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→ UU Srls - Via Parigi 11 00185 Roma - P. IVA 14451341003 - ISSN 2974-5217.
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Redazione
Guida ufficiosa alla Copa América Centenario
03 Jun 2016
03 Jun 2016
I principali temi, le squadre più interessanti, i giocatori da seguire dell'edizione speciale della Copa América.
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Redazione
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Di sicuro per lo sviluppo (ormai atteso da decenni) del

questa è

, anche perché sarà molto interessante immergersi negli ambienti degli stadi statunitensi, che promettono molto per quanto fatto registrare nelle competizioni nazionali negli ultimi tempi. La squadra sicuramente si trova in mezzo a un guado, però Klinsmann ormai ha fissato da tempo una mentalità e un modo di lavorare (prima ancora che di giocare) che danno garanzie. È vero, manca Altidore, però ci sono referenti come Bradley, Dempsey e un Jermaine Jones in forma (occhio però a fidarsi delle indicazioni della MLS, che rimane secondo me un campionato dal livello globale piuttosto modesto); in più sarà l'occasione per giovani come Wood e soprattutto Pulisić di prendere il volo. Fra i fattori positivi ci metto anche la muscolarità di questa squadra, che paradossalmente sarà l'anfitrione del più grande festival del calcio americano mai visto, e che però è anche la formazione con le caratteristiche più “europee” dell'intero

.

 


Il gol che ha reso Christian Pulisić il più giovane marcatore nella storia della USMNT. A proposito di muscolarità, il 90% dei meriti del gol è di Darlington Nagbe, muscolare trascinatore dei Portland Timbers.


 

(

)

L’equazione Copa América Centenario + States +

sarà sicuramente propedeutica a molte cose: a rafforzare la candidatura statunitense al mondiale del 2026, a cementificare la passione degli

per il calcio, a dimostrare le loro capacità organizzative, a mettere in mostra stadi attrezzati e sempre pieni e tracimanti di passione come se fossimo a sud dell’equatore e non a nord, a sperimentare con estro (e quell’approccio a metà strada tra l’

e il preparatissimo) la loro maniera di

, oltre che vivere, il calcio.

 

La USMNT però non sembra equipaggiata a sufficienza per ergersi a protagonista. Questa Copa cade, non solo ideologicamente, nell’esatto punto centrale di un processo di transizione: Klinsmann ha detto che se avesse dovuto scegliere oggi una rosa da portare al mondiale russo, quella rosa sarebbe stata il roster scelto per la Copa América, un mix tra veterani (Dempsey, Bradley, Howard) e giovani più (

) o meno (Zardes) affermati. Credo lo abbia detto soprattutto dopo essersi reso conto che consegnando le chiavi della sua spider ai

, come ha fatto in occasione della Gold Cup dell’anno scorso, in cui la USMNT è arrivata

quarta, corri sempre il rischio di trovarti una spider sfasciata.

 


Ok, facile.


 

(

)
La Nazionale degli Stati Uniti ha in questa Copa un’occasione per dimostrare di essere salita di livello. Il confronto con tutto il mondo Sudamericano sarà di sicuro stimolante, e il fatto di giocare in casa porterà ulteriori motivazioni, ma non va sottovalutato il fattore pressione. Il gruppo dovrà essere bravo ad assorbire il tutto senza farsi travolgere, contando sull’esperienza di calcio di Klinsmann, che bene o male è il volto di questa squadra.
In termini generali dopo la Confederations Cup 2009 mi aspettavo che gli USA avessero più possibilità di crescita rispetto a quelle che hanno dimostrato. I giocatori più rappresentativi hanno questa Copa come occasione della vita per lasciare un segno storico. Non sarà per nulla facile, ma l’occasione va considerata e insieme alla crescita della MLS potrebbe diventare quel trampolino di lancio che la finale contro il Brasile di sette anni fa non ha saputo essere.

 


Dopo mezz’ora gli States sono avanti 2-0. Donovan segna al termine di un contropiede magistrale e noi, che non sapevamo cogliere la portata storica del momento, a lamentarci per il suono delle vuvuzela.


