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Fabio Barcellona
Manchester City-Inter, la vittoria del più forte
11 Jun 2023
11 Jun 2023
Nonostante un approccio sbagliato, la squadra di Guardiola vince la Champions League.
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Fabio Barcellona
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Dimentichiamo troppo spesso e troppo facilmente che gli atleti sono uomini e come tali provano emozioni. Che non vengono definiti esclusivamente dalle loro capacità tecniche e non sono pedine che un allenatore sposta a piacimento per vincere una partita a scacchi con l’allenatore avversario. L’aspetto emozionale è probabilmente il più insondabile degli infiniti fattori che influenzano una prestazione sportiva. E se da un lato talvolta si abusa nell’invocare spiegazioni che afferiscono alla sfera emozionale – motivazioni, grinta, determinazione, addirittura il “DNA di un club” – per descrivere pigramente la prestazione di una squadra, dall’altro proprio la sua dimensione poco misurabile lo fa talvolta scivolare in secondo piano rispetto agli aspetti tecnici, tattici e atletici di una partita. È il minuto 19 della finale di Champions League. Il pallone è tra i piedi di Rodri in mezzo al campo, che non è troppo pressato dai giocatori dell’Inter, schierati nella propria metà campo a difesa della propria area. Rodri sceglie di giocare un passaggio in orizzontale verso Bernardo Silva, fermo alla stessa altezza del compagno sulla linea laterale destra. Il passaggio è lento e prevedibile e viene letto alla perfezione da Di Marco che anticipa Bernardo Silva e avvia una ripartenza che si conclude con un tiro da fuori area di Brozovic. L’azione, apparentemente insignificante, è invece paradigmatica della partita del City. L’errore di Rodri non è tanto il fatto che il passaggio sia prevedibile.

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Nei momenti migliori i passaggi e i movimenti degli uomini di Guardiola appaiano talmente esatti da disegnare la migliore tra le infinite possibilità di sviluppo di una manovra, talmente aderenti ai principi di gioco del proprio allenatore da costeggiare il confine tra bellezza e prevedibilità. L’errore di Rodri sorprende per l’intenzione del passaggio, per la scelta fatta tra le tante possibili. Non ci sarebbe stato alcun vantaggio, né immediato né futuro per la manovra del City anche se il passaggio fosse giunto tra i piedi di Bernardo Silva. Il passaggio di Rodri non era parte di un disegno più grande, non puntava a generare vantaggi per la sua squadra. Semplicemente, il mediano del City si era tolto il pallone dai piedi, in maniera banale e sciatta. Se la trasmissione del pallone è una forma di comunicazione tra i calciatori, il passaggio di Rodri è equivalso a una bestemmia nel vocabolario di Guardiola. Un segno evidente dalla tensione che ha attanagliato i giocatori del City nella finale di Champions League contro l’Inter.

Rodri ha tre linee di passaggio più complesse, ma possibili, che avrebbero portato vantaggi posizionali per il City (linee rosse). Sceglie un pigro passaggio laterale per Bernardo Silva, fermo sulla linea laterale in posizione arretrata. Di Marco anticipa il portoghese e lancia la transizione offensiva dell’Inter.

