Newsletters
About
UU è una rivista di sport fondata a luglio del 2013, da ottobre 2022 è indipendente e si sostiene grazie agli abbonamenti dei suoi lettori
Segui UltimoUomo
Cookie policy
Preferenze
→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
Menu
Articolo
(di)
Emanuele Atturo
Havertz è diventato un terzino
22 Nov 2023
22 Nov 2023
L'ultimo gradino della sua discesa agli inferi?
(di)
Emanuele Atturo
(foto)
Foto IMAGO / Moritz Müller
(foto) Foto IMAGO / Moritz Müller
Dark mode
(ON)

Breve riassunto della carriera di Kai Havertz:

  • Il 2 aprile del 2017 segna il suo primo gol tra i professionisti, diventando il più giovane marcatore della storia del Bayer Leverkusen.
  • il 17 agosto del 2019 è il giocatore più giovane di sempre ad aver raggiunto i 25 gol in Bundesliga
  • L’8 dicembre del 2019 diventa il più giovane giocatore della Bundesliga a raggiungere le 100 presenze.
  • Il 4 settembre del 2020 passa dal Bayer Leverkusen al Chelsea per circa 71 milioni di sterline.
  • Il 29 maggio del 2021 decide la finale di Champions League tra Chelsea e Manchester City segnando l’unico gol della partita, disputata giocando nel ruolo di centravanti.
  • Il 28 giugno del 2023 passa all’Arsenal per 75 milioni di euro e inizia a giocare a centrocampo.
  • Il 18 novembre del 2023 gioca la sua prima partita da terzino sinistro.

Si, avete capito bene: Havertz ha giocato terzino sinistro. Lo ha fatto nella recente sfida tra Germania e Turchia, e ha pure segnato un gol. Lo ha fatto dopo poco più di 4 minuti, a concludere un’azione offensiva asfissiante, con 6 uomini nell’area della Turchia. Ma come ci è finito Kai Havertz terzino? Com’è possibile che uno dei più grandi talenti offensivi della storia recente sia finito a giocare laterale di difesa? Com’è possibile che due anni fa Havertz giocava centravanti e due anni dopo gioca terzino? È una specie di punizione dantesca che gli ha inflitto Nagelsmann per non aver segnato abbastanza? Costretto a correre su e giù per la fascia come i terzini che gli servivano i cross che lui non riusciva a segnare.

Forse vale la pena ripercorrere la breve ma fulminante discesa agli inferi di Kai Havertz, da wonderkid del calcio mondiale a… terzino.

Forse avete già dimenticato che Kai Havertz nasce numero 10, trequartista centrale, nel ruolo che si affida ai geni del calcio. Il suo talento sembrava sprecato da rifinitore, e così i suoi spiccati istinti da finalizzatore lo hanno avvicinato col tempo alla porta. Al Chelsea Thomas Tuchel lo ha trasformato in una punta centrale, sebbene con compiti più di raccordo che di finalizzazione. In ogni caso chiude la stagione 2021/22 con 14 reti segnate, non poche se pensiamo che in fondo un giocatore come Havertz non si può giudicare solo coi gol. L’arte dell’attaccante si impara con l’età, e in quel momento Havertz sembra l’espressione di questa nuova scuola ultra-cerebrale di giocatori tedeschi, capaci di leggere - con pazienza e profondità - la matrice ultima del gioco: «Mi piace arrivare in area e segnare, di prima o di seconda. Ho una mentalità da centrocampista, ma mi piace andare in area, e forse sono pericoloso proprio perché non tutti i difensori mi considerano un pericolo».

Le cose hanno cominciato a precipitare lo scorso anno, quando la sua conversione è scesa verso un glaciale -4.8: la peggiore della sua carriera, nonostante - se escludiamo il suo periodo in Germania - non è certo mai stato un cecchino. Se guardiamo la compilation dei suoi tiri sbagliati lo scorso anno, e ci concediamo un minimo di straniamento, Havertz sembra un ottimo difensore che sventa situazioni disperate buttando il pallone in calcio d’angolo.

In certi suoi errori Havertz mantiene una certa eleganza felpata. Paul Merson lo ha paragonato a una Rolls Royce: «Un giocatore di classe, è come una Rolls-Royce, scivola sul campo». Scivola sul campo, morbido e leggero, verso il fallimento.

Però possibile non si possa far nulla?

È un giocatore intelligente, disciplinato, tecnico, forse senza quella ferocia necessaria alle punte per battere difensori e portiere. Però è un giocatore su cui è difficile non fantasticare ad alti livelli, dopotutto ha ancora 24 anni!

