non sembrano proprio il tipo di persona che potrebbe mai odiarsi, ma neppure rimanersi indefferenti: guardateli uno vicino all’altro, potrebbero essere parenti, o amici di famiglia. Di certo

(per la proprietà commutativa delle rivalità, Ranieri vs Mourinho + Pep Vs Mou = Pep <3 Ranieri).

 

È pacifico che partano da due posizioni emotive, prima che professionali, decisamente antitetiche ai nastri di partenza della nuova Premier League: uno non è chiamato alla conferma di niente, ha vinto un titolo che ci si possono scrivere sopra libri e poi pezzi nostalgici e ancora nuovi libri per cent’anni di seguito, gli basterà scialarsela sguazzando in un brodino di affetto incondizionato e sempiterno. L’altro, invece, dovrà farsi trovare pronto ad alzare la mano quando risuonerà l’appello per chi è il miglior allenatore d’Europa, e già sapere che Mou si sbraccerà come nelle peggiori inside fights al liceo.

 

Giocheranno un campionato che solo apparentemente si terrà nella stessa dimensione spazio-temporale. Eppure, come diceva un mio amico alle superiori, per

devi in primo luogo

. Ranieri, all’annuncio nell’inverno scorso di Guardiola sulla panchina del City, ha definito la mossa di comunicazione

. Pep, presa in carico la panca dei

, ha emanato una fatwa sull’unica cosa per lui

: la pizza nella dieta dei suoi giocatori. Una

ricercata? Una provocazione in piena regola? Non so se sia una buona mossa, come si dice a Brooklyn, to mess with tha Tinkahman.

 

https://www.youtube.com/watch?v=FCxqFfkOIxI

 

 




 

Guardiola e Pochettino sono praticamente coetanei e per anni hanno rappresentato le due opposti fazioni del calcio a Barcellona. Pep è cresciuto con il blaugrana addosso e, dopo aver militato nel Dream Team, ha condotto il Barca da allenatore al periodo più glorioso della sua storia. Pochettino non ha vinto altrettanto con l’Espanyol, ma è anch’egli una delle figure più influenti del club. Le loro strade hanno cominciato a incrociarsi nel 1994, quando Pochettino si è trasferito in Catalogna dal Newell’s Old Boys, fino al 2001, quando tutti e due hanno deciso di proseguire la propria carriera oltre confine. Appese le scarpette al chiodo, entrambi hanno intrapreso la carriera da allenatori e sono tornati ad affrontarsi, stavolta siedendo in panchina, nel Derbi Barceloní.

 

Il potenziale delle squadre a loro disposizione era impari, ma le prossime partite tra i due si preannunciano ben più equilibrate: Pochettino è uno dei tecnici più quotati della Premier e gli Spurs con cui ha accarezzato il titolo sono una macchina ben oliata, mentre Guardiola ha appena cominciato a predicare i propri principi di gioco in terra d’Albione. Ad armi praticamente pari, Pochettino, che finora si è quasi sempre trovato dalla parte sbagliata (pur dandogli sempre molto filo da torcere, ha vinto uno solo dei 10 incontri con il rivale), avrà finalmente la possibilità di dimostrare di valere il collega: ci sarà da divertirsi nel vedere due bielsisti che hanno costruito il proprio successo rielaborando e integrando molti dei principi del Loco, affrontarsi ai massimi livelli.

 

 



 

Due degli allenatori più all’avanguardia dal punto di vista tattico della loro generazione, capaci entrambi di riportare agli antichi splendori due grandi decadute (Juventus e Borussia Dortmund), che si affronteranno da avversari per la prima volta in assoluto. L’incrocio tra Conte e Klopp sarà interessante non solo sul campo, ma anche fuori, visto il modo con cui entrambi seguono la partita: urla, giocatori

col joypad,

ad abbracciare l’autore del gol vittoria e

sulla panchina, il repertorio è vario e sufficiente a rendere affascinante anche uno 0-0 senza tiri in porta.

 

 



 

Sarà bello vedere i due piccoli eserciti di Mourinho e Conte muoversi compatti senza che nessuno dei giocatori in campo abbia l’intenzione di dare vita a una bella partita per il piacere del pubblico. Conte e Mourinho sono accomunati da un’erronea retorica difensivista e questa sfida diretta potrebbe essere l’occasione buona per chiarire alcune cose, per definire l’uno nel contrasto con l’altro. In realtà, Conte dovrà anzitutto dimostrare di non sentire sudditanza nei confronti di un Mourinho, che ha lasciato a Londra un sentimento da fine della civiltà che ancora non si è dissipato.