Prima e dopo quel passaggio, il Manchester City aveva dato ampia dimostrazione di non essere nella sua giornata più brillante e l’impressione era che, più che soffrire di problemi tattici o tecnici, la prestazione dei suoi giocatori fosse influenzata dal terrore di non vincere una finale in cui il pronostico era totalmente sbilanciato dalla loro parte. La palla viaggiava più lenta del solito, le soluzioni di gioco erano conservative per scelta tattica, ma soprattutto banali per paura di sbagliare, la brillantezza tecnica necessaria a giocare il calcio di Guardiola, che mira a manipolare gli avversari con il pallone, sporcata dal peso della finale. Dall’altro lato del campo l’Inter di Inzaghi, beneficiando delle difficoltà del City, non ha avuto troppe difficoltà a contenere la manovra offensiva degli avversari. Il mix tra blitz in pressing alto e la difesa posizionale nella propria metà campo è stato più che sufficiente a ridurre al minimo i pericoli per la porta di Onana. Allo stesso tempo anche l’Inter, con il pallone tra i piedi, non è stata brillante come altre volte e non ha approfittato offensivamente delle difficoltà nella circolazione del pallone del City. La transizione difensiva del City, fase di gioco su cui Guardiola ha puntato molto, ha prevalso quella offensiva dell’Inter che, prima del gol subito da Rodri, può solo rimproverarsi di aver mancato di coraggio nell’attaccare con più determinazione e più qualità la linea difensiva avversaria. Le scelte dei due allenatori Simone Inzaghi non ha rinunciato a Brozovic nell’undici iniziale, ha schierato Çalhanoğlu come mezzala sinistra e ha confermato Dzeko in coppia con Lautaro nell’attacco del suo 3-5-2, con Lukaku e Mkhitaryan (reduce da un piccolo infortunio) in panchina. Pep Guardiola, spesso accusato di overthinking in occasione delle finali, ha schierato quello che può essere considerato il suo undici titolare nell’ultimo terzo di stagione, con Akè in campo a completare il quartetto difensivo e Walker in panchina. Tuttavia l’allenatore catalano ha variato la posizione e i compiti di quello che è diventato da febbraio il suo grimaldello tattico, John Stones, modificando l’assetto della sua squadra. Negli ultimi tempi Stones era stato impiegato come difensore centrale in fase di possesso e, alzandosi sulla linea di centrocampo al fianco di Rodri, disegnava la struttura 3+2 di costruzione nel 3-2-4-1 in fase offensiva del City. Contro l’Inter, invece, Guardiola ha schierato Stones formalmente da terzino destro, con Akanji al centro della difesa. In fase di possesso Stones non ha affiancato Rodri costituendo una struttura con un doble pivote, ma si è alzato in posizione di mezzala destra, con la squadra che ha disegnato in fase d’attacco una sorta di 3-4-3 con il centrocampo a rombo e i due esterni offensivi molto aperti. Nel rombo di centrocampo, almeno fino alla metà del primo tempo, è stato, piuttosto sorprendentemente, De Bruyne ad occupare la posizione di mezzala sinistra, con Gundogan a fungere da vertice avanzato.

Il 3-4-3 col centrocampo a rombo del City, con Stones che si alza in posizione di mezzala destra, De Bruyne mezzala sinistra e Gundogan vertice alto. Fuori inquadratura l’esterno sinistra Grealish.

Si possono solo provare ad immaginare le motivazioni per le quali Pep Guardiola abbia scelto di schierare il suo centrocampo con una struttura a rombo, piuttosto che con il quadrato disegnato dal suo più abituale 3-2-4-1. È possibile che il tecnico del City abbia provato a togliere riferimenti prossimi ai due difensori esterni del terzetto arretrato dell’Inter – Darmian e Bastoni – che avrebbero trovato nei due centrocampisti avanzati 3-2-4-1 gli avversari vicini su cui orientarsi, permettendo così a Brozovic di focalizzarsi, con un lavoro di schermatura, nel supporto ad Acerbi nel controllo di Haaland. Invece, lo schieramento con una sola mezzapunta, disposta centralmente e in verticale sul centravanti del City, avrebbe forse potuto togliere i riferimenti a Darmian e Bastoni, che avrebbero dovuto alzarsi maggiormente per contrastare le due mezzali del rombo di centrocampo del City, e avrebbe impegnato Brozovic, liberando spazio per Haaland.

Ecco cosa probabilmente cercava Guardiola schierando un rombo di centrocampo. Bastoni deve alzarsi molto su Stones, Brozovic è impegnato dal trequartista Gundogan, si crea spazio per Haaland, isolandolo, contro Acerbi.

