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Emanuele Atturo
Abbiamo riguardato Italia-Resto del Mondo del 1998
20 Mar 2020
20 Mar 2020
Ronaldo, Zidane, Batistuta, Totti: una partita in cui c'erano tutti.
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Emanuele Atturo
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Nel 1995 dei calciatori

, in un celebre spot della Nike; tre anni dopo la Seleçao brasiliana mette a ferro e fuoco un aeroporto con trick e colpi di suola; il Mondiale di Francia 98 è l’edizione in cui si segna di più nella storia (fino a Brasile 2014) e sembra inaugurare una nuova era di edonismo calcistico.

 

L’immaginario intorno al calcio in quegli anni sta cambiando. Sta diventando più commerciale, seducente e i calciatori per la prima volta diventano delle icone globali. È un’immaginario che si discosta da quello attuale per dei tratti quasi fumettistici: se oggi i calciatori sono influencer che sembrano appartenere al mondo della moda - consapevoli, ipercontrollati - negli anni ’90 venivano costruiti come supereroi Marvel con almeno un potere speciale: il tiro d’esterno a giro di Roberto Carlos, la velocità supersonica di Ronaldo, i trick di Denilson, le scivolate di Maldini, il carisma di Cantona.

 

In quel periodo storico sembrava perfettamente sensato organizzare una partita tra l’Italia e il Resto del Mondo. È l’idea archetipica di un gruppo che sfida

, ed è un’idea infantile che sembra uscita da uno spot pubblicitario: i nostri migliori giocatori contro un insieme di supereroi. È un’idea ovviamente contraria a come funziona il calcio, che è un gioco di squadra e non un’aggregazione casuale di individui: non basta mettere insieme i migliori giocatori al mondo per comporre una squadra forte, e forse le partite del Resto del mondo - tutte perse tranne una - hanno questo tipo di significato morale.

 

In realtà non era un’idea moderna, di un calcio iper-televisivizzato, ma risale al 1963. La FIFA compose una squadra con i migliori calciatori al mondo in occasione di una sfida contro l’Inghilterra, che così celebrava i 100 anni della propria federazione. Era il 23 ottobre del 1963, si giocava a Wembley e il resto del mondo schierava il tridente fantascientifico Gento, Di Stefano, Eusebio. Vinse l’Inghilterra 2-1 con gol vittoria di Jimmy Greaves. Fu la partita che rivelò Yashin alla pigra attenzione del pubblico europeo, che l’anno dopo gli consegnò il pallone d’oro.

 

Nel 1998 la FIGC riprese l’idea per il centenario della propria federazione, nel frattempo si erano giocate altre 7 partite tra Resto del Mondo e varie nazionali. Non tante in un arco temporale di 35 anni, e anche per questo le apparizioni di questa super-squadra sono affascinanti. Ho riguardato la partita per misurare la distanza che ci separa da quel calcio, che per molti di noi è quello in cui ci siamo formati e che quindi rappresenta uno standard di fascino irraggiungibile. Certo ogni scusa è buona per rivedere in campo giocatori come Ronaldo, Rui Costa, Zidane. Ma è interessante anche vedere come funziona, in campo, concretamente, una di quelle top-11 che oggi i calciatori fanno in astratto solo sui social media. Quelle squadre zeppe di calciatori offensivi che sembrano  non poter funzionare in nessun modo e qui però sono finiti in campo per davvero.

 

Il World XI, allenato da Parreira, indossava una maglia partorita da un algoritmo pigro, bianca con inserti blu, e come logo quello della FIFA. Si schierava con una specie di 4-4-2 di cui è difficile trovare una forma. In porta c’era Pagliuca, che aveva litigato col ct italiano Zoff. La partita era stata anticipata dalle nostre tradizionali polemicucce: Pagliuca, risentito dell’esclusione, accettò la convocazione del Resto del mondo, e la prese come una mancanza di rispetto. Zoff cercò di rasserenare tutti «Ho fatto le mie scelte secondo le convinzioni che ho. Io come ct ho la responsabilità di fare la squadra e la faccio secondo il mio modo di vedere. Se scontento qualcuno questo fa parte del gioco. Non credo di aver fatto alcunché di offensivo nei confronti di questo giocatore».

