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Francesco Lisanti
Il ballo della debuttante
16 Sep 2016
16 Sep 2016
Il Sassuolo assaggia l'Europa.
(di)
Francesco Lisanti
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L’unica vittoria italiana in Europa League la raccoglie il Sassuolo dal basso della sua quarta fascia, ma dall’alto della sua organizzazione. Il clamoroso 3-0 finale riflette un dominio che sul campo non c’è stato, per lo meno non così schiacciante, ma premia la solidità mentale della squadra di Di Francesco.

 

«Ci sono partite come questa in cui non puoi pensare di dominare novanta minuti, soprattutto con squadre forti come l'Athletic», ha detto il tecnico a fine partita – una valutazione che riconosce l’onore delle armi ai “Leones", ma soprattutto insiste sulla qualità principale della sua squadra: adattarsi all’inerzia della gara, alzare e abbassare il baricentro a seconda della condizione degli avversari, conservare lo stesso grado di fiducia sia con la palla tra i piedi sia in fase di ripiegamento.

 

I presupposti precedenti al calcio di inizio lasciavano presagire un pomeriggio di sofferenza: le assenze di Berardi, Sensi, Missiroli e Gazzola; lo stadio mezzo vuoto nonostante l’appello di Di Francesco («Mi aspetto grande entusiasmo e supporto, abbiamo bisogno di una spinta in più da parte dei nostri tifosi»); i nove undicesimi della formazione titolare all’esordio assoluto in una competizione europea, preliminari esclusi (praticamente tutti tranne Acerbi e Cannavaro) tra cui giocatori prelevati dalla Serie B o dal campionato Primavera (Mazzitelli, Ricci e Lirola) improvvisamente chiamati al doppio salto di qualità.

 

 



 

È stata, generalmente, una partita molto bloccata. Il Sassuolo ha piegato l’inerzia a suo favore grazie ad un’azione solitaria di Lirola, molto bella ma non esattamente il più pronosticabile dei gol. A determinare lo stallo è stata la somiglianza dei due schieramenti, entrambi ordinati in un 4-3-3 molto fluido, con le ali accentrate sugli spazi intermedi e i triangoli di centrocampo in continua rotazione (abbiamo assistito a molti momenti di

Magnanelli–Mazzitelli con Biondini in posizione di trequartista). Questa disposizione ha inevitabilmente bloccato il centro, e il Sassuolo dalle fasce ha fatto fatica a risalire il campo.

 

In particolare, ha pesato la lentezza della catena sinistra, composta da due giocatori a piede invertito come Timo Letschert e Mazzitelli, oltretutto adattati entrambi in zone di campo diverse da quelle abituali. Neanche a destra è stato semplice sviluppare la manovra, Lirola deve ancora inserire, in tutto il talento che ha a disposizione, i meccanismi senza palla necessari a questi livelli, come allargarsi sull’inizio dell’azione o proporsi con più tempismo in sovrapposizione: per questo Di Francesco ha passato metà della partita a radiocomandarlo dalla panchina.

 

Il Sassuolo, però, non ha mai pagato la stessa scarsa brillantezza che aveva in fase offensiva, in quella difensiva, nonostante il pressing in parità numerica dell’Athletic (che avanzava Raúl Garcia sulla linea dei difensori). Soprattutto perché il Sassuolo non ha mai perso palla al centro: Magnanelli 2 palle perse, entrambe sulla trequarti sinistra, Cannavaro e Acerbi zero.

 

 





Davide Biondini è stato il perno degli equilibri della squadra, in una partita interpretata come il proverbiale almanacco del calcio avrebbe suggerito. In attacco ha occupato lo spazio davanti a Defrel quando Mazzitelli si abbassava per agevolare l’uscita della palla, in difesa ha monitorato per tutta la partita i movimenti bassi di Beñat senza concedere mai la traccia di passaggio centrale (mentre Magnanelli si orientava su Raúl Garcia, e San José veniva lasciato libero di ricevere e controllato a distanza da Mazzitelli).

 

La dimensione tecnica è quella che è, la scarsa qualità e velocità dei suoi passaggi hanno spesso interrotto azioni promettenti, ma l’atmosfera di totale fiducia che sembra regnare a Sassuolo permette anche questo, che un giocatore dia quello che ha da dare, facendo quello che gli è richiesto di fare nei suoi limiti e quindi anche Biondini può fare la mezzala di possesso a tutti gli effetti, anche se in quella posizione è portato a fare errori. E comunque ha collezionato anche 2 passaggi chiave, più di ogni altro giocatore neroverde.