 

(

)

Io credo che gli USA abbiano un compito molto importante in questa Copa América Centenario, ovvero provare a vincerla dimostrando così sul campo di essere finalmente una nazionale matura. Ammiro la federazione per come ha saputo ritagliare un ruolo importante al calcio in un paese in cui ci sono altri quattro sport decisamente più seguiti. Parallelamente al campionato locale, la MLS, anche la selezione

si è resa protagonista di una crescita esponenziale iniziata nei primi anni zero. Un’altra cosa che apprezzo molto è la fiducia concessa a Jurgen Klinsmann, una sorta di carta bianca in cui il messaggio è implicito, e fa capire come i veri progetti non possono che essere programmati a lunga gittata. Io credo possano dire la loro, e sebbene negli ultimi tempi Klinsmann stia provando a lavorare sul ricambio generazionale, a giocarsela in casa propria andrà con un gruppo mediamente esperto. Riuscire ad arrivare in fondo certificherebbe finalmente il superamento di uno

fondamentale, e regalerebbe alla USMNT la consapevolezza di essere diventata una grande del calcio mondiale.

 


 



Partirei da due premesse molto importanti. La prima: il Brasile calcistico sta vivendo probabilmente il periodo peggiore della sua centenaria storia (non che il paese se la passi meglio, anzi…). La seconda: questa nazionale non è scarsa, ma non regge il paragone con le precedenti. Detto questo, che il caos in federazione sia all’ordine del giorno non è certo una novità, basti vedere com’è stata gestita l’organizzazione del mondiale 2014 e come tante squadre del campionato debbano giocare in autentiche cattedrali del deserto costruite in città dove non esistono club professionistici. Per questo - paradossalmente - penso che Dunga sia il tecnico ideale per questa

. Sono convinto che per gestire una situazione come questa ci vada un uomo equilibrato ed esperto, che conosca bene l’ambiente, che incassi le critiche e che sappia come rapportarsi con i media (spietati, va detto, nella campagna pro Tite). Che Dunga abbia commesso errori è vero (uno su tutti, l’accantonamento di Thiago Silva), ma ha pur sempre chiamato i migliori e - oggi - anche il destino gli gioca contro visto che Neymar e Douglas Costa non ci saranno.

 





 



Lo stato di profondo sonno del calcio brasiliano è ormai certificato: difficile pensare a qualcosa di peggio. Oddio, con le assenze di Neymar e Thiago Silva (su tutti) questa Seleçao potrebbe anche superare se stessa (sempre in termini negativi...), però io credo che invece si vedrà qualcosa di meglio, anche se l'obiettivo dell'estate è sicuramente più l'Olimpiade che non la Copa América. Partendo dal presupposto che il caos regna sovrano nell'organizzazione calcistica (e non solo) nazionale e che le scelte di Dunga ne sono - più che una conseguenza - un'estensione, se prendiamo la squadra base ne viene fuori un disegno comunque con delle potenzialità. Lasciamo da parte il merito delle scelte, guardiamo i giocatori che faranno questa manifestazione: Alisson in porta, difesa con Dani Alves-Miranda-Marquinhos o Gil e Filipe Luis. A centrocampo Casemiro, Elias e Coutinho. Hulk estremo sinistro, Willian a destra e Jonas numero 9. O magari Gabigol. Qualcosa può anche succedere… ammesso, e non concesso, che Dunga giochi così.

 





 



Mi ero fatto l’idea che la scelta di Dunga di sostituire l’infortunato Douglas Costa con Kakà racchiudesse perfettamente in sé tutte le motivazioni, le vibrazioni e il

con il quale il Brasile si presenta a questa Copa: voglia di rinverdire i fasti, chiaro, di farlo affidandosi a uomini di caratura ed esperienza, è ovvio, ma anche volontà di puntare molto più che sul rendimento in campo sull’

. Kakà nuovamente in Seleçao negli States, dove è uno degli ambasciatori della MLS, è stata (finché è durata) una mossa da catalizzazione di benevolenza, oltre che un’ottima strategia di

. Il Brasile ha bisogno del supporto del pubblico per tornare a sentirsi quel qualcosa che quando si spostava da Rio smuoveva masse adoranti, per superare insomma i propri limiti. Poi Kakà si è infortunato il giorno successivo all’ufficializzazione delle liste; lo sostituirà Ganso, che non è un’icona

come Kaka ma che in Sudamerica, il suo bel bagaglio di

leggendario, se lo porta dietro da un po’. Basterà?