L’Arsenal per qualche ragione vede in lui uno dei giocatori utili a colmare il gap col Manchester City nella corsa al titolo. L’idea di Arteta è di allontanarlo dalla porta, togliendogli l’impaccio del dover segnare, per avvicinarlo al cuore dell'azione. Esaltarlo nel gioco di piccoli appoggi e ordine che magari gli avrebbe permesso di vivere più serenamente, abbandonato sullo sfondo delle partite. Un ruolo forse più consono alla sua personalità sensibile. Arteta lo prova mezzala sinistra, nel ruolo che lo scorso anno era di Xhaka, ma con compiti più offensivi. «Porterà forza al nostro centrocampo» dice Arteta senza riuscire a non suonare ironico - chi userebbe il termine “forza” in relazione ad Havertz? Il sito dell’Arsenal lo inserisce come centrocampista. Non si rivela una grande idea, e Havertz comincia ad andare in panchina, e ad entrare nel ruolo - ancora - di centravanti. Continua anche lì a sembrare mediocre, e tuttavia comunque meglio che da centrocampista. Si continua a discutere molto del ruolo di Havertz. Frank Lampard ha dichiarato che scegliere il ruolo giusto per lui ha rappresentato uno dei suoi problemi sulla panchina del Chelsea. Jonathan Wilson sul Guardian scrive che «È un calciatore straordinariamente dotato, senza dubbio, ma dove bisogna inserirlo? Per cosa è fatto?».

Nagelsmann, che pare sempre a metà tra il genio visionario e il semplice pazzo, non si fa certo problemi ad avere idee controintuitive. E così contro la Turchia lo sbatte terzino, motivando la scelta con quella razionalità al confine con la follia tipica di certi allenatori tedeschi: «Abbiamo diverse formazioni che dipendono da quanto alto si difende il nostro avversario. Kai non sarà sempre in quella posizione; ho molte idee per lui perché è un calciatore eccezionale. È veramente un’ottima opzione. Non giocherà sempre nel ruolo di classico terzino che potete immaginare». La sua Germania - come prima il suo Bayern Monaco - gioca con praticamente tutti i giocatori sopra la linea del pallone, rincorrendo l’utopia di una partita fatta esclusivamente di fase offensiva, in cui la presenza dell’avversario è contemplata a malapena. A quel punto è relativo in che ruolo giochi.

Il lavoro del terzino oggi - in tempi di moduli fluidi e universalismo delle funzioni - è molto cambiato rispetto a qualche anno fa. Non ha più quell'aura operaista. Figuriamoci come può interpretarlo Havertz, e come può interpretarlo con Nagelsmann. Anzi, questo spostamento è un messaggio duplice: di quanto sia cambiato in senso offensivo il ruolo, e dell’intelligenza tattica e della disponibilità di Havertz, che può adattarsi più o meno a tutto. Ci sono stati dei momenti, nella partita con la Turchia, in cui l’utopia di Nagelsmann si è avvicinata a una sua efficacia reale. Durante il gol, o quando Havertz ha mandato in porta i suoi compagni con lanci da numero 10, però con i piedi sulla linea laterale.

[@portabletext/react] Unknown block type "imageExternal", specify a component for it in the `components.types` prop

La disciplina e l’intelligenza tedesca non hanno confini. Se ad Havertz gli viene chiesto di fare il terzino allora Havertz si monterà nella notte il microchip sulle diagonali difensive.

[@portabletext/react] Unknown block type "imageExternal", specify a component for it in the `components.types` prop

No davvero: avreste mai immaginato Havertz a fare le diagonali in area?

In altri momenti è stato più duro osservare Havertz in quel ruolo. A disagio non solo nel duello fisico coi marcatori - perché Havertz è uno di quei giocatori malinconici che sono grossi ma non sanno usare il fisico - ma persino nel gioco tecnico. La misura dei passaggi, la postura del corpo, le letture di gioco, lo spazio circostante, è molto diverso se si gioca terzino. Non sembra così facile adattarsi di punto in bianco. Quando la Turchia ha pressato in avanti, Havertz non è stato efficace come sperato nella costruzione sotto pressione.

[@portabletext/react] Unknown block type "imageExternal", specify a component for it in the `components.types` prop

Ci si può davvero improvvisare terzini? Quanti terzini tedeschi di ruolo si possono essere offesi a vedere Havertz nel loro ruolo in Nazionale?

