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Dario Saltari
Chi ha bisogno di José Mourinho?
10 Dec 2017
10 Dec 2017
Il tecnico portoghese arriva alla sfida con Pep Guardiola nella sua versione più conservatrice di sempre.
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Dario Saltari
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Ashley Young: uno degli uomini simbolo di questa squadra.

 

Le indicazioni sono poche e semplici: si cerca di prendere l’avversario di sorpresa in transizione o con il gioco lungo passando per vie centrali, se non ci si riesce si allarga il campo con i terzini per cercare il cross e sfruttare la superiorità fisica in area, che d’altra parte lo United può vantare contro quasi tutte le squadre che affronta, soprattutto sui calci piazzati (che è una delle grandi armi offensive di questa squadra: finora ben 8 gol segnati su palla inattiva, nessuno meglio della squadra di Mourinho in Premier).

 

Il resto è lasciato alle capacità individuali dei giocatori: Rashford per superare il diretto avversario, di Pogba di trovare il filtrante alle spalle della difesa avversaria, Lukaku per battere il portiere. Non è un caso, in questo senso, che lo United sia la squadra che tenta più dribbling in Premier (19.5 a partita), con ben tre giocatori sopra i 2.5 dribbling riusciti ogni 90 minuti (cioè Pogba, Martial e Rashford).

 

I giocatori sono quasi portati a sbrogliare da soli le situazioni, a rompere gli equilibri e determinare così le fortune della squadra. Chi non ci riesce con continuità viene emarginato, come Mkhitaryan che, dopo un grande inizio di stagione (è ancora il primo giocatore dello United per Expected Assists), è finito in panchina dopo essere stato accusato da Mourinho di “sparire” durante le partite.

 

Difensivista?

Il fatto che lo United non sia minimamente interessato al possesso e che quindi giochi per gran parte del tempo sotto la linea del pallone contro le grandi squadre porta all’equivoco che quella di Mourinho sia una squadra molto organizzata in difesa (equivoco rafforzato dall’attuale primato del Manchester United nella statistica dei gol subiti).

 

Ma in realtà lo United difende esattamente come attacca, e cioè con pochi compiti tattici e un pesante affidamento alle qualità fisiche e tecniche dei propri giocatori. L’indicazione generale è quella di abbassarsi sotto la linea del pallone per formare due linee compatte davanti all’area di rigore e difendersi posizionalmente. Si aggredisce in avanti solamente quando il possesso avversario diventa difficoltoso, per esempio quando un giocatore riceve spalle alla porta.

 

Quando l’avversario gestisce il possesso nella sua metà campo, lo United adotta poi un sistema di marcature quasi del tutto a uomo, con i difensori che escono in maniera molto aggressiva tra le linee per impedire le ricezioni fronte alla porta degli avversari, e le ali che seguono i terzini fino alla linea di difesa. Questo atteggiamento ha portato ad avere una gestione dell’ampiezza inusuale, con fasi di difesa posizionale in cui la difesa era molto stretta per chiudere lo spazio tra le linee e il centrocampo larghissimo per prendere i terzini in ampiezza.

 



La strana gestione della larghezza del campo da parte dello United, con la difesa strettissima a coprire il centro e il centrocampo larghissimo a difendere l’ampiezza. Qui Darmian esce aggressivo su Salah che è venuto tra le linee, ma alle sue spalle non scala nessuno e si libera Wijnaldum.

 

Il Manchester United, in sostanza, se ne frega della protezione collettiva di determinate zone di campo, come gli spazi di mezzo, e cerca di trasformare la sua fase difensiva in un enorme uno contro uno, in cui diventa vitale la capacità dei singoli giocatori di non farsi saltare dall’avversario.

 



La schermatura degli spazi di mezzo diventa ancora di più un problema col 3-4-1-2: con Young e Valencia schiacciati sulla linea di difesa, Pogba e Matic devono coprire da soli l’intera larghezza del campo.

 

Solo in questo senso si può capire la preferenza di giocatori tecnicamente rudimentali ma fisicamente dominanti come Jones, Smalling, Valencia e Young, rispetto a giocatori più complessi ma meno capaci di annullare l’avversario nei duelli individuali, sia di terra che di aria.

 

Ovviamente, un sistema di questo tipo basa la sua solidità sulla gestione perfetta delle scalate in marcatura e sul dominio degli uno contro uno. Basta che a un avversario riesca un dribbling o che una squadra riesca a manipolare il sistema di marcature dei “Reds” che il Manchester United rivela tutta la sua fragilità.

 

L’illusione del controllo

Così, quella sensazione di controllo del contesto, di ineluttabilità del successo che le squadre di Mourinho hanno sempre restituito all’esterno, sembra quest’anno solamente presunta a posteriori, e ottenuta con grande fatica. Il Manchester United è infatti una squadra molto fragile, molto più di quanto il dato sui gol subiti non dica.

 

Lo United è addirittura undicesimo in Premier League per xG concessi, dietro al Burnley, avendo subito fino ad adesso circa dieci gol in meno di quanto ci si poteva ragionevolmente attendere data la qualità delle occasioni concesse agli avversari (9 gol subiti rispetto ai 19.18 xG concessi). I “Reds” subiscono 4.2 tiri in porta a partita: meglio solo di Watford, Bournemouth, Stoke, Southampton, Leicester, Crystal Palace, Everton, West Ham e Swansea.

 

Se oggi Mourinho può vantarsi di avere la miglior difesa del campionato, lo deve quasi del tutto a David De Gea, che sta attraversando una stagione al di fuori di qualunque normalità.

 

Il portiere spagnolo è primo per distacco per Expected Goals parati in stagione e contro l’Arsenal, all’ultima di campionato, ha eguagliato il record di parate in una singola partita negli ultimi dieci anni di Premier League. In quella partita, la squadra di Wenger è riuscita a segnare una sola volta dopo aver avuto azioni da gol per una pericolosità offensiva equivalente a 4.6 Expected Goals.

 





La prestazione irreale di De Gea contro l’Arsenal.


 



 



 



 



 



 



 



 

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