Al contempo, togliendo Stones dalla linea di centrocampo, Guardiola ha teoricamente indebolito l’argine della sua transizione difensiva, ma avrà probabilmente reputato questo un’inconveniente tutto sommato gestibile. La transizione offensiva dell’Inter preferisce in genere palle verticali verso le punte e pertanto non va troppo contrastata in mezzo al campo, ma è forse più importante, alzando in fase di possesso più uomini sopra la linea del pallone, aggredire velocemente il portatore di palla dopo avere perso il possesso, al fine di evitare che con una giocata verticale inneschi gli attaccanti. Il piano tattico del City, come detto, si è però scontrato con la sua concreta applicazione in campo: forse a causa dell’emozione e della paura degli interpreti, la circolazione palla del City, spesso ricca e imprevedibile, si è come sterilizzata, finendo per essere banale e incapace di generare vantaggi. Sorprendentemente l’uomo che più è stato in grado di aumentare la qualità del gioco della squadra di Guardiola per quasi tutta la partita è stato John Stones, un difensore (ex?). Schierato mezzala ha interpretato il suo ruolo con grande dinamismo mostrando una notevole comprensione degli spazi e intraprendenza che è mancata ai compagni. I suoi movimenti, spesso puntuali e precisi, hanno regalato al City linee di passaggio e creato le premesse per creare occasioni. Stones è stato il giocatore con più dribbling della partita (5 riusciti su 6 tentativi) ma la sua buona prova offensiva non è stata capitalizzata dai compagni, con il City che ha chiuso con soli 7 tiri in porta. Guardiola sembrava aver risolto qualcuno dei problemi della sua squadra scambiando di posizione De Bruyne e Gundogan a metà primo tempo, così da avere in posizioni più decisive il suo miglior passatore. Non a caso, subito dopo, il City ha creato la sua miglior occasione del primo tempo, grazie alla ricezione alle spalle di Barella di Gundogan e al passaggio chiave di De Bruyne per Haaland.

Gundogan si muove alle spalle di Barella e costringe Darmian ad alzarsi per contrastarne la ricezione. Stavolta Rodri sceglie un passaggio filtrante che raggiunge il compagno che, di prima serve De Bruyne che tira fuori posizione Acerbi e serve il taglio profondo di Haaland.

Proprio l’occasione di Haaland, propiziata dalla nuova posizione in campo di De Bruyne, fornisce la misura di quanto il City abbia potenzialmente perso, in termini di efficacia offensiva, con l’infortunio del belga, sfortunato e ancora una volta costretto ad abbandonare una finale di Champions League dopo il trauma causatogli da Rudiger nella partita contro il Chelsea di due anni fa. Le risposte dell’Inter L’Inter non è rimasta troppo sorpresa dallo schieramento adottato dal City in fase di possesso palla e, qualora non fossero state già previste da Inzaghi durante la preparazione della finale, è stata immediatamente capace di trovare le opportune contromisure al 3-4-3 a rombo degli uomini di Guardiola. La risposta di Simone Inzaghi è stata piuttosto coraggiosa e, sebbene favorita dalla giornata poco brillante del City, molto ben attuata. L’Inter ha variato spesso l’altezza della propria pressione sulla prima costruzione del City, ma, anche nei momenti in cui ha maggiormente abbassato il baricentro, la sua difesa non è mai stata passiva e di pura occupazione degli spazi, ma è sempre stata orientata a portare pressione sui portatori di palla avversari. Delle due mezzali è stato Barella che, preferibilmente, si è alzato sulla linea degli attaccanti per pressare in parità numerica i tre giocatori arretrati del City deputati alla costruzione. In maniera piuttosto coraggiosa, Brozovic ha spesso abbandonato la sua funzione di schermo davanti alla difesa, andando in aggressione avanzata su Rodri. Sul lato forte, alle spalle di Barella, Darmian ha costantemente accorciato sulla mezzala sinistra del City, mentre sul lato debole, era Çalhanoğlu a cucire le distanze per coprire la posizione lasciata dalla pressione avanzata di Brozovic, lasciando spazio libero, sul lato debole, alla mezzala destra del City.

