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Davide Casadei
Le 10 migliori schiacciate di Vince Carter
03 May 2016
03 May 2016
Semplicemente il miglior schiacciatore di sempre.
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Davide Casadei
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La prima cosa che faccio quando mi trovo a esaminare la carriera di uno sportivo famoso è provare a collocarlo tra gli All-Time Greats. Una sorta di tiro al bersaglio mentale: chi si avvicina di più al bollino rosso centrale? Con

è stato facile: non ha mai fatto segreto di mirare a quello grosso e ha dedicato tutta la sua carriera professionale al tentativo di riuscirci. Con uno come

, ad esempio, la questione si complica: “The Big Fundamental” non è tipo da spettacolarizzare la sua uscita di scena, e quando tra una decina di anni verrà fuori che si è ritirato in un tempio Shaolin trovando il modo di arrestare lo scorrere del tempo, nessuno di noi sarà veramente stupito.

 

Caso decisamente più spinoso è quello del signor Vince Carter. Classe 1977,

in Daytona Beach, Florida. Non ci risulta essere un ossessivo-compulsivo ma neanche un vecchio arcigno come Tim - anzi, è quello che in America si definisce “

”. Un tipo tranquillo, dalle ambizione modeste. Non avesse dei propulsori atomici al posto dei polpacci magari lavorerebbe alle Poste e leggerebbe i Salmi in chiesa la domenica. Non possiede social network, non sa cosa sia una emoji, magari ha uno di quei vecchi telefoni Motorola tipo

. È sempre disponibile, ha un sorriso luminosissimo, non ha mai creato casini a nessuno. A carriera finita gestirà una di quelle case per pensionati nel suo Sunshine State leggendo il giornale ad alta voce per i vecchietti che non ci vedono tanto bene. O quantomeno è plausibile considerando il suo approccio alla vita.

 

Il fatto è che non ce ne frega nulla di dove metterlo in una fantomatica scala di valori. Perché l’uomo chiamato Vinsanity è semplicemente lo schiacciatore più esplosivo, creativo e prolifico che abbia mai calcato un parquet NBA. Non dobbiamo discuterlo: è così e basta. Strugge un po’ il fatto che simili doti atletiche siano state donate a un uomo così normale. Quando l’era degli highlights stava per esplodere grazie a YouTube - e in seguito a Vine - lui era già nella fase calante della sua carriera. Eppure questa tempismo sbagliato non gli ha impedito di diventare la star per eccellenza di quelle compilation con musiche tamarre che in fondo all’anima anche voi amate.

 

Sul Tubo se immetti la ricerca “vince carter dunks” escono fuori circa 145.000 risultati. Alcuni fra questi video superano il milione di visualizzazioni, di cui circa 3.000 potrebbero essere mie. Per tanti anni ho considerato i voli di Carter sopra il ferro come l’esperienza più eccitante potessi trovare su Internet e qualche volta la nostalgia mi riporta ancora agli antichi lidi . Ci posso ancora perdere ore preziose, anche dopo tutto questo tempo.

 

Non ho mai visto Vince giocare con la maglia di Toronto su un televisore perché ero troppo piccolo, eppure lo sento vicino come se fosse un mio compagno di viaggio virtuale. Lui fa cose che io non riuscirei mai a immaginare con una leggerezza d’animo quasi irritante. Ti sembra di leggere un libro di Mark Twain o di Salgari: sono universi lontani uniti alla tua mente da quella voglia di avventura che pervade ogni ragazzo.

 

Il biglietto non costa nulla e il risultato è stupefacente. Tornerete a quella fase della vita in cui si può veramente sognare di volare.

 

 





 

A Mainland High School, la sua alma mater, Vince ha regalato un titolo statale dopo 56 anni. Immagino che nel suo anno da senior girassero diverse voci sul conto di questo ragazzo. La Florida era famosa negli anni del secondo dopoguerra per le sue compagnie circensi enormi: le attrazioni principali erano i cosiddetti “freak” della natura, uomini e donne che per una qualche anomalia genetica presentavano dei tratti anatomici particolari. Ecco, la sua capacità di volare avrebbe fatto la fortuna di qualche spregiudicato imprenditore. Quel filtro anni ‘90 stile vaporwave dà l’idea di qualcosa di alieno, e l’impressione che ho avuto vedendo questa schiacciata è che Carter fosse ben lontano dal perfezionare la sua arte. I passi di preparazione sono incerti, discontinui, mi verrebbe da dire

- ma quando carica le gambe e stacca da terra finisce per travolgere il povero ragazzo che si trova lì di passaggio. C’è già la caratteristica più esaltante del suo repertorio, che c’entra poco con la tecnica ancora rudimentale: l’aggressività. Il giovane Vince vuole un poster di ciò che viaggia più in basso di lui - ndr, TUTTO - e lo otterrà. Con. Qualsiasi. Mezzo.