 





 

 

A felicidade é como a pluma 💔


 


Ritengo il Brasile senza speranza o quasi come movimento calcistico allo stato attuale delle cose, quindi non mi aspetto assolutamente nulla dalla squadra di Dunga, soprattutto in assenza di Neymar, vale a dire l’unico giocatore in grado di elevare la Seleçao dalla mediocrità.
Dunga, un tecnico da sempre poco brasiliano nelle scelte, punterà sull’organizzazione più che sul talento e questo purtroppo può solo essere un processo perdente vista la storia del Brasile, quantomeno in assenza di trascinatori di livello assoluto in attacco. Per di più il vero obiettivo in casa verdeoro è l’Olimpiade in programma tra due mesi…
L’unico elemento che spero di veder valorizzato è Casemiro. Il giocatore del Real si è consacrato nel suo club vincendo la undecima ed è un giocatore perfetto sia per il centrocampo della squadra che per le idee di Dunga. Non farlo giocare sarebbe un errore.

 


 


Pizzi è nella scomoda situazione di poter solo perdere o quasi. Sampaoli aveva ereditato il lavoro di Bielsa e Borghi, e con le sue aggiunte tattiche e motivazionali ha saputo portare il Cile al vertice del Sudamerica. Il problema è che quella squadra viveva di alchimie uniche, nate al Mondiale e sbocciate alla Copa America, che insieme alla tattica tanto geniale quanto caotica della

portava la

ad essere una squadra temibile e spettacolare, convintissima dei suoi mezzi e pronta a superare ogni limite.
Pizzi oggi è un normalizzatore, un tecnico molto più pragmatico, leggibile e per certi versi prevedibile. Non a caso proprio uno come il

Valdivia è rimasto a casa, squalifica o meno. Il Cile ha le individualità e il gruppo per fare bene in questa Copa, ma per l’ultimo passo la normalità è troppo poco.

 


Paura, hein?


 



Per come la vedo io Pizzi si è preso una bella gatta da pelare. Mi spiego: dopo la vittoria in Copa América la

era al massimo del suo splendore e Sampaoli, che è un tecnico molto intelligente, ha capito che non c’erano più margini di miglioramento. Così con la scusa delle incomprensioni tra lui e la federazione se n’è andato, lasciando a Pizzi un compito ingrato. Può questo Cile fare meglio dell’anno scorso? Difficile. A dirlo sono anche le ultime uscite; nella sconfitta in casa contro la Giamaica la squadra ha creato tanto (circa una ventina di tiri in totale) ma il gol lo ha segnato solo alla fine, mentre dietro la difesa ha palesato diversi limiti nonostante l’avversario non fosse dei più forti. L’assenza di Jorge Valdivia in tal senso ha fatto molto discutere, perchè l’ex Palmeiras è uno dei pochi a saper prendere per mano la squadra nei momenti di difficoltà. Pizzi però ha deciso di andare in America con un gruppo di “soldati” fidati e solo il tempo può dirci se avrà fatto bene. Insomma, le strade sono due; se il Cile dovesse fare bene allora si potrebbe definitivamente voltare pagina, ma in caso contrario Pizzi potrebbe essere messo sulla graticola.

 



Un Sampaoli così cervellotico, che si scrolla dall’incarico con la

solo perché sa di non poter alzare il livello della sfida, da una parte mi inquieta, dall’altra non mi convince appieno: dopo aver trascinato il Cile a una vittoria rincorsa da sempre, chi lo avrebbe contraddetto se avesse espressamente chiesto di voler cercare una nuova esperienza altrove?

 

Certo, il suo apporto ai fasti della

è stato fondamentale, e guardare il gioco improntato da Pizzi, abituati come siamo dopo anni di

e

, che è poi un

, sarà un po’ tornare al calesse dopo aver sfrecciato per le vie di Valparaìso in

.  In più va detto che la vittoria dell’ultima edizione è stata frutto di una combine

+

che travalica anche la bontà della rosa, e delle individualità. In quanto a Valdivia, vi giuro che seguirlo in questi giorni su twitter

.

 


La seconda uscita del Cile di Pizzi: dopo uno 0-3 contro l’Argentina in casa, in Venezuela finirà 1-4 in rimonta. Annotazioni particolari dal match: Pinilla segna anche NON in rovesciata.


 



Purtroppo temo che si avvertirà uno stacco. Pizzi è un bravo allenatore, ma arriva in un momento in cui fare meglio è impossibile e fare peggio molto probabile. Il

ha pensato giustamente di mantenere le basi e il gruppo di Sampaoli praticamente al cento per cento, però la chimica si è alterata e, dopo il grande sforzo dell'estate scorsa, forse ora i grandi interpreti del Cile potrebbero dover (e voler) tirare il fiato… Una nota sicuramente interessante è quella rappresentata

nel Celta. Però il gruppo sembra meno vorace, e questo fa tanta differenza.