Il sistema di pressing dell’Inter con Barella che si alza su Akè, Darmian aggressivo sulla mezzala sinistra De Bruyne, Brozovic altissimo su Rodri e la scalata verso l’interno di Çalhanoğlu che lascia libera sul lato debole la mezzala destra Stones.

Dall’altro lato del campo, la pressione non è stata simmetrica a quella sul lato destro, perché con Dzeko centrale su Ruben Dias, su Akanji andava in pressione Lautaro. A differenza di Barella, Çalhanoğlu ha quindi potuto assumere una posizione più prudente che, a catena, ha consentito a Bastoni di limitare le uscite sulla mezzala avversaria e di supportare così Acerbi nel controllo di Haaland. Il City allora ha provato a iniziare l’azione prevalentemente a sinistra (Akè è stato il giocatore che ha effettuato più passaggi nel, 74, e la linea di passaggio da Ruben Dias e l’olandese è stata quella maggiormente battuta) e il sistema di scalate innescato dall’uscita alta in pressione di Barella su Akè finiva per liberare Stones sul lato debole e anche per questo è stato così coinvolto nella fase offensiva. La manovra del City però non era fluida e quindi la risalita del pallone perdeva di efficacia, favorendo il lavoro dell’Inter. La squadra di Inzaghi, in ogni caso, si è aiutata anche da sé: notevole, ad esempio, è stato il lavoro di Acerbi (supportato da Bastoni) su Haaland, che ha avuto pochissime occasioni per mettersi in mostra e ricevere palloni (solo 19 tocchi per il norvegese, con 3 passaggi riusciti su 8 tentati). Se la fase di non possesso dell’Inter è apparsa coraggiosa e ben attuata, lo stesso non si può dire per quella di possesso e di transizione offensiva. In fase di possesso palla i nerazzurri hanno sofferto il pressing alto e ben portato del City che ha pressato con 4 uomini la costruzione bassa degli uomini di Inzaghi, coi tre attaccanti contro i tre difensori e De Bruyne in controllo di Brozovic. Con Grealish e Bernardo Silva impegnati a schermare il passaggio verso l’esterno, orientando verso l’interno lo sviluppo avversario, Gundogan e Rodri si occupavano di Barella e Çalhanoğlu, coi terzini pronti a scalare verso l’esterno sulle eventuali ricezioni di Dumfries e Dimarco.

Il City pressa alto coi suoi 4 uomini offensivi il terzetto arretrato dell’Inter e Brozovic. Dietro, Rodri e Gundogan si occupano del controllo di Çalhanoğlu.

Per superare più agevolmente la pressione portata in parità numerica dal City l’Inter, come di consueto, ha coinvolto Onana nella costruzione del gioco, ma ciò non è bastato a evitare troppi lanci lunghi verso le punte, che poi se la dovevano vedere con una batteria di difensori centrali tutti capaci di non andare sotto nei duelli individuali. In questa fase all’Inter è mancata la brillantezza tecnica e tattica e il coraggio che in altre partite le hanno permesso di avere la meglio sul pressing avversario grazie al palleggio e a una spiccata fluidità della manovra. Ieri la squadra di Inzaghi si è rifuggiata troppo spesso – sia in fasi di possesso più strutturato, sia in transizione – in giocate verticali verso Lautaro e Dzeko, che però non sono stati in grado di dare il solito contributo per far salire la squadra. L’ingresso di Lukaku, arrivato anche qualche minuto prima del previsto a causa di un problema a Dzeko, era sembrato poter cambiare l’inerzia dell’attacco dell’Inter: al primo pallone toccato, il belga ha vinto un duello aereo con Ruber Dias, spizzando un pallone interessante verso Dumfries, che però è stato impreciso nella sua gestione.