 





Il migliore in campo, o quantomeno il più incisivo, è stato l’attaccante centrale del Sassuolo, che ha commesso lo stesso numero di falli (2) dell’intero pacchetto difensivo: Defrel ha condizionato da solo il baricentro del Sassuolo, prendendosi deliberatamente pause per rifiatare (come negli ultimi dieci minuti del primo tempo) e poi ripartendo aggressivo a pressare in solitaria i due difensori centrali, impreparati a giocate rapide.

 

Yeray e Laporte hanno sofferto fisicamente l’aggressività del Sassuolo, che sostanzialmente ha chiuso la partita con due lanci lunghi (uno di Biondini, uno addirittura di Consigli) che hanno esposto la difesa dell’Athletic in parità numerica con gli attaccanti neroverdi, che poi hanno vinto tutti i contrasti.

 

Soprattutto da Laporte era lecito attendersi più sicurezza nella conduzione della palla e nei passaggi verticali, ed è vero che rientra da un brutto infortunio, ma rispetto all’altro francese della partita ha mostrato un linguaggio del corpo completamente opposto: uno era compassato, l’altro posseduto. Guardiola sarà deluso.

 



 

Non è mai facile controllare la partita contro il Sassuolo, ma l’Athletic non ha mai neanche provato a farlo, e forse non ne sarebbe stato in grado. Da una parte, la squadra basca doveva quanto meno provarci per tener fede al proprio status di prima fascia; o almeno, avrebbe dovuto far valere la variabile imponderabile del blasone, dell’esperienza internazionale, del peso della maglia. Un po’ quello a cui alludeva

del profilo dell’Athletic.

 

La costruzione bassa degli spagnoli poggiava per ovvie ragioni tecniche sul terzino destro De Marcos, che partecipava dal basso, e non su Balenziaga che invece guadagnava metri più avanti. Il rombo era chiuso a turno da uno tra Beñat e San José, in base a quanto aggressiva fosse la marcatura dei centrocampisti del Sassuolo. A quel punto, i movimenti di Merino ad attaccare la profondità e i calci piazzati di Beñat diventavano le uniche soluzioni concretamente pericolose. Di Francesco è facilmente riuscito a spostare la partita sul proprio terreno, quello delle transizioni immediate e dei continui cambi di possesso, e questo tipo di partita l’Athletic non è riuscito a giocarla.

 

Va detto che Valverde non ha potuto contare sul miglior Muniain né sul miglior Iñaki Williams, forse lasciati troppo liberi di assecondare le proprie intuizioni e non abbastanza ispirati né coordinati per farlo. L’ingresso di Aduriz e di Susaeta non ha aiutato neanche, allungando ulteriormente le distanze e rallentando definitivamente i ritmi: da lì in poi il Sassuolo ha vinto in scioltezza. Un’idea dell’Athletic era quella di consolidare il possesso con De Marcos e attaccare lo spazio lasciato da Lirola, ma il sacrificio difensivo di Ricci ha spesso disinnescato quest'opzione.

 

 





Al di là dell’evidente brillantezza nella lettura delle partite, i meriti di Di Francesco vanno ricercati anche altrove. Perché se a volte è naturale attendersi un rendimento inferiore di alcuni giocatori, un calo di concentrazione, un eccesso nervoso, questo nel Sassuolo non succede mai, neanche un giocatore dei quattordici subentrati ha accusato un qualche tipo di calo di rendimento.

 

Sarà che le ali, che fossero Berardi e Sansone, che siano Politano e Ricci, sembrano sempre robot programmati da Di Francesco, ma il Sassuolo ha vinto proprio dove l’Athletic ha deluso, nella capacità di leggere situazioni complicate in poco tempo e prendere la decisione migliore. Notevole la sicurezza con cui Politano vedeva e serviva di gran classe Letscher al minuto '93, specie se confrontata all'incertezza con cui Susaeta riceveva non sapendo cosa fare, si buttava il pallone avanti e non trovava altra soluzione che un cross inutile.

 

Insomma, Di Francesco non può lamentarsi di questo primo assaggio d’Europa. Niente male per una debuttante.

 

 

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