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Marco Gaetani
La Lazio è di nuovo al punto di partenza
06 Jun 2024
06 Jun 2024
Il burrascoso addio di Tudor sembra una storia già vista.
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Marco Gaetani
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IMAGO / ZUMA Press
(foto) IMAGO / ZUMA Press
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«Dunque, dove eravamo rimasti?», chiedeva un provato Enzo Tortora al ritrovato pubblico di Portobello il 20 febbraio del 1987, uscito da uomo libero ma fiaccato nell’anima e nel corpo da uno dei più clamorosi casi di malagiustizia che la storia del nostro Paese ricordi. È decisamente meno drammatica la condizione della Lazio, ma la domanda di Tortora è attualissima e calzante: poco meno di quattro mesi fa, la decisione di Maurizio Sarri di lasciare dopo due anni e mezzo era stata affrontata in maniera a tratti tragicomica, prima di arrivare a quella che, pur con qualche fisiologico punto interrogativo, era parsa una decisione comunque centrata e coraggiosa, quella di anticipare la scelta del tecnico facendo approdare a Roma Igor Tudor.

Non era un piano B, il croato, non poteva esserlo per indole stessa del personaggio. Un tecnico che solo qualche mese prima non aveva ceduto di un millimetro nel corso di una trattativa con Aurelio De Laurentiis, che lo aveva sondato al momento di sostituire Rudi Garcia. «Voleva due anni e io non me la sono sentita di bloccarmi per l’anno successivo, perché avevo capito che quest’anno era andato come doveva andare e già mi immaginavo la ricostruzione. Potevo fargli il contratto e mandarlo a quel Paese, ma mi ritengo una persona perbene», aveva confermato De Laurentiis, con la schiettezza che lo contraddistingue. Il fatto che Tudor avesse accettato la Lazio, quindi, legittimava l’ipotesi che tra le parti in causa l’accordo sulla linea di intraprendere fosse totale. E allora per quale motivo, all’inizio di giugno, Lotito si ritrova alle prese con il secondo allenatore dimissionario nel giro di qualche mese?

Il debutto di Tudor alla guida della Lazio.

Anche stavolta, a quanto sembra, la Lazio non ha visto arrivare la valanga. Prima ha accettato in maniera sostanzialmente passiva dichiarazioni di addio anticipate di mesi da parte di quello che, contratto alla mano, doveva essere il suo giocatore di riferimento, quel Luis Alberto che si è presentato davanti alle telecamere per quelle interviste di solito sguarnite di qualsivoglia interesse per comunicare che lui aveva «già chiesto la rescissione del contratto», che i prossimi quattro anni era pronto a «lasciarli ad altri: è arrivato il momento di farmi da parte e lasciare i miei stipendi a qualcun altro, non voglio più prendere un euro dalla Lazio». Dichiarazioni sconcertanti, a pochi mesi da un rinnovo di contratto che lo avrebbe legato alla Lazio fino al 2027.

Poche settimane dopo la Lazio ha perso un altro giocatore cardine, Felipe Anderson, ritenuto all’unanimità a un passo dalla Juventus salvo vederlo firmare con il Palmeiras, in quella che è sembrata una scelta di vita (per davvero, non come tante altre) più che di carriera. Infine, è arrivata la bizzarra vicenda Kamada: un giocatore devastato dalla gestione Sarri e rigenerato dall’arrivo di Tudor, al punto da diventare fondamentale per il croato. «Ha una mentalità da 10, può giocare sulla trequarti ma anche davanti alla difesa. Ha un computer nella testa, magari fossero tutti così i calciatori. Vorrei avere dieci Kamada in squadra, credo che lo vorrebbero tutti gli allenatori», aveva detto l'allenatore croato. A un certo punto il rinnovo del giapponese – che nell’estate 2023 aveva firmato per una sola stagione – sembrava cosa fatta.

Poi, all’improvviso, una deflagrazione. Il mancato prolungamento aveva scatenato la reazione del direttore sportivo Fabiani sui canali ufficiali del club: «Sono i tesserati che sono al servizio della società e non il contrario. Lo scorso anno puntammo su Kamada perché cercavamo un calciatore con le caratteristiche di Luis Alberto che non si era presentato in ritiro e voleva andare via. Sarri diede l'ok e l'entourage pose la condizione di un contratto annuale da ridiscutere poi al 30 maggio. Ieri è scaduto il tempo per il rinnovo e ci hanno chiesto di riproporre le stesse condizioni. Avevamo dei patti ma ci siamo trovati di fronte a un qualcosa di inaspettato, a una grande scortesia. Io non mi faccio ricattare da nessuno, ho detto tranquillamente che non mi interessava discutere di questa estorsione. Può tranquillamente andare via. Questi signori, procuratori e calciatori, devono capire che chi viene alla Lazio deve sposare il progetto e amare la Lazio».