La spizzata di Lukaku regala una situazione di superiorità numerica in campo aperto per l’Iter, sprecata dal passaggio errato di Dumfries che cerca con un traversone Lautaro, ma trova Akanji.

Immediatamente dopo, un clamoroso errore di Akanji che ha lasciato scorrere un pallone all’indietro convinto dell’intervento di Ederson, ha regalato la migliore occasione della partita fino a quel momento a Lautaro. L’argentino, molto defilato, ha cercato il tiro – colpendo Ederson al corpo – invece di provare (come invocato in telecronaca) un passaggio al centro per Lukaku e Brozovic, che comunque non sarebbe stato facile. Questa occasione è stata come un campanello d’allarme per il City, che per qualche minuto è riuscito ad alzare la propria pressione offensiva e quindi trovare il gol. L’azione decisiva della partita è forse il simbolo più iconico della squadra di Guardiola, con la rifinitura che arriva dal fondo, quasi al limite dell’area piccola. È stata un’azione piuttosto lunga, con il City che, dopo avere schiacciato nella propria area l’Inter, ha tirato fuori il pallone per ripartire sul lato debole con la conduzione di Akanji. Bastoni al limite dell’area è stato forse troppo frettoloso e, invece di aspettare che Çalhanoğlu giungesse a contrastare il difensore svizzero, è stato attratto dal pallone e si è mosso verso l’avversario. Bernardo Silva, un vero maestro di questo movimento, si è quindi sfilato alle spalle ed è stato servito dal filtrante di Akanji. Il cross di Silva, deviato da Acerbi, è finito in una zona vuota dell’area dove è arrivato come un falco Rodri che con freddezza ha messo il pallone alle spalle di Onana.

Akanji conduce, Bastoni è attratto dal pallone, non aspetta il soccorso di Çalhanoğlu, e viene infilato alle spalle da Bernardo Silva. L’Inter perde la sua finale di Champions League.