 

 





 

Premessa: già il solo fatto di fare

a uno dei migliori stoppatori della storia è rimarchevole. Mi si spezza anche il cuore perché Zo è una delle persone a cui voglio più bene al mondo pur non conoscendolo. Ma visto che ho pure il lusso di scegliere, opto per questa. Nel 2005 entrambi i protagonisti della collisione hanno superato il loro

atletico, ma rimangono due discrete presenze fisiche. Amo questo poster perché diretto, senza fronzoli, ma sopratutto perché mi dà l’idea di uno scontro epocale: due giganti che si affrontano viso a viso in un’unica decisiva battaglia per decidere le sorti dell’umanità. È come gli scontri tra il maschio alpha e il giovane pretendente nei grandi felini, o Goku contro Vegeta, o i Kaiju contro i robottoni in Pacific Rim. Probabilmente, nel momento in cui il corpo di Carter incontra a mezz’aria quello di Mourning e lo manda cinque metri più in là facendo abbattere il pallone nel canestro, da qualche parte del mondo si sta alzando un maremoto tra una tempesta di fulmini.

 

 





 

Vince Carter quest’anno ha compiuto 39 anni. Non 40: 39. Secondo me ci tiene un sacco a specificarlo e io rispetto il suo volere. Mio padre a 40 anni ha smesso di fare due tiri a pallone con me perché aveva troppo dolore al ginocchio operato, cosa che invece non sentiva quando aveva ne aveva 39. Vince non ha mai avuto infortuni devastanti in carriera, ma comunque una schiacciata non se la negherebbe neanche a 60 anni, se è per quello. Avrei potuto optare per

che è molto simile, ma da giovani sono capaci tutti - tipo mio padre saltava i fossi per il lungo da giovane, dice.

 

 





 

Faccio coming out: sul periodo collegiale di Vince Carter ne avrei voluta una con il commento di

che si esaurisce mentalmente per provare a descriverla. Robe tipo “

”, “

”, “

”. In questa partita di ACC contro Clemson il Dick nazionale purtroppo non era impegnato col commento, ma è semplicemente troppo paurosa per non metterla. Un tizio che si chiama Calabria di cognome e Dante di nome (e che poi ha fatto le fortune dell’Olimpia in Italia) gli alza un lob perfetto e Vince stacca nel suo modo classico, a due piedi, risalendo la corrente ascensionale tra i due uomini in arancione come un salmone che risale una rapida. Sta in aria circa 6 minuti e 22 secondi in più degli altri. Poi scende e mostra la faccia incazzosa alla gente mentre tutti aspettiamo di poter rivedere cosa-ha-appena-fatto. Carter si è dichiarato al Draft dopo l’anno, da junior, ma si è comunque laureato nel 2001 grazie ai corsi estivi perché l’aveva promesso alla madre. Un bravo ragazzo, Vince. Come professionista un po’ meno, visto che la consegna del diploma era prevista solamente

DI UNA GARA-7 DI SECONDO TURNO DI PLAYOFF CONTRO ALLEN IVERSON, aka la partita più importante della sua carriera fino a quel momento. Ovviamente Vince ci è andato e poi la sera ha perso tirando 6/18. No big deal.

 

 





 

Come già detto Vinsanity non è un uomo dal cuore duro. A parte qualche piccola eccezione. Per i Raptors il suo abbandono è stata una Decision ante-litteram: frustrato per qualche decisione dirigenziale - aver lasciato andare via cuginetto Tracy McGrady, tra le altre - la tifoseria lo accusa di sabotare la stagione per farsi cacciare via tramite una trade. Le cifre (16 punti di media dopo cinque anni a ventelleggiare) e l’atteggiamento del loro All-Star non fa che rinvigorire questa ipotesi. Alla fine Vince se ne va in New Jersey dove trova una squadra che può ancora contare su Jason Kidd e Richard Jefferson, e Toronto perde l’uomo che aveva messo la franchigia sulla mappa. Per questo ogni ritorno al Canada Center è speciale: seppellito dai fischi, in questa partita Vinsanity segna il tiro per mandarla all’OT e realizza la schiacciata in reverse sull’alley-oop della vittoria. Il modo arrogante in cui resta appeso al ferro squadrando i tifosi è straziante: quella gente l’ha visto volare, l’ha amato, si merita tutto questo? È in questo momento che Carter dimostra che anche i veri buoni hanno un lato oscuro.

 

 





 

Su YouTube esiste una

di schiacciate di Carter, per dare un’idea di quanto sia sterminato il repertorio da cui stiamo attingendo. Questa, fra tutte, è la mia preferita. È quella che mi viene in mente se penso a un qualcosa di tipico di Sua Maestà Air Canada. Non ho mai saputo nemmeno localizzarla nello spazio tempo: se dovessi azzardare è una partita di pre-season. Ritmi pigri, poca gente, Clippers. Non ci sono gli elementi ambientali per una serata memorabile. Però c’è Vince Carter. La grazia e al contempo

di questo gesto atletico è da sindrome di Stendhal. Il modo in cui il braccio esterno vibra e ruota per dare ulteriore potenza allo slancio fa pensare a un quadro di Caravaggio, così pieno di particolari e allo stesso tempo così essenziale. Se avessi una galleria d’arte farei fare un affresco 10 metri per 10 di questa roba all’ingresso. Purtroppo la gente neanche la visiterebbe: non ci sarebbe nulla all’interno più bello di questo.

