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Dario Saltari
Innamorati di Nicolò Barella
26 Sep 2017
26 Sep 2017
Abbiamo aggiunto ai nostri giocatori Preferiti il giovane centrocampista del Cagliari.
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Dario Saltari
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Una delle caratteristiche che accomuna i grandi calciatori è quella di avere un controllo su ciò che succede in campo che va al di là della propria sfera individuale. La capacità, cioè, di prevedere e influenzare la posizione e i movimenti di avversari, compagni e pallone, senza dover verificare con gli occhi i singoli elementi. È una specie di

probabilmente innato, che si lega più al pensiero istintivo che a quello razionale (tattico) e permette ai fuoriclasse di non dover

alle singole scelte da prendere, ma di

e basta, concentrandosi solo sulla perfezione del gesto tecnico. Sapere già cosa fare e, quindi, potersi focalizzare sul come farlo.

 

Quello di percepire le distanze e i movimenti senza ricorrere alla vista è una delle qualità più importanti e allo stesso tempo meno discusse del calcio, forse perché è un ambito talmente intangibile da risultare quasi metafisico. Pensiamo all’importanza per un attaccante di

la porta, cioè di sapere dov’è senza aver bisogno di guardarla, o per il giocatore che difende la palla spalle alla porta di

come e dove si muovono i compagni dietro di sé. Il rapporto occhio-mente viene spesso tirato in ballo quando si deve parlare di questa qualità. Si diceva, ad esempio, che Totti avesse “gli occhi dietro la testa”, mentre Pjanic, parlando delle sue punizioni,

lui stesso di avere «la direzione in testa».

 

I giocatori possono ritenersi fortunati se possiedono questa consapevolezza interiore anche solo in un aspetto del gioco (la finalizzazione, i passaggi, l’anticipo difensivo, per fare degli esempi) oppure possono allenarsi allo sfinimento per creare un riflesso condizionato che la imiti, nel migliore dei casi una seconda natura. Ma c’è un’altra, più ristretta, categoria di giocatori: quelli che estendono questa conoscenza innata allo stesso funzionamento di questo sport. Giocatori per cui, dando per vero

di Platone, il calcio, come le altre idee, non è altro che un ricordo latente di un momento precedente alla vita.

 

Ora, non vorrei esagerare, ma Nicolò Barella sembra essere uno di questi calciatori. In questa rubrica compariamo il nostro gusto calcistico a delle infatuazioni e Barella è uno di quelli che ti fa girare per strada, o tenere la bocca aperta senza accorgertene, facendoti sembrare tutti gli innamoramenti precedenti delle cotte adolescenziali. E il motivo è esattamente che, molto prima delle sue qualità fisiche o tecniche, Barella sembra percepire il gioco in maniera diversa, più profonda rispetto agli altri.

 




 

I suoi occhi rimangono fissi sul pallone nonostante la complicatezza delle circostanze o della giocata pensata. Ho capito di essermi innamorato di lui quando l’ho visto gestire un pallone difficile di Cigarini,

. Siamo nella metà campo avversaria e il suo compagno di squadra alza un lob lento e alto, che cade esattamente tra i due centrocampisti del Crotone. Barella controlla la palla con il petto, tornando indietro in modo da avere alle spalle i due avversari, che tiene a distanza con il corpo. Poi palleggia un paio di volte, in apparenza solo per allontanarsi dalla pressione ma in realtà Barella ha “visto” la sovrapposizione sulla destra di Padoin, lasciato libero sia da Stoian che da Martella, che serve colpendo al volo, dando alla palla maggiore profondità. Palleggiare gli permette non solo di suggerire il movimento al terzino con il corpo, ma soprattutto di fare una pausa in attesa del momento giusto in cui eseguire il passaggio.

 

Con quell’azione il Cagliari è arrivato quasi al gol (Padoin poi crosserà la palla in mezzo all’area per Pavoletti, ma la sua schiacciata di testa verrà salvata da una grande riflesso di Cordaz), da una situazione in cui ci saremmo accontentati se Barella fosse semplicemente riuscito a mantenere il possesso.