 

Ma continuiamo con la difesa del Resto del Mondo, o quella che doveva essere la difesa. Nyathi e Hierro erano gli unici due difensori della squadra, e se uno di loro non l’avete mai sentito non preoccupatevi, anche all’epoca era piuttosto sconosciuto. Nyathi era un difensore sudafricano con una carriera modesta e una brevissima, anonima, esperienza al Cagliari (una stagione da 6 presenze). Era lì perché mancavano difensori e mancavano calciatori africani. In fondo di base al World XI c’è anche ovviamente uno spirito mondialista. Poi c’era Ze Maria, che all’epoca giocava nel Perugia, aveva i capelli platinati, non difendeva neanche morto, ma in quella partita doveva fare il terzino destro, con dall’altra parte, adattato, il centrocampista Aaron Winter.

 

Davanti la difesa Dunga, capitano del Resto del Mondo: forse un tributo al fatto che era l’unico giocatore che aveva voglia di difendere tra quelli in campo esclusi i difensori centrali. Poi Zidane e Rui Costa insieme, a rifinire a un tridente d’attacco da far esplodere il cervello: Batistuta, Ronaldo, Weah. Vedere questi cinque giocatori giocare assieme è il motivo per cui valeva la pena organizzare questa partita e per noi, nel 2020, riguardarla.

 

A far somigliare però ancor di più la partita a un colossal Marvel c’è il fatto che quel tridente offensivo affrontava la miglior difesa del mondo in quel momento. L’Italia schierava contemporaneamente Cannavaro, Nesta e Maldini, per l’occasione terzino sinistro, con Panucci a destra. A centrocampo Dino Baggio e Albertini con Fuser e Di Francesco sugli esterni. In attacco Totti e Inzaghi, che in un articolo di presentazione della partita uscito su

“La nouvelle vague del calcio italiano”. In generale era una squadra giovane quella che si avvicinava agli europei del 2000, poco più di 26 anni la media età di quella sera. Zoff faceva il pompiere: Totti, 22 anni, capelli corti, colletto alzato, veniva indicato come la possibile risposta alle tante stelle schierate dal resto del mondo: «Dipende da Totti diventare o meno un grande giocatore. Oggi sottolineo che un giovane di rendimento che sta facendo molto bene in campionato. E sicuramente uno dei migliori prodotti del vivaio italiano ed ha una maturità che prima non aveva».

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=b3tj0TKbhDQ

La partita completa.


 

 



Si gioca in un Olimpico mezzo vuoto, e prima della partita si tiene una cerimonia con un’estetica degna di Giochi senza frontiere. Uomini mascherati da pagliacci reggono i cartelli delle città italiane. Tutto attorno al campo palloncini, pupazzi giganti salutano il cielo, bambini in tuta scorrazzano per il campo creando forme geometriche mal riuscite.

 

I calciatori si mettono in riga tenendosi per mano (se non lo fanno più oggi è per non intaccare la propria immagine di maschi virili?), poi parte l’inno ed è un momento molto diverso da quello a cui siamo abituati. Non c’è traccia dell’enfasi nazionalistica ed epica a cui siamo abituati oggi. I calciatori fissano un punto indefinito del campo con uno sguardo ai limiti della malinconia. Blatter passa a stringere le mani a tutti prima dell’inizio, poi viene consegnato un premio a Oliver Bierhoff ma non è chiaro il perché. Si comincia, tengo una struttura minuto per minuto così che possiate recuperare tutte le cose notevoli che succedono in questa partita così strana.

 

 



 

https://giphy.com/gifs/MabLqNkVDkFZZFXL1I

 

Il Resto del Mondo la prende per quello che è: un’esibizione. Prova scambi nello stretto cervellotici, tocchi di suola e di tacco; veli, finte. Cerca di riprodurre il più fedelmente possibile uno spot della Nike di quegli anni, in cui il calcio è solo divertimento e c’è l’impressione che il freestyle prima o poi diventi una cosa seria.