Il gol realizzato non ha di certo tranquillizzato il City che, in una situazione di vantaggio, quindi ancora più favorito e con ancora di più da perdere, si è, se possibile, maggiormente irrigidito. Gli uomini di Guardiola non sono stati capaci di tenere il pallone utilizzando il possesso come arma difensiva (39% di possesso per il City dopo il gol di Rodri), hanno abbassato la linea del proprio pressing, regalando campo all’Inter e, nonostante l’approssimazione degli attacchi avversari, la difesa, con la sua insicurezza, ha concesso un paio di occasioni piuttosto clamorose ai nerazzurri per pareggiare. L’Inter ha iniziato ad attaccare, ma in maniera piuttosto confusa, affidandosi sempre più con il passare dei minuti al contributo di Onana nel lanciare lungo verso la difesa avversaria. La prima delle due occasioni è nata da un campanile in area di rigore del City alzato da un colpo di testa di Dumfries. Akanji, pressato da Lukaku, non è riuscito ad intervenire e sul pallone si è avventato Dimarco che con un colpo di testa a pallonetto effettuato dopo che la palla aveva toccato terra ha colpito la traversa. La palla è quindi ritornata sulla testa dell’esterno dell’Inter, il cui colpo di testa a colpo quasi sicuro è stato involontariamente respinto da Romelu Lukaku nei pressi della linea di porta (c’era comunque un difensore del City alle sue spalle). Se non bastasse, in un tragico revival di altre partite particolarmente sfortunate per il belga - la finale di Europa League contro il Siviglia di due anni fa o la partita con la sua nazionale contro la Croazia agli scorsi mondiali – Lukaku ha anche sbagliato, a due minuti dalla fine, una facile occasione con cui l’Inter, che a quel punto del match aveva alzato Acerbi in posizione di centravanti, avrebbe potuto raggiungere il pareggio. Lukaku è stato servito nell’area piccola dalla sponda di testa di Gosens, entrato in campo proprio per attaccare il secondo palo sui cross proveniente da destra, e, con lo specchio praticamente spalancato ha indirizzato il suo colpo di testa nel punto esatto della porta in cui era piazzato Ederson, che è riuscito ad avere il riflesso giusto per respingere il pallone. Dopo quell’occasione, soffrendo e difendendo la propria area di rigore come un fortino, il Manchester City è riuscito a mantenere il gol del vantaggio nei minuti finali e a conquistare la prima Champions League della propria storia. Ha avuto ragione Guardiola Con in testa l’obiettivo di conquistare la sua prima Champions League fuori da Barcellona, Guardiola aveva terminato i suoi esperimenti tattici presentandosi alla fase ad eliminazione diretta della competizione europea con la sua sorprendente versione coi 4 centrali e un’attenzione fortissima alla fase di transizione difensiva. La scelta di blindare questa fase di gioco ha investito, oltre che la struttura della squadra e la scelta dell’XI titolare – coi 4 centrali difensivi e Mahrez e Foden in panchina a vantaggio di calciatori più orientati al controllo che agli strappi –, anche la fase di possesso palla, diventata più prudente e conservativa, seppur pienamente all’interno dei principi di gioco di Guardiola. Fatta eccezione per la fantastica gara di ritorno nella semifinale con il Real Madrid, il Manchester City di Champions è stata una squadra particolarmente solida e offensivamente meno brillante, perché diversa, rispetto ad altre versioni del City. Contro l’Inter, schiacciato dai favori del pronostico, dal ricordo della finale persa due anni fa contro il Chelsea e, forse, dall’ossessione del proprio allenatore per la conquista della Coppa, il City ha aggiunto alla prudenza tattica una innaturale paura di sbagliare, che ha sterilizzato il suo gioco. Alla fine è bastata una sola azione ben giocata per vincere la prima Champions League nella storia del club. La vittoria del City passa però anche dalla sua fase difensiva, dalla capacità di minimizzare i rischi con un pressing alto efficace e un’ottima transizione difensiva. A eccezione dell’occasione di Lukaku – che rimane una grande occasione – le altre due concesse sono arrivate da errori individuali, anche questi più imputabili alla paura che non a difetti strutturali o tattici. Quindi, possiamo dire, che anche in finale è stata l’attenzione posta da Guardiola a minimizzare i rischi a far vincere il City. Da questo punto l’allenatore catalano ha avuto ragione: ha vinto percorrendo una strada per lui non banale, decidendo, dopo aver analizzato tutte le possibilità, di rinunciare a qualcosa della sua identità di gioco per aggiungere un elemento nuovo. Lo ha fatto per l’arrivo di Haaland, certo, ma anche con il suo spirito innovatore, che non vuol dire che bisogna sempre innovare per attaccare meglio. L’Inter può portarsi a casa l’ottima partita fatta con un coraggio e un’intraprendenza che hanno quasi annichilito la miglior squadra della stagione. Gli è mancata un po’ di sfrontatezza e di qualità quando doveva attaccare, ma – banalmente – può essere spiegata anche con le caratteristiche degli uomini a disposizione di Inzaghi, con la fatica di giocare al termine di una stagione che è sembrata non finire mai e con la forza dell'avversario, che certo invitava all'attenzione. Un po' di fortuna nel finale, forse, avrebbe potuto cambiare la storia della partita. Il giudizio sulla sua stagione, soprattutto del suo percorso in Champions League, rimane estremamente positivo. Al secondo anno in panchina, Inzaghi ha mostrato di essere un allenatore dalle idee chiare e capace di trasmetterle ai suoi calciatori. L'Inter, in maniera diversa, ha ben giocato e meritato ogni passaggio del turno fino alla finale di Istanbul, sia negli scontri diretti ma anche nel girone. In finale non è bastato, perché, come spesso accade nello sport, ha vinto il più forte.

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