 



Barella, insomma, sa prevedere il gioco e i movimenti di compagni e avversari, ma non solo con la palla tra i piedi. Prima della sua capacità di difendere ampie porzioni di campo, di intervenire in maniera pulita in scivolata, Barella può contare sulla sua capacità nel rompere le linee di passaggio avversarie. Una qualità, tra l’altro, fondamentale quando il rombo del Cagliari difende nella propria metà campo e gli avversari cercano di trovare spazio centralmente muovendo il pallone in orizzontale dietro.

 

Il suo

è evidente a prima vista ed è difficile per i suoi avversari tenerne conto.

, per fare un altro esempio, ha intuito talmente in anticipo la traiettoria di un passaggio di Magnanelli, una palla alta che stavolta scavalcava Cigarini, da riuscire a correre alle spalle del compagno e intercettare il passaggio con il petto. Il Cagliari era raccolto nella propria metà campo in fase di difesa posizionale e con quella lettura straordinaria, Barella è potuto ripartire direttamente in transizione.

 

Per gli stessi motivi, è quasi impossibile sorprendere Barella in pressione. I suoi “occhi dietro la testa” gli dicono quando proteggere il pallone col corpo da un avversario alle spalle e quando invece può girarsi in tranquillità per gestire il possesso.

 

Barella viene privato del possesso dagli avversari appena 2.5 volte ogni 90 minuti su un totale di 74 palle toccate, un aspetto in cui viene aiutato anche da un grande primo controllo col destro. Per questo motivo, Barella, oltre alla mezzala, può anche ricoprire il vertice basso di un centrocampo a tre senza perdere in qualità.

 




Barella già non sfigura tra i migliori recuperatori di palloni della Serie A, anche da un punto di vista statistico.


 

Questa incredibile capacità di previsione rende Barella già tra i migliori in Serie A nel riciclo delle seconde palle, un aspetto sempre più importante in un calcio in cui il recupero del pallone si è ormai affermato come una fonte di gioco a sé stante. Il centrocampista del Cagliari recupera 6.7 palloni ogni 90 minuti, un valore appena inferiore a quello di Milinkovic-Savic, per fare un esempio illustre.

 

Sul dato influisce anche la sua grande tecnica nel fondamentale della scivolata, che è probabilmente l’aspetto più spettacolare e appariscente del suo gioco. Barella si lancia sempre con la sicurezza non solo di togliere il pallone dalla disponibilità dell’avversario ma anche di riportarlo dentro al campo per giocarlo subito dopo. Questa sicurezza è probabilmente anche il motivo che lo rende un giocatore piuttosto falloso, anche se quasi mai violento. Quando sbaglia, lo fa in maniera irrecuperabile, per quanto cerchi di limitare gli interventi a forbice o a piedi uniti.

 

Barella non interviene quasi mai direttamente sul pallone, preferendo scivolare sul fianco per poi utilizzare il tackle da terra come un arpione a uncino. In questa interpretazione della scivolata ricorda veramente Nainggolan, a cui alcuni tifosi del Cagliari a volte lo associano anche per una forma acuta di nostalgia. In alcune occasioni però, l'imitazione gli riesce particolarmente bene, quando interviene sul pallone con il tacco invece che col collo del piede, come fa di solito.

 



 



Saper prevedere il gioco non basta da solo per diventare parte del 5-10% di giocatori davvero eccezionali. Per quello, bisogna aggiungere qualità fisiche, tecniche e psicologiche altrettanto eccezionali, ed è qui che si annidano i principali pericoli sulla strada di Barella verso l’élite del calcio europeo. Ma anche, ovviamente, i suoi margini di crescita più eccitanti.

 

Barella ha un baricentro molto basso, ma il torace ampio e le gambe ben piantate sul terreno, che gli permettono di tenere alle spalle anche avversari più fisici di lui e di avere una spinta sui primi passi da rugbista in mischia. La sua progressione col pallone è davvero impressionante per velocità e potenza e a volte, quando corre, sembra avere un campo magnetico a protezione che

al semplice contatto.