 

Conte dovrà sfidare il fantasma di Mourinho, ridipingere quelle stanze che Mourinho ha cosparso di benzina prima di uscire lasciando cadere un fiammifero acceso. Inoltre, Conte si troverà davanti il più grande troll tattico che gli sia capitato di incontrare finora. Il Chelsea dovrà costruire le maniacali trame di gioco di Conte con la pazienza di un monaco buddista che guarda il proprio mandala disfarsi prima ancora che sia completato, perché le squadre di Mourinho ormai sono perfettamente a proprio agio quando possono riempire gli spazi negativi, giocare come il vento che fa cadere i castelli di carte, come l’acqua del fiume che scava la roccia. Conte con l’Europeo si è costruito un carisma “positivo”: quello di un allenatore che farebbe giocare bene anche me, o te, caro lettore, che con un paio di settimane di allenamento ci farebbe arrivare ai rigori con la Germania.

 

Mourinho invece non fa più nulla per nascondere il suo ruolo di cattivo demiurgo del calcio moderno. Sarebbe felice di togliere a noi la voglia di guardare calcio e a Conte quella di lavorare sulle combinazioni tra le punte o sui movimenti coordinati delle mezzali. Mourinho non allena più per vincere, ma per far passare a qualsiasi altro allenatore la voglia di allenare. E se ci riesce con Conte significa davvero che nessuno può fermarlo.

 

 



 

«Non si può paragonare lo stile di Klopp al mio stile, siamo diversi. Non sto dicendo che uno sia più bravo dell’altro, solo che siamo diversi», diceva

Mauricio Pochettino, incaricato di organizzare il cocktail di benvenuto per l’allenatore tedesco. La partita terminò pari, 0-0, così come la gara di ritorno, 1-1, e anche quest’anno da Tottenham e Liverpool sembra lecito attendersi sfide all’insegna dell’equilibrio.

 

Effettivamente entrambe le squadre predicano intensità a tutto campo, ma l’approccio è strutturalmente diverso: il Tottenham di base pressa l’avversario fin sulla linea di porta, e poi rallenta in fase di possesso, mentre il Liverpool si compatta in un blocco a metà campo per poi aggredire improvvisamente e bruciare il prato in transizione - se fin dal loro primo incontro abbiamo assistito a situazioni tattiche

, prepariamoci a sudare sul divano. Non sarà neanche una battaglia puramente tattica, ma strettamente legata alle motivazioni.

 



 

Del resto sia Klopp che Pochettino sanno che i loro colleghi più blasonati impiegheranno qualche giornata per trovare la quadratura, mentre i decani Ranieri e Wenger subiranno una flessione di risultati rispetto al primo e secondo posto della passata stagione. È l’occasione perfetta per bruciarli tutti sul tempo, come al solito, correndo più veloce.

 

 



 



 

«So che viviamo in un mondo in cui c’è posto solo per vincitori e perdenti, ma nel momento in cui uno sport incoraggia una squadra che si rifiuta di prendere l’iniziativa, quello sport è in pericolo». Era solo il 2005, era solo trascorso un anno (e una Premier League conquistata) dall’avvento di Mou sul calcio inglese, e già Wenger mostrava i primi segni dell’ossessione che l’avrebbe accompagnato per il decennio a seguire. Curiosamente, un decennio in cui poi l’alsaziano avrebbe vinto pochissimo.

 

L’ossessione fu immediatamente recepita e sfruttata da Mourinho a suo favore: «Wenger ha un problema serio con noi, e penso che lui sia quello che in Inghilterra chiamate “un voyeur”. Ci sono alcuni uomini che, quando sono a casa, hanno un grande telescopio per vedere cosa succede alle altre famiglie. Wenger deve essere uno di loro - è una malattia». Probabilmente Wenger si è già rimesso il telescopio in spalla per osservare minuziosamente ogni dettaglio del nuovo Manchester United, e sul calendario ha disegnato un cerchio così spesso sul 19 novembre che il pennarello è arrivato a dicembre.

 

Get ready to fight.

 



 

 



 

Qual è il miglior gegenpressing? Quello di Klopp, vero e proprio manifesto del suo calcio “heavy metal”, in cui, una volta perso il possesso, non si lascia all’avversario nemmeno la minima libertà con il pallone tra i piedi, ma si restringe lo spazio a sua disposizione fino a soffocarlo? Oppure quello di Guardiola, espressione della volontà di controllare la partita con il pallone tra i piedi e quindi di riconquistarlo appena possibile ogni volta che viene ceduto agli avversari, sfruttando la superiorità posizionale che permette di giocare in distanze ridotte e di occupare ogni porzione di campo, neanche fosse una scacchiera?

 



 

La domanda è retorica: non esiste una risposta, ma quel che è certo è che nella prossima stagione vedremo ancora Klopp e Guardiola, due tra gli allenatori più influenti del millennio, sfidarsi l’un l’altro, stavolta nell’inedita arena della Premier League. Anche se l’ultima volta il tedesco ha esultato in faccia al rivale, i due

vicendevolmente, quindi il loro scontro comincerà e si risolverà necessariamente sul terreno di gioco. Messe da parte le guerre di nervi e le stilettate a mezzo stampa, saranno le loro nuove squadre a dover aggiungere altre due epiche battaglie ad una guerra tattica cominciata tre estati fa. Che vinca il migliore.