 


 



Sono scelte forti, senza dubbio forti. Però anche molto intelligenti, e non poteva essere diversamente. La sensazione è che questa Copa América sarà veramente “americana”, inteso che si giocherà un calcio molto caratterizzato, e quindi piuttosto diverso dal modo in cui si giocano le partite nelle grandi competizioni europee. Quindi l'aver portato una grande base di giocatori che militano (o che hanno conservato lo spirito) del calcio locale è senza dubbio una mossa oculata. La sua idea tattica è praticamente dichiarata: partire sulla base del 4-3-3 per andare a rivisitarlo verso un 4-2-3-1 che diventa 4-4-2, dove un Di Maria che può sempre fare la differenza e Lamela (o Pastore, o Gaitán, o Lavezzi, dipende da come evolvono gli infortuni e dagli stati di forma) occuperebbero le fasce e Messi giostrerebbe alle spalle della punta. Higuaín (lanciatissimo) o Agüero che sia. Messi, appunto: lui è l'epicentro di tutta la squadra e di tutto il torneo. Sperando che il colpo alla schiena preso contro l'Honduras non sia una cosa seria. Perché se Messi brilla, rompe tutte le maledizioni che aleggiano e l'Argentina vince, senza se e senza ma.

 


Gonzalo está bárrrrrrrrrrbaro.


 



Bisognerebbe essere capaci di entrare nella testa delle persone per capire se la logica che il

ha usato quando ha messo su carta i nomi dei convocati per la Copa e per le Olimpiadi è davvero quella che sembra evidente a tutti, o almeno a me. A Rio cercherà di sbriciolare il motto decoubertiniano semplicemente portando la crème de la crème del fútbol argentino U23, diciamo

. Basta dare un’occhiata

per capire che l’Argentina potrebbe tranquillamente concorrere con due squadre e la finale sarebbe monocolore.

 

La formazione che invece cercherà di mettere Messi nelle condizioni di alzare il suo primo trofeo con la maglia

è per più della metà quella finalista l’anno scorso, chiamiamola

. È come se Martino da una parte

estremamente di quella squadra, dall’altra volesse concedergli la chance della rivincita.

 

Cosa mi ha proprio deluso? Che abbia tenuto fuori dai 23 due giocatori. Uno è Marcos Ruben: ok, non avrebbe mai giocato, ma perché invece Lautaro Acosta del Lanus sì? L’altro è Diego Perotti. Perché dopo la stagione che ha disputato, soprattutto l’ultimo quadrimestre, forse una chance se la sarebbe meritata.

 


Una milonga triste.


 



Apprezzo Martino per la forte personalità che possiede. Il ct argentino è uno che va per la sua strada senza ascoltare il parere degli altri, e questo lo rende un bersaglio facile soprattutto per i media locali. Ecco, andare avanti  senza paura penso sia l’obiettivo dell’Argentina, che si presenta al via della Copa con un mix di certezze e sorprese. Una delle cose che non mi convince molto è la scelta dei portieri; Romero in nazionale ha fatto spesso bene, ma arriva da una stagione passata ai margini del suo club di appartenenza, mentre Andújar è da sempre un numero uno inaffidabile, capace di miracoli e nel contempo di errori macroscopici. L’unico che forse può starci è Gúzman, ma guardando all’ultimo anno e mezzo sono convinto che Barovero, Orión e Rulli sarebbero dovuti essere i tre portieri da selezionare per la spedizione americana. Per il resto Martino ha fatto ciò che fanno tutti i ct: ha scelto. Fuori Musacchio e Garay per Maidana e Cuesta, in mezzo è stata premiata la coppia

Kranevitter - Augusto Fernández, davanti - in attesa di capire come sta Messi - c’è tanta scelta nonostante l’esclusione di Dybala. Tutto nella norma. Per me la

parte nel lotto delle favorite.

 

Martino deve vincere, punto.
Mi spiace essere così categorico con il

, ma dopo la finale Mondiale (giocata con Sabella) e quella di Copa America questa generazione dell’Argentina deve arrivare ad alzare un trofeo. Avere subito a disposizione questa edizione Centenario è un’occasione unica, anche guardando alla carta d’identità dei giocatori più rappresentativi.
Concordo con Andrea circa le perplessità sui portieri, ma per il resto Martino è coerente con le sue scelte e va avanti per la sua strada. Certo gli serve vincere per mettere a tacere tutte le malelingue, compresa quella di Fabrizio su Ruben...

