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(di)
Fabrizio Gabrielli
Intrusi
04 giu 2016
04 giu 2016
Uno sguardo sul tropicalismo di Haiti, la squadra imbucata alla prossima Copa America.
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Fabrizio Gabrielli
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Cap-Haïtien, Calcutta, Dhaka e Ho Chi Minh City si trovano tutte comprese tra il 18° e il 24° parallelo Nord: se ci prendessimo la briga di tratteggiare una linea che le unisca su una cartina mondiale, ciò che otterremmo sarebbe un’onda sinusoidale che lambisce a più riprese il Tropico del Cancro, disegnando i confini di un’area all’interno della quale, senza nessun motivo apparente, si concentrano le storie assurde di alcuni calciatori che parteciperanno alla prossima Copa América Centenario difendendo la bandiera di Haïti.

 

Quello di

non è soltanto un concetto geografico, anzi non lo è quasi per niente: ha più a che vedere con la nostra concezione dell’

. Alla stregua di come Edward Sa’id definiva l’Orientalismo, il

è estremamente correlato all’

che percepiamo in maniera innata quando operiamo una demarcazione tra

e gli

: credo sia per questo che ci risulta complicato comprendere le ragioni per le quali un calciatore originario delle Antille o dei Caraibi dovrebbe valutare come

per la sua carriera la scelta

di trasferirsi in campionati come quello vietnamita, bengalese o indiano, anziché in Europa.

 


Pascal Millien in azione con la maglia dei bengalesi dello Sheikh Russel KC. Nel 2013 il nazionale Haïtiano (e rapper!) si è allenato per qualche mese con la Fidelis Andria, poi per problemi burocratici legati all’arrivo del suo transfert non se n’è fatto niente. Peccato, perché nel trilatero Barletta-Andria-Trani uno con il suo flow non si vedeva dai tempi di Florijančič. Sarebbe stato perfetto per dare vita a una Nuova West Coast Pugliese.


 

Perché il naturale bacino di raccolta di calciatori haitiani non è la Francia, per esempio, che con l’isola ha legami storici e linguistici? Se ci stiamo facendo questa domanda, forse stiamo peccando ancora di

. Dei 23 convocati da Patrice Neveu per la rassegna in terra statunitense, soltanto sei giocano in Francia, tanti quanti sono i selezionati che militano, per dire, negli Stati Uniti.

 

L’esatta metà, poi,

gioca in Europa. È un

?

 

Forse, più semplicemente, dovremmo scendere a patti con l’idea che a cavallo di quei sei paralleli di longitudine nord ci sia una specie di

nella quale i calciatori Haïtiani riescono ad ambientarsi più rapidamente, a non sentire nostalgia di casa tra zanzare, torrenti torbidi e palmeti da cocco. In una parola, a sentirsi meno



 

Jean-Eudes Maurice è il centravanti de



 

Il 2 settembre del 2011 ha segnato una doppietta contro le Isole Vergini, la partita finì 6-0 ma non è tanto il risultato a contare, quanto il contesto: era la prima partita che la nazionale giocava a Port-au-Prince dopo il terribile sisma e successiva epidemia di colera che avevano definitivamente affossato il paese, già ridotto ai limiti della soglia di povertà (secondo il Global Finance Magazine oggi Haïti è il 20 paese più povero

, il primo dell’emisfero australe e non africano; basti pensare che la Repubblica Dominicana, che si trova nell’altra metà dell’isola di Hispaniola, ha un PIL

maggiore). Lo stadio Sylvio Cator, che ha ospitato la partita, solo un anno prima - unico edificio pubblico che non era stato lambito dal terremoto - era praticamente una tendopoli. Era anche la prima volta che Jean-Eudes tornava ad Haïti da quando aveva 8 anni.

 

https://youtu.be/vsYvvz5uskw?t=30

L’impressione, guardando questo documentario di CanalPlus, è quella che la partita contro le Isole Vergini sia stata qualcosa di simile a una grande festa di paese, in cui al mattino c’è la processione della santa patrona e il pomeriggio la tombola e le salsicce alla brace: il presidente Martelly, ex musicista idolo della compas locale, prima li accoglie solenne e paternale negli spogliatoi, poi balla in tribuna; il pubblico crea un picchetto d’onore all’autobus della squadra all’arrivo, e Kervens Belfort, l’altro attaccante con una carriera «da standard eurocentrico», motiva i compagni dicendogli «dobbiamo farlo per loro là fuori».


 

Maurice è stato il primo giocatore a segnare un gol per il PSG dell’era qatariota: sul finire di luglio del 2011, a quattro anni di distanza dal suo tesseramento per i parigini e dopo aver giocato praticamente solo in Coppa di Francia, in una partita di Emirates Cup contro il Boca si avventa su un calcio d’angolo partendo dal limite dell’area, bruciando sullo scatto il suo marcatore, allunga la gamba destra e arpiona il cross con un tocco armonioso.

e sembra stia nascendo chissà quale astro; quel gol si rivelerà invece essere l’inizio abbagliante di un percorso di dissolvenza in uscita che lo porterà fino al Chennayin di Materazzi, in India. «Di colpo ho visto titolari indiscussi che non erano più sicuri di poter contare su un posto in squadra, tutti si sono messi a parlare inglese e italiano dal giorno alla notte, mi sono detto che era meglio darmi uno sguardo intorno, trovare un club che mi desse la possibilità di giocare con regolarità».

 

Sembra un discorso di convenienza, e ovviamente lo è, ma in questa

t trapela anche come in Maurice alberghi un senso come di inadeguatezza, di riconoscimento di una scarsa familiarità a certe

. Quel sentirsi un

che forse è stato il movente principale affinché oggi sia la stella più brillante della V-League.