 

L’Italia invece la prende nell’unico modo che conosce: con serietà, disciplina tattica, senza fantasia. Il 4-4-2 dogmatico di quegli anni in realtà è più simile a un 4-2-3-1 molto fluido, con Totti che scende sempre sulla trequarti a cucire il gioco e Inzaghi capace di coprire l’intero fronte offensivo con i suoi movimenti in profondità.

 



 

https://gph.is/g/ZPm2GPB

 

Dopo 9 minuti arriva il primo gol dell’Italia. L’azione si sviluppa a sinistra, con la palla che arriva ad Albertini, che con un tocco interno delicatissimo pesca Filippo Inzaghi in area da solo. L’attaccante fa una delle sue conclusioni: improvvisate ma efficaci, la prende di piatto sinistro, traversa-gol. Ora potete immaginare un’esultanza silenziosa e contenuta di Inzaghi nel contesto di un amichevole; oppure potete vedere come è andata realmente, con Inzaghi che esulta agitando le braccia e gridando come in qualsiasi altro suo gol. Il telecronista inglese di Eurosport non può fare a meno di notare «Sarà anche un amichevole ma questo gol significa molto per Filippo Inzaghi». Era la prima palla della partita toccata da Inzaghi; con la seconda quasi segna un secondo gol di testa su cross di Totti.

 



 



 

C’è un intervento di Nesta su Zidane in scivolata, dopo un colpo di tacco di Ronaldo. Quegli interventi in scivolata a cui Nesta spogliava qualsiasi agonismo e di qualsiasi violenza sottintesa, trasformandoli in arte classica. Dall’Olimpico si alza il coro “Olè olè olè olè, Nesta, Nesta”.

 



 

https://gph.is/g/aQO2d7k

 

C’è un lancio delizioso di Zidane per Ronaldo che arriva davanti a Peruzzi all’angolo dell’area di rigore. Peruzzi però fa un’uscita geniale e gli piomba addosso come avrebbe oggi fatto Ter Stegen. Sul rimpallo Ronaldo recupera palla e Maldini lo distrugge in scivolata. Ronaldo si rialza indispettito, è un amichevole penserà. Ma Ronaldo probabilmente andava troppo veloce per potersi permettere degli interventi composti.

 

La punizione successiva, con tutto quel talento in campo, la calcia Fernando Hierro, il difensore centrale.

 



 

https://gph.is/g/EGg2nL1

 

Altro intervento in scivolata di Nesta, stavolta su Weah. Ancora grandissima eleganza.

 



 

https://gph.is/g/E1WYX9r

 

Il resto del mondo pareggia con un’azione di una lentezza e una precisione tecnica così eccessiva che sembra andare persino più indietro nel tempo rispetto al 1998. C’è uno scambio Ronaldo-Zidane sulla trequarti defilati sulla destra. Poi il francese all’improvviso apre sulla sinistra verso Batistuta. Un passaggio che comunica quasi noia, sufficienza. Certi passaggi di Zidane somigliavano davvero al modo in cui, immaginiamo, Maria Antonietta mangiava uva sdraiata di fianco su una chaise longue. Panucci scivola e Batistuta ha tutto il tempo per prendere la mira e sparare all’incrocio dei pali un tiro di sinistro di una violenza macchinica - il telecronista inglese definisce la conclusione “enphatic”. Poi esulta con una piccola mitraglia senza convinzione, come se fosse il personaggio PES di Batistuta costretto a interpretare sé stesso.

 



 

https://gph.is/g/Z8erdBd

 

Due minuti dopo il Resto del mondo raddoppia. Tutti giocano con esattezza la parte che gli è stata assegnata: Batistuta tira bombe da ogni posizione; Ronaldo riceve palla sull’esterno sinistro e converge in velocità tutto finte e cambi di direzione. In uno di questi affondi fa cadere Panucci per terra (fa sempre impressione vedere come Ronaldo riduca i migliori difensori al mondo: l’esoscheletro misero di sé stessi). Poi mette la palla in mezzo e Maldini commette un brutto errore, aggiustando la palla per il tap-in di Weah.