A far saltare la mosca al naso al DS laziale, a quanto pare, la richiesta dell’entourage del giocatore di rinnovare ancora una volta per dodici mesi, rinunciando invece alla proposta di triennale da parte della società. Una versione confermata da Lotito al Corriere della Sera: «Per Kamada ci chiedevano un rinnovo di un anno e un bonus di 2,5 milioni di euro alla firma. Manderemo via tutti i calciatori che si dovessero rivelare mercenari e ripartiremo da zero. Mi sono stufato dei giocatori che pensano di poterci ricattare. Noi vogliamo gente attaccata alla maglia». Subito dopo le dichiarazioni contro Kamada, Fabiani aveva aggiunto: «Tudor è il nostro allenatore. Qui c’è qualcuno che si diverte a seminare zizzania. Guendouzi è un giocatore della Lazio e rimane con noi. Quando abbiamo preso Tudor, sapeva perfettamente che Matteo sarebbe rimasto. Con l’addio di Sarri ci siamo trovati di fronte alla scelta di dover prendere un traghettatore o di scegliere un nuovo allenatore. Adesso sento che c’è un esodo di massa, non è assolutamente vero. Poi se dovessero arrivare delle offerte le prenderemo in considerazione. Tudor quando è arrivato sapeva perfettamente chi fossero i giocatori, ha dato il suo ok».

L’impressione, perché in un contesto del genere l’unica cosa possibile è parlare di impressioni, è che il caso Kamada abbia rappresentato l’ultima goccia, il pretesto che ha dato a Tudor il coraggio per cercare il faccia a faccia con la società, fino ad arrivare a rassegnare le dimissioni e a lasciare sul tavolo il contratto firmato pochi mesi fa. È possibile insomma che Tudor abbia considerato la rosa poco adatta alle sue idee. Il fatto per esempio di avere a disposizione quattro centrali difensivi per la sua difesa a tre: qualche problema fisico di Patric e Gila, di gran lunga i due più adatti al suo modo iperaggressivo di intendere il calcio, ha ulteriormente assottigliato le rotazioni, mentre Romagnoli non sembra fatto dal sarto per questo modo di giocare e Casale è stato nettamente il giocatore con il delta più ampio tra il livello di prestazioni fornito nella stagione 2022/23 e in quella appena conclusa, anche quando era agli ordini di Sarri.

Gli esterni a tutta fascia si sono visti poco e male: Marusic è stato il più convincente, il terzetto Hysaj-Lazzari-Pellegrini, per motivi diversi, non ha convinto. Il centrocampo – comprendendo nel pacchetto i due mediani e i due trequartisti - è stato forse il reparto che ha fornito le prestazioni più continue: da Vecino al rigenerato Kamada, passando persino per Luis Alberto e Felipe Anderson. Hanno sofferto, invece, Cataldi (per questioni di adattamento a un sistema profondamente lontano dalla sua zona di comfort) e Rovella, al rientro dall’infortunio, oltre a Guendouzi che è andato in calando dopo una buona prima parte della stagione. Zaccagni è stato schierato talvolta a tutta fascia, talvolta da trequartista sul centro-sinistra: lo stesso Tudor non si è dichiarato sicuro fino in fondo della posizione migliore in cui utilizzarlo. Infine, l’attacco, con Immobile declinante e Castellanos che solamente nella semifinale di ritorno di Coppa Italia con la Juventus è stato all’altezza dell’investimento estivo.

Nonostante tutti questi problemi e una rosa che in estate avrebbe richiesto un intervento robusto in termini qualitativi e numerici, Tudor chiude la sua esperienza laziale con due sconfitte in undici partite, arrivate tutte nella prima settimana di lavoro, l’andata della semifinale di Coppa Italia e il derby con la Roma. Ha preso una squadra che languiva al nono posto in classifica in un’atmosfera post-atomica e l’ha portata due gradini più in su, lasciandosi sfuggire il sesto posto per la gestione distratta dei finali di partita con Monza e Inter.