 

 



 

che gli stringerò la mano. Perché non dovrei?”. Mourinho ridacchia, alza le spalle e si fa beffe della domanda come se la risposta non meritasse nemmeno di essere data, tanto è ovvia, e poi aggiunge: “Abbiamo lavorato assieme al Barcellona per tre anni. Siamo stati avversari in altri club. Ma siamo semplicemente dei professionisti e abbiamo un rapporto normale. Non capisco perché non dovremmo stringerci la mano”.

 

Per il momento, José ha deciso di abbassare al minimo il livello dello scontro. “Abbiamo lavorato-assieme-al-Barcellona” – tre stagioni di fine anni ‘90 in cui Guardiola era capitano e Mourinho vice-allenatore – è una rappresentazione del suo rapporto con Pep che può dare seriamente solo lui. E trasformare la loro guerra per il controllo della Spagna e del mondo in “siamo stati avversari-in-altri-club” è assolutamente meraviglioso.

 

Ma durerà? Ci sono molte altre personalità ingombranti, è vero, e questa Premier probabilmente non sarà il dualismo western che fu la Liga. I due, poi, sono più maturi, forse anche un po’ più stanchi e consapevoli di quanto possa consumarli una sfida aperta. Eppure, per quanto possa loro sembrare sconveniente ricordarlo, si sono appena seduti su di un’altra rivalità preesistente e viva che, se vogliono tenere le redini dei rispettivi ambienti, dovranno in qualche modo cavalcare. City e United non sono mai state così contemporaneamente centrali nello scacchiere del calcio internazionale, né il loro rapporto di forza così poco delineato. Se c’è un derby, quest’anno, è quello di Manchester. Ed è iniziato col calciomercato più dispendioso, competitivo e simbolico degli ultimi tempi, sul quale sia Mou che Pep hanno messo il sigillo delle loro rispettive filosofie.

 

Con Zlatan e Pogba, due status symbol, prima ancora che calciatori, Mou ha scelto uomini di forza fisica, mediatica ed economica che fanno compiere allo United un passo enorme verso il riposizionamento come top club. Pep ha dichiarato obsoleti i suoi difensori centrali, facendosene comprare uno che sappia passare il pallone, e poi ha puntato su dribbling, velocità e gioventù da coltivare. Ha finalmente carta bianca e tutti i pennarelli che vuole. Il City gli offre un budget pressoché illimitato e nessuna identità calcistica forte da dover rispettare, e adesso l’allenatore più innovativo degli ultimi venti anni è completamente libero di costruire e vincere nel campionato tatticamente più conservatore d’Europa. Mourinho non ha nessuna intenzione di permettere che questo accada. Può forse farsi andar bene anche un secondo posto, quest’anno, ma a patto che il primo non sia il City. Distruggere il gioco di Pep sarà la sua vittoria. Costruire e inventare, anche in mezzo alla bufera, sarà quella di Guardiola.

 



 



 

Siamo tutti concentrati sull’atto finale dello scontro tra José Mourinho e Pep Guardiola, ma forse Guardiola più che dalla sua nemesi riconosciuta farebbe bene a guardarsi da Antonio Conte. Il nostro ex CT è un blend di alcuni dei pregi di entrambi gli allenatori: come Mourinho sa usare i brand per motivare la propria squadra, come Guardiola è uno studioso del gioco, meticoloso in allenamento e sempre pronto a riconsiderare le sue idee. Ma ci sono anche delle differenze sostanziali che rendono il confronto tra il catalano e il leccese particolarmente significativo.

 

Conte telecomanda i propri calciatori dalla linea laterale per novanta minuti: abbiamo ancora negli occhi l’esempio della nostra Nazionale, e, secondo la definizione di Antonio Cassano, la Juventus di Conte era composta da soldatini. Per Guardiola la squadra è sempre l’insieme dei talenti che la compongono: insegna un’idea di calcio che prescinde dai moduli e dalle posizioni, ma che si concretizza attraverso i compiti assegnati a ciascun calciatore. Sta al singolo interprete, alla sua tecnica e alla sua intelligenza calcistica, scegliere le forme dell’esecuzione per ciò che gli è stato richiesto. Per questo Guardiola ama i solisti: Messi come Robben e Ribery.

 

Conte crede ciecamente nel lavoro, ma resta consapevole dell’importanza del talento individuale: la frase-tormentone, "con 10 euro non si mangia in un ristorante da 100", nasce dalla frustrazione dovuta a un limite che Conte considera superiore a se stesso, che l’artigiano del campo non può valicare.

 



 

Per questo Conte vuole dei giocatori pronti, già maturi, mentre Guardiola riconosce il talento nei ragazzi ed è capace di coltivarlo. La cultura olandese e catalana dalla quale discende gliene ha dato gli strumenti. Una delle frasi rimbalzate sui giornali inglesi in questi giorni riassume con un taglio ironico quanto sta affrontando Guardiola a Manchester in questi giorni: “Riesci ad insegnare nuovi giochi ad un cane anziano?”. Il riferimento all’impatto che l’allenatore sta avendo verso la pattuglia dei trentenni del City,

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