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Fabrizio Gabrielli

Il Maradona della sabbia

Omar Abdulrahman è il vostro nuovo giocatore di culto.

Ognuno di noi ha un particolare talento, ma solo pochi possono vantare una specie di benedizione: dopodiché, è nella scelta delle modalità e dei contesti in cui decidiamo di esercitarlo che questo dono assume o meno i contorni della fenomenalità. Qualsiasi sia l’origine di questa trascendenza, Omar Abdulrahman Ahmed Al Raqi Al Amoudi, o più semplicemente Amoory, è uno di quelli che possiede i segreti della sua applicazione su un campo di calcio.

 

Parlare in termini troppo entusiastici di Amoory genera, innanzitutto, una serie di cortocircuiti cognitivi, il primo dei quali è: si possono usare le parole “campione” e “Emirati Arabi Uniti” nella stessa frase senza temere uno scivolamento nell’esagerazione?

E poi: non sarà che esaltarci per Omar Abdulrahman sia in qualche modo un tentativo di compatirlo per i luoghi che gli è toccato in sorte di vivere, in cui è chiamato a esprimersi?

 

 

 

Soprannomi come «Maradona della Sabbia» o «Messi Arabo», che Amoory indossa con la nonscialanza nobile e il distacco naturale con cui gli emiri vestono pigiami di seta, lasciano sempre il tempo che trovano: ogni paese ha un suo Messi, un calciatore capace di sublimare le sue doti tecniche e far sognare i ragazzini. In Amoory trova compimento una commistione di magnetismo e carisma che va oltre le skills, ma ecco il secondo cortocircuito: quanti di questi fenomeni-in-pectore riescono a evitare che la Sacra Fiamma del loro talento si spenga se rimangono emarginati ai limiti dell’impero?

 

A volte basta dedicare a un calciatore qualche manciata di sguardi per capire se è un giocatore vero o no: il compito, con Amoory, è più arduo. Osservarlo in azione, studiare la maniera in cui si trascina per il campo con quell’atteggiamento a metà strada tra la piena coscienza di sé e la spavalderia, è un esercizio al limite della mesmerizzazione, irto di trappole come un quadro di Prince of Persia. Minuto di statura, con lo sguardo furbo ma malinconico e lo swag del freestyler di strada, Omar Abdulrahman sembra impegnato in un perenne show il cui scopo è l’inganno, la boutade. Al di là del calcio, intendo.

 

Quindi Amoory è un freak?

 

 

Oppure è davvero il calciatore più talentuoso che abbia mai prodotto la Penisola Arabica?

 

Il problema di Amoory, in realtà, è un nostro problema, e dipende in buona sostanza da una specie di innato eurocentrismo: perché, se è davvero così forte, non è mai venuto – non ancora, almeno – a giocare in Europa? Quesito che – a voler cavare il sangue dalle rape – ci porterebbe a un interrogativo dalla complessità superiore: è davvero così importante l’Europa?

 

 

 

L’estetica calcistica è universale, non ha coordinate geografiche precise: un passaggio no-look come questo contro la Thailandia, i passettini con cui decelera la corsa per farsi trovare puntuale all’impatto con la palla in maniera da imprimerle la precisa traiettoria che la sua visione aveva già scelto, sarebbe stato più bello, meno bello, diverso, se inscenato in una partita di Premier League e non in una gara senza troppa storia di qualificazione ai Mondiali, zona asiatica?

 

Omar Abdulrahman, come se avesse sfregato una lampada facendone fuoriuscire il genio, ha deciso di esaudire tre desideri, grandi ma non spropositati come cambiare il mondo. Basterebbe concentrarsi sulle priorità che si è dato, per capire chi è davvero Omar Abdulrahman.

 

 

Primo desiderio: diventare forte, ma davvero forte.

 

Omar, come una fata morgana, è comparso praticamente dal nulla durante i Giochi Olimpici di Londra, nel 2012. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati eliminati subito, ma nella loro partita d’esordio contro l’Uruguay Amoory ha inscenato una serie così massiva di giocate sensazionali da alimentare una serie di leggende – che lo spirito decoubertiniano amplifica a dismisura – tipo quelle che vorrebbero Ryan Giggs e Luis Suárez così sinceramente e umilmente impressionati da chiedergli di scambiare la maglia.

 

In un servizio girato a ridosso dei Giochi lo intervistano sugli effetti che l’osservanza stretta del Ramadam potrebbe avere sugli atleti impiegati a Londra. Non è tanto importante quel che pensa, ma come si presenta. Sulla sua t-shirt da ventenne c’è scritto «Try not to die for success», come se fosse un imperativo dal quale gli è impossibile sottrarsi.