 



Non è questione di malelingue, credo c’entri soltanto il suo essere

, ma della peggior specie, quelli anti-

. Scusa lo sfogo, e se ti ho interrotto.

 


L’infortunio di Biglia priva l’Argentina di un titolare, ma le alternative possono coprire la perdita e la nuova versione di Augusto Fernández valorizzata da Simeone potrebbe rivelarsi singolarmente preziosa. Le sorti della Seleccion però dipendono dall’attacco, dalla capacità dei vari Di Maria, Agüero, Messi e Higuaín di incidere quando più conta. Nelle due finali recenti tutti per un motivo o per l’altro non hanno risposto all’appello: sarebbe ora di cambiare questo destino.

 


“Facciamo in modo di incontrarci stavolta, però, dài”.


 


 



Quel signore brizzolato che siede in panchina,

José Nestor Pékerman, è uno che la sa lunga e a mio modo di vedere incarna il vero fattore determinante per la Colombia. Da quando è arrivato lui - correva l’anno 2012 - i

hanno raggiunto la piena maturazione; Pékerman - dall’alto della sua esperienza - ha saputo lavorare prima di tutto sulla testa dei dirigenti, poco lungimiranti in fatto di programmazione, e poi ha gettato le basi per lanciare le tante giovani promesse che escono costantemente dai floridi vivai colombiani. A testimonianza di ciò, basti guardare quanti big vengono lasciati a casa in occasione dei grandi appuntamenti. Oggi la Colombia non è più una selezione in ascesa, ma una vera e propria realtà del calcio mondiale.

 



Mi sembra che questa squadra sia al suo miglior punto di maturazione, oltretutto è in mano a un ottimo CT. Ora deve fare risultato. La Colombia deve per forza arrivare fra le prime quattro, altrimenti sarebbe lecito porre interrogativi e critiche. Il gruppo è perfettamente assortito, ha giocatori di esperienza e caratura internazionale notevoli in tutti i reparti, perché un'ossatura con Ospina-Zapata-Murillo-Cuadrado-James-Bacca in un torneo del genere è veramente di ottimo livello. In più ha anche una componente locale che aggiunge valore, soprattutto grazie al progetto dell'Atlético Nacional di Medellín di cui l'incendiario Marlos Moreno, il motorino Faryd Diaz ma soprattutto il “tuttocampista” Sebastian Pérez sono ottimi rappresentanti. Altra aggiunta: una corposa batteria di mestieranti, anche di evoluzione europea come Arias e Carlos Sánchez ma soprattutto abituati ai grandi palcoscenici sudamericani come nel caso di Fabra, Roa e volendo anche Roger Martínez. La rosa è completa e forte. La Colombia deve essere protagonista.

 


James in calzettoni e a petto nudo, nello spogliatoio, mentre esercita la sua leadership tecnica.


 

Dopo lo straordinario Mondiale 2014 la Colombia personalmente è stata una delusione. Pékerman sembrava aver perso le redini della squadra, che si presentava in campo sempre più abulica e sfilacciata, ma all’improvviso c’è stata una rinascita, venuta di pari passo con la crescita dei club locali, che hanno portato nuova linfa a una squadra che aveva bisogno anche di freschezza.
I nuovi centrocampisti (in particolare Cardona e Pérez) sono un’anima importante, con un’influenza netta sullo sviluppo del gioco, su cui Pékerman ha già dimostrato di fare affidamento. Ben si integrano coi giocatori più esperti che formano l’ossatura che citava prima Stefano e rendono la Colombia veramente temibile. Anche perché come impatto fisico i

hanno pochi eguali.

 


L’ultimissima amichevole contro Haiti: avversari maciullati nel secondo tempo, ma in difesa si balla un po’.