Se c’è una colpa tecnica da attribuire a Tudor, è certamente il modo in cui ha letto alcune partite dopo averle preparate bene in avvio: le sostituzioni hanno spesso peggiorato il livello di prestazione della Lazio, facendole perdere metri preziosi di baricentro. È successo, per esempio, contro la Juventus all’Olimpico nel match di Coppa Italia: una volta perso Felipe Anderson per infortunio, con Zaccagni già fuori dai giochi per ragioni fisiche, ha preferito lasciare fuori Pedro e Isaksen (quest’ultimo in assoluto il più penalizzato dall’arrivo del croato, accantonato di peso dopo il primo tempo del derby giocato, a dirla tutta, malissimo) per inserire Vecino, dando alla Juventus l’opportunità di rientrare in partita fino al gol decisivo di Milik, arrivato dopo un altro cambio anticlimatico come l’ingresso di Immobile per un Castellanos fino a quel momento toccato da una mano divina. O a Monza, colto dalla sindrome di Inzaghi: giusto richiamare in panchina un nervosissimo e già ammonito Zaccagni, salvo inserire al suo posto Casale (puntualmente sanzionato col giallo dopo una manciata di minuti, rendendo dunque vana l’intuizione), rinunciando a un giocatore potenzialmente pericoloso in zona offensiva per ridisegnare la squadra con Hysaj spostato a fare l’esterno a tutta fascia al posto dell’ex Hellas.

Al di là dei singoli cambi, delle singole partite, Tudor sembra essersi scontrato con un contesto che sembra immutabile, più duro anche della sua intransigenza.

La partita che avrebbe potuto dare un peso diverso al finale di stagione della Lazio.

«Tudor resta. Stiamo costruendo insieme un nuovo ciclo. Sappiamo cosa fare e stiamo lavorando». Le dichiarazioni di Claudio Lotito al Messaggero non sono di un mese fa, ma del 4 giugno. «Tudor ha lasciato la Lazio? Non ne sono a conoscenza. Non so cosa dirvi, il giorno che se ne è andato via Sarri io ero in commissione e mi hanno detto: ma si è dimesso Sarri? Se Tudor fa come lui non so che dirvi», ha dichiarato invece ieri, quando ormai l’addio di Tudor era già praticamente cosa fatta. Le prime frasi fanno scopa con quelle di Fabiani dopo la vicenda Kamada, le ultime risultano semplicemente impossibili da credere: in un club in cui la catena di comando è cortissima è impensabile che Lotito non sapesse cosa stava accadendo.

Adesso il novero di nomi che gira intorno alla Lazio non aiuta molto a capire i ragionamenti che stanno facendo dentro la società. Si va da nomi altisonanti che indicherebbero una nuova ambizione (Allegri, Sergio Conceicao), a tecnici provenienti da una buona stagione che si devono affermare ad alto livello (Baroni), fino a nomi che sembrano usciti fuori dal regno delle ombre (Paulo Sousa) o delle nostalgie (Klose, Nesta). Non manca anche la voce clamorosa, quella che vorrebbe il ritorno di Maurizio Sarri, pronto a dimenticare tutto e ripartire da zero. Di sicuro ci vorrà un allenatore più aziendalista di Tudor, che sia pacificato a sufficienza per scendere a compromessi con una dirigenza sempre molto sicura di sé.

Per adesso ciò che rimane è solo un grande senso di confusione, che sembra aver contagiato anche la tifoseria. Un’ampia fetta della tifoseria biancoceleste, dopo questa vicenda, ha messo Tudor nel mirino per la sua richiesta (ipotizzata, mai resa manifesta) di cedere Guendouzi. Dopo anni passati a invocare le “dimissioni di protesta” per ogni allenatore dell’era Lotito, da Delio Rossi a Pioli, da Petkovic a Simone Inzaghi, non appena la finestra trasferimenti prendeva una piega ridicola, stavolta l’atto di forza di Tudor, che fa ciò che si era sempre chiesto, viene percepito come un’onta. Forse è inevitabile in una situazione simile, in cui ogni certezza sembra consolidarsi solo per essere messa in discussione. L’unica certezza è che a un certo punto arriverà una nuova rivoluzione, e a quel punto bisognerà ricominciare tutto da capo.

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