 

 





 

Per spiegare la fisica che sta alla base di questo volo

ha scomodato uno che su quel campo c’era e l’ha vista da vicino vicino. Reggie Miller si gratta la pelata, si guarda intorno spaesato senza sapere cosa dire, potrebbe essere un’interrogazione di matematica alla lavagna in quinta liceo scientifico per quello che ne so. Vinsanity si mangia la linea di fondo lasciando sulle gambe un invecchiato Chris Mullin poi va su, torna giù, passa il canestro, torna di nuovo su. Il buon Rik Smits non fa nemmeno in tempo a capire come approcciare la difesa al ferro che tutto è già finito. Ok che lo chiamavano l’Olandese Volante, ma qui si esagera: in quel momento avrà pensato di tornare a coltivare tulipani nella terra natìa. Ti capisco Rik.

 

 





 

Questo credo sia il momento in cui una buona parte di appassionati da tutto il mondo ha capito che uno così passa una volta ogni

. Lo Slam Dunk Contest del 2000 è giustamente considerato l’apice della competizione nella storia recente. A me sinceramente la prima metà degli anni 2000 non manca per nulla: è stato uno dei periodi più bui per le mode popolari - ragazzi, la lotta era tra truzzi vs emo - e per il genere di musica che preferisco - l’hip hop. Forme embrionali di social network come Netlog facevano capolino e la vita in generale era abbastanza uno schifo tipo la bassa definizione con cui venivano trasmesse le partite, o il basket del secondo post-Jordan in generale. Però se avessi visto in diretta questa reverse windmill di Vince Carter - contro la gravità, contro la torsione muscolare, contro tutto - forse mancherebbero anche a me. Vince Carter in aria fluttua e si contorce in maniera inversamente proporzionale alle convenzioni sociali dell’epoca. Se mi dicessero che gli anni del terzo millennio che stiamo vivendo sono frutto di quella folle rotazione centripeta io non stenterei a crederci. E mi andrebbe benissimo.

 

 





 

Mettetevi comodi e appoggiate i piedi sullo sgabello, se ne avete uno. Altrimenti recatevi in un locale vicino a casa vostra e ordinate uno spritz, perché è tempo dell’aperitivo. Non so se si usa farlo in Francia, ma lo diamo per scontato nel mondo ormai globalizzato. 2000, Olimpiade di Sydney. Team USA vorrebbe vivere la competizione come un enorme aperitivo, un’abbuffata collettiva. Avrebbe desiderato fosse sempre ora del Campari. La realtà è che l’organizzatissima Lituania va vicina al clamoroso upset minando le basi dopo decenni sulla presunta superiorità a stelle e strisce che crollerà ad Atene 2004 - ma ancora non lo sa nessuno.
Questa schiacciata non verrà ricordata mai perché è nata con un problema logistico. Se clicchi su qualsiasi motore di ricerca “vince carter sydney 2000” o “vince carter vs france” perché magari non ti viene in mente il nome del tipo

- Frédéric Weis,

- questa schiacciata non verrà mai fuori. Per questo al secondo posto di questo revival ci sta benissimo: perché sarà sempre la prima tra le sconfitte. Non era nemmeno lo stessa partita, perché

era nel girone e

è nella finale per l’oro. La ciliegina sulla torta della vittoria, a dirla tutta. Il bacio con cui Vince Carter saluta il suo pubblico merita anche più di qualsiasi metallo. Chapeau.
(Ultimo intermezzo gioviale per mettere ordine prima del gran finale: le

da Vince Carter sono meglio di qualsiasi cosa voi potrete mai fare nella vita)

 

 





 

L’avete vista tutti centinaia di volte, dai, non scherziamo. Ognuno ha il suo dettaglio preferito, come per i film di Woody Allen. Il mio è il pugno all’aria tirato con una forza atavica che per poco non sfigura Kevin Garnett. C’è modo di quantificare in tonnellate per centimetro quadrato la forza del potenziale impatto? (SportScience vienici incontro per favore). Dal punto di vista tecnico non c’è molto da dire: Vince Carter salta sopra un uomo di due-metri-e-venti-centimetri. Dal punto di vista stilitico, però, un appunto si può fare: ho sempre trovato irritante il fatto che Carter avesse quel taglio di capelli imbarazzante proprio durante

Olimpiadi. Stai così bene pelato, Vince. Perché lo hai fatto? Tutti ti ricorderanno per questa giocata e tu eri conciato in quella maniera. È come essere brutti al proprio matrimonio. Peccato.
Comunque vorrei far notare che nemmeno in questa occasione Carter va a darsi arie o ad imbruttire la già derisa vittima, anche se ne avrebbe tutti i diritti del mondo. Perché per Carter schiacciare è sempre stato un esercizio di stile: schiaccia in testa ai giocatori più forti del mondo per dare anche a noi, per un attimo, la stessa scarica di adrenalina. È il Robin Hood delle schiacciate. O il Peter Pan di YouTube.

.

 

 

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