C’è da dire che nessuno dei gol della Turchia è arrivato per colpa sua, ma comunque la Germania ha perso, e per avere più copertura in transizione, contro l’Austria (altra sconfitta), Nageslmann è passato a una linea a 3. Havertz è così diventato un laterale a tutta fascia, il quinto ruolo coperto quest’anno dopo la mezzala, l’esterno offensivo, la punta, e il terzino. Havertz è senza pace e questa peregrinazione di ruoli, con un po’ di cattiveria, può essere letta come la conseguenza della sua mediocrità: se riesce malino in tutto tanto vale metterlo ovunque. Troppo buono per non provarlo da qualche parte, troppo poco buono per capire davvero in che parte metterlo. Havertz è un mistero. A inizio carriera veniva definito Alleskönner - cioè uno che sa fare tutto - immaginando di fargli un complimento - non pensando che quel tutto avrebbe significato fare il terzino.

Sotto la scorza dei discorsi più complessi sull’evoluzione del calcio contemporaneo, e fatta la tara all'estremismo di Nagelsmann, è difficile non vedere nel cambio di ruolo una specie di declassamento. Di certificazione di fallimento. Havertz un giorno era stato definito come una Rolls Royce e oggi quella Rolls Royce funziona male e viene usata per consegnare le pizze. Come sa chi anche solo gioca a calcio a 7 o a 11 a livello amatoriale: il più scarso e volenteroso si mette a terzino. Havertz che allora deve giocare per gli altri, che deve battere le rimesse laterali, lasciar sfilare le palle lunghe verso il fondo. Lascia una certa sensazione di cringe vederlo sbattersi nel lato più prosaico del calcio, difendere e contrastare, mentre c’è Florian Wirtz al posto suo a doversi occupare del lato creativo. Il nuovo talento scintillante del calcio tedesco, per di più cresciuto nel suo stesso club, il Bayer Leverkusen.

[@portabletext/react] Unknown block type "imageExternal", specify a component for it in the `components.types` prop

Havertz goffo ma volenteroso nel classici compiti di un terzinaccio: respingere cross, andare a contrasto con gli attaccanti, chiamarsi le rimesse laterali. Che finaccia.

Come si sente Havertz? Come si sente il ragazzo che a FIFA - racconta - «mettevo la maglia numero 10 e le scarpette dorate»?

Giocare in attacco ad alti livelli è anche una questione di egocentrismo e Havertz è forse una persona troppo sensibile. È un amante dei cani, ne ha uno di nome Balù che nelle interviste indica come una delle cose più importanti della sua vita. Dice frasi come «È sempre stato il sogno della mia vita avere un cane. Tornare a casa dall’allenamento e vedere lui felice che sei tornato». Sui parastinchi ha stampata la foto di lui e suo fratello col loro pastore tedesco di quando erano bambini. Il suo soprannome è “asino”, e non certo perché gli somiglia. I compagni lo chiamano asino perché è un animale che ama e con cui si sente in connessione: «Dal giorno uno, ho sentito un rapporto privilegiato con gli asini. È un animale davvero calmo: mi ci rivedo perché anch’io sono calmo. Si rilassano tutto il giorno, non fanno granché, vogliono solo vivere la loro vita. Li amo. Quando mi sento perso vado alla riserva degli asini. Li guardi e riconosci qualcosa di umano in loro. È una specie di zona di comfort, un posto in cui mi sento in pace». Sono bellissime parole, di una persona con una profondità rara nel mondo del calcio. Sono però parole che non contengono alcuna traccia dell’agonismo, della competitività, della mentalità robotica che alimenta lo spirito dei migliori calciatori al mondo. Cosa hanno pensato i suoi compagni quando hanno letto questa intervista al Guardian dello scorso marzo?

Viene da una famiglia di legge: madre avvocato, padre poliziotto. A 18 anni ha adottato tre asini da una riserva vicino casa. Ne ha salvato uno dalla soppressione. In quell’intervista Havertz dice senza mezzi termini che il calcio non è la cosa più importante della sua vita: «Ce ne sono almeno 100 di più importanti». Sembrava scosso dai tanti cambiamenti che il Chelsea aveva subito di recente. Parlava delle relazioni con i suoi compagni in termini tecnici, ma suggerendo un lato umano: «Devi adattarti, costruire delle relazioni. Ho giocato con Jorginho per due anni e mezzo, è cambiato vicino a me, amavo stare con lui, e poi…».

Quando Havertz è arrivato al Bayer Leverkusen ha chiesto quali numeri fossero liberi e ovviamente il 10 non lo era. Allora ha scelto il 29, che è quello che suo fratello sceglieva sempre a FIFA. Non lo ha mai cambiato, non si è mai preso la numero 10.

Attiva modalità lettura
Attiva modalità lettura