 

Il successo di Omar passa attraverso la sua imprevedibilità, che non è solo il risultato di una spiccata vena creativa, ma anche una questione di insondabilità.

 

Da una parte il passo breve e scattoso come quello di un borseggiatore in metropolitana, il mancino di seta, il controllo quasi telecomandato del pallone, che donano l’immagine immediata di un solipsista virtuoso; dall’altra un’associatività così sorprendente da cogliere in controtempo anche gli stessi compagni. Sono concetti che, partendo da posizioni apparentemente antitetiche e inconciliabili, in Abdulrahman trovano l’esatto punto di fusione.

 

 

 

Ciò per cui Amoory sembra essere tagliato più d’ogni altra cosa è l’assistenza, come se di tanta benedizione volesse rendere partecipi anche gli altri, condividerla. Perciò è inevitabile che il suo talento diventi subitaneamente il punto di fuga sul quale s’assesta tutta la prospettiva della squadra che gli ruota intorno, sia questa l’Al Ain, multititolata società di Abu Dhabi nella quale milita da quasi dieci anni, o la Nazionale emiratina, semplicemente perché Amoory vede linee di passaggio che agli altri in campo è precluso scorgere.

 

 

 

Quando la palla gli scivola tra i piedi si crea quell’alchimia magica grazie alla quale i tappeti prendono a volare. Il suo rapporto con gli avversari, ma anche con il pubblico e forse anche con se stesso, diventa una gara alla sospensione dell’incredulità; nella maniera incosciente con cui si prende tutti i rischi non si capisce bene se alberghi più arroganza o quell’ésprit de finesse che marca la differenza tra un giocatore e un campione.

 

Voglio dire: c’è più tracotanza, sicurezza di sé o semplice libertà di esprimersi per quel che si è nella maniera in cui va a calciare questo rigore contro il Giappone in Coppa d’Asia l’anno scorso?

 

 

È impossibile dare una risposta che prescinda dall’importanza del momento, dai nervi saldi con cui Amoory lo affronta, dallo stile che ripone nella scelta, e nell’esecuzione, del rigore più importante della sua carriera.

 

Il potere attrattivo di Omar «Amoory» Abdulrahman, dopotutto, è tutto qui, in questo rigore: nella tensione tra il potenziale espresso e quello inespresso, e nei motivi per i quali ci dovremmo meritare tutto questo presunto spreco di talento, ammesso che di spreco si possa parlare.

 

 

Secondo desiderio: diventare un Poster Boy, anzi un’icona.

 

Nato a Riyad, in Arabia Saudita, da genitori con origini yemenite di Hadramout, negli Emirati Omar c’è finito per quel tipo di caso foraggiato dall’opportunità: l’Al Hilal, la maggiore squadra di Riyad, voleva inglobarlo nel suo settore giovanile, e per cercare di convincerlo gli ha proposto la cittadinanza saudita. L’Al Ain, invece, ha allargato l’offerta di cittadinanza, oltre che a lui, a tutti i suoi familiari, ai genitori e ai due fratelli, anche loro calciatori, anche loro in forza all’Al Ain.

 

In prima squadra ha esordito nel 2008, quando aveva solo 17 anni, gettato nella mischia da Winnie Schäfer. Nonostante esista un modo di dire, ad Abu Dhabi, che recita «quel che si cuoce in fretta, è mezzo crudo».

 

«È un ragazzo con uno spiccato senso per la famiglia», spiega Schäfer. «Per questo si è innamorato degli Emirati, e dell’Al Ain».

 

In uno stato come gli Emirati Arabi Uniti, in cui i cittadini sono circa il 10% dei residenti, costruire un vero senso d’appartenenza è un’impresa che richiede, a monte, una grande quota di riconoscenza: «forse è una delle ragioni per le quali non ha mai fatto davvero pressioni per trasferirsi all’estero», spiega ancora il tecnico tedesco parlando di Amoory. «E sapete cosa? Lo capisco, e penso anche che non sia affatto una scelta irragionevole. Certo, lo aiuterebbe a migliorare mettersi in gioco in Europa; ma è anche un rischio. Difficilmente troverebbe spazio in una grande società, avrebbe bisogno di un buon agente, di un periodo di adattamento, del giusto ambiente, di un buon allenatore e di molta pazienza. Magari, invece, è semplicemente felice lì dov’è».

 

Non dovrebbe sentirsi orgogliosa, l’Asia, di aver cresciuto uno dei suoi migliori calciatori sul proprio territorio, senza vederlo costretto ad espatriare?