 



Il calcio del 1998 è una cosa molto diversa dal calcio del 2020, ovviamente, figuriamoci il calcio del 1998 giocato da una squadra che non è neanche una squadra. Non c’è pressing, le distanze tra un giocatore e l’altro sono lunghissime. I giocatori più tecnici hanno sempre il tempo di alzare la testa e giocare con la massima calma il miglior pallone possibile. Alcuni sembrano favoriti da questo ritmo - Panucci, Rui Costa, Albertini - ma altri forse sono persino sprecati a un ritmo così lento. Sarebbe divertente immaginare Zidane nel calcio di oggi: quanto sarebbe efficace il suo uso del corpo e la sua protezione palla per resistere ai meccanismi di pressing avversari?

 

L’Italia comunque col minimo sforzo - semplicemente Totti che si gira e fa un filtrante elementare di piatto sinistro - manda alla conclusione Eusebio Di Francesco, che prova uno scavetto sorprendente nelle intenzioni ma non nella riuscita, fuori misura di diversi metri.

 



Esce Ronaldo ed entra Davor Suker, quindi il RDM smette di essere una squadra buggata.

 



 

https://gph.is/g/Z8erd60

 

Totti difende una palla sulla trequarti, scarica ad Albertini, che realizza il secondo assist della sua partita mandando in porta Di Francesco con un tocco raffinatissimo. Tra le cose che abbiamo dimenticato di quel calcio, forse, anche la sensibilità tecnica e la visione di gioco di Demetrio Albertini.

 



 

https://gph.is/g/4oLJ8M1

 

L’Italia fa un gol così bello che sembra finto. C’è un contropiede (in realtà è una partita tutta di contropiedi) in cui Albertini fa un leggero tocco d’esterno per liberare Fuser, che stoppa di petto, la lascia rimbalzare e calcia di mezzo esterno sul primo palo.

 

Diego Fuser era un tornante del 4-4-2, un tipo di giocatore che oggi praticamente non esiste o che forse sarebbe diventato un terzino. Atleticamente fortissimo, veloce, resistente, e con un gran tiro. In quella stagione si era appena trasferito dalla Lazio - di cui era stato capitano - al Parma.

 



Zoff in panchina è sempre malinconico e imbronciato. L’arbitro fischia la fine del primo tempo; i telecronisti notano: «Non possiamo lamentarci, magari ci sono stati pochi tackle ma 5 bellissimi gol».

 



Nell’Italia è entrato un dinoccolatissimo Marco Delvecchio. Appena riceve palla viene accompagnato da bordate di fischi dei tifosi della Lazio. Prima i tifosi della Roma avevano fischiato l’ingresso in campo di Paolo Negro e dopo riserveranno lo stesso trattamento al “Matador” Marcelo Salas. Oggi, in effetti, questo tipo di emotività sarebbe impensabile.

 

Altre sostituzioni per l’Italia: Buffon al posto di Peruzzi; Sandro Cois per Demetrio Albertini; Damiano Tommasi per Diego Fuser; Moreno Torricelli (!) per Christian Panucci.

 

Per il RDM da segnalare soprattutto gli ingressi di Oliver Bierhoff, uno dei più grandi colpitori di testa della storia del calcio, e di Luis Hernandez, il biondo centravanti messicano che a Francia 98 si era guadagnato una certa street cred. A un certo punto, insieme a Salas, comporrà l’attacco. La cosa più bella, però, è che George Weah finisce a fare il difensore centrale.

 



 

https://gph.is/g/amXJjqK

 

C’è un sombrero di Jonathan Bachini su Hernandez.

 

Bachini all’epoca giocava nell’Udinese ed era alla sua seconda, e ultima presenza in Nazionale. Ha la barba sfatta e il naso già lungo. L’anno dopo passerà alla Juventus.