 



La Colombia tornerà a disputare un torneo internazionale di una certa levatura negli Stati Uniti a 20 anni di distanza: allora era una squadra piena di

, forse la migliore

della storia, ma andò come ricordiamo, cioè male, anzi malissimo. A quattro lustri di distanza è una potenza consolidata, che si può permettere di sostituire in blocco un’intera generazione di bocche da fuoco (rispetto alla Copa América cilena non ci saranno Jackson, Falcao, Téo, Muriel, che farebbero le fortune di mezzo sudamerica) con una più giovane e se possibile più temibile. C’entra molto il processo di crescita dell’Atlético Nacional, che punta alla Libertadores come un treno in fiamme lanciato sui binari, ma anche la sapienza di Pékerman che sa come in certe competizioni è meglio affidarsi, più che agli “europei”, a chi l’America Latina, e tutto ciò che significa, la vive quotidianamente.

 


 

Mi confesso subito: questo Paraguay è una delle mie squadre preferite. Il motivo sta nella trasformazione generazionale che sta attraversando, un cambio di anima raro da ammirare quanto difficile da realizzare.
La Nazionale guidata da Martino ha lasciato un suo segno nel calcio sudamericano e mondiale, ma viveva di garra, difesa, fisico, sacrificio collettivo e intensità. Elementi ben rappresentati da un referente come Nelson Haedo Valdez.
Oggi nel Paraguay di Ramón Díaz abbondano i talenti offensivi, giocatori tecnici, rapidi, guizzanti e di fantasia. Per quanto nessuno abbia trovato ancora una sua vera dimensione i vari Almirón, Romero, Iturbe (già allenato e valorizzato proprio dal

al River Plate), Derlis e Sanabria promettono nell’ottica di un romantico visionario di cambiare il dna calcistico del paese.
Il vero peccato è l’assenza per infortunio di Néstor Ortigoza, giocatore di assoluto culto in Sudamerica, ma soprattutto un leader e l’unico centrocampista veramente in grado di unire fase difensiva e offensiva, rifornendo di palloni i tanti attaccanti esterni. La sua regia e la sua personalità in mediana purtroppo sono insostituibili e verranno pagare da tutto il Paraguay.

 



“Iturbe ormai è un giocatore maturo” (Miguel El Ratón).


 



Questo è tornato ad essere un Paraguay di buon livello, ma secondo me quello del Tata Martino aveva valori superiori. La campagna di qualificazione al Mondiale 2010 fu un qualcosa di splendido, così come la figura fatta in Sudafrica: uscirono nei quarti, perdendo 1-0 con la Spagna e la misero in difficoltà. Il tutto dopo aver dovuto rinunciare a pochi mesi dal Mondiale al leader tecnico e temperamentale,

, per il noto fatto criminale di cui rimase vittima. In più, la finale nella Copa América 2011. Detto questo, la squadra di

Ramón merita rispetto e considerazione: è un gruppo pratico e convinto, e ha gente che fa gol.

 



Assolutamente il migliore. Anzi, azzardo a dire che se la gioca addirittura con la spedizione di Francia ‘98 sotto la gestione di Cesare Maldini. Di una cosa sono certo: se Ramón Díaz ha detto sì alla federazione paraguagia avrà avuto molte rassicurazioni. Scegliendo il tecnico argentino ad Asunción hanno voltato pagina dopo anni di delusioni, consegnando a Don Ramón tutta la gestione dell’area tecnica. La scelta di puntare sul dt argentino ha avuto la doppia utilità di unire l’esperienza maturata dal tecnico negli anni (e quindi regalare nuova linfa vitale ad una squadra in pieno encefalogramma piatto) al suo carisma da condottiero. Le doti dialettiche non gli sono mai mancate, e grazie a queste ha convinto per esempio Iturbe a farsi naturalizzare. L’ex romanista potrebbe essere una delle chiavi di gioco di questo Paraguay, storicamente squadra caratterizzata da doti di sacrificio e ripartenza, proprio per la tipologia di giocatore che è. Il resto della squadra lo si conosce bene; imperniato sul blocco del Lanús (Gustavo Gómez a comandare la difesa in coppia con Balbuena, Almirón ed Ayala come preziosi jolly), la

porterà negli USA anche alcuni giovani come Blas Caceres e Tony Sanabria. Non ho menzionato Derlis González semplicemente perché non ha bisogno di presentazioni. Chi lo prende quest’estate fa l’affare del secolo.

 


Una giocata di (e da) Oscar Romero, qua con la maglia del Racing de Avellaneda.


 



I motivi della scomparsa del Paraguay dagli scenari dell’America Che Conta sono vari, e non tutti hanno a che fare strettamente con il campo: la perdita improvvisa di quel capitale umano e calcistico del

Cabañas e la mancata qualificazione del 2014 han

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