 

Non dovrebbe andar fiera di tutto questo amore reciproco?

 

 

All’epoca dei Giochi Olimpici di Londra, Abdulrahman aveva già esordito, ovviamente, anche nella Nazionale maggiore, l’anno precedente, in una partita contro la Siria. Dopo la fugace ma impressionante parentesi britannica, un po’ cavalcando l’hype un po’ accorgendosi con colpevole ritardo di aver scoperto un’oasi dorata all’interno di un deserto di mediocrità, ESPN lo ha piazzato tra i migliori giocatori d’Asia; il magazine Arabian Business lo ha addirittura inserito tra le 200 personalità arabe più influenti al mondo, ma Amoory ha avuto la costanza di perseguire un personalissimo percorso di coerenza. Ha saputo legarsi, con nodi ben stretti, all’albero maestro del suo veliero viola, resistendo alle sirene del cosiddetto Grande Calcio.

 

Come i tratti conturbanti nascosti dietro un hijab tradizionale di una ragazza che passeggia all’ombra dei grattacieli ultramoderni di Abu Dhabi, la complessità del fenomeno Abdulrahman, forse, è più difficile da cogliere e interpretare solo perché ricoperta da una coltre di sovrastrutture e contraddizioni.

 

La sua è un’iconicità artificiale, apparentemente costruita a tavolino: la capigliatura, la velocità iperuranica, le skills estreme ne fanno un calciatore che sembra uscito dal DIY di un videogame.

 

Amoory ha un’idea tutta sua del concetto di calciatore, che interpreta come qualcosa a metà strada tra il ruolo di ambasciatore e quello di giullare di corte.

 

È innegabile che, almeno in patria, goda di uno status di autorevolezza inscalfibile; ma non è solo una questione di località. Le foto del suo account Instagram in cui è immortalato con grandi campioni sono leggermente diverse da ogni scatto che racchiude idolo e groupie nella stessa inquadratura: al di là del glamour non si avverte mai uno squilibrio di carisma, il rapporto non è sbilanciato, c’è pariteticità. Se indossa una maglia del PSG per andare a prendersi un caffè rischia di essere scambiato per un calciatore del PSG che ha deciso di prendersi un caffè a Dubai.

 

Amoory sembra uno di loro. E non mi sento di escludere che non lo sia davvero.

 

Forse per questo appare estremamente a suo agio anche in situazioni potenzialmente imbarazzanti, cioè quando le grandi stelle del calcio mondiale fanno tappa negli Emirati e lo invitano a partecipare a quel tipo di tornei di calcetto simili alle esibizioni circensi degli elefanti ammaestrati: che si tratti di Zidane o Davids o David Luiz, Omar c’è sempre, non saprei ben dire se per volontà di sentirsi parte di quella categoria di eletti o per semplice accondiscendenza agli sceicchi, allo stesso tempo suoi benefattori, regnanti e datori di lavoro.

 

Omar si presta. Non importa se per stupire, per sbalordire, o anche per sfidare il senso del ridicolo: dopotutto sono esattamente le stesse sensazioni che sono chiamati a suscitare gli elefanti ammaestrati.

 

Qua, con David Luiz, dopo la Rappresentativa Dei Riccioluti sfida una selezione di Ciccioni.

 

 

Di sicuro deve avvertire l’aura di semileggendarietà che già lo pervade (e non dovremmo mai perdere di vista il fatto che stiamo sempre parlando di un calciatore emiratino che milita nella Gulf League): nell’edizione araba di FIFA ’16 compare in copertina insieme a Neymar, e anche negli spot non dà l’impressione neppure per un attimo di sentirsi a disagio, fuori luogo, non sembra temere per niente l’iperbole che lo travolge quando chiama a giocare al suo fianco, dal divano del salotto, Baggio o Kahn nella sua squadra di leggende. Che ovviamente include anche lui.

 

 

Omar Abdulrahman, più che l’impressione di essere un animale in cattività, è riuscito a ritagliarsi un ruolo da icona glocal.

 

Viene allora naturale provare a chiedersi se la sua permanenza, tutt’altro che forzata, negli Emirati non possa essere un esperimento di sovvertimento culturale.

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Fabrizio Gabrielli scrive e traduce dei libri. Ha tradotto Lugones e collaborato con i blog di Finzioni, Edizioni Sur e Fútbologia occupandosi di Sudamerica, calcio e letteratura, anche in combine. Il suo ultimo libro si intitola "Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no" (Piano B, 2012). È vice-direttore de l'Ultimo Uomo.