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Fabrizio Gabrielli
Il contrario di un sogno
29 Nov 2016
29 Nov 2016
Tra le 2 e le 4 di notte è caduto l'aereo che trasportava la Chapecoense per giocare la finale di Sudamericana. Stefano Borghi avrebbe dovuto fare la cronaca di quella partita.
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Fabrizio Gabrielli
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Stamattina la prima cosa apparsa sulle timeline dei miei social è stata la notizia drammatica di un disastro aereo, resa ancora più drammatica dalla mention per la Chapecoense, squadra brasiliana che si stava andando a giocare la finale di Copa Sudamericana. L’aereo si è schiantato tentando un atterraggio di emergenza vicino a Medellin (la causa non è certa) alle 2:30 della mattina italiana, e l’ufficialità dell’incidente è arrivata alle 4:34. La Chapecoense avrebbe dovuto giocare nella notte tra mercoledì e giovedì e la partita sarebbe andata in onda su Fox, con la telecronaca di Stefano Borghi, collaboratore di Ultimo Uomo e mio amico. Ho deciso di chiamarlo per parlarne.



 



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Sconcerto, ovviamente. Per me è stato molto improvviso perché oggi in teoria avevo il giorno libero. Mi ha chiamato il mio direttore questa mattina e mi ha dato la notizia. Ho avuto 5-10 secondi di incomprensione totale, di incredulità, e poi dentro: sono venuto a lavoro, saremo in diretta bene o male tutto il giorno per questa cosa. Ma è stato veramente un fulmine anche perché ti tornano ricordi, storie lette, anche in parte vissute. Come se ti colpisse un fulmine.
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E non doveva essere il loro aereo per il Brasile. Perché, per disposizioni internazionali, loro dovevano viaggiare su un volo charter diretto da San Paolo. Invece c’è stato questo cambio con lo scalo a La Paz, in Bolivia, e questo aereo che li stava portando a Medellin che è arrivato fin quasi all’aeroporto di destinazione. E poi c’è stato questo contatto con la torre di controllo per un guasto elettrico e alla fine lo schianto. Le informazioni sono ancora frammentarie. La cosa francamente più difficile da seguire, da accettare, sono le notizie riguardanti proprio la condizione dei passeggeri… Danilo che sembrava essersi salvato e invece purtroppo no. È veramente la parte più difficile del nostro lavoro, sembra retorica, sembra scontato ma è così. È una giornata in cui vorresti fare un lavoro diverso, vorresti essere da un’altra parte.[/reply]

 

 



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La Chapecoense era la così detta

del semestre. Noi che seguiamo il calcio sudamericano ci abbiamo fatto quasi il callo con ‘ste cose. Nel senso che diventa quasi una cosa che si guarda diversamente. L’anno scorso in Europa abbiamo vissuto l’epopea del Leicester ed è stata una cosa che ha un po’ unito tutti, ma in Sudamerica succede quasi ogni sei mesi. Nella scorsa Libertadores c’era l’Indipendiente del Valle, quest’anno nel Sudamericano c’era la Chapecoense. Questo suscita quasi il sentimento: “Ma no, speriamo che vinca una grande”. Fa quasi più storia la restaurazione di una grande che la sorpresa.

 

Però la Chapecoense era una cosa diversa, era un progetto che era fiorito negli anni. Meno di dieci anni fa questo era un club di quarta divisione, poco più di cinque anni fa sembrava destinato a sparire. Quando Bruno Rangel ha firmato per la Chapecoense nel 2013 non c’era campo d’allenamento, non c’era palestra, non c’era nulla. Erano neopromossi in seconda divisione e adesso erano arrivati fin qua, ma progressivamente. Va ricordato che l’anno scorso sono arrivati fino ai quarti di finali della Coppa Sudamericana, hanno battuto il River Plate. Era una squadra pronta per arrivare a giocarsi veramente la storia all’interno di una grandissima storia. Perché contro l’Atletico Nacional de Medellin che poteva essere la prima e l’ultima nel calcio sudamericano a vincere Libertadores e Sudamericana nello stesso anno. Per cui c’erano veramente tutti i tasselli per raccontare ancora qualcosa di mitico, di unico, di bellissimo.

 

E invece ci tocca raccontare questo.[/reply]

 

 



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…Terribile. Utilizzare l’imperfetto. Era una squadra vera, forgiata dalla crescita dal basso verso l’alto. Con tanti profili differenti. Chi viveva il sogno, chi lo stava per vivere. Perché c’erano giocatori come Thiego, come Dener che erano pronti a capitalizzare questa grande epopea firmando per grandi club come il Santos o il San Paolo. C’era anche il veterano, Cléber Santana: ne aveva vissute tante in Sudamerica, in Europa. Era il leader di questa squadra. Bruno Rangel, di cui ti parlavo poco fa. Kempes, che era la sua riserva. Era un altro trentaquattrenne che, dopo innumerevoli viaggi, aveva firmato per un anno e viveva la sua ultima grande avventura, e la stava vivendo benissimo: nove gol nel Brasilerao. Era una squadra che aveva meritato assolutamente di arrivare fino alla finale eliminando Independiente, San Lorenzo.

 

Quella

all’ultimo secondo della semifinale di ritorno. Piede sulla linea a tirar fuori il pallone, a fare la storia, a regalare grande avventura… forse adesso ti viene da pensare che era meglio se quel pallone fosse entrato.

 

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Non lo so, ci pensavo stamattina venendo a lavoro. Si possono fare tante cose. Questa partita non so se si giocherà, come verrà giocata. Forse non bisognerebbe assegnare la coppa o forse

. Non lo so. Quando successe la tragedia del Grande Torino, il Torino aveva già vinto matematicamente il campionato e ci fu la straziante scena della partita dopo giocata dalla Primavera con i giocatori del Genoa che appuntarono lo scudetto sulle maglie di questi ragazzi. Non so cosa si deciderà di fare e sarà una decisione molto complicata. Tutto quello che decidono va bene, sostanzialmente. Ormai questa Coppa Sudamericana non ha più senso.[/reply]

 

 



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L’ho visto. Ti riporto le parole di Sauro Tomà, che è l’unico del Grande Torino che si è salvato perché si era fatto male prima della trasferta di Lisbona e non è mai partito con la squadra. Lui dice a un certo punto che ha pensato più volte che avrebbe preferito essere su quell’aereo con i suoi compagni. E questo ci dice tutto.
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Loro non ci sono più. Tu ci sei ancora e la tua vita è segnata. E non c’è altro da dire, fondamentalmente.[/reply]

 

 

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