 

Sonny Norde, invece, è stato eletto per due anni consecutivi, l’ultimo e quello precedente, come miglior straniero della I-League, una delle due leghe indiane, quella tradizionale, quella più antica e povera; non quella di Ljungberg, Del Piero, Anelka e Pires (

che dalle parti di Bombay è già storia), ma il campionato in cui milita il Mohun Bagan, la prima squadra indiana per data di fondazione (1889), i primi a dare una lezione, sul campo, ai

inglesi nel 1911.

 

Al Mohun Bagan Norde è arrivato dopo un campionato in Bangladesh: ha scelto l’India cercando visibilità, per provare a guadagnarsi ancora una chiamata in Nazionale. Con i

ha vinto un campionato e ha conquistato un secondo posto, tanto da strappare un ingaggio per la franchigia del Mumbai FC, con la quale ha giocato il mini-campionato-indiano-2.0, la Hero Super League del 2015, agli ordini di Anelka e nella stessa squadra con Frantz Bertin, suo connazionale con il quale dividerà l’esperienza della Copa América Centenario.

 

In un’intervista con il canale YouTube ufficiale della I-League Norde si racconta, con timidezza contrita: dice che il suo idolo in campo è Eden Hazard, al quale si ispira anche per via della stessa posizione che tengono in campo, e che le uniche cose che fa prima di giocare sono chiamare sua madre e

.

 

https://www.youtube.com/watch?v=C8rH_hVOOmU

Una compila di reti di Norde con il Mohun Bagan: effettivamente gli piace molto partire largo sulla fascia e poi accentrarsi, abbinando le sue due caratteristiche principali che sono la rapidità e una qualità tecnica superiore alla media del contesto (anche se fa abbastanza ridere parlare di qualità tecnica guardando poi quest’altro video). Per inciso: la maglia del Mohun Bagan è bella almeno quasi quanto quella della Fluminense.


 

Il mio momento preferito però è quando Norde rievoca il suo gol più importante, quello che chiama

: stando alle sue parole, quello segnato in un Superclásico contro il River Plate.

 

Norde è effettivamente transitato per il Boca Juniors, anche se sembra aver un po’ mitizzato la sua esperienza, o almeno sono io che non ho trovato questo fantastico e importantissimo gol da nessuna parte. E poi in

sembra solo un wannabe abbastanza furbo e sfacciato da farsi immortalare in un campo da calciotto da cui si intravvedesse la Bombonera, e che per risultare più credibile ha scelto di indossare una maglia

.

 

Il Boca lo ha scovato durante una tournée della Sub20 Haïtiana a Buenos Aires. Dopo averlo parcheggiato per qualche tempo al Quilmes lo ha fatto esordire nella Quinta Division, la più bassa delle sue categorie giovanili - dopotutto aveva ancora diciassette anni - proprio nel giorno in cui Norde si sarebbe in teoria dovuto trovare a Miami, convocato per la sua nazionale che avrebbe affrontato, incredibile ma vero, il Boca Juniors.

 

Nel 2009, dopo qualche allenamento con la prima squadra, sembra abbia affrontato

Basile chiedendogli con schiettezza se l’allenatore avesse casomai intenzione di puntare qualche

su di lui per la stagione a venire.

 

Il fatto che l’anno successivo si trovasse

a farsi applaudire da una trentina di persone è assai eloquente, come risposta.

 

https://www.youtube.com/watch?v=wUJnn7UDjOk&feature=youtu.be&t=165

Gambetas, ruletas, campi delimitati da pali piantati in terra, chiese, salici piangenti: e poi gli Offspring. E un haitiano con la diez del Boca. Non è tutto così stupendamente surreale?


 

Così come una

sta a una delle squadre più blasonate del Sud America, allo stesso modo la partecipazione di una nazionale caraibica a un Campionato del Mondo è sempre, in qualche modo, percepita come un’

di un calcio minore, che immaginiamo gioioso e spensierato e tutt’affatto pretenzioso, nel Grande Palcoscenico Del Calcio, dove invece si fa sul serio e tempo da dedicare al dilettantismo ce n’è poco, anzi per niente. Finora sono riuscite a parteciparvi soltanto la Giamaica, Cuba, Trinidad & Tobago e, appunto, Haïti, nel 1974, quando di fronte al gol di Sanon, alla fine dell’imbattibilità di Zoff, al realismo magico che finisce per impregnare qualsiasi cosa venga dai Caraibi, non siamo riusciti a concepire reazione diversa dallo

.

 

https://www.youtube.com/watch?v=pYEXYWPSzKQ

L’ultimo incrocio Italia-Haïti non è stato meno sorprendente: 2013, partita di preparazione alla Confederations Cup. Finì 2-2 in rimonta, con gol del pareggio segnato da Peguero Jean-Philippe, senza vergogna alcuna soprannominato, da qualche marsigliese ubriaco c’è da intendere, JPP.


 

Anche in questa Copa América Centenario la selezione di Haïti dà l’impressione di essere un’invitata con una storia travagliata e interessante alle spalle, più che una partecipante credibile, una pretendente ad avanzare nella competizione; un ricettacolo di aneddoti, retorica populista e calciatori vogliosi di mettersi in mostra per strappare un ingaggio che continuiamo a pensare in Europa, ma che potrebbe essere nella MLS. O in India.

 

Inserita in uno dei gironi più agguerriti, con Brasile, Ecuador e Perù, il suo destino appare scontato.

 

Ma dopotutto nessuno avrebbe neppure mai detto che

, il miglior cuoco di

in tutta Hispaniola, un giorno, circondato da una corte dai nomi buffi (

) sarebbe diventato il Primo Monarca incoronato del Nuovo Mondo.

 

 

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