 

Più in generale, Barella finora ha dimostrato di muoversi molto più volentieri col pallone che senza, un aspetto che credo derivi anche da una certa voglia adolescenziale di mettersi in mostra. Per adesso, cioè, è molto più un portatore di palla che un incursore, con ottimi risultati comunque, dato che gli riescono 1.24 dribbling ogni 90 minuti (con una percentuale di riuscita del 55%), un dato piuttosto alto per una mezzala.

 

La smania di mettersi in mostra appesantisce anche il suo sistema di scelte con il pallone nella metà campo avversaria che, nonostante le idee brillanti, risulta

e eccessivamente complessa. Barella al momento è molto più a suo agio nel possesso conservativo (gestione del possesso basso, cambi di gioco, lanci lunghi) che in quello creativo (filtranti, passaggi smarcanti o taglia linee).

 


Una discreta sensibilità col destro nel gioco lungo.


 

In questo senso, sempre per fare distinzioni che sono più che altro descrittive delle sue tendenze, che non delle sue possibilità, per ora è più un centrocampista difensivo che un “tuttocampista”, come a volte viene definito. Ma, appunto, è più difficile prevedere l’evoluzione di quei limiti che dipendono soprattutto da aspetti tecnici e psicologici.

 

Un altro aspetto in cui Barella può migliorare di molto è l’utilizzo del piede debole. Ora utilizza praticamente solo il destro, un handicap che ad altissimi livelli può essere molto limitante. La sua tecnica col sinistro è troppo rudimentale per farci affidamento e lui sembra più disposto ad arricchire il suo bagaglio di colpi col destro - per esempio: ripone grandi speranze nel suo esterno, che utilizza molto quando è largo a sinistra,

con grandi risultati - che a cercare di arrivare a un risultato anche solo accettabile con il piede debole.

 

Forse però il suo limite più grande è la mentalità, una pigrizia che lo influenza anche nella comprensione del gioco e gli fa sbagliare alcune tra le esecuzioni più semplici. Per paradosso, è quasi più probabile che sia Barella stesso a regalare il possesso agli avversari, a volte in maniera molto pericolosa, sbagliando magari

, che qualcuno gli rubi effettivamente il pallone.

 

Barella oggi alterna giocate brillanti e letture eccezionali a errori banali. Facciamo un esempio pratico. Sempre contro il Crotone,

la difesa cagliaritana ha alzato un campanile sulla mediana, su cui Barella, ovviamente, è arrivato prima degli altri. Ha verticalizzato immediatamente, al volo, di piatto, verso Pavoletti che ha faticato a stoppare di petto. Proprio quando il Crotone stava per recuperare palla, Barella è spuntato da dietro prima degli altri, passando in mezzo a due avversari che sembravano in anticipo. Poi Barella ha abbozzato una progressione col pallone contro l’intera difesa calabrese schierata, ha schivato uno dei due centrali che aveva cercato di uscire su di lui, ma poi si è infilato in un vicolo cieco. A quel punto sarebbe potuto tornare indietro, ricominciare semplicemente l’azione, e invece ha deciso di provare a far passare il retropassaggio tra le gambe dell’avversario che lo sta chiudendo da dietro, di esterno. Risultato: palla restituita al Crotone.

 

Barella è dotato di un talento unico, rarissimo in giocatori così giovani, che però esprime ancora ad un livello quasi esclusivamente inconscio. Il massimo delle sue potenzialità viene fuori quando non ha tempo per riflettere e può farsi così guidare dal puro istinto - sotto pressione, in tackle o nella concitazione del recupero delle seconde palle – mentre quando può pensare e prova a fare le cose più complesse di quanto dovrebbero essere, finisce per pasticciare, forse per ribadire all’esterno il proprio valore.

 

In questo senso, Barella ha una coscienza della propria forza molto limitata. Ed è proprio questa la prospettiva più eccitante riguardo la sua evoluzione futura: il giorno in cui si renderà conto dei limiti del proprio talento, potrà anche iniziare a capire come superarli. D’altra parte, è esattamente così che funziona per tutti.

 

 

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