 



 

https://gph.is/g/ZnKJoVR

 

Totti è nel suo periodo migliore con la Nazionale italiana. In quella partita già ha mandato in porta i compagni tre volte, e arriva la quarta dopo che aggancia con grande eleganza un lancio troppo lungo, e poi crossa perfettamente sulla testa di Delvecchio, che però tira alto.

 



 



 

Esce Totti e col numero 20 entra in campo Enrico Chiesa, con un piede abbastanza caldo. Totti si mette il piumone blu gigante e rilascia un’intervista a bordocampo a Enrico Varriale. Per il World XI entra invece Hidetoshi Nakata, che in quelle settimane era la cosa nuova del nostro calcio.

 



 

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Neanche un minuto dopo Chiesa segna il suo primo gol e porta l’Italia sul 4-2. Niente di eccezionale da segnalare, se non una finalizzazione di controbalzo di piatto che Chiesa fa apparire semplicissima, nonostante l’angolo proibitivo.

 



C’è una parata pazzesca di Shorumnu - portiere della Nazionale nigeriana subentrato a Pagliuca - su un tiro di Chiesa da mezzo metro dalla porta.

 



Bella azione dell’Italia con Chiesa che di prima, con grande dolcezza, manda in porta Delvecchio. Grande chiusura in scivolata di George Weah, col numero 7 e la fascia di capitano al braccio.

 



Nel secondo tempo è una vera amichevole e una finta partita. Il RDM senza Zidane, Rui Costa, Batistuta e Ronaldo non è una squadra. I ritmi sono più che balneari quando Enrico Chiesa segna il secondo gol su assist di Tommasi.

 

Per il resto c’è poco altro da sottolineare, se non gli sponsor CRAI e Amaro Lucano, Ronaldo che sorride in tribuna, altri momenti incredibili di Weah da difensore centrale e un altro gol di Enrico Chiesa, un facile tap-in dopo un tiro di Tommasi respinto in modo approssimativo.

 

È la grande serata di un attaccante che in Nazionale non ha mai combinato granché, oscurato da punte più quotate o forse semplicemente più forti. L'Italia di Euro 2000 diventerà poi una di quelle a cui siamo più affezionati: perderà con un golden goal in finale contro la Francia, dandoci uno dei momenti più traumatici della nostra vita da tifosi, ma è anche attraverso i traumi che ci si lega alle cose. Una Nazionale con un epilogo senza precedenti, con Zoff

in seguito alle critiche di Silvio Berlusconi sulla mancata marcatura a uomo di Zidane in finale: «È stato offeso un uomo e la sua professionalità, è mancato il rispetto per un lavoratore e questo io non posso accettarlo», dichiarò il ct con toni novecenteschi.

 

Oggi, invece, l’idea di una Nazionale del Resto del mondo ci suona lontanissima. Forse il calcio si prende più sul serio oggi di vent’anni fa, quando poteva permettersi di avere queste idee un po’ infantili senza paura di suonare ridicolo. Senza contare che oggi i calendari sono forse troppo fitti per lasciare spazio ad altre partite in cui giocano i migliori giocatori al mondo.

 

Da una parte è un peccato che abbiamo abbandonato questa Nazionale kitsch nell’epoca di Cristiano Ronaldo e Messi. Sarebbe potuto essere il momento di realizzare l’utopia di vederli giocare insieme. Scambiarsi la palla nello stretto, abbracciarsi per esultare a un gol. Sarebbe stata una profanazione della loro rivalità? Quanto sarebbe strano vedere Neymar e Cristiano Ronaldo scambiarsi il pallone o Sergio Ramos e Chiellini giocare nella stessa linea difensiva? E come giocherebbe oggi la squadra World XI?

 

Provo ad abbozzare la mia, tenendo conto della rappresentanza dei vari continenti: Ter Stegen, Trent Alexander Arnold, Koulibaly, Chiellini, Marcelo; Busquets, Modric, Pogba; Son, Lewandowski, Salah.

 

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